mercoledì 12 novembre 2008
Maturità, vecchiaia
Ma subito dopo aver acquistato una forma ben definita (e magari definitiva) che viene? E' indubbio che la maturità è anche una perdita di potenza. Tra un individuo adolescente e un individuo adulto c'è la stessa differenza che passa tra una cellula staminale e una differenziata. Avere una forte personalità significa anche non avere la voglia di cambiare, la forza di cambiare, la capacità di cambiare, la curiosità di cambiare. Credo che la vecchiaia sia fondamentalmente questo (oltre agli acciacchi).
Quindi ad occhio e croce mi trovo in un bordo, e dovrei mantenere l'equilibrio, se possibile. Fluidificare a vita è da scemi, solidificare del tutto pure.
sabato 1 novembre 2008
Riflessione sulla formazione tecnologica
Faccio un esempio estremo: l'infrastruttura di autenticazione basata sul protocollo Kerberos. Per chi si occupi di sicurezza informatica comprendere i meccanismi di un protocollo di autenticazione è estremamente importante, a maggior ragione se si sta parlando di uno dei protocolli più diffusi come appunto Kerberos. Il problema è che la sua implementazione si può presentare più o meno come una black-box (ad esempio nei server Windows, dove effettivamente i parametri di configurazione sono veramente pochi e poco significativi dal punto di vista pratico). Per cui molto spesso l'atteggiamento di chi viene ad imparare è: "okay, il kerberos esiste, si chiama così e funziona, passiamo oltre....". Poi però scopri che quelle stesse persone che vogliono evitare approfondimenti concettuali che "professionalmente non servono" non sanno esattamente per quale motivo devono fare configurazioni particolari per applicativi che hanno un'architettura front-end/back-end e quando gli spieghi che queste configurazioni particolari servono di fatto a far funzionare correttamente la delega delle credenziali, caratteristica tipica dell'autenticazione Kerberos, non si mostrano neanche troppo interessati, visto che loro bene o male il problema lo avevano già risolto applicando fedelmente le indicazioni della user guide dell'applicativo.... Per me tutto questo è inaccettabile e istintivamente cerco di combatterlo ma le conseguenze in certi casi possono essere disastrose dal punto di vista del gradimento del corso.
Proporre una formazione con un taglio essenzialmente differente da quello che la maggior parte degli studenti si aspetta comporta spesso un rischio eccessivo, che va calcolato. Rinunciare completamente a dare questo taglio è una cosa a cui non riesco a rassegnarmi e che in definitiva non mi sembra faccia onore a questa attività. L'insegnamento diventa quindi un gioco di equilibrio tra queste due visioni differenti, e in un certo senso complementari. Forse questa deve essere un'abilità tipica dell'insegnante in questo campo.
giovedì 30 ottobre 2008
La riforma della scuola
Ma in fondo che c'è da pensare? A me pare evidente dov'è il nocciolo della questione: è il livello di qualità dell'insegnamento; e mi sembra abbastanza evidente anche come ottenerlo: premiando le strutture che funzionano bene e penalizzando le altre. E' una banalità? Già. Intendiamoci, non è facile per niente trasformare queste due semplici idee in una vera riforma, e infatti lo devo ancora vedere un ministro che riesce a fare qualcosa di concreto. Ma almeno uno che mostrasse di voler andare nella direzione giusta prima o poi lo vorrei vedere.
Ai miei tempi ho sempre sentito dire che il liceo classico era la scuola formativa per eccellenza, dove si studiavano materie che educavano la mente meglio di altre, che preparavano agli studi superiori meglio di altre, e così via. Nonostante ciò scelsi di iscrivermi al liceo scientifico. A distanza di anni, con una consapevolezza forse maggiore di cosa possa essere uno studio formativo, credo che quelle considerazioni avevano un fondo di verità, ma di una verità diversa. Il fatto vero è che i licei classici sono sempre stati tradizionalmente le scuole più prestigiose (non so se lo sono tuttora) e dunque sicuramente le scuole in cui il livello di qualità dell'insegnamento (di qualsiasi cosa) era mediamente una spanna più alto di tutte le altre. E' questa di fatto la chiave della questione, è la qualità della struttura scolastica dove studi, più che quello che studi.
Quando ho cominciato a seguire i corsi di fisica accanto a me c'erano diversi colleghi che venivano dal liceo classico. In quell'occasione ebbi a notare che loro non conoscevano affatto la matematica mentre la maggior parte di noi la conosceva male, e non so dire con sicurezza alla fine chi si è trovato peggio. Di certo sono sicuro che studiare male le cose (qualsiasi cosa) è più dannoso che non studiare affatto.
domenica 26 ottobre 2008
Il crocifisso negli uffici pubblici
Questa discussione mi colpì per due aspetti:
1. Il livello della polemica mi sembrava veramente eccessivo rispetto al problema; tutto sommato non riesco ad appassionarmi così tanto alla questione di tirar giù o meno un simbolo religioso (presente da sempre) dalle aule delle nostre scuole statali. Sentire tutte quelle dichiarazioni scandalizzate da parte di esponenti della Chiesa Cattolica ma ancor più da parte di molti politici, e vederle amplificate da stampa e televisione per così tanto tempo, mi aveva veramente scocciato.
2. Se si analizza in sè il problema non si può che arrivare ad una semplice conclusione: è ovvio che uno Stato Laico non dovrebbe mai esporre alcun simbolo religioso in nessun ufficio pubblico, in nessuna occasione ufficiale; qualunque cosa che rappresenti lo Stato non può far uso di simboli religiosi. Di sicuro è altrettanto ovvio che qualunque privato cittadino, in qualunque occasione anche pubblica, può esporre a titolo personale (o in associazione con altri) tutti i simboli religiosi che ritiene opportuni.
Mi ricordo di aver pensato che in quella settimana mi sarebbe piaciuto staccare tutti i crocifissi delle scuole italiane, darli in testa a quei preti e soprattutto a quei politici opportunisti che si sbracciavano in dichiarazioni sceme, e poi rimetterli tutti tranquillamente al loro posto.
mercoledì 15 ottobre 2008
Il rispetto delle regole
Direi che noi in italia siamo messi più o meno a questo punto. Potrei dire in modo spicciolo: la gente è sempre più paracula e non si vergogna più di niente. E può farlo, accidenti. Si può qualche volta non rispettare le regole, ma non è possibile farlo sistematicamente senza subire conseguenze, e farlo diventare perfino un elemento di merito tanto da non giustificare più alcun sentimento di vergogna, anzi.
E' chiaro che la continua dimostrazione della incapacità dello Stato di far rispettare le leggi è la causa principale che a lungo andare determina quella che viene chiamata cultura dell'illegalità, e che consiste nel vedere una società in cui sempre più spesso chi non rispetta le regole non viene punito e di conseguenza si avvantaggia su chi vincola e circoscrive più o meno volontariamente il proprio operato all'interno del sistema di regole che la società si è dato.
Constatare continuamente che in fin dei conti non rispettare le regole conviene non è un fatto senza conseguenze, soprattutto dal punto di vista dell'educazione delle nuove generazioni per le quali tutto questo si traduce nella assimilazione involontaria di modelli di comportamento sbagliati, nel "fascino" e nel "valore" dell'essere paraculi.
Mi viene da pensare che forse non ho alcuna speranza di poter insegnare a mio figlio il valore del rispetto delle regole (che magari qualche volta deciderà di non rispettare, assumendosene le responsabilità), perchè a fronte delle mie belle parole c'è fuori casa una società che funziona quasi sempre all'opposto, e lui prima o poi se ne accorgerà. Staremo a vedere.
venerdì 3 ottobre 2008
A che serve la Scienza?
C'è una cosa però che ho sempre tollerato poco. Nelle rare volte in cui mi trovo a dare una spiegazione di una qualche conoscenza scientifica almeno una volta su due salta fuori la solita domanda: "ma a cosa serve? c'è una qualche applicazione di questa cosa?". E' un tipo di domanda che in genere ammazza il discorso scientifico. Non perchè la Scienza non abbia applicazioni pratiche, ma perchè queste ultime tipicamente non sono mai il nocciolo della questione. A questo punto potrei tirar fuori la classica frase di Richard Feynmann: "La fisica è come il sesso. Certo, può avere qualche conseguenza concreta, ma non è per quello che la facciamo". Ma normalmente la discussione sfuma.
Ma perchè sempre 'sta domanda?
Beh, sicuramente uno potrebbe essere portato a farla nella speranza che la descrizione di una qualche applicazione pratica di quello di cui stai parlando possa rendere l'argomento un pochino più comprensibile. Ma spesso si tratta di una scorciatoia che in realtà porta fuori strada (vedi la questione dell'impegno di cui parlavo prima).
C'è ovviamente una ragione più profonda. La Scienza rischia sempre di essere identificata con la tecnica, con quello che si può fare con una conoscenza, non con la conoscenza in sè. E' vero, le due cose sono strettamente imparentate, il valore di una qualsiasi conoscenza sta anche nella possibilità di utilizzarla in qualche modo. In particolare per quanto riguarda l'attività scientifica, la conoscenza del mondo che essa produce si traduce in genere prima o poi in una qualche possibilità di modificarlo a proprio vantaggio. Tutta la nostra storia culturale è caratterizzata da questo meccanismo.
Confondere la Scienza con le sue inevitabili applicazioni tecnologiche e comprenderla o giudicarla attraverso queste è secondo me indice di ignoranza, e probabilmente andrebbe associato ad un atteggiamento tuttora molto diffuso, che è quello di non classificare l'attività scientifica come umanistica e in tal modo declassarla ad una mera attività tecnico-professionale, altamente specializzata ma pur sempre un'attività tecnica. A parte forse qualche mostro sacro gli scienziati nella nostra società non hanno lo status di intellettuali, come potrebbero esserlo i filosofi, gli scrittori, gli artisti in genere. La nostra è una società che tende a classificare come ricerca scientifica quella che ha come obiettivo la produzione di un nuovo farmaco o di una nuova terapia medica (che secondo me sono più correttamente classificabili come ricerche tecnologiche, sebbene abbiano come soggetto l'uomo), e che invece non percepiscono abbastanza l'importanza della ricerca fondamentale.
In fondo Dirac è un premio nobel come Marquez, e di sicuro è un intellettuale di non minor rilievo, importantissimo per la nostra storia culturale. Ma se io non conosco Marquez, molta gente di cultura medio-alta mi guarderebbe strano. E Dirac invece chi è? Boh!
Ai miei tempi dell'università incontrare uno studente di fisica o di matematica che fosse sensibile alle principali discipline umanistiche (musica, poesia, letteratura, teatro, cinema) e addirittura che le praticasse nel suo tempo libero era la normalità. Non credo di aver mai incontrato in vita mia (nè ai tempi dell'università nè in seguito) persone esperte in discipline umanistiche che avessero una qualche competenza o passione per la Scienza.
Tempo fa mi è capitato di leggere un articolo di Enrico Bellone che ricordava un episodio significativo della nostra storia nazionale: la disputa sul valore della Scienza tra lo sconosciuto Federico Enriquez e i notissimi Benedetto Croce e Giovanni Gentile. I caratteri di questa disputa di primo nevecento mi suonano stranamente familiari. Da una parte Enriquez, convinto assertore dell'importanza della Scienza nel contenso generale della cultura moderna, e della sua conseguente importanza nell'educazione delle nuove generazioni. Dall'altra Croce e Gentile, secondo i quali gli scienziati sviluppavano solamente delle tecniche, e le tecniche nulla avevano da condividere con l'elaborazione del pensiero o con lo sviluppo della cultura. Enriquez (che insieme ad altri matematici quali Castelnuovo, Severi, Volterra, Levi-Civita, formava un circolo di scienziati ed intellettuali italiani di fama mondiale) perse la disputa, e di lì a poco Gentile varò la sua riforma scolastica, che poneva chiaramente la cultura scientifica (e le scuole preposte ad insegnarla) in una posizione subordinata rispetto alla più nobile cultura umanistica. Probabilmente almeno qualcuno dei vizi culturali a cui ho fatto riferimento prima nascono proprio in questo periodo.
La conoscenza della storia per capire meglio il nostro presente è spesso determinante.
martedì 30 settembre 2008
Mignotte
Il governo vara un provvedimento punitivo contro la prostituzione in pubblico, che prevede sanzioni amministrative (e addirittura arresti) sia per le lucciole che per i loro clienti. Il sindaco di Roma Alemanno applica prontamente il provvedimento con un'ordinanza che ha subito prodotto le prime multe.
A parte l'ironia che un provvedimento del genere, il cui obiettivo sarebbe eliminare dalle strade persone che vendono il loro corpo, sia pensato e proposto da una signora (la Carfagna) che ha usato il suo per vendere calendari, trovo che queste azioni di governo (nazionale e cittadino) siano inequivocabilmente di destra (quindi in linea con l'orientamento di questi governi).
Per tre motivi:
1. il provvedimento ha come obiettivo quello di nascondere agli occhi dei cittadini perbene un fenomeno che esiste (e che non viene certo debellato da una misura del genere); si tratta di decoro cittadino, pulizia delle strade, polvere spazzata sotto il tappeto;
2. il provvedimento si disinteressa completamente di chi subisce in modo grave il fenomeno della prostituzione, le sue prime vittime: le mignotte;
3. viene proposto un provvedimento semplice per un problema oggettivamente complesso. In tal modo si comunica con poco sforzo la sensazione che il governo affronta i problemi e propone tempestivamente delle soluzioni.
Dunque gli elementi principali della destra ci sono tutti: moralismo di facciata, attenzione verso i cittadini che preferiscono non vedere i problemi che non li riguardano (gradiscono soluzioni spicciole e semplificatrici), disattenzione verso le fasce deboli e problematiche della società.
A questo si aggiunge l'aggravante dell'inutilità del provvedimento (facilmente prevedibile) e della sua sostanziale inapplicabilità (vedi intervento di Travaglio sul blog di Grillo). Ma questo non mi sembra un elemento di destra, piuttosto è un elemento di inefficienza nascosto ben bene dietro l'apparenza di un governo attivo.