Mi dà fastidio leggere certe descrizioni altisonanti, sensazionaliste e al limite della fantascienza che si scrivono su parecchia stampa e si vedono in tv ogni volta che viene annunciata un'importante scoperta scientifica. Hanno l'effetto di creare distacco, sembra quasi ormai che certe cose della scienza (di un certo tipo di scienza almeno, tutta la fisica fondamentale) debbano essere incomprensibili per essere importanti, e che sia scontato non capirci un tubo. Forse internet ha un po' cambiato le cose, in meglio. Ad esempio riguardo all'episodio della prima rilevazione delle onde gravitazionali con un po' di pazienza e cercando di evitare le solite fonti giornalistiche (le più diffuse spesso coincidono purtroppo con le più scadenti) si riescono a leggere articoli chiari e divertenti, che contemporaneamente spiegano e comunicano l'importanza della notizia.
C'è da dire che anche l'argomento specifico si presta di più ad una spiegazione sufficientemente chiara. E' certamente più difficile comunicare risultati di fisica delle particelle (c'è la fisica quantistica sotto). In questo caso è stato "semplicemente" misurato il passaggio di un'onda. Il moto ondoso è uno dei più diffusi in natura e su questo credo che basti un po' di intuito e l'esperienza che ciascuno ha di questo tipo di fenomeno. C'è solo forse da sottolineare che un'onda, essendo una perturbazione originata da un qualche evento e che da questo si propaga ad una certa velocità in tutte le direzioni, porta a chi la misura informazioni sull'evento stesso, sulla sua evoluzione. In fin dei conti vedere (percepire le onde luminose) e sentire (percepire le onde acustiche) è proprio questo.
Un po' più complicato è intuire la natura di questa onda. Una perturbazione solitamente ha un mezzo in cui si propaga: l'acqua per le increspature create da un sassolino che cade in uno stagno, l'aria per lo schiocchio delle dita che si può sentire a metri di distanza, il terreno per una scossa di terremoto. Nel caso delle onde gravitazionali il mezzo di propagazione è lo spazio stesso, o meglio lo spazio-tempo. Per capire quest'ultima cosa non c'è molto da raccontare, se non la solita analogia con il tappeto elastico su cui è "poggiato" un pianeta, che però funziona piuttosto bene. La massa del pianeta deforma il tappeto (cioè lo spazio) e se sta fermo la deformazione è statica mentre se accelera può provocare deformazioni che si propagano sul tappeto come onde. Si può immaginare il pianeta che rotola sul tappeto e improvvisamente si ferma, la brusca frenata genera un impulso sul tappeto che quindi propaga una perturbazione sotto forma di onda.
Questa analogia però viene sempre presentata come quella di un tappeto bidimensionale che si deforma su uno spazio tridimensionale ad opera del "peso" di un pianeta ovviamente anche lui tridimensionale. Insomma, si gioca un po' sporco sul numero delle dimensioni con cui si ha a che fare. Forse funzionerebbe un po' meglio se si facesse lo sforzo di pensare ad un universo bidimensionale (il tappeto appunto), dove anche le masse sono bidimensionali e ovviamente anche l'osservatore, cioè noi. E dove il peso non esiste più. La deformazione può continuare ad essere rappresentata in tre dimensioni ma sempre tenendo presente che quelle utili (le dimensioni "vere") sono solo due, quelle del tappeto. Oppure si può provare a pensare che il tappeto deformato sia solo "una fettina" di quello che succede allo spazio completo attorno al pianeta. Ci si può divertire con l'immaginazione, in assenza di strumenti matematici più sofisticati (in fondo Einstein fece lo stesso).
La natura della deformazione la si può intuire pensando alla trama del tappeto elastico, la deformazione aumenta le distanze dei nodi da una parte e le diminuisce dall'altra, esattamente come farebbe un'onda elastica sulle particelle dell'aria. Tutto sommato per semplificare si può trascurare la natura temporale della deformazione (i tempi non sono più uguali nei vari punti), anche se questo è un altro aspetto di grande fascino su cui esercitare l'immaginazione.
Quella che è stata misurata dunque è proprio questa deformazione, rilevata come la differenza di lunghezza che il passaggio dell'onda ha determinato in due bracci ortogonali di un interferometro, tralasciando il principio di funzionamento di questo strumento, che non sarebbe poi così difficile da capire visto che si basa sul fenomeno dell'interferenza. Verrebbe da pensare che è impossibile misurare la deformazione di uno spazio se ci stai dentro, perchè cambia esattamente allo stesso modo anche la tua unità di misura. E questo è vero, infatti l'unica misura possibile può essere fatta con la luce, la cui velocità di propagazione è una costante universale (secondo la Teoria della Relatività, da cui prendono le mosse tutte queste considerazioni).
Quali sono le cose più affascinanti di questo esperimento, che lo rendono un evento così importante? (e che si possono raccontare in modo relativamente semplice).
1. La precisione impressionante della misura e quindi la tecnologia incredibilmente sofisticata che c'è dietro. La differenza di lunghezza rilevata è dell'ordine di 10E-18 metri, cioè otto ordini di grandezza più piccola delle tipiche dimensioni atomiche (10E-10). Qualunque rumore, di qualunque natura se non fosse correttamente attenuato e filtrato sarebbe molto ma molto più evidente dell'onda gravitazionale.
2. Come dicevo prima l'onda gravitazionale come altri tipi di onde è un segnale che fornisce informazioni su un evento. In questo caso è stato importante avere due strumenti di misura che hanno rilevato il segnale allo stesso momento, sia per confermare la misura tra due laboratori indipendenti sia per poter localizzare la regione di spazio da cui l'onda proveniva (come avere due orecchie). Si tratta però di un segnale nuovo, diverso da quello elettromagnetico utilizzato quasi esclusivamente da quando esiste l'astronomia. Certo gli eventi che possono mandarci onde gravitazionali sono sensazionali ma è pur vero che stiamo guardando l'universo. E questo sguardo è totalmente nuovo. Si tratta di una capacità osservativa che non avevamo mai avuto prima e che da oggi abbiamo guadagnato. E' emblematico che questa misura ci abbia dato informazioni sulla dinamica (catastrofica) di due buchi neri, oggetti assolutamente invisibili alla radiazione elettromagnetica.
Non è sufficientemente chiaro tutto ciò? (Preciso e dettagliato certamente no, per quello ci sono i tecnici e gli specialisti, cioè gli scienziati). Non se ne può parlare normalmente così come si fa in genere per tutti gli altri settori della conoscenza? Possibilmente senza citare viaggi indietro nel tempo, tunnel spaziotemporali, dimensioni extra (boh!) e senza citare i soliti film di fantascienza? E non se ne capisce comunque bene la grande importanza soprattutto per quello che promette nel futuro?
mercoledì 30 marzo 2016
domenica 6 marzo 2016
Un inaspettato Piero della Francesca
Mi ha fatto un certo effetto leggere qualche tempo fa, in un libro di storia della scienza italiana, che Piero della Francesca è stato probabilmente il più grande matematico del quattrocento. Immagino che non ci sia nulla di strano e che non sia un'affermazione particolarmente originale visto che anche la voce di Wikipedia lo presenta come pittore e matematico del Rinascimento.
E' evidente che la mia perplessità nel leggere una cosa del genere deriva da due semplici condizioni:
1. sono una persona di media cultura che molte delle sue conoscenze di base le ha costruite durante la scuola secondaria; attraverso di essa ho incontrato il Rinascimento studiando la storia generale, la storia della letteratura e la storia dell'arte (cioè delle arti figurative); per passione personale anche interessandomi alla storia della musica. Ma il Rinascimento è stato tale anche nella scienza, molti sono i protagonisti in questo campo, e in certi casi questi coincidono con alcuni che conosciamo per meriti in tutt'altre discipline, come ad esempio succede per Piero della Francesca. D'altra parte stiamo parlando dell'uomo del Rinascimento e dei suoi mille interessi in tutte le direzioni del sapere, di persone come Leonardo, che a cinquant'anni aveva l'umiltà e la curiosità di farsi spiegare la matematica dall'amico Luca Pacioli. Però tutto questo, sebbene sia certamente un aspetto interessante e importante, non è normalmente coperto dagli studi "normali", quelli che costruiscono la nostra base comune di conoscenze condivise. La "normalità" dice che la scienza moderna (o addirittura la scienza tout court) nasce con Galileo.
2. I miei studi scientifici specialistici (quelli universitari) non hanno contemplato lo studio di storia della scienza. Infatti la recupero leggendo bei libri per conto mio.
Manco male tutto sommato. L'ignoranza, quando uno non ci si rotola sopra, crea delle condizioni di stupore e di meraviglia anche ad una certa età. Beata ignoranza.
E' evidente che la mia perplessità nel leggere una cosa del genere deriva da due semplici condizioni:
1. sono una persona di media cultura che molte delle sue conoscenze di base le ha costruite durante la scuola secondaria; attraverso di essa ho incontrato il Rinascimento studiando la storia generale, la storia della letteratura e la storia dell'arte (cioè delle arti figurative); per passione personale anche interessandomi alla storia della musica. Ma il Rinascimento è stato tale anche nella scienza, molti sono i protagonisti in questo campo, e in certi casi questi coincidono con alcuni che conosciamo per meriti in tutt'altre discipline, come ad esempio succede per Piero della Francesca. D'altra parte stiamo parlando dell'uomo del Rinascimento e dei suoi mille interessi in tutte le direzioni del sapere, di persone come Leonardo, che a cinquant'anni aveva l'umiltà e la curiosità di farsi spiegare la matematica dall'amico Luca Pacioli. Però tutto questo, sebbene sia certamente un aspetto interessante e importante, non è normalmente coperto dagli studi "normali", quelli che costruiscono la nostra base comune di conoscenze condivise. La "normalità" dice che la scienza moderna (o addirittura la scienza tout court) nasce con Galileo.
2. I miei studi scientifici specialistici (quelli universitari) non hanno contemplato lo studio di storia della scienza. Infatti la recupero leggendo bei libri per conto mio.
Manco male tutto sommato. L'ignoranza, quando uno non ci si rotola sopra, crea delle condizioni di stupore e di meraviglia anche ad una certa età. Beata ignoranza.
domenica 21 febbraio 2016
"Non ho tempo" (di perdere tempo)
Mio figlio sta facendo i compiti di matematica. Mi chiama per essere aiutato. Deve trasformare un numero decimale illimitato periodico in una frazione. Non ricorda la regola mnemonica che ha imparato a scuola. Io non la conosco proprio, dunque devo ragionarci sopra. Provo a coinvolgerlo nel ragionamento ma niente, vuole la regola. Trovo un modo per farlo ma non è la regola. Ad un certo punto, mentre parlo di questo con mia moglie (anche lei chiamata a rapporto e incuriosita dall'argomento), lui improvvisamente se la ricorda e comincia ad applicarla. Non ha più bisogno di noi. Io, lasciato in disparte, ho la curiosità di vedere come il mio metodo è equivalente al suo e rimango nei paraggi a ragionare con mia moglie. Lui, disinteressato e infastidito dalla discussione, stimolato dalla mamma (che come al solito non molla) risponde che "lui non ha tempo per ragionarci", deve fare troppi compiti.
Io penso che forse ha ragione, ha sempre troppe cose da fare e sempre meno tempo per pensare. Spesso mi sono rimproverato di essere un "teorico", cioè di aver pensato troppo e fatto poco. Però che cazzo, pure fare senza avere il tempo necessario per pensare a quello che si sta facendo non va bene. Più che altro ci vedo due pericoli. Il primo è quello di non avere il gusto di fare le cose, un gusto e una passione che secondo me si costruiscono solo "perdendo tempo". Il secondo è quello di imparare solo a gallaggiare costantemente in superficie, su qualunque argomento, qualunque questione, parlando e basta su tutto, spesso praticamente a vanvera.
Tutto ciò mi ricorda un po' quei giornalisti che scrivono sugli argomenti più disparati, inventando interpretazioni senza basi, senza verifiche, senza analisi. Giornalisti che poi cadono vittime dei pregiudizi più scemi e delle tante pseudo-notizie che girano in rete. Forse anche loro hanno sempre avuto troppe cose da fare e poco tempo per esercitarsi a pensare.
Io penso che forse ha ragione, ha sempre troppe cose da fare e sempre meno tempo per pensare. Spesso mi sono rimproverato di essere un "teorico", cioè di aver pensato troppo e fatto poco. Però che cazzo, pure fare senza avere il tempo necessario per pensare a quello che si sta facendo non va bene. Più che altro ci vedo due pericoli. Il primo è quello di non avere il gusto di fare le cose, un gusto e una passione che secondo me si costruiscono solo "perdendo tempo". Il secondo è quello di imparare solo a gallaggiare costantemente in superficie, su qualunque argomento, qualunque questione, parlando e basta su tutto, spesso praticamente a vanvera.
Tutto ciò mi ricorda un po' quei giornalisti che scrivono sugli argomenti più disparati, inventando interpretazioni senza basi, senza verifiche, senza analisi. Giornalisti che poi cadono vittime dei pregiudizi più scemi e delle tante pseudo-notizie che girano in rete. Forse anche loro hanno sempre avuto troppe cose da fare e poco tempo per esercitarsi a pensare.
domenica 14 febbraio 2016
Una scienza povera
Premessa: all'indomani dell'importante notizia della prima misura di un'onda gravitazionale, prevista dalla Relatività Generale e cercata per circa 70 anni, rilanciata da tutti i media e credo in buona parte subita perchè largamente non compresa dalla stragrande maggioranza delle persone, decido di pubblicare questo post che per vari motivi tenevo parcheggiato. Una buona occasione.
L'unica ricerca in fisica che esce dai laboratori e viene raccontata al grande pubblico è quella delle particelle elementari, delle interazioni fondamentali e dei grandi acceleratori di particelle. A seguire giusto un po' di astronomia, soprattutto quella fettina collegata alle imprese spaziali. Questo, sebbene comunichi il grande fascino degli argomenti (spesso incomprensibili), non comunica quasi mai secondo me l'importanza della ricerca scientifica come attività culturale direttamente collegata all'applicabilità delle conoscenze che essa produce e che spesso trasformano in modo profondo la società.
Il tema dell'unificazione delle forze dà un'immagine della scienza come quell'impresa della conoscenza, fuori da ogni contesto meramente pratico, volta a "capire il mondo", a costruire la famosa "teoria del tutto" che ci porterà a formulare i "principi ultimi" della natura. Ma chi li capisce questi principi ultimi? E come potranno essere utilizzati?
Sicuramente a quest'ultima domanda si può rispondere con le parole usate da Faraday quando William Gladstone, ministro della Finanze inglese, gli chiese quale utilizzo avrebbero potuto avere i suoi studi sull'elettricità: "One day, Sir, you may tax it!".
Però l'immagine di una scienza estrema che ci sovrasta con i suoi risultati incomprensibili e che al contempo per sua natura non può produrre nell'immediato nessuna tecnologia collegata è un'immagine un po' monca. L'utilizzo pratico delle conoscenze costruite con l'attività di ricerca scientifica è un fatto essenziale sia per l'effettivo progresso della società sia perchè contribuisce ad accendere un vero interesse nelle persone colte.
Ad essere onesti (e non troppo miopi) non è vero che la fisica degli acceleratori di particelle non produca conoscenze pratiche. Piuttosto lo fa come "effetto collaterale", come si capisce bene dalle parole del Prof. Luciano Maiani che nel passato è stato direttore del CERN: "Se è difficile ipotizzare applicazioni pratiche degli oggetti di questa ricerca [LHC], l'indagine dell'infinitamente piccolo è un obiettivo talmente complesso da richiedere lo sviluppo di tecnologie al limite delle conoscenze, e proprio queste tecnologie potranno essere utili alla società". Lo stesso discorso è altrettanto valido per la questione delle imprese spaziali, in barba a tutta quella tradizionale scia di critiche un po' fesse che vorrebbero dirottare i finanziamenti delle imprese spaziali a ricerche "più utili".
Ma si può anche rispondere dicendo semplicemente che l'attività di ricerca in fisica non si esaurisce con quello che passa sui principali media. Sarebbe bene evidenziare ogni tanto anche tutta quell'attività che non può per sua natura fare i titoli sui giornali ma la cui importanza è fondamentale soprattutto in relazione alla produzione di conoscenze subito utilizzabili. In un suo libro, dove racconta la sua carriera di fisico della materia, il Prof. Andrea Frova sottolinea questo fatto più volte, in particolare in questa frase: "Ma credo di aver indugiato anche troppo sui contenuti delle nostre ricerche romane, benché ne abbia ricordate solo una piccola parte: si tratta di una scienza, quella dei materiali, che non presenta l'altisonanza né dei grandi acceleratori di particelle, né delle esplorazioni spaziali proprie della astrofisica. Una scienza povera, una scienza in piccolo, che tuttavia in mezzo secolo ha rivoluzionato il mondo e, grazie alle sue poderose innovazioni tecnologiche, ha avuto ripercussioni in ogni altro campo del sapere"
La dialettica tra scienza e tecnologia, il loro feedback positivo come ben descritto nella frase di Andrea Frova, è un tutt'uno nel progresso della società. Le conoscenze sul mondo e la loro capacità di cambiare il nostro rapporto con esso vanno insieme e giustificano probabilmente tutta l'avventura della conoscenza.
L'unica ricerca in fisica che esce dai laboratori e viene raccontata al grande pubblico è quella delle particelle elementari, delle interazioni fondamentali e dei grandi acceleratori di particelle. A seguire giusto un po' di astronomia, soprattutto quella fettina collegata alle imprese spaziali. Questo, sebbene comunichi il grande fascino degli argomenti (spesso incomprensibili), non comunica quasi mai secondo me l'importanza della ricerca scientifica come attività culturale direttamente collegata all'applicabilità delle conoscenze che essa produce e che spesso trasformano in modo profondo la società.
Il tema dell'unificazione delle forze dà un'immagine della scienza come quell'impresa della conoscenza, fuori da ogni contesto meramente pratico, volta a "capire il mondo", a costruire la famosa "teoria del tutto" che ci porterà a formulare i "principi ultimi" della natura. Ma chi li capisce questi principi ultimi? E come potranno essere utilizzati?
Sicuramente a quest'ultima domanda si può rispondere con le parole usate da Faraday quando William Gladstone, ministro della Finanze inglese, gli chiese quale utilizzo avrebbero potuto avere i suoi studi sull'elettricità: "One day, Sir, you may tax it!".
Però l'immagine di una scienza estrema che ci sovrasta con i suoi risultati incomprensibili e che al contempo per sua natura non può produrre nell'immediato nessuna tecnologia collegata è un'immagine un po' monca. L'utilizzo pratico delle conoscenze costruite con l'attività di ricerca scientifica è un fatto essenziale sia per l'effettivo progresso della società sia perchè contribuisce ad accendere un vero interesse nelle persone colte.
Ad essere onesti (e non troppo miopi) non è vero che la fisica degli acceleratori di particelle non produca conoscenze pratiche. Piuttosto lo fa come "effetto collaterale", come si capisce bene dalle parole del Prof. Luciano Maiani che nel passato è stato direttore del CERN: "Se è difficile ipotizzare applicazioni pratiche degli oggetti di questa ricerca [LHC], l'indagine dell'infinitamente piccolo è un obiettivo talmente complesso da richiedere lo sviluppo di tecnologie al limite delle conoscenze, e proprio queste tecnologie potranno essere utili alla società". Lo stesso discorso è altrettanto valido per la questione delle imprese spaziali, in barba a tutta quella tradizionale scia di critiche un po' fesse che vorrebbero dirottare i finanziamenti delle imprese spaziali a ricerche "più utili".
Ma si può anche rispondere dicendo semplicemente che l'attività di ricerca in fisica non si esaurisce con quello che passa sui principali media. Sarebbe bene evidenziare ogni tanto anche tutta quell'attività che non può per sua natura fare i titoli sui giornali ma la cui importanza è fondamentale soprattutto in relazione alla produzione di conoscenze subito utilizzabili. In un suo libro, dove racconta la sua carriera di fisico della materia, il Prof. Andrea Frova sottolinea questo fatto più volte, in particolare in questa frase: "Ma credo di aver indugiato anche troppo sui contenuti delle nostre ricerche romane, benché ne abbia ricordate solo una piccola parte: si tratta di una scienza, quella dei materiali, che non presenta l'altisonanza né dei grandi acceleratori di particelle, né delle esplorazioni spaziali proprie della astrofisica. Una scienza povera, una scienza in piccolo, che tuttavia in mezzo secolo ha rivoluzionato il mondo e, grazie alle sue poderose innovazioni tecnologiche, ha avuto ripercussioni in ogni altro campo del sapere"
La dialettica tra scienza e tecnologia, il loro feedback positivo come ben descritto nella frase di Andrea Frova, è un tutt'uno nel progresso della società. Le conoscenze sul mondo e la loro capacità di cambiare il nostro rapporto con esso vanno insieme e giustificano probabilmente tutta l'avventura della conoscenza.
sabato 30 gennaio 2016
Familiae Naturalis Principia Mathematica
Non riesco neppure ad essere serio nel dire qualcosa sulla questione della legge Cirinnà, quella che dovrebbe finalmente anche in Italia garantire alle cosiddette unioni civili almeno un po' dei diritti di cui godono i matrimoni di derivazione cattolica definiti nella costituzione. E' sufficiente guardare il titolo del post per capirlo.
Eppure il titolo nella sua cretinaggine vuole sottolineare un punto per me importante: mi sembra che in questa questione dei matrimoni e dell'idea di famiglia ci sia sotto anche qualcosa che riguarda la scienza. Capisco che torno sempre sulle stesse cose ma sono sicuro che se nella nostra società fosse un po' più presente e diffusa la cultura scientifica questa roba da ridere non sarebbe per giorni e giorni su tutti i giornali, tv, social, ecc.
La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società. Qui il termine naturale è usato dagli oppositori della legge Cirinnà per indicare la famiglia composta da un papà (maschio) e da una mamma (femmina). La cosa più buffa è che suona come un grande principio della natura, e le intenzioni che suoni proprio così mi sembrano evidenti.
Un principio però, almeno nella sua accezione di termine scientifico (ma non fa mai male circoscrivere il significato dei termini anzichè renderli indeterminati spalmandoli su più significati) è un'ipotesi sul mondo ampiamente verificata in tutti i casi che l'esperienza (sempre limitata) ha consentito fino a questo momento. Si parte dall'osservazione di una nutrita schiera di fatti che per se stessi sono naturali, e se ne deduce un'affermazione generale, che successivamente continua a dover essere riscontrata ovunque le previsioni (e nuove esperienze) ci suggeriscano. E' vero, normalmente l'affermazione generale più che dedotta è immaginata (secondo i percorsi più strani, spesso ben lontani da una pura logica deduttiva) ma la sua importanza risiede sempre nella capacità di descrivere la natura. E se non lo fa bene può sempre essere corretta.
Il principio della famiglia naturale (chiamiamolo brevemente così) cade miseramente nel confronto con la realtà, e nella sua pretesa di descrivere la natura delle cose. La natura complessa della socialità umana è ben difficile da descrivere interamente attraverso il principio della famiglia naturale. Come ipotesi scientifica fa schifo, diciamocelo.
Il punto è evidentemente che chi parla del principio della famiglia naturale parte dal principio e non dall'osservazione della natura. Non è importante guardare la natura e provare a capirla, è importante stabilire a priori che cosa è "naturale". Questo si chiama pensiero dogmatico. Ovviamente si può pure impostare la propria vita sulla base di dogmi (che vengano da dottrine religiose o da qualcos'altro) ma non chiamarli esplicitamente con il loro nome e far passare l'idea (mai troppo esplicitata anche quella) che si stia parlando di principi della natura, e per questo evidenti non solo all'uomo di fede ma anche all'uomo razionale, rivela la volontà di mascherare i dogmi in maniera subdola con qualcosa di più morbido e digeribile, e universale. E' bene smascherare questo comportamento intellettualmente scorretto.
Eppure il titolo nella sua cretinaggine vuole sottolineare un punto per me importante: mi sembra che in questa questione dei matrimoni e dell'idea di famiglia ci sia sotto anche qualcosa che riguarda la scienza. Capisco che torno sempre sulle stesse cose ma sono sicuro che se nella nostra società fosse un po' più presente e diffusa la cultura scientifica questa roba da ridere non sarebbe per giorni e giorni su tutti i giornali, tv, social, ecc.
La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società. Qui il termine naturale è usato dagli oppositori della legge Cirinnà per indicare la famiglia composta da un papà (maschio) e da una mamma (femmina). La cosa più buffa è che suona come un grande principio della natura, e le intenzioni che suoni proprio così mi sembrano evidenti.
Un principio però, almeno nella sua accezione di termine scientifico (ma non fa mai male circoscrivere il significato dei termini anzichè renderli indeterminati spalmandoli su più significati) è un'ipotesi sul mondo ampiamente verificata in tutti i casi che l'esperienza (sempre limitata) ha consentito fino a questo momento. Si parte dall'osservazione di una nutrita schiera di fatti che per se stessi sono naturali, e se ne deduce un'affermazione generale, che successivamente continua a dover essere riscontrata ovunque le previsioni (e nuove esperienze) ci suggeriscano. E' vero, normalmente l'affermazione generale più che dedotta è immaginata (secondo i percorsi più strani, spesso ben lontani da una pura logica deduttiva) ma la sua importanza risiede sempre nella capacità di descrivere la natura. E se non lo fa bene può sempre essere corretta.
Il principio della famiglia naturale (chiamiamolo brevemente così) cade miseramente nel confronto con la realtà, e nella sua pretesa di descrivere la natura delle cose. La natura complessa della socialità umana è ben difficile da descrivere interamente attraverso il principio della famiglia naturale. Come ipotesi scientifica fa schifo, diciamocelo.
Il punto è evidentemente che chi parla del principio della famiglia naturale parte dal principio e non dall'osservazione della natura. Non è importante guardare la natura e provare a capirla, è importante stabilire a priori che cosa è "naturale". Questo si chiama pensiero dogmatico. Ovviamente si può pure impostare la propria vita sulla base di dogmi (che vengano da dottrine religiose o da qualcos'altro) ma non chiamarli esplicitamente con il loro nome e far passare l'idea (mai troppo esplicitata anche quella) che si stia parlando di principi della natura, e per questo evidenti non solo all'uomo di fede ma anche all'uomo razionale, rivela la volontà di mascherare i dogmi in maniera subdola con qualcosa di più morbido e digeribile, e universale. E' bene smascherare questo comportamento intellettualmente scorretto.
martedì 26 gennaio 2016
Scoperte
Mi pare di capire che verso i dodici anni si scoprono le volgarità, almeno quelle delle parolacce, dei gestacci e dei termini scurrili. Ad un genitore fa effetto. Il cambiamento è difficilmente digeribile, anche perché spesso queste volgarità sono ostentate. Niente di nuovo, abbiamo fatto lo stesso, più o meno alla stessa età e negli stessi modi. Però da fastidio. Ho la sensazione che un genitore non può far altro che accettare questa novità, magari cercando di contrastarla ogni volta che se ne presenta l'occasione, ma senza fare troppe battaglie di principio sulla buona educazione. Credo che sia una scoperta, e che in tal senso vada sperimentata. Devono sperimentare il linguaggio volgare per imparare a controllarlo. Spero.
mercoledì 6 gennaio 2016
Probabilità e intuito
La probabilità è un concetto che sembra scaturire dal buonsenso. In molti casi sembra un fatto quasi istintivo, che renderebbe superflua sia una sua precisa definizione sia una sua valutazione quantitativa. Spesso può sembrare sufficiente affermare con ragionevolezza che una certa cosa è più probabile di un'altra. Laplace, che contribuì molto alla formalizzazione del concetto di probabilità, diceva che "La teoria della probabilità non è in fondo che il buon senso ridotto a calcolo: essa fa apprezzare con precisione ciò che gli spiriti giusti sentono per una sorta di istinto, senza che essi possano, sovente, rendersene conto".
Poi però la probabilità ha degli aspetti che possono essere piuttosto controintuitivi. Un esempio classico che mostra quanto il concetto di probabilità possa essere scivoloso quando lo si maneggia è il cosiddetto Problema di Monty Hall. Si può formulare alla maniera seguente. E' un gioco a premi che consiste in tre scatole identiche. Il premio è contenuto in una sola scatola. Il concorrente è invitato a sceglierne una. Ad esempio sceglie la numero 1. Il conduttore del gioco (che sa qual è la scatola con il premio) apre una delle due scatole rimanenti (la numero 2 o la numero 3) e mostra che è vuota. A questo punto il conduttore dà al concorrente la possibilità di cambiare la scatola scelta (la 2 se il conduttore ha aperto la 3). La domanda è: cambiare la scatola scelta a questo punto del gioco conviene oppure è indifferente?
La risposta, non ovvia, è che conviene farlo in quanto raddoppia le probabilità di vincita (che passano da 1/3 a 2/3). La soluzione si ottiene costruendo l'albero di gioco che è strettamente legato alla sua dinamica, cioè al susseguirsi degli eventi. Infatti, se si fa intervenire un secondo giocatore mostrando la situazione al punto in cui il conduttore del gioco ha aperto una delle tre scatole questo giocatore avrà la possibilità di scegliere tra le due sole scatole rimanenti e la sua probabilità di vincita sarà comunque pari a 1/2. Questo succede perchè, come dice Marilyn vos Savant (la prima a risolvere il problema di Monty Hall) il secondo concorrente non gode del vantaggio che ha invece il primo concorrente: l'aiuto del conduttore. Se il premio è dentro la seconda scatola, il conduttore ti fa vedere la terza, se è dentro la terza, ti fa vedere la seconda. Quindi se cambi scatola vinci se il premio è dentro la seconda o la terza. Vinci in un caso o nell'altro! Se invece non cambi scatola, vinci soltanto se il premio è dentro la prima scatola. Un modo escogitato dalla Savant per recuperare un po' di intuito nel problema è quello di proporne una variante con un numero spropositato di scatole. Immaginate un milione di scatole. Voi scegliete la scatola numero 1 e a questo punto il conduttore, che sa cosa c'è dentro ogni scatola e non vuole farvi vincere, apre tutte le altre tranne la numero 777.777. Non esitereste un attimo a cambiare la scatola, vero?
Il nocciolo della questione messa in luce da questo problema è che la probabilità non va mai considerata come una proprietà connessa alle cose bensì alla quantità di informazioni che abbiamo su quelle cose. Se durante l'evolversi di un sistema vengono aggiunte informazioni su di esso le probabilità possono cambiare e con loro le decisioni da prendere. Da qualche parte ho letto che "La probabilità non si riferisce al sistema in sé, bensì alla conoscenza che si ha di questo sistema. La probabilità è la gestione oculata e razionale di questa ignoranza. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio".
Un altro esempio interessante è il Paradosso di Ellsberg. Si tratta di un test fatto ad un campione di persone. Queste vengono messe di fronte a due urne identiche. La prima contiene 100 palline di cui 50 rosse e 50 bianche. La seconda contiene sempre 100 palline ma la loro distribuzione in bianche e rosse non è nota e quindi potrebbe essere qualunque. Se si estrae una pallina rossa da una delle due urne a scelta si ottiene un premio. Si deve decidere tra 3 alternative:
1. scegliere di estrarre una pallina dalla prima urna;
2. scegliere di estrarre una pallina dalla seconda urna;
3. essere indifferenti alla scelta tra le due urne.
La maggior parte delle persone sottoposte al gioco sceglie l'alternativa 1. Il bello è che le stesse persone, sottoposte subito dopo allo stesso gioco in cui si ha esattamente la stessa cosa ma il premio viene dato se si estrae una pallina bianca, scelgono anche questa volta l'alternativa 1. La risposta corretta in termini di probabilità sarebbe in entrambi i casi la 3.
In questo test il punto messo in luce è che a livello psicologico si ha la sensazione di avere una maggiore informazione sulla prima urna. Di fatto è così, ma questa informazione non è rilevante ai fini della probabilità di estrarre una pallina rossa o bianca, o meglio non sbilancia la probabilità a favore dell'una o dell'altra, rendendo da questo punto di vista le due urne esattamente identiche. La sensazione psicologica è talmente forte che il partecipante fa un doppio errore, cioè sceglie di nuovo la prima urna quando si scambia la pallina rossa con la bianca. Questa cosa dovrebbe proprio suggerire che in realtà il problema è simmetrico e che quindi la scelta delle urne è indifferente, ma il partecipante non se ne accorge.
In entrambi questi esempi il concetto di probabilità non appare così intuitivo come sembrerebbe e va analizzato con attenzione se si vuole giungere alla corretta soluzione.
Poi però la probabilità ha degli aspetti che possono essere piuttosto controintuitivi. Un esempio classico che mostra quanto il concetto di probabilità possa essere scivoloso quando lo si maneggia è il cosiddetto Problema di Monty Hall. Si può formulare alla maniera seguente. E' un gioco a premi che consiste in tre scatole identiche. Il premio è contenuto in una sola scatola. Il concorrente è invitato a sceglierne una. Ad esempio sceglie la numero 1. Il conduttore del gioco (che sa qual è la scatola con il premio) apre una delle due scatole rimanenti (la numero 2 o la numero 3) e mostra che è vuota. A questo punto il conduttore dà al concorrente la possibilità di cambiare la scatola scelta (la 2 se il conduttore ha aperto la 3). La domanda è: cambiare la scatola scelta a questo punto del gioco conviene oppure è indifferente?
La risposta, non ovvia, è che conviene farlo in quanto raddoppia le probabilità di vincita (che passano da 1/3 a 2/3). La soluzione si ottiene costruendo l'albero di gioco che è strettamente legato alla sua dinamica, cioè al susseguirsi degli eventi. Infatti, se si fa intervenire un secondo giocatore mostrando la situazione al punto in cui il conduttore del gioco ha aperto una delle tre scatole questo giocatore avrà la possibilità di scegliere tra le due sole scatole rimanenti e la sua probabilità di vincita sarà comunque pari a 1/2. Questo succede perchè, come dice Marilyn vos Savant (la prima a risolvere il problema di Monty Hall) il secondo concorrente non gode del vantaggio che ha invece il primo concorrente: l'aiuto del conduttore. Se il premio è dentro la seconda scatola, il conduttore ti fa vedere la terza, se è dentro la terza, ti fa vedere la seconda. Quindi se cambi scatola vinci se il premio è dentro la seconda o la terza. Vinci in un caso o nell'altro! Se invece non cambi scatola, vinci soltanto se il premio è dentro la prima scatola. Un modo escogitato dalla Savant per recuperare un po' di intuito nel problema è quello di proporne una variante con un numero spropositato di scatole. Immaginate un milione di scatole. Voi scegliete la scatola numero 1 e a questo punto il conduttore, che sa cosa c'è dentro ogni scatola e non vuole farvi vincere, apre tutte le altre tranne la numero 777.777. Non esitereste un attimo a cambiare la scatola, vero?
Il nocciolo della questione messa in luce da questo problema è che la probabilità non va mai considerata come una proprietà connessa alle cose bensì alla quantità di informazioni che abbiamo su quelle cose. Se durante l'evolversi di un sistema vengono aggiunte informazioni su di esso le probabilità possono cambiare e con loro le decisioni da prendere. Da qualche parte ho letto che "La probabilità non si riferisce al sistema in sé, bensì alla conoscenza che si ha di questo sistema. La probabilità è la gestione oculata e razionale di questa ignoranza. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio".
Un altro esempio interessante è il Paradosso di Ellsberg. Si tratta di un test fatto ad un campione di persone. Queste vengono messe di fronte a due urne identiche. La prima contiene 100 palline di cui 50 rosse e 50 bianche. La seconda contiene sempre 100 palline ma la loro distribuzione in bianche e rosse non è nota e quindi potrebbe essere qualunque. Se si estrae una pallina rossa da una delle due urne a scelta si ottiene un premio. Si deve decidere tra 3 alternative:
1. scegliere di estrarre una pallina dalla prima urna;
2. scegliere di estrarre una pallina dalla seconda urna;
3. essere indifferenti alla scelta tra le due urne.
La maggior parte delle persone sottoposte al gioco sceglie l'alternativa 1. Il bello è che le stesse persone, sottoposte subito dopo allo stesso gioco in cui si ha esattamente la stessa cosa ma il premio viene dato se si estrae una pallina bianca, scelgono anche questa volta l'alternativa 1. La risposta corretta in termini di probabilità sarebbe in entrambi i casi la 3.
In questo test il punto messo in luce è che a livello psicologico si ha la sensazione di avere una maggiore informazione sulla prima urna. Di fatto è così, ma questa informazione non è rilevante ai fini della probabilità di estrarre una pallina rossa o bianca, o meglio non sbilancia la probabilità a favore dell'una o dell'altra, rendendo da questo punto di vista le due urne esattamente identiche. La sensazione psicologica è talmente forte che il partecipante fa un doppio errore, cioè sceglie di nuovo la prima urna quando si scambia la pallina rossa con la bianca. Questa cosa dovrebbe proprio suggerire che in realtà il problema è simmetrico e che quindi la scelta delle urne è indifferente, ma il partecipante non se ne accorge.
In entrambi questi esempi il concetto di probabilità non appare così intuitivo come sembrerebbe e va analizzato con attenzione se si vuole giungere alla corretta soluzione.
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