domenica 5 luglio 2026

Il bene comune

Sto leggendo l'ultima enciclica papale, Magnifica Humanitas. Il motivo è che tratta l'argomento dell'intelligenza artificiale, e sono curioso di capire come viene trattato l'argomento dalla Chiesa Cattolica, e forse anche di capire perché viene trattato. Non sono ancora arrivato al capitolo che parla di IA ma ho trovato una cosa interessante, e riguarda il concetto di bene comune descritto come possibile "fenomeno emergente" della società intesa come sistema complesso. Ovviamente nei capitoli dell'enciclica non è riportato esplicitamente in questi termini ma a me sembra di riconoscerlo tra le righe.

Tecnicamente un sistema complesso è costituito da tantissime unità interagenti. In un sistema del genere la singola unità può essa stessa avere una struttura complessa (cioè fatta di tante componenti e di tante caratteristiche) ma, ai fini della descrizione che ci interessa, questo livello di complessità del singolo viene ignorata e sostituita da un modello estremamente semplificato dove quello che conta sono solo gli aspetti che definiscono l'interazione del singolo con le altre unità del sistema. E' dalla natura di questa interazione che può nascere un comportamento collettivo tipico del sistema che stiamo osservando. In un post di qualche anno fa facevo l'esempio del cervello umano, costituito da tanti neuroni. Un neurone è una cellula che già di per se è un oggetto estremamente complesso, ma se ignoriamo questa sua complessità interna e ci concentriamo solo sul suo comportamento esterno, ovvero su come interagisce con altri neuroni, otteniamo un comportamento collettivo che produce il fenomeno dell'intelligenza. In fin dei conti questo che ho raccontato in modo estremamente semplificato è anche il principio architetturale in cui si sviluppano le reti neurali, i modelli più efficaci di intelligenza artificiale. 

Orbene, nella prima parte dell'enciclica di Leone XIV si richiamano alcuni principi della Dottrina Sociale della Chiesa (da Wikipedia: "La dottrina sociale della Chiesa Cattolica è l'insieme di principi, teorie, insegnamenti e direttive emanate dalla Chiesa Cattolica in relazione ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo"). Uno di questi è il bene comune. Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, così come viene spiegata nell'enciclica, il bene comune è un bene che appartiene a tutti, un bene condiviso. Non si lascia ridurre ad un semplice elenco di condizioni o di ostruzioni. Non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli, né con l'incrocio dei loro interessi particolari; è un bene più grande che si può costruire solo insieme. In questo senso possiamo dire che "il tutto è più delle parti" e che proprio per questo "la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità". Esso è frutto dell'interdipendenza. È un plus risultato dell'interazione e dell'influenza reciproca. Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l'esistenza di questo plus.

Sembra che la società umana sia trattata in modo molto simile ad un sistema complesso, richiamando gli stessi concetti generali e lo stesso linguaggio. Come in un sistema complesso anche in una società umana "il tutto è più della somma delle singole parti", il singolo (la singola unità del sistema) con i suoi interessi individuali (con la sua struttura interna) non è in grado di generare quel plus (quel comportamento collettivo) che possiamo chiamare "il bene comune". E' la "giusta interazione" tra gli elementi dell'insieme che produce questo bene comune. La Dottrina Socia della Chiesa cerca anche di spiegare le qualità di questa giusta interazione.

Forse ci ho ricamato un po' sopra ma mi è piaciuto leggere questo passaggio dell'enciclica.


martedì 30 giugno 2026

Linguaggio e conoscenza

Un mio amico sostiene la metafora che un LLM sia sostanzialmente paragonabile a "un amico bravo". Io non sono d'accordo. Un amico è una persona dotata di conoscenza che gli deriva dalla sua esperienza. Un LLM ha un'esperienza vastissima come quantità di dati acquisiti (molta di più di quella che potrebbe avere un qualsiasi amico bravo) ma estremamente limitata in quanto è solo simbolica, inoltre da questa esperienza non ricava nessun tipo di conoscenza. Dunque la metafora dell'amico bravo è quantomeno fuorviante.

Peraltro la metafora non tiene conto di un rischio molto importante nell'uso degli LLM, o quanto meno non lo mette in evidenza come secondo me sarebbe opportuno. Mi riferisco a quella passività (spesso inevitabile di fronte a uno molto più bravo di te) che può portare a non saper distinguere tra linguaggio fluente e conoscenza, ad assuefarsi a non distinguere tra una risposta ben formulata e una risposta fondata.

Indubbiamente il linguaggio è in grado di comunicare conoscenza ma non è sufficiente per fare conoscenza. E l'incapacità di ricostruire l'anello mancante tra linguaggio e conoscenza potrebbe essere la conseguenza di una pericolosa assuefazione agli LLM. Occorre sempre tener presente che il parlato degli LLM può essere facilmente scambiato per verità, mentre si tratta soltanto di produzione statistica di plausibilità. Se l'uso classico del motore di ricerca fornisce una serie di link che trattano in modi diversi l'argomento che si sta cercando e costringono ad un'analisi critica delle varie fonti trovate (basata sul confronto e su ulteriori approfondimenti) la risposta di un LLM tende ad essere spontaneamente acquisita così com'è.

Come scrive Walter Quattrociocchi "Gli LLM rendono molto più economica la produzione dei risultati e molto più costosa la loro validazione". Se si salta la validazione per pigrizia e per lo sforzo a cui ci obbliga, il processo di costruzione della conoscenza si arresta e ci lascia in mano solo una macchina che scrive cose che forse ad un certo punto neanche riusciremo più a comprendere.


domenica 21 giugno 2026

Divulgazione del pensiero scientifico, dai fatti ai processi

Non è un caso che la divulgazione scientifica mediamente di maggior successo è quella legata all'astronomia. Credo che la ragione risieda nel fatto che le cose di cui si occupa hanno un grande fascino per chiunque, direi addirittura un fascino fanciullesco, richiamano un senso di meraviglia tipica del bambino. Questo aspetto trainante ha anche un nome che più volte mi è capitato di sentire: "effetto wow!" (quando si guarda dall'oculare del telescopio). Questo effetto però non induce necessariamente un atteggiamento razionale. Ho notato che l'astronomia ha anche un secondo aspetto che "tira" molto sul pubblico dei curiosi, ed è quello degli aspetti tecnologici. Molte persone si avvicinano all'argomento dal lato dei dispositivi di osservazione, che sono da una parte sufficientemente sofisticati e dall'altra a portata di portafogli, sebbene questo approccio non garantisca un avvicinamento alla cultura scientifica. Anzi, tendo a pensare che, ad esempio, la fotografia astronomica da questo punto di vista possa addirittura rappresentare una trappola.

Non è detto quindi che tutto ciò fornisca il terreno per una buona divulgazione. Il rischio è sempre lo stesso, quello di presentare una collezione di oggetti spettacolari, di numeri "astronomici", e di fatti che rimangono sostanzialmente incomprensibili. E spesso paradossalmente è proprio questa incomprensibilità che alimenta il fascino degli argomenti trattati, un atteggiamento culturale che ha ben poco a che fare con quello scientifico. Lo sforzo essenziale nella divulgazione scientifica secondo me è quello di raccontare non i risultati, bensì i processi che sono stati necessari ad ottenerli, compresi gli errori, i ripensamenti e i contesti che li hanno prodotti. Una frase di Giorgio Parisi che ho letto nella sua prefazione ad un libro di Paolo Castorina (La "particella di Dio" e l'origine della massa), mi pare eloquente: " [...] se non vengono spiegati i passaggi intermedi, che differenza sostanziale c'è tra una particella che dà la massa a tutto l'universo e una bacchetta magica che trasforma una zucca in una carrozza?".

Scrivo questo con convinzione perché proprio oggi mi sono imbattuto in un articolo di Enrico Bucci che ritengo un ottimo esempio di divulgazione scientifica proprio perché segue la logica a cui ho appena accennato. L'argomento è l'estinzione dei dinosauri. La notizia è che questa estinzione è stata provocata dall'impatto di un grosso meteorite sulla terra. Ma questa è solo una notizia, è come dire che la particella di Higgs dà la massa a tutto l'universo. Quello che rende l'articolo interessante e un esempio eccellente di divulgazione è il fatto che la "notizia" in realtà viene presentata come una "ipotesi" su cui si è indotti a farsi la semplice (ma cruciale) domanda: "come si fa a sapere che l'estinzione è stata provocata dall'impatto di un meteorite?". Cioè, se faccio un'affermazione così importante, come posso trovare un modo per validarla? Il resto dell'articolo, anche piuttosto lungo, è il racconto (a portata di persona mediamente colta) di come si è arrivati a fare questa ipotesi e delle evidenze raccolte nel tempo da più ricercatori per corroborarla fino a renderla accettabile da parte della comunità scientifica internazionale. Da notare che non ho detto che l'ipotesi è "vera", termine troppo ambiguo per potere essere utilizzato in ambito scientifico senza riserve.


domenica 14 giugno 2026

Ideali e leggi della destra politica

Giorni fa mi è capitato di ascoltare un breve scambio tra Vannacci e un giornalista che lo intervistava. Vannacci se la prendeva con il giornalista (al solito) accusandolo di classificare il suo partito come destra estrema. Vannacci rivendicava semplicemente un'appartenenza alla destra politica, certamente fatta di sfumature e (ma questo non lo diceva) di posizioni più o meno estreme, come la sua. Per sostenere questo pensiero citava quelli che per lui erano ideali della destra tout-court: la "protezione di identità di popolo" e la "protezione della famiglia naturale". Questa sua affermazione tutto sommato mi trova d'accordo, nel senso che certi ideali probabilmente caratterizzano tutta la destra, almeno quella italiana, che poi ovviamente ha anche quelle degenerazioni e quegli estremismi di cui secondo me Vannacci si fa portavoce (mi riferisco per esempio al razzismo che spesso viene fuori più o meno esplicitamente dai suoi interventi).

La protezione di identità di popolo ha lo scopo di definire dei confini culturali e segna una differenza tra chi si aggrappa ad una idea di cultura rappresentativa del popolo e trova in questo feticcio la sua debole identità e chi è portatore/portatrice di differenze. La famiglia naturale usa il falso concetto di "naturale" per rafforzare un insieme di valori sulla famiglia che proprio per questo di naturale ovviamente non ha nulla. Questi valori segnano una differenza tra chi forma gruppi di vita in comune che si allineano su questi valori da chi non vuole o addirittura non può farlo. E' importante sottolineare che queste due posizioni, insieme a tante altre, determinano una visione politica generale molto precisa e di conseguenza un'azione politica che ha lo scopo di produrre leggi dello Stato. In sostanza queste due "protezioni" hanno l'effetto di generare delle disuguaglianze nella società attraverso la creazione di feticci ideologici, come l'identità di popolo e la famiglia naturale. 

Un esempio recentissimo di legge di destra molto tipica secondo me è quella del decreto Valditara sul consenso informato dei genitori per l'insegnamento nella scuola dell'educazione sessuo-affettiva. La cosa che colpisce di più di questo decreto, divenuto legge, è la sua potenziale capacità di generare disuguaglianze dietro una discutibile garanzia di libertà del cittadino (che in realtà coincide con il cittadino adulto e genitore, non certo con il cittadino bambino/a o ragazzo/a la cui libertà di accedere ad una educazione sessuale non mi pare neppure presa in considerazione). Vera Gheno in un suo post pubblico scrive che: "la legge Valditara renderà ancora più povere di strumenti le persone già provenienti da contesti socio-culturali disagiati".

Libertà del cittadino di difendere l'identità di popolo a cui appartiene, libertà di difendere la famiglia naturale, libertà dei genitori di decidere per l'educazione sessuo-affettiva dei propri figli. Ognuna di queste presunte libertà rischiano di produrre disuguaglianze, un rischio che le politiche di destra accettano sempre volentieri. Tra l'altro mi viene spontaneo chiamarle "presunte" libertà perché anche nel distribuire queste libertà la destra spesso segue una logica di disuguaglianza.

 

mercoledì 3 giugno 2026

Di economia, di calcio e di fica

Mio figlio (23 anni) lamenta che molti suoi coetanei maschi parlano continuamente di tre argomenti: l'economia, il calcio e la fica. Ora, sul calcio e sulla fica niente di nuovo, era vero anche per me ai miei tempi. L'economia però mi pare una novità di questa generazione. Noi non solo non ne parlavamo ma, complice la scuola, eravamo profondamente ignoranti di questi temi, e in buona parte siamo rimasti così, purtroppo.

Da un paio di domande però ho capito che l'economia di cui parlano questi ragazzi non è quella che bisognerebbe capire o almeno su cui bisognerebbe ragionare per capire come funziona la società (quindi mi sa che su questo hanno le nostre stesse ignoranze, ahimè). Quello di cui parlano evidentemente con grande interesse sono semplicemente quell'insieme di tecniche finanziarie più che economiche che servono per l'arricchimento personale scollegato dal lavoro. Ecco, qui mi ritrovo. Perché a me pare che la stessa cosa è successa ad una parte della mia generazione (l'altra parte mantiene un rapporto con l'economia come se si trattasse di una cosa brutta). Più esattamente quelli che si ritengono istruiti parlano di trading online, quelli con meno competenze e/o con una visione più fatalista della realtà, si rivolgono invece al gratta e vinci. E poi c'è chi fa sia l'uno che l'altro, forse perché intuiscono che le due cose non sono poi così differenti.

Rimane quindi intatta la mia delusione di stare in una società (me compreso) che tra le tante ignoranze ha pure questa, quella di non conoscere l'economia, di non avere uno degli strumenti concettuali più importanti per capire la società di cui facciamo parte. Una società che in buona parte non ha gli strumenti per capire sé stessa.


lunedì 25 maggio 2026

Sulla funzione storica del patriarcato

Un filmato visto oggi mostra un'intervista a delle bambine in età di scuole medie che dichiarano all'intervistatrice che non proseguiranno gli studi perché devono fare altro, occuparsi dei fratellini più piccoli, aiutare in casa, e un giorno si sposeranno e il marito penserà a guadagnare. E' per questo motivo che i ragazzi della loro famiglia continueranno invece a studiare, perché questo consentirà loro di imparare un mestiere e di sostenere economicamente tutta la famiglia. Il filmato è dei primi anni settanta, le bambine intervistate parlano di famiglie con 4-5 figli, probabilmente con situazioni economiche difficili, in cui prima possibile è utile stabilire dei ruoli, sacrificare qualcosa o qualcuno per misurare lo sforzo economico e lasciare a pochi la possibilità di studiare. Sono regole certamente non giuste ma chiare e utili, meglio se condivise. Dal filmato si intuisce che è un momento di transizione, in cui la maggior parte degli italiani sta uscendo da quel tipo di difficoltà economiche, altrimenti non ci sarebbe quell'intervistatrice che sta chiaramente indagando sul ruolo della donna nella società.

La famiglia non è un'istituzione naturale. Se così fosse non sarebbe necessario fare sforzi per mantenerla, e non sarebbe neanche un valore. Sarebbe come mangiare o dormire. Invece la famiglia è chiaramente un'unità sociale che ha necessità di essere preservata da chi la costruisce, e questo è esattamente la cosa che le dà valore. Proprio perché è difficile mantenerla, la famiglia ha bisogno di figure complementari, che hanno facilità nel compenetrarsi e nel creare un sistema chiuso e autosufficiente. Questo secondo me è proprio uno dei compiti del patriarcato, il quale non è altro che un modello culturale in cui all'uomo e alla donna si riconoscono dei ruoli ben precisi, più sono precisi e complementari più è probabile riuscire ad armonizzarli, a fare in modo che non ci siano confusioni, interferenze nei compiti. Credo che sia anche uno dei motivi per cui la cultura patriarcale, spesso in forme non dichiarate e coperte da ipocrisia, continua ad essere presente nella nostra società.


lunedì 18 maggio 2026

Ma ti piace?

Lo studio per sua natura è un'attività ludica. Poi, come tutte le attività impegnative, ha bisogno spesso di condizioni al contorno favorevoli: un insegnante bravo con cui si ha un buon rapporto, un libro scritto bene, un ambiente di studio adeguato; tutte condizioni che ti aiutano a costruirti degli obiettivi e a rendere l'attività piacevole. Il divertimento e il gusto rimangono le motivazioni fondamentali per imparare veramente.

Nicola Cabibbo è stato uno dei più importanti scienziati italiani del dopoguerra. Maestro del premio Nobel Giorgio Parisi e lui stesso premio Nobel ingiustamente mancato (vedi un mio vecchio post). Proprio il suo allievo Giorgio Parisi è solito ricordare una frase del suo maestro che restituisce la sua visione dell'attività scientifica e di ricerca come un gioco di pura curiosità guidata dal divertimento: «Perché dovremmo studiare questo problema se non ci divertiamo a risolverlo?»

Qualche giorno fa a lezione di piano jazz il mio maestro mi fa vedere come utilizzare opportunamente degli accordi particolari per aumentare le possibilità dell'improvvisazione. Io pur ammirando quello che fa mi mostro abbastanza sconsolato per la difficoltà di quello che mi sta suggerendo. Lui improvvisamente mi guarda e mi fa: «Lascia perdere la difficoltà. Ma ti piace?»

Si dice giustamente che la conoscenza è la nostra migliore strategia di sopravvivenza. Ma soddisfare la propria curiosità, divertirsi a capire, risolvere problemi, trovare nuovi modi per esprimersi, il divertimento che scaturisce da tutto ciò non è forse anche il miglior modo per vivere bene?


martedì 5 maggio 2026

I tacchi alti di Vallortigara

In un video su youtube Giorgio Vallortigara, neuroscienziato, fa una considerazione di quelle magari poco scientifiche (nel senso che non sono sottoposte a verifica) ma significative proprio dal punto di vista scientifico. Il neuroscienziato ad un certo punto si fa una domanda: per quale motivo le donne portano i tacchi alti? Questo è uno di quei casi in cui la cosa che sorprende di più è la domanda. Sorprende perchè si intuisce subito che non è facile farsela. Non è facile trasformare una "normalità" in una curiosità. Non è facile "vedere" quello che tipicamente "non si vede". Per spiegarmi meglio uso le parole di Schrödingher: "il compito non è tanto vedere ciò che nessuno ha ancora visto, quanto pensare ciò che nessuno ha ancora pensato su ciò che tutti vedono".

La risposta è divertente, e forse anche lei significativa dal punto di vista scientifico, almeno in senso antropologico o del comportamento umano istintivo. La camminata sui tacchi alti è inevitabilmente incerta, traballante e richiama un comportamento infantile. Questo, mettendo da parte i presunti motivi di eleganza, che sono sempre specifici della cultura che li elabora, induce meccanismi protettivi (ad esempio il braccio all'uomo, che certo non ha questi problemi di stabilità) e chiede atteggiamenti di cura. Esalta la fragilità della femmina e predispone al ruolo protettivo del maschio. Ovviamente anche questi sono il risultato di elaborazioni di una certa cultura.

Divertente, no? :-)


domenica 12 aprile 2026

Sistemi dinamici e fenomeni fortuiti

In natura si possono definire i sistemi dinamici come dei fenomeni che evolvono sotto una certa legge di evoluzione temporale, dove questa legge è determinata da un'ipotesi formulata con l'osservazione e la sperimentazione (esempio seminale: i fenomeni della meccanica classica).

L'evoluzione dei sistemi dinamici è tipicamente descritta dal punto di vista matematico da equazioni differenziali che presentano generalmente dei comportamenti deterministici, ovvero comportamenti univocamente determinati, tanto nel passato quanto nel futuro, dalla conoscenza di condizioni iniziali, cioè dei parametri fisici del moto ad un certo istante di tempo (tramite una misura fatta sul sistema).

Queste caratteristiche dei sistemi differenziali ci suggeriscono che nei sistemi dinamici "dagli stessi antecedenti seguono gli stessi conseguenti" (Maxwell). Il fatto che rende poco significativa questa affermazione (e di poca utilità pratica) è che in natura "gli stessi antecedenti non si ripresentano mai esattamente identici una seconda volta, nulla mai si ripete due volte" (Maxwell).

Potremmo però conservare una versione approssimata della affermazione rigorosa "a identiche cause identici effetti" sostituendola con "da antecedenti simili seguono conseguenti simili" (Maxwell). L'approccio approssimativo è tipico e spesso fecondo nella scienza. Il problema è che la frase rigorosa discende direttamente dai principi ricavati dall'osservazione, che si traducono nelle proprietà matematiche conseguenti, mentre la frase approssimata è di per sé una nuova assunzione, e non è detto che sia vera, deve essere anch'essa sperimentata, misurata, verificata.

Pierre Duhem in un suo saggio del 1906 (La teoria fisica) specifica che a suo parere la matematica utile alla fisica è la matematica del pressappoco. Riporto per intero questa sua considerazione perché è troppo interessante: "Una deduzione matematica non è utile al fisico fintantoché essa si limita ad affermare che una proposizione, rigorosamente vera, ha come conseguenza l'esattezza rigorosa di un'altra. Per poter essere utile al fisico, occorre ancora dimostrargli che la seconda proposizione rimane pressappoco esatta quando la prima è solo pressappoco vera. E con ciò non basta ancora. Occorre delimitargli l'ampiezza dei due pressappoco; occorre fissargli i limiti dell'errore che può essere commesso sul risultato quando si conosca il grado di precisione dei metodi utilizzati nella misura dei dati; occorre definirgli il grado di incertezza che si potrà accordare ai dati quando si vorrà conoscere il risultato con una data approssimazione (...). A queste condizioni, ma solo a queste, si avrà una rappresentazione matematica del pressappoco. Ma non cadiamo in errore: la matematica del pressappoco non è una forma più semplice e grossolana della matematica; ne è invece una forma più completa e raffinata; essa esige la soluzione di problemi a volte molto difficili, a volte trascendenti i metodi di cui dispone l'algebra attuale".

L'esperienza scientifica raccolta fino a questo momento ci dice che l'assunzione approssimata è verificata solo in un sottoinsieme limitato di sistemi dinamici (quelli lineari), per tutti gli altri le cose vanno in maniera ben più complessa. Può succedere ad esempio che "piccole differenze nelle condizioni iniziali generino delle differenze grandissime nei fenomeni finali" (Poincaré). In tali casi l'assunzione approssimata è del tutto disattesa. Avere una conoscenza approssimata dell'inizio dell'evoluzione potrebbe significare non avere più idea dello stato del sistema su tempi lunghi. Non è possibile in tali casi formulare una matematica del pressappoco.

È chiaro che la falsità verificata di questa assunzione porta ad una sostanziale incapacità previsionale nell'evoluzione dei sistemi dinamici (e quindi di tutti i fenomeni naturali descrivibili come tali). Anche se conoscessimo la forma esatta di tutte le leggi che presiedono ad un qualche fenomeno, è evidente che avremo sempre una conoscenza approssimata dello stato iniziale. Se ciò (e in alcuni casi è possibile) ci assicura una conoscenza degli stati successivi con la stessa approssimazione, abbiamo una previsione utile e sostanzialmente corretta a tutti i tempi, ma se così non è, cioè se l'approssimazione dello stato iniziale si amplifica in modo incontrollato, siamo praticamente di fronte ad un fenomeno fortuito.

Strano e affascinante che lo studio dei sistemi dinamici, cominciato con Newton e con un solido concetto di determinismo corroborato dai risultati matematici, sia sfociato in tempi moderni alla constatazione che in moltissimi casi le evoluzioni in linea di principio sempre deterministiche non si distinguono da fenomeni casuali.


lunedì 6 aprile 2026

Ingegneria e patriarcato

Le due parole che danno il titolo a questo post non sembrano avere niente a che fare l'una con l'altra, e forse è proprio così. Quello che mi gira in testa e che spiego nelle righe successive con un'analogia un po' fantasiosa ha però un qualche senso (forse).

Capisco che gli umanisti tendano a non dare valore culturale alla tecnologia, in fondo lo fanno per una loro ignoranza. Mi sorprende molto l'osservare che spesso la stessa cosa valga per gli ingegneri. È un po' come il patriarcato, che si sostiene non tanto e non solo per le abitudini culturali degli uomini ma soprattutto per quelle delle donne. Come le donne si sono abituate a stare un passo indietro nella società patriarcale gli ingegneri si sono abituati a stare un passo indietro nella società a cultura umanistica.

Dennis Richie* è stato ricordato come una persona a cui non piaceva tanto parlare di tecnologia quanto di farla. Questo è vero anche per tanti personaggi di estrazione umanistica. La differenza è che nella cultura umanistica e nella sua diffusione capillare, accanto a uomini propensi a fare ce ne sono altrettanti che diffondono i valori della disciplina parlandone, analizzandola, criticandola. Questo ultimo comportamento è molto più raro nella tecnologia.

Certe volte penso che la cultura non consista solo nel fare le cose ma anche nel raccontarle. Le narrazioni sono un aspetto molto più importante di quanto non sembri a prima vista, e lo sono soprattutto per costruire una comunità partecipe attorno alle cose che vengono fatte, per creare valore attorno alle cose.

In questo gli umanisti sono molto più bravi, forse perché le narrazioni fanno spesso parte del loro mestiere. Gli ingegneri, poverini, non sono mai stati abituati né a parlare né a scrivere, e il risultato è il paradosso che la cultura tecnologica, così tipica dell'uomo e così fondamentale per la sua sopravvivenza e per il suo stare al mondo, è percepita come una cultura di secondo piano. Questo è talmente scontato che anche chi si occupa di tecnologia sotto sotto la pensa allo stesso modo, tanto che se deve mostrare di avere una cultura si rivolge all'arte, alla letteratura, alla storia, alla musica, ecc.

* Dennis Ritchie (1941 – 2011) è stato un informatico statunitense. È stato uno dei pionieri dell'informatica moderna, importante per essere stato l'inventore del linguaggio C e, assieme al suo storico collega Ken Thompson, per aver scritto il sistema operativo Unix (fonte: Wikipedia). All'indomani della sua morte ne scrissi in questo post.


giovedì 2 aprile 2026

Consulenti freelance

Oggi ho avuto un episodio negativo con un cosiddetto "consulente freelance". Ovviamente le generalizzazioni non hanno senso e non sono corrette, ma vorrei, in relazione ad una parte della mia esperienza lavorativa, catalogare un certo tipo di lavoratori con un atteggiamento che è esattamente l'opposto di quello con cui mi piacerebbe avere a che fare. E per di più certe volte questo atteggiamento sembrerebbe essere valorizzato in certe occasioni, almeno professionalmente se non umanamente. Forse si valorizza la competenza, e allora spesso, anche se non sempre, lo si fa con ragione. Ma il mio punto di vista sul lavoro non può prescindere da un giusto bilanciamento tra l'aspetto professionale e quello umano.

Anni fa volevo fare quattro chiacchiere con un consulente per scambiare pareri su certe tecnologie e ottenere qualche informazione utile su cose che conoscevo poco. Nel giro di pochi minuti la chiacchierata si è tramutata in una sorta di "lezione" che il consulente si è auto-incaricato di farmi, senza alcun interesse a scambiare esperienze. Durante questo sproloquio passa casualmente un manager dell'azienda per cui lavoravo e il buon consulente, facendo lo spiritoso (non poteva permettersi un atteggiamento serio altrimenti credo proprio che lo avrebbe fatto), dichiara che per quel giorno aveva fatto "gli straordinari" e che la mia azienda avrebbe dovuto pagarglieli (ma ovviamente si trattava di uno scherzo, perché lui era troppo buono e queste cose le faceva "anche" gratis). Va da sé che non ho più tentato scambi professionali con una persona del genere.

Conoscevo un consulente molto bravo che mi stupiva sempre quando mi chiedeva quante persone conoscevo che facevano il nostro stesso lavoro (insegnavamo un certo tipo di tecnologie informatiche). Io mi limitavo a parlargli di quei due o tre con cui avevo avuto saltuariamente dei rapporti, lui li conosceva tutti (in Italia e alcuni anche all'estero), ma non come colleghi o come persone, bensì come concorrenti. E io ero uno tra questi, era abbastanza evidente.

Oggi un consulente ha scritto una email in risposta ad una mia richiesta che, forse anche in parte non volendo, gettava un po' di merda sul mio lavoro e su quello di alcuni miei colleghi, al solo scopo di allontanare tutte le sue possibili responsabilità. Contemporaneamente pensava di dover dare dei suggerimenti su cose che non potevano essere di sua competenza e trovava anche il modo di sottolineare la "concessione" di questo servizio di "consulenza gratuita". Inqualificabile.

Il "consulente freelance" tipico della mia esperienza ha due aspetti che sicuramente non incontrano il mio gusto personale ma in fondo credo che non siano nemmeno utili a qualsiasi insieme di lavoratori, che sia un piccolo team di lavoro come un'intera azienda. Il primo è l'attenzione a pararsi il culo che vince qualsiasi necessità di collaborazione, il secondo è la tendenza a farsi pagare qualsiasi scoreggia.


domenica 29 marzo 2026

Entropia e creatività negli LLM

Qualche tempo fa ho scritto un post che associava la temperatura, un parmetro che può essere variato all'interno di un LLM e ne aumenta il grado di casualità nella scelta dei token più probabili, alla creatività, allargando il discorso ad altro, come i sistemi termodinamici e l'evoluzione biologica. Recentemente ho letto un articolo che riporta dei risultati di uno studio che mette a confronto l'intelligenza umana e quella artificiale dal punto di vista della cosiddetta "creatività divergente" ("A large-scale comparison of divergent creativity in humans and large language models").

NOTA 1: La creatività divergente è l'abilità di generare soluzioni originali per problemi aperti, espandendo il pensiero in direzioni diverse (il motore che permette di esplorare nuovi territori). Al contrario, la creatività convergente è l'abilità di formare associazioni e trovare collegamenti tra concetti o parole apparentemente distanti o contrapposti (la bussola che permette di unire i punti).

L'articolo, difficile da leggere quando racconta i metodi utilizzati per indagare l'argomento, è però abbastanza semplice (mi pare) nelle sue conclusioni, che mettono in risalto due cose, la prima è che gli esseri umani mantengono un vantaggio significativo nella varietà dell'uso del vocabolario, cioè dimostrano una capacità superiore di generare un repertorio più ampio di risposte uniche e variegate, al contrario delle IA che tendono a ripetere gli stessi termini. La seconda è che se si tenta di aumentare la "creatività" dell'intelligenza artificiale, aumentandone la "temperatura" (secondo l'idea riportata nel mio post precedente), si tende ad ottenere degli output privi di senso. Questo probabilmente perché l'IA si basa esclusivamente sulla manipolazione statistica, mentre la creatività umana emerge da un intreccio di esperienze vissute, contesti emotivi e comprensione semantica.

Riallacciandomi alle considerazioni del mio post precedente in cui parlavo del meccanismo con cui la natura indubbiamente risulta essere creativa, mi pare che nel caso dell'IA la cosiddetta "temperatura" risulta essere solo un meccanismo di generazione di casualità che non può essere sufficiente ad esprimere creatività. Evidentemente la creatività, come nel caso dell'evoluzione, ha bisogno sia di esplorare nuove possibilità sondandole casualmente sia di metterle alla prova in un'esperienza reale e non solamente testando la sua plausibilità statistica. All'IA, in particolare ad un LLM, manca la capacità di fare esperienza del mondo reale. Almeno per il momento.

L'articolo è stato anche commentato su Facebook da Walter Quattrociocchi: «Gli autori provano a “spingere” i modelli. Aumentano la temperatura, li istruiscono a essere creativi, li invitano a usare l’immaginazione, a massimizzare l’originalità. Il risultato è sempre lo stesso schema: inizialmente il punteggio sale, poi il sistema deraglia. Compaiono parole senza senso, combinazioni spurie, rumore linguistico. La diversità cresce, ma il significato si dissolve. È un aumento di entropia, non di creatività».

NOTA 2: nella nota precedente ho suggerito forse l'idea che in fondo lo studio fatto e riportato sull'articolo sia approdato a risultati che potevano essere intuiti molto facilmente e che, col senno di poi, potrebbero essere considerati scontati. Ecco, è importante sottolineare l'espressione "col senno di poi". Per costruire conoscenza è spesso necessario e sempre molto importante "verificare" le cose intuitive attraverso misure precise fatte sulla realtà, perché dovrebbe essere sempre molto ben presente il fatto che l'intuizione può portare a pensieri scollegati dalla realtà e può essere fonte di bias cognitivi. L'intuizione da sola non è mai da considerare sufficiente nel processo di costruzione della conoscenza. Quindi l'articolo in questione, sebbene possa far pensare di "scoprire l'acqua calda" è il risultato di un lavoro concettualmente molto importante.


sabato 14 marzo 2026

Liceo Classico

In questi giorni è uscita una statistica che rivela e conferma un calo costante di iscritti al liceo classico. Questa cosa viene letta da molti come un grave problema della cultura italiana e collegato alle statistiche che vedono aumentare il cosiddetto analfabetismo funzionale.

Vorrei dire che quando si parla di analfabetismo funzionale vengono misurati due aspetti entrambi importanti, che nel linguaggio anglosassone vengono chiamati "literacy" e "numeracy". Secondo me nei decenni precedenti la scuola italiana ha sfornato una classe dirigente tutta formata con il liceo classico, che si permetteva (anche con un certo snobismo) di dire che non sapeva niente di matematica. Sarebbe importante sottolineare che nella società attuale (ma anche in quella passata) questo significa semplicemente autodenunciarsi come analfabeti funzionali.

Io sono un progressista, penso che il liceo classico sia un'ottima scuola ma non per questo deve rimanere cristallizzata per i prossimi centocinquant'anni. La scuola va riformata, ed è necessario farlo prima di tutto superando atteggiamenti conservatori che considerano il liceo classico "sacro e inviolabile".


domenica 15 febbraio 2026

Il controllo elettronico

Tempo fa un podcast di lettura dei giornali parlava, manco a dirlo, di femminicidi. La cosa interessante era il fatto che tra le ragioni che venivano individuate in queste "anomalie" di comportamento interpersonale e affettivo (chiamiamole così) c'era il controllo dell'altro e, in particolare, le nuove forme di controllo elettronico che possono essere utilizzate.

E' una cosa a cui non avevo pensato, o non l'avevo focalizzata bene, però effettivamente i nuovi strumenti tecnologici permettono delle pratiche di controllo sulle persone che possono rendere tossici i rapporti sociali, un po' a tutti i livelli. L'utilizzo di social può trasformarsi in un controllo capillare dei comportamenti dell'altro, la geolocalizzazione (che pare essere molto utilizzata) è un'altra forma ossessiva che rassicura sia il controllante che il controllato ma finisce per essere una forma degenerata delle relazioni interpersonali.

Forse una parte della colpa è anche dei genitori e del loro comprensibile bisogno di mettere sotto protezione i figli e di ricevere rassicurazioni dai nuovi strumenti a disposizione.

Ma i rapporti sociali SANI, di qualsiasi tipo e a qualsiasi livello, devono basarsi necessariamente sulla LIBERTA' e sulla FIDUCIA, non può essere altrimenti. Le forme di controllo minano questa libertà, e sebbene inizialmente possano essere percepite positivamente, alla lunga diventano delle perversioni. Anche da queste cose, che forse vengono sottovalutate, può esercitarsi un residuo di cultura patriarcale inquinante e pericolosa.


domenica 11 gennaio 2026

La ricompensa

Succede che mio figlio si laurea e io non gli faccio nessun regalo. Già qualche anno fa scrissi un post su questo argomento. Nel post citavo l'episodio di Perelman che per me rimane un esempio, certamente ben poco imitabile da chiunque (me compreso). La sua frase ("Se la dimostrazione è corretta, allora non c’è bisogno di altri riconoscimenti") è al tempo stesso una critica coraggiosa ai meccanismi di ricompensa economica come fine ultimo di tutte le attività umane, e l'indicazione di come le proprie azioni possano essere invece mosse da obiettivi interni al proprio operare. Un gesto di ribellione verso un mondo che misura tutto con il denaro, che non riconosce altre motivazioni, che scredita il valore delle cose che si fanno subordinandole ad una ricompensa fuori contesto e alla fine sempre di natura economica. Un gesto a suo modo rivoluzionario.

Osservo un aspetto curioso del nostro tipico modo di pensare: se la rinuncia alle ricchezze viene da un personaggio all'interno di un ambito religioso, questa è accettata e riconosciuto come un valore, a chi la compie gli si riconosce spesso anche uno stato di Santità. Se la stessa rinuncia viene fatta al di fuori dell'ambito religioso, tipicamente viene considerata una sciocchezza, e chi la compie rischia di essere deriso. Perché? Evidentemente gioca sempre un ruolo importante il meccanismo di ricompensa. Il comportamento di Santità ha una ricompensa su un piano che trascende il mondo, ma sempre di ricompensa si tratta. Se lo stesso comportamento avviene in ambito laico la ricompensa inevitabilmente scompare (o comunque non viene considerata), e lo scopo dell'azione è tutto interno all'azione stessa ("Se la dimostrazione è corretta ...").

In generale mi pare che non si esca dalla logica della ricompensa, materiale o spirituale. Ma in fondo che differenza c'è? Cosa c'è di più "materiale" della vita eterna?

NOTA: magari se si indaga un po' non è esattamente vero che molte religioni suggeriscono questo meccanismo, ma secondo me questo è senz'altro il meccanismo della maggior parte delle persone che più o meno consapevolmente usano la loro fede in maniera strumentale. Che poi, rovesciando il discorso, è proprio questo meccanismo che ha consentito e consente l'uso strumentale della fede da parte di istituzioni di potere.


sabato 3 gennaio 2026

Una necessità biologica

Ultimamente ho avuto modo di constatare (o solo di avere una mia impressione) che ci sono persone che applicano un buon livello di razionalità in molti argomenti della vita quotidiana (attenzione alla logica, ragionamenti sui dati, riscontri su osservazioni di situazioni reali, verifiche, ecc.). Queste stesse persone però in alcuni ambiti sembrano abbandonare questa razionalità, più o meno consapevolmente, per favorire un atteggiamento "accogliente" verso qualsiasi affermazione, giustificato dalla volontà di coltivare il dubbio, motore della conoscenza. Peccato che nel coltivare questo dubbio perdono la capacità di analizzare le affermazioni e di categorizzarle in buone, meno buone e irricevibili, sulla base di considerazioni logiche, razionali e di aderenza alla realtà (mi viene sempre in mente la famosa "teiera di Russel"). Il risultato è che molte affermazioni vengono poste sostanzialmente sullo stesso piano e ricevono la stessa dignità, quindi la stessa necessità di metterle alla prova. Ricevono lo stesso beneficio del dubbio. Queste stesse persone secondo me non cadrebbero mai in questo errore all'interno delle loro professioni, dove sono sicuramente in grado di distinguere un'affermazione degna di attenzione da una semplice sciocchezza immediatamente ignorabile.

E' chiaro che a segnare questo limite è la nostra conoscenza. Dove questa è carente è più difficile per noi distinguere tra un'affermazione interessante e una evidente falsità. Però ci dovrebbe essere anche una questione di metodo, unita ad un certo pudore nell'esprimere pareri netti dove non abbiamo mezzi sufficienti. La conoscenza è un patrimonio collettivo ma è anche vero che a portarla avanti in qualsiasi campo sono una minoranza di specialisti a cui inevitabilmente va riposta una certa fiducia. Attenzione, non fiducia nel singolo, fiducia in una comunità, per quanto ristretta rispetto alla società intera.

L'atteggiamento di cui parlo non riguarda tutti gli ambiti del sapere, almeno non mi sembra, investe invece soprattutto il pensiero scientifico inteso come riflessione razionale sulla natura. Ho il sospetto che sia sempre più evidente un rifiuto inconscio di questa razionalità sul mondo naturale che lascia il posto ad un desiderio ancestrale di irrazionalità, quella che per tutta la nostra storia ha alimentato il mondo del trascendente, espresso nelle forme più disparate ma sempre presenti nella nostra evoluzione di esseri pensanti, e che gioca evidentemente una parte tanto importante nella nostra vita. Lo schiacciamento inevitabile che il pensiero razionale sulla natura applica a questo aspetto del nostro inconscio genera atteggiamenti schizofrenici, un misto di scienza e misticismo, dove tutto deve essere messo in discussione perché anche il soprannaturale abbia il suo posto e giochi il suo ruolo nella natura.

Secondo Eugene Wigner anche Jancsi (John Von Neumann) alla fine della sua vita faceva considerazioni simili (dal libro Maniac). Jancsi aveva vissuto una vita all'insegna di un approccio più che razionale, qualcuno lo definisce un approcio "pan-matematico". Ma durante la sua malattia che lo porterà in breve alla morte fa delle considerazioni sulla natura umana e sul mondo che per lui sono del tutto insolite e che io ritrovo in parte nelle osservazioni che ho appena fatto.

Wigner scrive: "«Gli dèi sono una necessità biologica, intrinseca alla nostra specie come il linguaggio o i pollici opponibili». Secondo lui, la fede aveva garantito ai popoli primordiali una fonte di forza, potere e significato che all’uomo moderno mancava completamente; ed era a questa mancanza, a questa perdita profonda, che ora la scienza doveva dedicarsi". Aggiungo che non si capisce bene in che senso la scienza si dovrebbe dedicare a questa perdita profonda, sebbene forse questa perdita effettivamente c'è.

Wigner prosegue: "Jancsi pensava che, se intendeva sopravvivere al Novecento, la nostra specie avrebbe dovuto colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa degli dèi, e la sola e unica candidata a riuscire in questa strana trasformazione esoterica era la tecnologia: la nostra conoscenza tecnica in continua espansione era l’unica cosa che ci distinguesse dai nostri progenitori, dato che in fatto di etica, filosofia e pensiero generale non eravamo meglio (anzi, eravamo molto, molto peggio) dei greci, ...". E ancora: "La civiltà era progredita a un punto tale che le vicissitudini della nostra specie non potevano più restare affidate alle nostre stesse mani; avevamo bisogno di qualcosa d’altro, di qualcosa di più". Chissà se la nostra rivoluzione digitale attuale, ora in impennata con le nuove tecnologie AI, avrebbe risposto positivamente alle preoccupazioni di Jancsi.

Forse John Von Neumann, in quel momento drammatico della sua vita, aveva intuito un problema serio, suo e dell'umanità.