mercoledì 3 giugno 2026

Di economia, di calcio e di fica

Mio figlio (23 anni) lamenta che molti suoi coetanei maschi parlano continuamente di tre argomenti: l'economia, il calcio e la fica. Ora, sul calcio e sulla fica niente di nuovo, era vero anche per me ai miei tempi. L'economia però mi pare una novità di questa generazione. Noi non solo non ne parlavamo ma, complice la scuola, eravamo profondamente ignoranti di questi temi, e in buona parte siamo rimasti così, purtroppo.

Da un paio di domande però ho capito che l'economia di cui parlano questi ragazzi non è quella che bisognerebbe capire o almeno su cui bisognerebbe ragionare per capire come funziona la società (quindi mi sa che su questo hanno le nostre stesse ignoranze, ahimè). Quello di cui parlano evidentemente con grande interesse sono semplicemente quell'insieme di tecniche finanziarie più che economiche che servono per l'arricchimento personale scollegato dal lavoro. Ecco, qui mi ritrovo. Perché a me pare che la stessa cosa è successa ad una parte della mia generazione (l'altra parte mantiene un rapporto con l'economia come se si trattasse di una cosa brutta). Più esattamente quelli che si ritengono istruiti parlano di trading online, quelli con meno competenze  e/o con una visione più fatalista della realtà, si rivolgono invece al gratta e vinci. E poi c'è chi fa sia l'uno che l'altro, forse perché intuiscono che le due cose non sono poi così differenti.

Rimane quindi intatta la mia delusione di stare in una società (me compreso) che tra le tante ignoranze ha pure questa, quella di non conoscere l'economia, di non avere uno degli strumenti concettuali più importanti per capire la società di cui facciamo parte. Una società che in buona parte non ha gli strumenti per capire sé stessa.


lunedì 25 maggio 2026

Sulla funzionalità storica del patriarcato

Un filmato visto oggi mostra un'intervista a delle bambine in età di scuole medie che dichiarano all'intervistatrice che non proseguiranno gli studi perché devono fare altro, occuparsi dei fratellini più piccoli, aiutare in casa, e un giorno si sposeranno e il marito penserà a guadagnare. E' per questo motivo che i ragazzi della loro famiglia continueranno invece a studiare, perché questo consentirà loro di imparare un mestiere e di sostenere economicamente tutta la famiglia. Il filmato è dei primi anni settanta, le bambine intervistate parlano di famiglie con 4-5 figli, probabilmente con situazioni economiche difficili, in cui prima possibile è utile stabilire dei ruoli, sacrificare qualcosa o qualcuno per misurare lo sforzo economico e lasciare a pochi la possibilità di studiare. Sono regole certamente non giuste ma chiare e utili, meglio se condivise. Dal filmato si intuisce che è un momento di transizione, in cui la maggior parte degli italiani sta uscendo da quel tipo di difficoltà economiche, altrimenti non ci sarebbe quell'intervistatrice che sta chiaramente indagando sul ruolo della donna nella società.

La famiglia non è un'istituzione naturale. Se così fosse non sarebbe necessario fare sforzi per mantenerla, e non sarebbe neanche un valore. Sarebbe come mangiare o dormire. Invece la famiglia è chiaramente un'unità sociale che ha necessità di essere preservata da chi la costruisce, e questo è esattamente la cosa che le dà valore. Proprio perché è difficile mantenerla, la famiglia ha bisogno di figure complementari, che hanno facilità nel compenetrarsi e nel creare un sistema chiuso e autosufficiente. Questo secondo me è proprio uno dei compiti del patriarcato, il quale non è altro che un modello culturale in cui all'uomo e alla donna si riconoscono dei ruoli ben precisi, più sono precisi e complementari più è probabile riuscire ad armonizzarli, a fare in modo che non ci siano confusioni, interferenze nei compiti. Credo che sia anche uno dei motivi per cui la cultura patriarcale, spesso in forme non dichiarate e coperte da ipocrisia, continua ad essere presente nella nostra società.


lunedì 18 maggio 2026

Ma ti piace?

Lo studio per sua natura è un'attività ludica. Poi, come tutte le attività impegnative, ha bisogno spesso di condizioni al contorno favorevoli: un insegnante bravo con cui si ha un buon rapporto, un libro scritto bene, un ambiente di studio adeguato; tutte condizioni che ti aiutano a costruirti degli obiettivi e a rendere l'attività piacevole. Il divertimento e il gusto rimangono le motivazioni fondamentali per imparare veramente.

Nicola Cabibbo è stato uno dei più importanti scienziati italiani del dopoguerra. Maestro del premio Nobel Giorgio Parisi e lui stesso premio Nobel ingiustamente mancato (vedi un mio vecchio post). Proprio il suo allievo Giorgio Parisi è solito ricordare una frase del suo maestro che restituisce la sua visione dell'attività scientifica e di ricerca come un gioco di pura curiosità guidata dal divertimento: «Perché dovremmo studiare questo problema se non ci divertiamo a risolverlo?»

Qualche giorno fa a lezione di piano jazz il mio maestro mi fa vedere come utilizzare opportunamente degli accordi particolari per aumentare le possibilità dell'improvvisazione. Io pur ammirando quello che fa mi mostro abbastanza sconsolato per la difficoltà di quello che mi sta suggerendo. Lui improvvisamente mi guarda e mi fa: «Lascia perdere la difficoltà. Ma ti piace?»

Si dice giustamente che la conoscenza è la nostra migliore strategia di sopravvivenza. Ma soddisfare la propria curiosità, divertirsi a capire, risolvere problemi, trovare nuovi modi per esprimersi, il divertimento che scaturisce da tutto ciò non è forse anche il miglior modo per vivere bene?


martedì 5 maggio 2026

I tacchi alti di Vallortigara

In un video su youtube Giorgio Vallortigara, neuroscienziato, fa una considerazione di quelle magari poco scientifiche (nel senso che non sono sottoposte a verifica) ma significative proprio dal punto di vista scientifico. Il neuroscienziato ad un certo punto si fa una domanda: per quale motivo le donne portano i tacchi alti? Questo è uno di quei casi in cui la cosa che sorprende di più è la domanda. Sorprende perchè si intuisce subito che non è facile farsela. Non è facile trasformare una "normalità" in una curiosità. Non è facile "vedere" quello che tipicamente "non si vede". Per spiegarmi meglio uso le parole di Schrödingher: "il compito non è tanto vedere ciò che nessuno ha ancora visto, quanto pensare ciò che nessuno ha ancora pensato su ciò che tutti vedono".

La risposta è divertente, e forse anche lei significativa dal punto di vista scientifico, almeno in senso antropologico o del comportamento umano istintivo. La camminata sui tacchi alti è inevitabilmente incerta, traballante e richiama un comportamento infantile. Questo, mettendo da parte i presunti motivi di eleganza, che sono sempre specifici della cultura che li elabora, induce meccanismi protettivi (ad esempio il braccio all'uomo, che certo non ha questi problemi di stabilità) e chiede atteggiamenti di cura. Esalta la fragilità della femmina e predispone al ruolo protettivo del maschio. Ovviamente anche questi sono il risultato di elaborazioni di una certa cultura.

Divertente, no? :-)


domenica 12 aprile 2026

Sistemi dinamici e fenomeni fortuiti

In natura si possono definire i sistemi dinamici come dei fenomeni che evolvono sotto una certa legge di evoluzione temporale, dove questa legge è determinata da un'ipotesi formulata con l'osservazione e la sperimentazione (esempio seminale: i fenomeni della meccanica classica).

L'evoluzione dei sistemi dinamici è tipicamente descritta dal punto di vista matematico da equazioni differenziali che presentano generalmente dei comportamenti deterministici, ovvero comportamenti univocamente determinati, tanto nel passato quanto nel futuro, dalla conoscenza di condizioni iniziali, cioè dei parametri fisici del moto ad un certo istante di tempo (tramite una misura fatta sul sistema).

Queste caratteristiche dei sistemi differenziali ci suggeriscono che nei sistemi dinamici "dagli stessi antecedenti seguono gli stessi conseguenti" (Maxwell). Il fatto che rende poco significativa questa affermazione (e di poca utilità pratica) è che in natura "gli stessi antecedenti non si ripresentano mai esattamente identici una seconda volta, nulla mai si ripete due volte" (Maxwell).

Potremmo però conservare una versione approssimata della affermazione rigorosa "a identiche cause identici effetti" sostituendola con "da antecedenti simili seguono conseguenti simili" (Maxwell). L'approccio approssimativo è tipico e spesso fecondo nella scienza. Il problema è che la frase rigorosa discende direttamente dai principi ricavati dall'osservazione, che si traducono nelle proprietà matematiche conseguenti, mentre la frase approssimata è di per sé una nuova assunzione, e non è detto che sia vera, deve essere anch'essa sperimentata, misurata, verificata.

Pierre Duhem in un suo saggio del 1906 (La teoria fisica) specifica che a suo parere la matematica utile alla fisica è la matematica del pressappoco. Riporto per intero questa sua considerazione perché è troppo interessante: "Una deduzione matematica non è utile al fisico fintantoché essa si limita ad affermare che una proposizione, rigorosamente vera, ha come conseguenza l'esattezza rigorosa di un'altra. Per poter essere utile al fisico, occorre ancora dimostrargli che la seconda proposizione rimane pressappoco esatta quando la prima è solo pressappoco vera. E con ciò non basta ancora. Occorre delimitargli l'ampiezza dei due pressappoco; occorre fissargli i limiti dell'errore che può essere commesso sul risultato quando si conosca il grado di precisione dei metodi utilizzati nella misura dei dati; occorre definirgli il grado di incertezza che si potrà accordare ai dati quando si vorrà conoscere il risultato con una data approssimazione (...). A queste condizioni, ma solo a queste, si avrà una rappresentazione matematica del pressappoco. Ma non cadiamo in errore: la matematica del pressappoco non è una forma più semplice e grossolana della matematica; ne è invece una forma più completa e raffinata; essa esige la soluzione di problemi a volte molto difficili, a volte trascendenti i metodi di cui dispone l'algebra attuale".

L'esperienza scientifica raccolta fino a questo momento ci dice che l'assunzione approssimata è verificata solo in un sottoinsieme limitato di sistemi dinamici (quelli lineari), per tutti gli altri le cose vanno in maniera ben più complessa. Può succedere ad esempio che "piccole differenze nelle condizioni iniziali generino delle differenze grandissime nei fenomeni finali" (Poincaré). In tali casi l'assunzione approssimata è del tutto disattesa. Avere una conoscenza approssimata dell'inizio dell'evoluzione potrebbe significare non avere più idea dello stato del sistema su tempi lunghi. Non è possibile in tali casi formulare una matematica del pressappoco.

È chiaro che la falsità verificata di questa assunzione porta ad una sostanziale incapacità previsionale nell'evoluzione dei sistemi dinamici (e quindi di tutti i fenomeni naturali descrivibili come tali). Anche se conoscessimo la forma esatta di tutte le leggi che presiedono ad un qualche fenomeno, è evidente che avremo sempre una conoscenza approssimata dello stato iniziale. Se ciò (e in alcuni casi è possibile) ci assicura una conoscenza degli stati successivi con la stessa approssimazione, abbiamo una previsione utile e sostanzialmente corretta a tutti i tempi, ma se così non è, cioè se l'approssimazione dello stato iniziale si amplifica in modo incontrollato, siamo praticamente di fronte ad un fenomeno fortuito.

Strano e affascinante che lo studio dei sistemi dinamici, cominciato con Newton e con un solido concetto di determinismo corroborato dai risultati matematici, sia sfociato in tempi moderni alla constatazione che in moltissimi casi le evoluzioni in linea di principio sempre deterministiche non si distinguono da fenomeni casuali.


lunedì 6 aprile 2026

Ingegneria e patriarcato

Le due parole che danno il titolo a questo post non sembrano avere niente a che fare l'una con l'altra, e forse è proprio così. Quello che mi gira in testa e che spiego nelle righe successive con un'analogia un po' fantasiosa ha però un qualche senso (forse).

Capisco che gli umanisti tendano a non dare valore culturale alla tecnologia, in fondo lo fanno per una loro ignoranza. Mi sorprende molto l'osservare che spesso la stessa cosa valga per gli ingegneri. È un po' come il patriarcato, che si sostiene non tanto e non solo per le abitudini culturali degli uomini ma soprattutto per quelle delle donne. Come le donne si sono abituate a stare un passo indietro nella società patriarcale gli ingegneri si sono abituati a stare un passo indietro nella società a cultura umanistica.

Dennis Richie* è stato ricordato come una persona a cui non piaceva tanto parlare di tecnologia quanto di farla. Questo è vero anche per tanti personaggi di estrazione umanistica. La differenza è che nella cultura umanistica e nella sua diffusione capillare, accanto a uomini propensi a fare ce ne sono altrettanti che diffondono i valori della disciplina parlandone, analizzandola, criticandola. Questo ultimo comportamento è molto più raro nella tecnologia.

Certe volte penso che la cultura non consista solo nel fare le cose ma anche nel raccontarle. Le narrazioni sono un aspetto molto più importante di quanto non sembri a prima vista, e lo sono soprattutto per costruire una comunità partecipe attorno alle cose che vengono fatte, per creare valore attorno alle cose.

In questo gli umanisti sono molto più bravi, forse perché le narrazioni fanno spesso parte del loro mestiere. Gli ingegneri, poverini, non sono mai stati abituati né a parlare né a scrivere, e il risultato è il paradosso che la cultura tecnologica, così tipica dell'uomo e così fondamentale per la sua sopravvivenza e per il suo stare al mondo, è percepita come una cultura di secondo piano. Questo è talmente scontato che anche chi si occupa di tecnologia sotto sotto la pensa allo stesso modo, tanto che se deve mostrare di avere una cultura si rivolge all'arte, alla letteratura, alla storia, alla musica, ecc.

* Dennis Ritchie (1941 – 2011) è stato un informatico statunitense. È stato uno dei pionieri dell'informatica moderna, importante per essere stato l'inventore del linguaggio C e, assieme al suo storico collega Ken Thompson, per aver scritto il sistema operativo Unix (fonte: Wikipedia). All'indomani della sua morte ne scrissi in questo post.


giovedì 2 aprile 2026

Consulenti freelance

Oggi ho avuto un episodio negativo con un cosiddetto "consulente freelance". Ovviamente le generalizzazioni non hanno senso e non sono corrette, ma vorrei, in relazione ad una parte della mia esperienza lavorativa, catalogare un certo tipo di lavoratori con un atteggiamento che è esattamente l'opposto di quello con cui mi piacerebbe avere a che fare. E per di più certe volte questo atteggiamento sembrerebbe essere valorizzato in certe occasioni, almeno professionalmente se non umanamente. Forse si valorizza la competenza, e allora spesso, anche se non sempre, lo si fa con ragione. Ma il mio punto di vista sul lavoro non può prescindere da un giusto bilanciamento tra l'aspetto professionale e quello umano.

Anni fa volevo fare quattro chiacchiere con un consulente per scambiare pareri su certe tecnologie e ottenere qualche informazione utile su cose che conoscevo poco. Nel giro di pochi minuti la chiacchierata si è tramutata in una sorta di "lezione" che il consulente si è auto-incaricato di farmi, senza alcun interesse a scambiare esperienze. Durante questo sproloquio passa casualmente un manager dell'azienda per cui lavoravo e il buon consulente, facendo lo spiritoso (non poteva permettersi un atteggiamento serio altrimenti credo proprio che lo avrebbe fatto), dichiara che per quel giorno aveva fatto "gli straordinari" e che la mia azienda avrebbe dovuto pagarglieli (ma ovviamente si trattava di uno scherzo, perché lui era troppo buono e queste cose le faceva "anche" gratis). Va da sé che non ho più tentato scambi professionali con una persona del genere.

Conoscevo un consulente molto bravo che mi stupiva sempre quando mi chiedeva quante persone conoscevo che facevano il nostro stesso lavoro (insegnavamo un certo tipo di tecnologie informatiche). Io mi limitavo a parlargli di quei due o tre con cui avevo avuto saltuariamente dei rapporti, lui li conosceva tutti (in Italia e alcuni anche all'estero), ma non come colleghi o come persone, bensì come concorrenti. E io ero uno tra questi, era abbastanza evidente.

Oggi un consulente ha scritto una email in risposta ad una mia richiesta che, forse anche in parte non volendo, gettava un po' di merda sul mio lavoro e su quello di alcuni miei colleghi, al solo scopo di allontanare tutte le sue possibili responsabilità. Contemporaneamente pensava di dover dare dei suggerimenti su cose che non potevano essere di sua competenza e trovava anche il modo di sottolineare la "concessione" di questo servizio di "consulenza gratuita". Inqualificabile.

Il "consulente freelance" tipico della mia esperienza ha due aspetti che sicuramente non incontrano il mio gusto personale ma in fondo credo che non siano nemmeno utili a qualsiasi insieme di lavoratori, che sia un piccolo team di lavoro come un'intera azienda. Il primo è l'attenzione a pararsi il culo che vince qualsiasi necessità di collaborazione, il secondo è la tendenza a farsi pagare qualsiasi scoreggia.