domenica 21 giugno 2026

Divulgazione del pensiero scientifico, dai fatti ai processi

Non è un caso che la divulgazione scientifica mediamente di maggior successo è quella legata all'astronomia. Credo che la ragione risieda nel fatto che le cose di cui si occupa hanno un grande fascino per chiunque, direi addirittura un fascino fanciullesco, richiamano un senso di meraviglia tipica del bambino. Questo aspetto trainante ha anche un nome che più volte mi è capitato di sentire: "effetto wow!" (quando si guarda dall'oculare del telescopio). Questo effetto però non induce necessariamente un atteggiamento razionale. Ho notato che l'astronomia ha anche un secondo aspetto che "tira" molto sul pubblico dei curiosi, ed è quello degli aspetti tecnologici. Molte persone si avvicinano all'argomento dal lato dei dispositivi di osservazione, che sono da una parte sufficientemente sofisticati e dall'altra a portata di portafogli, sebbene questo approccio non garantisca un avvicinamento alla cultura scientifica. Anzi, tendo a pensare che, ad esempio, la fotografia astronomica da questo punto di vista possa addirittura rappresentare una trappola.

Non è detto quindi che tutto ciò fornisca il terreno per una buona divulgazione. Il rischio è sempre lo stesso, quello di presentare una collezione di oggetti spettacolari, di numeri "astronomici", e di fatti che rimangono sostanzialmente incomprensibili. E spesso paradossalmente è proprio questa incomprensibilità che alimenta il fascino degli argomenti trattati, un atteggiamento culturale che ha ben poco a che fare con quello scientifico. Lo sforzo essenziale nella divulgazione scientifica secondo me è quello di raccontare non i risultati, bensì i processi che sono stati necessari ad ottenerli, compresi gli errori, i ripensamenti e i contesti che li hanno prodotti. Una frase di Giorgio Parisi che ho letto nella sua prefazione ad un libro di Paolo Castorina (La "particella di Dio" e l'origine della massa), mi pare eloquente: " [...] se non vengono spiegati i passaggi intermedi, che differenza sostanziale c'è tra una particella che dà la massa a tutto l'universo e una bacchetta magica che trasforma una zucca in una carrozza?".

Scrivo questo con convinzione perché proprio oggi mi sono imbattuto in un articolo di Enrico Bucci che ritengo un ottimo esempio di divulgazione scientifica proprio perché segue la logica a cui ho appena accennato. L'argomento è l'estinzione dei dinosauri. La notizia è che questa estinzione è stata provocata dall'impatto di un grosso meteorite sulla terra. Ma questa è solo una notizia, è come dire che la particella di Higgs dà la massa a tutto l'universo. Quello che rende l'articolo interessante e un esempio eccellente di divulgazione è il fatto che la "notizia" in realtà viene presentata come una "ipotesi" su cui si è indotti a farsi la semplice (ma cruciale) domanda: "come si fa a sapere che l'estinzione è stata provocata dall'impatto di un meteorite?". Cioè, se faccio un'affermazione così importante, come posso trovare un modo per validarla? Il resto dell'articolo, anche piuttosto lungo, è il racconto (a portata di persona mediamente colta) di come si è arrivati a fare questa ipotesi e delle evidenze raccolte nel tempo da più ricercatori per corroborarla fino a renderla accettabile da parte della comunità scientifica internazionale. Da notare che non ho detto che l'ipotesi è "vera", termine troppo ambiguo per potere essere utilizzato in ambito scientifico senza riserve.


domenica 14 giugno 2026

Ideali e leggi della destra politica

Giorni fa mi è capitato di ascoltare un breve scambio tra Vannacci e un giornalista che lo intervistava. Vannacci se la prendeva con il giornalista (al solito) accusandolo di classificare il suo partito come destra estrema. Vannacci rivendicava semplicemente un'appartenenza alla destra politica, certamente fatta di sfumature e (ma questo non lo diceva) di posizioni più o meno estreme, come la sua. Per sostenere questo pensiero citava quelli che per lui erano ideali della destra tout-court: la "protezione di identità di popolo" e la "protezione della famiglia naturale". Questa sua affermazione tutto sommato mi trova d'accordo, nel senso che certi ideali probabilmente caratterizzano tutta la destra, almeno quella italiana, che poi ovviamente ha anche quelle degenerazioni e quegli estremismi di cui secondo me Vannacci si fa portavoce (mi riferisco per esempio al razzismo che spesso viene fuori più o meno esplicitamente dai suoi interventi).

La protezione di identità di popolo ha lo scopo di definire dei confini culturali e segna una differenza tra chi si aggrappa ad una idea di cultura rappresentativa del popolo e trova in questo feticcio la sua debole identità e chi è portatore/portatrice di differenze. La famiglia naturale usa il falso concetto di "naturale" per rafforzare un insieme di valori sulla famiglia che proprio per questo di naturale ovviamente non ha nulla. Questi valori segnano una differenza tra chi forma gruppi di vita in comune che si allineano su questi valori da chi non vuole o addirittura non può farlo. E' importante sottolineare che queste due posizioni, insieme a tante altre, determinano una visione politica generale molto precisa e di conseguenza un'azione politica che ha lo scopo di produrre leggi dello Stato. In sostanza queste due "protezioni" hanno l'effetto di generare delle disuguaglianze nella società attraverso la creazione di feticci ideologici, come l'identità di popolo e la famiglia naturale. 

Un esempio recentissimo di legge di destra molto tipica secondo me è quella del decreto Valditara sul consenso informato dei genitori per l'insegnamento nella scuola dell'educazione sessuo-affettiva. La cosa che colpisce di più di questo decreto, divenuto legge, è la sua potenziale capacità di generare disuguaglianze dietro una discutibile garanzia di libertà del cittadino (che in realtà coincide con il cittadino adulto e genitore, non certo con il cittadino bambino/a o ragazzo/a la cui libertà di accedere ad una educazione sessuale non mi pare neppure presa in considerazione). Vera Gheno in un suo post pubblico scrive che: "la legge Valditara renderà ancora più povere di strumenti le persone già provenienti da contesti socio-culturali disagiati".

Libertà del cittadino di difendere l'identità di popolo a cui appartiene, libertà di difendere la famiglia naturale, libertà dei genitori di decidere per l'educazione sessuo-affettiva dei propri figli. Ognuna di queste presunte libertà rischiano di produrre disuguaglianze, un rischio che le politiche di destra accettano sempre volentieri. Tra l'altro mi viene spontaneo chiamarle "presunte" libertà perché anche nel distribuire queste libertà la destra spesso segue una logica di disuguaglianza.

 

mercoledì 3 giugno 2026

Di economia, di calcio e di fica

Mio figlio (23 anni) lamenta che molti suoi coetanei maschi parlano continuamente di tre argomenti: l'economia, il calcio e la fica. Ora, sul calcio e sulla fica niente di nuovo, era vero anche per me ai miei tempi. L'economia però mi pare una novità di questa generazione. Noi non solo non ne parlavamo ma, complice la scuola, eravamo profondamente ignoranti di questi temi, e in buona parte siamo rimasti così, purtroppo.

Da un paio di domande però ho capito che l'economia di cui parlano questi ragazzi non è quella che bisognerebbe capire o almeno su cui bisognerebbe ragionare per capire come funziona la società (quindi mi sa che su questo hanno le nostre stesse ignoranze, ahimè). Quello di cui parlano evidentemente con grande interesse sono semplicemente quell'insieme di tecniche finanziarie più che economiche che servono per l'arricchimento personale scollegato dal lavoro. Ecco, qui mi ritrovo. Perché a me pare che la stessa cosa è successa ad una parte della mia generazione (l'altra parte mantiene un rapporto con l'economia come se si trattasse di una cosa brutta). Più esattamente quelli che si ritengono istruiti parlano di trading online, quelli con meno competenze e/o con una visione più fatalista della realtà, si rivolgono invece al gratta e vinci. E poi c'è chi fa sia l'uno che l'altro, forse perché intuiscono che le due cose non sono poi così differenti.

Rimane quindi intatta la mia delusione di stare in una società (me compreso) che tra le tante ignoranze ha pure questa, quella di non conoscere l'economia, di non avere uno degli strumenti concettuali più importanti per capire la società di cui facciamo parte. Una società che in buona parte non ha gli strumenti per capire sé stessa.


lunedì 25 maggio 2026

Sulla funzione storica del patriarcato

Un filmato visto oggi mostra un'intervista a delle bambine in età di scuole medie che dichiarano all'intervistatrice che non proseguiranno gli studi perché devono fare altro, occuparsi dei fratellini più piccoli, aiutare in casa, e un giorno si sposeranno e il marito penserà a guadagnare. E' per questo motivo che i ragazzi della loro famiglia continueranno invece a studiare, perché questo consentirà loro di imparare un mestiere e di sostenere economicamente tutta la famiglia. Il filmato è dei primi anni settanta, le bambine intervistate parlano di famiglie con 4-5 figli, probabilmente con situazioni economiche difficili, in cui prima possibile è utile stabilire dei ruoli, sacrificare qualcosa o qualcuno per misurare lo sforzo economico e lasciare a pochi la possibilità di studiare. Sono regole certamente non giuste ma chiare e utili, meglio se condivise. Dal filmato si intuisce che è un momento di transizione, in cui la maggior parte degli italiani sta uscendo da quel tipo di difficoltà economiche, altrimenti non ci sarebbe quell'intervistatrice che sta chiaramente indagando sul ruolo della donna nella società.

La famiglia non è un'istituzione naturale. Se così fosse non sarebbe necessario fare sforzi per mantenerla, e non sarebbe neanche un valore. Sarebbe come mangiare o dormire. Invece la famiglia è chiaramente un'unità sociale che ha necessità di essere preservata da chi la costruisce, e questo è esattamente la cosa che le dà valore. Proprio perché è difficile mantenerla, la famiglia ha bisogno di figure complementari, che hanno facilità nel compenetrarsi e nel creare un sistema chiuso e autosufficiente. Questo secondo me è proprio uno dei compiti del patriarcato, il quale non è altro che un modello culturale in cui all'uomo e alla donna si riconoscono dei ruoli ben precisi, più sono precisi e complementari più è probabile riuscire ad armonizzarli, a fare in modo che non ci siano confusioni, interferenze nei compiti. Credo che sia anche uno dei motivi per cui la cultura patriarcale, spesso in forme non dichiarate e coperte da ipocrisia, continua ad essere presente nella nostra società.


lunedì 18 maggio 2026

Ma ti piace?

Lo studio per sua natura è un'attività ludica. Poi, come tutte le attività impegnative, ha bisogno spesso di condizioni al contorno favorevoli: un insegnante bravo con cui si ha un buon rapporto, un libro scritto bene, un ambiente di studio adeguato; tutte condizioni che ti aiutano a costruirti degli obiettivi e a rendere l'attività piacevole. Il divertimento e il gusto rimangono le motivazioni fondamentali per imparare veramente.

Nicola Cabibbo è stato uno dei più importanti scienziati italiani del dopoguerra. Maestro del premio Nobel Giorgio Parisi e lui stesso premio Nobel ingiustamente mancato (vedi un mio vecchio post). Proprio il suo allievo Giorgio Parisi è solito ricordare una frase del suo maestro che restituisce la sua visione dell'attività scientifica e di ricerca come un gioco di pura curiosità guidata dal divertimento: «Perché dovremmo studiare questo problema se non ci divertiamo a risolverlo?»

Qualche giorno fa a lezione di piano jazz il mio maestro mi fa vedere come utilizzare opportunamente degli accordi particolari per aumentare le possibilità dell'improvvisazione. Io pur ammirando quello che fa mi mostro abbastanza sconsolato per la difficoltà di quello che mi sta suggerendo. Lui improvvisamente mi guarda e mi fa: «Lascia perdere la difficoltà. Ma ti piace?»

Si dice giustamente che la conoscenza è la nostra migliore strategia di sopravvivenza. Ma soddisfare la propria curiosità, divertirsi a capire, risolvere problemi, trovare nuovi modi per esprimersi, il divertimento che scaturisce da tutto ciò non è forse anche il miglior modo per vivere bene?


martedì 5 maggio 2026

I tacchi alti di Vallortigara

In un video su youtube Giorgio Vallortigara, neuroscienziato, fa una considerazione di quelle magari poco scientifiche (nel senso che non sono sottoposte a verifica) ma significative proprio dal punto di vista scientifico. Il neuroscienziato ad un certo punto si fa una domanda: per quale motivo le donne portano i tacchi alti? Questo è uno di quei casi in cui la cosa che sorprende di più è la domanda. Sorprende perchè si intuisce subito che non è facile farsela. Non è facile trasformare una "normalità" in una curiosità. Non è facile "vedere" quello che tipicamente "non si vede". Per spiegarmi meglio uso le parole di Schrödingher: "il compito non è tanto vedere ciò che nessuno ha ancora visto, quanto pensare ciò che nessuno ha ancora pensato su ciò che tutti vedono".

La risposta è divertente, e forse anche lei significativa dal punto di vista scientifico, almeno in senso antropologico o del comportamento umano istintivo. La camminata sui tacchi alti è inevitabilmente incerta, traballante e richiama un comportamento infantile. Questo, mettendo da parte i presunti motivi di eleganza, che sono sempre specifici della cultura che li elabora, induce meccanismi protettivi (ad esempio il braccio all'uomo, che certo non ha questi problemi di stabilità) e chiede atteggiamenti di cura. Esalta la fragilità della femmina e predispone al ruolo protettivo del maschio. Ovviamente anche questi sono il risultato di elaborazioni di una certa cultura.

Divertente, no? :-)


domenica 12 aprile 2026

Sistemi dinamici e fenomeni fortuiti

In natura si possono definire i sistemi dinamici come dei fenomeni che evolvono sotto una certa legge di evoluzione temporale, dove questa legge è determinata da un'ipotesi formulata con l'osservazione e la sperimentazione (esempio seminale: i fenomeni della meccanica classica).

L'evoluzione dei sistemi dinamici è tipicamente descritta dal punto di vista matematico da equazioni differenziali che presentano generalmente dei comportamenti deterministici, ovvero comportamenti univocamente determinati, tanto nel passato quanto nel futuro, dalla conoscenza di condizioni iniziali, cioè dei parametri fisici del moto ad un certo istante di tempo (tramite una misura fatta sul sistema).

Queste caratteristiche dei sistemi differenziali ci suggeriscono che nei sistemi dinamici "dagli stessi antecedenti seguono gli stessi conseguenti" (Maxwell). Il fatto che rende poco significativa questa affermazione (e di poca utilità pratica) è che in natura "gli stessi antecedenti non si ripresentano mai esattamente identici una seconda volta, nulla mai si ripete due volte" (Maxwell).

Potremmo però conservare una versione approssimata della affermazione rigorosa "a identiche cause identici effetti" sostituendola con "da antecedenti simili seguono conseguenti simili" (Maxwell). L'approccio approssimativo è tipico e spesso fecondo nella scienza. Il problema è che la frase rigorosa discende direttamente dai principi ricavati dall'osservazione, che si traducono nelle proprietà matematiche conseguenti, mentre la frase approssimata è di per sé una nuova assunzione, e non è detto che sia vera, deve essere anch'essa sperimentata, misurata, verificata.

Pierre Duhem in un suo saggio del 1906 (La teoria fisica) specifica che a suo parere la matematica utile alla fisica è la matematica del pressappoco. Riporto per intero questa sua considerazione perché è troppo interessante: "Una deduzione matematica non è utile al fisico fintantoché essa si limita ad affermare che una proposizione, rigorosamente vera, ha come conseguenza l'esattezza rigorosa di un'altra. Per poter essere utile al fisico, occorre ancora dimostrargli che la seconda proposizione rimane pressappoco esatta quando la prima è solo pressappoco vera. E con ciò non basta ancora. Occorre delimitargli l'ampiezza dei due pressappoco; occorre fissargli i limiti dell'errore che può essere commesso sul risultato quando si conosca il grado di precisione dei metodi utilizzati nella misura dei dati; occorre definirgli il grado di incertezza che si potrà accordare ai dati quando si vorrà conoscere il risultato con una data approssimazione (...). A queste condizioni, ma solo a queste, si avrà una rappresentazione matematica del pressappoco. Ma non cadiamo in errore: la matematica del pressappoco non è una forma più semplice e grossolana della matematica; ne è invece una forma più completa e raffinata; essa esige la soluzione di problemi a volte molto difficili, a volte trascendenti i metodi di cui dispone l'algebra attuale".

L'esperienza scientifica raccolta fino a questo momento ci dice che l'assunzione approssimata è verificata solo in un sottoinsieme limitato di sistemi dinamici (quelli lineari), per tutti gli altri le cose vanno in maniera ben più complessa. Può succedere ad esempio che "piccole differenze nelle condizioni iniziali generino delle differenze grandissime nei fenomeni finali" (Poincaré). In tali casi l'assunzione approssimata è del tutto disattesa. Avere una conoscenza approssimata dell'inizio dell'evoluzione potrebbe significare non avere più idea dello stato del sistema su tempi lunghi. Non è possibile in tali casi formulare una matematica del pressappoco.

È chiaro che la falsità verificata di questa assunzione porta ad una sostanziale incapacità previsionale nell'evoluzione dei sistemi dinamici (e quindi di tutti i fenomeni naturali descrivibili come tali). Anche se conoscessimo la forma esatta di tutte le leggi che presiedono ad un qualche fenomeno, è evidente che avremo sempre una conoscenza approssimata dello stato iniziale. Se ciò (e in alcuni casi è possibile) ci assicura una conoscenza degli stati successivi con la stessa approssimazione, abbiamo una previsione utile e sostanzialmente corretta a tutti i tempi, ma se così non è, cioè se l'approssimazione dello stato iniziale si amplifica in modo incontrollato, siamo praticamente di fronte ad un fenomeno fortuito.

Strano e affascinante che lo studio dei sistemi dinamici, cominciato con Newton e con un solido concetto di determinismo corroborato dai risultati matematici, sia sfociato in tempi moderni alla constatazione che in moltissimi casi le evoluzioni in linea di principio sempre deterministiche non si distinguono da fenomeni casuali.