lunedì 25 maggio 2026

Sulla funzione storica del patriarcato

Un filmato visto oggi mostra un'intervista a delle bambine in età di scuole medie che dichiarano all'intervistatrice che non proseguiranno gli studi perché devono fare altro, occuparsi dei fratellini più piccoli, aiutare in casa, e un giorno si sposeranno e il marito penserà a guadagnare. E' per questo motivo che i ragazzi della loro famiglia continueranno invece a studiare, perché questo consentirà loro di imparare un mestiere e di sostenere economicamente tutta la famiglia. Il filmato è dei primi anni settanta, le bambine intervistate parlano di famiglie con 4-5 figli, probabilmente con situazioni economiche difficili, in cui prima possibile è utile stabilire dei ruoli, sacrificare qualcosa o qualcuno per misurare lo sforzo economico e lasciare a pochi la possibilità di studiare. Sono regole certamente non giuste ma chiare e utili, meglio se condivise. Dal filmato si intuisce che è un momento di transizione, in cui la maggior parte degli italiani sta uscendo da quel tipo di difficoltà economiche, altrimenti non ci sarebbe quell'intervistatrice che sta chiaramente indagando sul ruolo della donna nella società.

La famiglia non è un'istituzione naturale. Se così fosse non sarebbe necessario fare sforzi per mantenerla, e non sarebbe neanche un valore. Sarebbe come mangiare o dormire. Invece la famiglia è chiaramente un'unità sociale che ha necessità di essere preservata da chi la costruisce, e questo è esattamente la cosa che le dà valore. Proprio perché è difficile mantenerla, la famiglia ha bisogno di figure complementari, che hanno facilità nel compenetrarsi e nel creare un sistema chiuso e autosufficiente. Questo secondo me è proprio uno dei compiti del patriarcato, il quale non è altro che un modello culturale in cui all'uomo e alla donna si riconoscono dei ruoli ben precisi, più sono precisi e complementari più è probabile riuscire ad armonizzarli, a fare in modo che non ci siano confusioni, interferenze nei compiti. Credo che sia anche uno dei motivi per cui la cultura patriarcale, spesso in forme non dichiarate e coperte da ipocrisia, continua ad essere presente nella nostra società.


lunedì 18 maggio 2026

Ma ti piace?

Lo studio per sua natura è un'attività ludica. Poi, come tutte le attività impegnative, ha bisogno spesso di condizioni al contorno favorevoli: un insegnante bravo con cui si ha un buon rapporto, un libro scritto bene, un ambiente di studio adeguato; tutte condizioni che ti aiutano a costruirti degli obiettivi e a rendere l'attività piacevole. Il divertimento e il gusto rimangono le motivazioni fondamentali per imparare veramente.

Nicola Cabibbo è stato uno dei più importanti scienziati italiani del dopoguerra. Maestro del premio Nobel Giorgio Parisi e lui stesso premio Nobel ingiustamente mancato (vedi un mio vecchio post). Proprio il suo allievo Giorgio Parisi è solito ricordare una frase del suo maestro che restituisce la sua visione dell'attività scientifica e di ricerca come un gioco di pura curiosità guidata dal divertimento: «Perché dovremmo studiare questo problema se non ci divertiamo a risolverlo?»

Qualche giorno fa a lezione di piano jazz il mio maestro mi fa vedere come utilizzare opportunamente degli accordi particolari per aumentare le possibilità dell'improvvisazione. Io pur ammirando quello che fa mi mostro abbastanza sconsolato per la difficoltà di quello che mi sta suggerendo. Lui improvvisamente mi guarda e mi fa: «Lascia perdere la difficoltà. Ma ti piace?»

Si dice giustamente che la conoscenza è la nostra migliore strategia di sopravvivenza. Ma soddisfare la propria curiosità, divertirsi a capire, risolvere problemi, trovare nuovi modi per esprimersi, il divertimento che scaturisce da tutto ciò non è forse anche il miglior modo per vivere bene?


martedì 5 maggio 2026

I tacchi alti di Vallortigara

In un video su youtube Giorgio Vallortigara, neuroscienziato, fa una considerazione di quelle magari poco scientifiche (nel senso che non sono sottoposte a verifica) ma significative proprio dal punto di vista scientifico. Il neuroscienziato ad un certo punto si fa una domanda: per quale motivo le donne portano i tacchi alti? Questo è uno di quei casi in cui la cosa che sorprende di più è la domanda. Sorprende perchè si intuisce subito che non è facile farsela. Non è facile trasformare una "normalità" in una curiosità. Non è facile "vedere" quello che tipicamente "non si vede". Per spiegarmi meglio uso le parole di Schrödingher: "il compito non è tanto vedere ciò che nessuno ha ancora visto, quanto pensare ciò che nessuno ha ancora pensato su ciò che tutti vedono".

La risposta è divertente, e forse anche lei significativa dal punto di vista scientifico, almeno in senso antropologico o del comportamento umano istintivo. La camminata sui tacchi alti è inevitabilmente incerta, traballante e richiama un comportamento infantile. Questo, mettendo da parte i presunti motivi di eleganza, che sono sempre specifici della cultura che li elabora, induce meccanismi protettivi (ad esempio il braccio all'uomo, che certo non ha questi problemi di stabilità) e chiede atteggiamenti di cura. Esalta la fragilità della femmina e predispone al ruolo protettivo del maschio. Ovviamente anche questi sono il risultato di elaborazioni di una certa cultura.

Divertente, no? :-)