martedì 19 aprile 2022

Un'omelia

Qualche giorno fa in occasione di un funerale ho ascoltato l'omelia del prete. L'ingenuità delle sue parole era imbarazzante, una serie di cose ovvie sulla vita e sulla morte. Ho pensato che fosse un livello di riflessione che io non mi potrei mai permettere, forse per una questione di amor proprio o di orgoglio personale. Considerazioni di una semplicità sconcertante, contrapposte alla complessità del mondo. O forse rinunciatarie di fronte alla complessità del mondo.

Nei Vangeli più volte Gesù chiede di lasciare tutto e seguirlo. Lo chiede ai suoi dodici apostoli, lo chiede al ragazzo ricco che si presenta per sapere cosa deve fare per meritare il Regno dei Cieli. Lo chiede implicitamente a tutti. Dice di non preoccuparsi dei beni materiali ma di affidarsi a Dio. Alcuni passi che richiamano questa idea sono particolarmente poetici.

Ma in questo messaggio che esorta a lasciare tutto e a seguirlo, a non preoccuparsi di niente e cercare il Regno di Dio (che non è di questo mondo), ci sono solo i beni materiali dell'uomo? O per caso non ci rientrano pure i sui beni intellettuali? Cioè la sua voglia di indagare, di capire, di spiegare a sé stesso i misteri del mondo. Un'attività certamente nobile ma anche un poco affannosa, che distoglie da un qualche "vero obiettivo", e forse senza speranza. Un accumulo di conoscenze che somiglia all'accumulo di ricchezze, anche perché le conoscenze si possono effettivamente trasformare in beni e ricchezze. E' anche questo il messaggio di Gesù? Rinunciate alla comprensione della infinita complessità del mondo, non contate sui vostri vani sforzi, non sprecate energie e pensiero per capire le cose terrene, abbandonatevi a Dio, affidatevi a lui con semplicità e otterrete "un tesoro inesauribile nei cieli".

Questo mi è parso di aver capito dall'ingenua omelia di quel prete. Nell'ipotesi di doverla prendere sul serio. Mi rimane un po' il dubbio se quello che ho capito è un messaggio del predicatore Gesù o della Chiesa Cattolica che nei secoli lo ha interpretato e usato. Ma potrebbe neanche aver senso farsi la domanda.


martedì 12 aprile 2022

La guerra in Ucraina e una frase di Wilson

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in una bella frase di E. O. Wilson, un famoso biologo. In occasione della sua morte, avvenuta pochi mesi fa, ho avuto occasione di conoscerlo meglio attraverso articoli e trasmissioni radiofoniche. E' stato anche un grande saggista, e nella mia libreria sosta ormai da qualche anno un suo libro in attesa di essere letto. La frase che mi ha colpito è la seguente: "The real problem of humanity is the following: we have paleolithic emotions; medieval institutions; and god-like technology". L'altro giorno, incalzato dalle orribili immagini della guerra in Ucraina, la frase di Wilson mi è rivenuta in mente perché mi sembrava che in un certo senso riuscisse a "descrivere" questa tragedia umana.

Faccio le seguenti tre osservazioni per spiegarmi meglio:

1. Non credo che questa sia una guerra diversa da tutte le altre, con più morti e più efferatezze. Piuttosto è una guerra molto vicina al nostro mondo e soprattutto minacciata costantemente dall'uso di armi nucleari da parte della Russia. Questo forse è un fatto rilevante. Riconoscere che una tecnologia bellica di una potenza devastante sia in mano ad un invasore ben poco raccomandabile, e che questo faccia leva più o meno esplicitamente su una minaccia del genere è un fatto piuttosto preoccupante. Solo l'idea di per sé è un'assurdità, ma tanto basta. Il problema più in generale sarebbe quello di fare in modo che tecnologie sempre più sofisticate non cadano in mano a soggetti che escono fuori da ogni possibile controllo della comunità globale. Si tratta di un'impresa tanto difficile quanto necessaria. Abbiamo meccanismi sempre più efficienti per la produzione di tecnologia ma istituzioni sempre meno efficienti per il suo controllo.

2. E' proprio quello delle istituzioni ad essere un problema serio. E' frustrante constatare che le istituzioni internazionali, anche quelle nate appositamente per garantire la pace, non siano in grado di fare nulla, che siano del tutto inadeguate alla situazione. Difficile forse individuarne tutte le ragioni ma è evidente che è così. Cosa si sta facendo per negoziare la pace o almeno una tregua? Cosa si è fatto negli anni precedenti per favorire una convivenza pacifica in quelle regioni? Chi può intervenire come entità super partes nelle controversie internazionali? Quali sono e dove sono le armi della diplomazia? La pace è un obiettivo sempre perseguito oppure no? Le logiche di potere sembrano sempre le stesse e rischiano di portare a scontri di cui abbiamo sempre meno capacità di controllo, nonostante la minaccia nucleare sia lì da quasi ottant'anni a chiedere l'urgenza di un cambiamento. Le nostre istituzioni probabilmente sono vecchie rispetto agli scenari attuali.

3. La guerra è una cosa barbara, antichissima, direi primitiva. Uno scontro di poteri per la conquista di territori e risorse. Probabilmente la pratichiamo da quando esistono le tribù, cioè da sempre. All'interno di una guerra avvengono cose impensabili in altri contesti, di una violenza inaudita. Un essere umano può fare cose che in una normale situazione di convivenza pacifica neanche riuscirebbe ad immaginare. E' costretto ad atti di sopravvivenza estrema, dove vengono fuori istinti primitivi incontrollabili. Non credo che se ne possa uscire integri nella personalità.

Quindi le situazioni di guerra sfruttano istinti ancestrali e bisogno di sopravvivenza dei poveri malcapitati che la fanno materialmente, e forse in fondo gli stessi istinti guidano in parte anche i potenti che prendono le decisioni. La società dovrebbe avere istituzioni adeguate per poter evitare che i conflitti politici, economici, territoriali ecc. sfocino in guerre, ma non ce la fanno. La tecnologia non fa altro che fornire strumenti di aggressione sempre più potenti, e ce la fa. E' per questo che mi è sembrato che la frase di E. O. Wilson sintetizzasse bene questo quadro generale estremamente problematico (oltre ad avere un significato ancora più ampio). L'animale Uomo, le organizzazioni sociali, e la tecnologia hanno velocità di evoluzione così differenti da creare su tempi lunghi grossi rischi di sopravvivenza alla nostra specie.


martedì 29 marzo 2022

Ennio

Qualche tempo fa ho visto il documentario di Giuseppe Tornatore che racconta la vita e le opere di Ennio Morricone, musicista che nella sua lunga carriera ha lavorato prevalentemente per il cinema. Il documentario è molto bello e nonostante la sua lunghezza (circa due ore e tre quarti) scorre molto bene, probabilmente per la grande e variegata produzione di Morricone che presenta. Poteva giusto forse risparmiarsi qualche minuto di troppo alla fine del documentario, dove si sconfina un po' su toni celebrativi.

La cosa che mi ha colpito di più è la parabola artistica di Morricone, raccontata molto bene. Una parabola fatta, tanto per semplificare, di tre spezzoni strettamente collegati tra loro, e caratterizzata da un comportamento del musicista sempre un po' schizofrenico nei confronti della musica.

Il primo periodo è quello della formazione accademica, peraltro fatta con uno dei massimi musicisti del primo novecento italiano, Goffredo Petrassi. Nella musica cosiddetta "colta" questo è il periodo della dodecafonia, della scuola di Darmstadt, della sperimentazione sui suoni e delle sue degenerazioni provocatorie (come ad esempio quelle di John Cage). Un bagaglio difficile, un po' astruso, certamente lontano dalla sensibilità musicale di gran parte del pubblico dell'epoca. Probabilmente però una formazione importante per Morricone, che gli ha fornito parecchi strumenti espressivi con cui ha potuto affrontare in modo molto originale e personale il suo secondo periodo, quello delle "canzonette", degli arrangiamenti delle canzoni che cominciano ad invadere il mercato musicale popolare italiano, e del suo lavoro in televisione. I suoi arrangiamenti erano particolarmente ricchi di idee, sia sul piano dell'orchestrazione che su quello della ricerca di suoni originali. La descrizione del collegamento tra questi due periodi apparentemente così diversi è uno degli elementi più interessanti e meglio riusciti del documentario.

Il terzo periodo è ovviamente il cinema. La musica da film viene sin da subito considerata dal musicista come un ripiego alla sua carriera, come un occuparsi di musica di secondo piano, di contorno, rispetto a quella che lui stesso chiamava "musica assoluta", coltivata prima nell'ambiente accademico che lo aveva formato e da cui non si è mai completamente sganciato, poi in autonomia e in alternativa all'unica musica per cui diventava sempre più famoso. Questa "schizofrenia musicale" ha caratterizzato per moltissimo tempo, tranne forse che nei suoi anni finali nei quali sembrava essersi dato pace, la vita artistica di Morricone.

Questo lato sofferto della personalità del musicista un po' lo capisco. Il problema è sempre lo stesso, e secondo me finisce spesso per presentarsi all'appassionato di musica. E' un problema che attiene strettamente alla natura di questa forma d'arte. La musica usa una grande quantità di informazione, organizzata anche in strutture complesse e difficili da percepire. Ma tutta questa informazione non significa niente, non "racconta" nulla. Un aspetto che può essere visto come un valore, o meglio si può pensare che il valore più specifico della musica sia proprio questo, che sia la sua caratteristica principale, ma più spesso (e dai più) viene percepito come una sua lacuna, qualcosa che la rende incompleta e che la obbliga a cercare la sua completezza in qualche altra forma di espressione a cui lei naturalmente si accoppia. Spesso un testo letterario, un'azione scenica, una forma di danza, e, da quando c'è il cinema, lo sfondo descrittivo e il trait d’union delle scene di un film. Probabilmente per un musicista con quella formazione così rigorosa e così concentrata sul linguaggio musicale (che tanto lo ha aiutato nella sua lunga carriera) la subordinazione evidente ad un'altra forma espressiva risultava forse umiliante e sicuramente poco rispettosa per la musica stessa, che andrebbe fruita come "assoluta" e non come "condimento".

Questa purezza o assolutezza probabilmente non esiste, o comunque è solo una delle tante facce della musica, che forse ha proprio il vantaggio di poter assumere sembianze differenti, porsi degli obiettivi diversi, legarsi ad altre arti, essere usata in tanti modi diversi, tutti legittimi e nobili al pari della cosiddetta "musica assoluta". Anche se questo non impedisce di fare delle gerarchie personali e per un appassionato (come me) la musica per la musica, sganciata da qualsiasi significato, rimane pur sempre la sua forma più stimolante e carica di forza espressiva.


domenica 13 marzo 2022

Il convento come società ideale (!?)

La nostra società è individualista, stimola la ricerca della ricchezza individuale o al più familiare, spinge all'egoismo, alla competizione, si aspetta una persona in grado di produrre e di consumare. In quest'ottica un povero nella nostra società è certamente un perdente e quasi automaticamente un emarginato. La nostra società fa l'equazione povero=infelice. Il povero per il fatto di esserlo fatica a sentirsi partecipe della società così come l'abbiamo costruita.

D'altra parte l'uomo è un animale sociale (questa frase l'ho già sentita). Più esattamente non credo che un individuo possa mai fare veramente a meno di una comunità, piccola o grande che sia. La solitudine è sana quando ha i suoi giusti tempi, quando si ha comunque una prospettiva di relazionarsi in qualche modo e in qualche momento con gli altri. Si nasce per forza di cose in una comunità di cui si ha strettamente bisogno per sopravvivere. La comunità si percepisce fin dall'inizio della propria vita come una condizione necessaria alla sopravvivenza.

Inoltre la povertà non è un concetto assoluto. Il povero che vive in una comunità solidale può essere molto più felice ed appagato nella sua esistenza quotidiana di quanto possa esserlo l'uomo individualista, egoista e solitario che ricaviamo dai nostri modelli sociali, quello che il vicino di casa non sa neanche chi sia, forse è pure meglio non saperlo (non si sa mai), poi non ha tempo per interessarsene e soprattutto non gliene frega niente andasse a cagare.

Ma pure dove l'individuo può ricevere il conforto di una comunità solidale, anche se in povertà, mancherebbe un ulteriore importante elemento di conforto: la vita terrena deve avere una controparte ultraterrena. Qualunque uomo, per quanto confortato da una vita equilibrata in una comunità che lo accoglie e lo riconosce, deve fare i conti con il carattere finito della sua esistenza. Ha bisogno di un elemento di conforto anche su questo piano.

C'è anche il fatto che l'istinto sociale è così forte che ce lo portiamo appresso anche nell'aldilà. Non mi pare di conoscere nessuna religione che dica, o semplicemente indichi, un'esistenza ultraterrena isolata. Non è neanche pensabile un'eternità come anime isolate. Il paradiso, qualunque paradiso, è sempre immaginato come una comunità.

Quindi un ambiente umano ideale dovrebbe garantire una comunità solidale con un livello di povertà che favorisca la solidarietà anziché la competitività e l'egoismo, e una visione del mondo che mitighi il dramma della morte con l'idea di una dimensione ultraterrena dove poter ricostruire in eterno quella stessa comunità.

In poche parole un convento.

Sarà per questo che le suore sviluppano tutte un ben riconoscibile sorriso soddisfatto e un po' ebete? (c'è qualcosa che non funziona...).


martedì 1 marzo 2022

Ipocrisie geopolitiche

Alla radio il giornalista, stuzzicato dall'intervento di un ascoltatore, difende l'Europa dicendo che in fin dei conti a partire dal dopoguerra ha assicurato ai suoi cittadini ottanta anni di pace e prosperità (anche se forse ha dimenticato la guerra dei Balcani). Si potrebbe dire la stessa cosa degli Stati Uniti. Più esattamente gli stati del cosiddetto mondo occidentale, rappresentati militarmente dall'Alleanza Atlantica (NATO), hanno assicurato ai propri cittadini una vita di pace, democrazia e ricchezza economica, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.

Ma al di fuori di questa "enclave" di pace, democrazia e prosperità, che cosa è successo? A me sembra di aver visto molto spesso lo stesso copione. L'occidente ha avuto sempre una grande tolleranza se non predilezione per i dittatori, perchè con essi è in genere molto facile fare affari, accordi commerciali, intrattenere rapporti economici di varia natura. Si capisce bene anche perché. Avere a che fare con un dittatore o al massimo con una oligarchia ristretta significa poter prendere decisioni facili e veloci, individuare bene chi ci guadagnerà e saper di conseguenza trattare meglio. Significa non avere a che fare con la complessità e la burocrazia di società governate democraticamente, dove le decisioni passano per organi parlamentari e per il vaglio di una opinione pubblica informata.

Al di fuori di questa "enclave" di pace, democrazia e prosperità, ci sono da sempre immensi territori pieni zeppi di materie prime e di fonti energetiche, così importanti per foraggiare il nostro mondo e mantenere il nostro tenore di vita. E i dittatori sono le teste di ponte ideali per il controllo di questi immensi territori e di tutto quello che custodiscono al di sotto del loro suolo, perché di quello che transita al di sopra non ci siamo mai veramente preoccupati. Tranne forse nei casi in cui le guerre intestine che si generavano quà e là non ci consentivano di fare affari con il commercio di armi tecnologicamente avanzate (siamo bravissimi con la tecnologia).

Certo che però i dittatori possono finire per rompere le scatole, principalmente per due motivi. Primo perché possono avere mire personali non esattamente coincidenti con quello che a noi conviene, e non si può certo pretendere di tenerli a bada così facilmente senza pagare un prezzo. Poi soprattutto perchè sono regimi che a lungo andare affamano la propria popolazione, la riducono a condizioni di vita inaccettabili, a livelli culturali bassissimi. E tutto questo può produrre guerre civili, guerre di religione, guerre etniche, rivolte, rovesciamenti di regime, terrorismo, invasioni di stati confinanti. Tutta roba che può rivelarsi molto scomoda anche per noi. Episodi spiacevoli che vanno controllati con operazioni di "peace keeping", con il tentativo di "esportare il nostro civilissimo modello di democrazia".

Putin è l'ultimo di questi dittatori "convenienti". Un personaggio notoriamente pericoloso con cui l'occidente, proprio l'Europa in particolare, ha intensificato i suoi rapporti commerciali negli ultimi dieci-quindici anni, perché era facile farlo, soprattutto sul fronte delle forniture di gas naturale. Questo ha consentito di far entrare in Russia una quantità immensa di denaro europeo, prevalentemente utilizzato per armare un esercito che in questi giorni sta scaricando le sue armi addosso alla popolazione civile dell'Ucraina. L'occidente non riesce ad usare in modo efficacie la diplomazia (che dovrebbe essere lo strumento principe di una società democratica), non riesce ad usare in modo efficacie le sanzioni economiche (che dovrebbero essere un altro buono strumento di una società ricca), e quindi decide di sostenere la "resistenza" ucraina mandando armi e assecondando così un disastro umanitario (che non dovrebbe essere il comportamento ideale per una società di pace).


lunedì 21 febbraio 2022

Le tre memorie

Credo che per noi esseri umani si possano definire tre tipi di memoria, tutte e tre sono in diversa misura determinanti per definire la nostra personalità e interpretare i nostri comportamenti. Eccole.

La memoria fisiologica - E' il tipo di memoria a cui pensiamo subito, quella che più comunemente chiamiamo memoria. E' l'insieme dei ricordi di ciascuno di noi, tutto quello che il nostro cervello conserva delle nostre esperienze passate e che consciamente o inconsciamente utilizziamo durante la nostra vita. Non dobbiamo far niente per ottenerla, ce l'abbiamo e basta. Possiamo forse esercitarla in vari modi ma rimane un aspetto fisiologico del tutto naturale. Il bagaglio di questa memoria è personale, ognuno ha il suo, ci definisce e ci rapporta agli altri su un piano strettamente individuale. Questa memoria ci rende ben coscienti di noi stessi e la sua importanza è evidente, lo si capisce soprattutto se si ha a che fare con persone molto anziane che la perdono progressivamente. La perdita della memoria significa perdita della propria storia e questo purtroppo corrisponde tristemente alla perdita di una parte importante della propria personalità. Come si sa è altrettanto importante che la memoria sia selettiva e che i ricordi svaniscano con il tempo, è un meccanismo di difesa contro l'eccesso di informazioni che non potremmo mai avere la capacità di elaborare. Un famoso racconto di Borges ci fa immaginare con terrore cosa potrebbe succedere se avessimo una memoria perfetta (Jorge Luis Borges, "Funes el memorioso", 1942).

La memoria storica - Intendo quella data dalla storia della società in cui viviamo. E' una memoria che non fa parte della nostra fisiologia diretta, bensì è il risultato dei saperi trasmessi da una generazione all'altra. E' quello che possiamo chiamare a buon diritto cultura. Non è un patrimonio solo della specie umana, moltissime altre specie ce l'hanno, ma in genere in misura molto minore e molto meno evidente. Il motivo sta nella nostra incredibile capacità di comunicare, una capacità che da sempre ci distingue come specie, che abbiamo evoluto moltissimo tempo fa e che la tecnologia (altra nostra peculiarità) ci ha permesso di raffinare moltissime volte nella nostra storia. Al contrario della memoria fisiologica quella storica ciascuno di noi la deve imparare, la deve costruire personalmente con lo studio durante tutta la sua vita. A differenza della memoria fisiologica non ci fornisce una coscienza individuale bensì una coscienza sociale, altrettanto importante per la nostra sopravvivenza. Anzi, rafforza la nostra coscienza individuale attraverso l'identificazione con la comunità a cui apparteniamo. Se la memoria fisiologica definisce la dimensione individuale dell'uomo quella storica definisce la sua dimensione sociale. La cultura non è altro che la consapevolezza della nostra dimensione sociale.

La memoria genetica - Questa memoria è forse la più sfuggente e difficile da definire ed individuare. E' quella scritta da qualche parte nel nostro materiale ereditario ma di cui noi siamo del tutto inconsapevoli, o di cui comunque abbiamo meno coscienza. Viene fuori dalla parte più antica e primitiva, più ancestrale e profonda della nostra umanità. E' responsabile dei comportamenti istintivi. D'altra parte l'istinto è definito da un insieme di comportamenti di cui abbiamo meno controllo e consapevolezza, che si esprimono quasi in automatico, come fossero già scritti da qualche parte. Un esempio affascinante di questa memoria ce lo dà l'animismo. La cultura animista è quell'insieme di credenze che attribuiscono qualità animate, addirittura soprannaturali o divine, a oggetti, luoghi o elementi materiali (questa è più o meno la definizione che si trova su Wikipedia). Ma la radice dell'animismo è secondo me qualcosa di estremamente istintivo, connaturato con un comportamento umano primitivo e universale, che non fa parte del singolo individuo (memoria fisiologica), né della sua cultura (memoria storica), bensì della specie. Si tratta di quell'istinto che ci fa vedere l'animato nell'inanimato, una causa animata dietro qualunque movimento. Ed è ovviamente collegato con la capacità di individuare un potenziale pericolo anche dove non c'è, di saperlo immaginare e quindi prevedere. E' collegato alla nostra capacità di sopravvivenza, e fa parte della nostra memoria di specie. E' il motore di tutte le religioni. Ne ho già scritto qui.

Questi, mi pare, sono tra i principali ingredienti della nostra esistenza.


mercoledì 16 febbraio 2022

I messaggi del potere

Qualche giorno fa sono andato a recuperare l'intervista televisiva che Fabio Fazio ha fatto a Papa Francesco. Fazio ha intervistato praticamente tutti. Il motivo principale, oltre alla sua indubbia bravura personale, è che le sue interviste sono sempre celebrative, amplificano il prestigio e la popolarità di tutti quelli che vengono intervistati, non mettono mai in dubbio la grandezza del personaggio, chiunque sia. Nel caso dell'intervista al Papa è significativo quello che mi è capitato di ascoltare in un telegiornale pomeridiano, in uno di quei collegamenti con il conduttore che servono per lanciare il suo programma. La giornalista in modo direi del tutto spontaneo e naturale (essendo una giornalista) chiede a Fazio "che domande farai al Papa?". Lui risponde, quasi con un tono di rimprovero, che non si fanno domande al Papa, per cui lui ci farà semplicemente una lunga chiacchierata su temi importanti. Questo ovviamente significa che al Papa verrà dato per un'ora l'uso di un grande mezzo di comunicazione di massa, in una televisione pubblica, dentro una delle trasmissioni più seguite in assoluto.

L'intervista come mi aspettavo non è di alcun interesse. Tra le tante domande inutili e scontate c'è anche quella onnipresente che suona più o meno così: "ma come è possibile che Dio permetta tanta sofferenza nel mondo?" che è forse quella che ha messo più in difficoltà il Papa (il che è tutto dire). D'altra parte è da quando l'uomo si è inventato le divinità (cioè da sempre) che ci si può fare questa domanda irrisolta e piuttosto scomoda. Anche il Papa non ha potuto far altro che invocare il "mistero" di questa contraddizione, dopo aver fatto i soliti cenni al libero arbitrio. Insomma i temi importanti erano questi, oltre ovviamente alle guerre, alla povertà, alle sofferenze, ecc.

L'intervista ha comunque avuto ovviamente un livello di ascolti altissimo e la figura del Papa, come quella di chiunque venga intervistato da Fazio, ne è uscita ingigantita, pur senza una ragione oggettiva. Viene in mente che questo era sin dall'inizio l'unico vero obiettivo. Tra l'altro questo mi pare confermato da una breve rassegna di articoli online che riportano diverse informazioni sull'evento, dati di ascolto, pettegolezzi sul fatto che in realtà fosse un'intervista registrata e che questo non fosse stato detto chiaramente, ma poco o niente sui temi toccati dalla chiacchierata.

L'evento particolarmente inusuale e per questo molto pubblicizzato (Fazio è stato riempito di complimenti ammirati per lo scoop ottenuto) e contemporaneamente la sua sostanziale inconsistenza fanno scattare l'ovvia domanda "a che serve questa roba?". Allora mi viene in mente che la Chiesa Cattolica a ben vedere non sta passando un bel momento storico, ha gravi problemi al suo interno di ordine morale (si veda la questione degli abusi sessuali, ampiamente diffusa e documentata su tempi recenti e non recenti, tutt'altro che circoscritta a pochi casi isolati), ha problemi di tenuta sia al suo interno (si veda la questione delle crisi vocazionali) che all'esterno (si veda la questione delle chiese disertate dai fedeli). In breve ha problemi di immagine verso la società. E' urgente mantenere nell'opinione pubblica un'immagine positiva della Chiesa nel mondo. Servono messaggi appropriati.

Sarò pure blasfemo e forse anche un po' ingiusto nei confronti di questo Papa ma a me la sua intervista ha fatto venire in mente certe pubblicità di grandi aziende, come per esempio Amazon, che non servono per pubblicizzare un qualche loro prodotto ma cercano semplicemente di comunicare un'immagine di sé stesse la più positiva possibile. E' anche quello che ormai purtroppo molto frequentemente si vede nei nostri giornali di carta sempre più in crisi, che assieme alle normali pubblicità ben riconoscibili fanno uscire articoli il cui scopo più o meno mascherato è quello di dare una rappresentazione positiva di un'azienda, quella che magari nella pagina a fronte pubblicizza dichiaratamente un suo prodotto. Infine è anche quello che si nota nelle pubblicità sull'assegnazione dell'otto per mille alla Chiesa Cattolica che arrivano ormai da anni sempre puntuali nei momenti dell'anno opportuni. Insomma, tecnicamente si tratta di forme molto efficaci di marketing aziendale. Questo tipo di messaggi è quello che serve ad un potere per giustificare sé stesso, farsi accettare o addirittura ammirare.

NOTA: qualche giorno dopo l'uscita di questa intervista il Papa ha pensato bene di fare dichiarazioni contro il suicidio assistito ("la morte va accolta, non provocata") alla vigilia della discussione in parlamento della legge sul fine vita che aveva già subito un rinvio. E che infatti è subito slittata di nuovo ad altra data.