lunedì 31 agosto 2026

Il mio divertimento con l'Odissea

L'uscita questa estate del film Odissey di Christopher Nolan è stata occasione di un'esperienza congiunta del poema e del film che mi ha molto interessato e divertito. Anzitutto alla vigilia dell'uscita del film, preceduto da una campagna pubblicitaria martellante e fastidiosa, ho acquistato un'edizione del poema tradotta in prosa dalla grecista Maria Grazie Ciani e ne ho quasi completata la lettura prima della visione del film. Successivamente mi sono letto più o meno tutto quello che mi passava sui social.

La lettura del poema e il confronto con il film è stata proprio una bella pensata. Salto tutte le critiche inutili sulla fedeltà del film al poema perché la cosa interessante è proprio la distanza tra le due opere. Un film filologicamente accurato e fedele alla scrittura omerica probabilmente non sarebbe stato altrettanto stimolante. Per non essere inutilmente prolisso mi soffermo solo sul concetto di eroe ricavato dalle due esperienze, letteraria e cinematografica.

L'eroe del poema

Leggendo il poema ricavo un'idea di eroe, rappresentato da Ulisse, che è quella dell'uomo che sceglie di essere mortale (rinunciando coscientemente all'offerta di immortalità della ninfa Calipso) perché è questa condizione che lo rende veramente umano. L'immortalità è degli dei, è disumana. Ulisse usa tutte le sue migliori qualità umane per ottenere i suoi scopi. Usa l'intelligenza, usa il coraggio, usa la prudenza e l'inganno quando lo ritiene necessario. E' curioso e ha voglia di conoscere il mondo, perché conoscere gli può tornare sempre utile, anche se gli fa correre dei rischi. Ma è anche vero che Ulisse è solo un uomo, trasportato dalle innumerevoli forze di una natura enormemente più grande di lui, immensa e ricchissima, che non riesce a governare completamente, e a cui alla fine non può far altro che abbandonarsi. Saranno gli dei a guidarlo e a segnare il suo destino. Gli dei e i loro capricci rappresentano quanto di apparentemente irrazionale, inconoscibile e misterioso c'è nella natura, l'ambiente a volte favorevole, a volte indifferente e a volte ostile dove l'uomo organizza la sua sopravvivenza e la sua esistenza. Trovo che l'immagine di questo eroe sia universale. Dettagli a parte, mi sembra una buona sintesi della condizione umana, anche attuale.

L'eroe del film

Nolan nel suo racconto dell'Odissea reinterpreta l'eroe in chiave moderna, forse più antropocentrica. Toglie quasi completamente la presenza degli dei, e trasforma le vicende di un eroe in balia dei capricci degli dei, cioè dei misteriosi, imprevedibili e inconoscibili eventi della natura, in un viaggio psicologico, dove Ulisse fa i conti solo con sé stesso, e con la responsabilità delle sue scelte. Atena si rivela nel racconto una voce della sua coscienza, più che la divinità principale che determina e guida il suo lungo viaggio. Calipso non è la ninfa che riceve un ordine da Hermes, messaggero degli dei, ma sembra piuttosto una psicoterapeuta che alla fine si convince che Ulisse deve tornare a casa, ed è lei che interpreta il bisogno inconscio di Ulisse di cancellare le sue responsabilità mangiando continuamente foglie di loto e che lo induce a prendere coscienza. Circe è una moralista che condanna i guerrieri di Ulisse e cede ad un ricatto di quest'ultimo, non ad un comando degli dei. Polifemo non parla con Ulisse e il fatto che sia il figlio di Poseidone viene detto quasi per caso sulla nave che riporta i guerrieri in mare dopo essere riusciti a fuggire.

Nel film di Nolan il viaggio del protagonista Ulisse rappresenta la maturazione della sua consapevolezza che, con l’inganno del cavallo di Troia, ha violato la legge non scritta che reggeva il mondo antico, la famosa Xenia costantemente presente anche nel poema, la legge dell'ospitalità, citata più volte nel film come la legge di Zeus. Questa maturazione ha un percorso psicologico che appare evidente in alcuni punti, quello del rapporto con Calipso ad esempio, quella del dialogo con Sinone nell'Ade, o anche quello del colpo di freccia verso Polifemo all'uscita dalla caverna, un atto sconsiderato che serve solo a mettersi nei guai, come se l'inconscio di Ulisse volesse tirarsi addosso l'ira di Poseidone per espiare una colpa.

In poche parole l'uomo è artefice del suo destino, agisce con il suo libero arbitrio e porta integralmente il peso della responsabilità delle sue azioni. Un superuomo tragico, che trova sempre e solo se stesso e il suo mondo in fondo alle sue disavventure. Un mio collega mi ha detto che forse i grandi registi finiscono per fare sempre lo stesso film. Questa osservazione l'ho ritrovata in altri interventi letti successivamente. Ad esempio Christian Raimo e Lucio Del Corso scrivono: "Si potrebbe arrischiare un’analisi dettagliata per cui in ogni film di Nolan il protagonista è un uomo bianco di mezza età che si ritrova a combattere un gigantesco sistema del quale, alla fine, si accorgerà di fare parte lui stesso". E citano giustamente altri film del regista, come Oppenheimer, Interstellar e altri, fino addirittura a Memento, uno dei suoi primi film. Nel caso dell'Odissea sintetizzano così: "Il senso politico del film è semplice e potentissimo. Violare il diritto internazionale (l'equivalente della Xenia) è la fine della nostra civiltà, ed è colpa nostra. Il film racconta la potenza vincitrice come i tremendi spaventosi Popoli del Mare, come la forza che viene dall’acqua e disfa le città. Ecco: quella potenza distruttrice siamo noi". In questa interpretazione compare anche un aggancio evidente alla nostra attualità, che ho riscontrato anche in altri commenti sui social, come ad esempio: "L’intento evidente di Nolan è di fornire un commento sul presente: la violazione dei patti di fiducia e lealtà reciproca che porta alla distruzione di Troia è una metafora delle vere violazioni del diritto internazionale che stanno portando alla fine dell’ordine mondiale per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni".

Una scena del film e la sua interpretazione

Ulisse è con Calipso in una spiaggia bellissima. Le inquadrature si alternano tra lui che parla con Calipso del suo desiderio di tornare a casa e sempre lui che si aggira disorientato tra i pezzi di legno della nave con cui è naufragato. E' la fine del suo viaggio (nella versione di Nolan), è rimasto solo, ha perso tutti i suoi compagni, non ha niente per poter provare a riprendere il mare e tornare nella sua Itaca. Ha alle spalle avventure incredibili che lo hanno portato in giro per tutto il mondo conosciuto. La decisione di Calipso di lasciarlo andare, e la sua consapevolezza di dover tornare, lo portano a riunire i pochi pezzi della sua vecchia nave per costruire una zattera improbabile, tentativo disperato, unico mezzo possibile per lasciare quella splendida isola e quella splendida ninfa che gli aveva promesso una vita serena e immortale.

Nella scena seguente è sdraiato sulla zattera, completamente in balia della corrente, le onde progressivamente lo ricoprono. L'inquadratura passa da sopra a sotto il pelo dell'acqua, e si vede Ulisse che scivola nel mare, senza opporre resistenza. La scena successiva lo mostra spiaggiato, Atena lo osserva e gli rivela che si trova proprio nella sua Itaca.

Le immagini sono bellissime, come molte altre in quasi tutto il film. Ma è il senso di queste poche inquadrature che mi colpisce. Un senso che può cambiare a seconda dell'interpretazione che viene data, dal poema o dal film. Qui queste due interpretazioni possibili sembrano quasi toccarsi, pur rimanendo distinte. Io ci ho visto il concetto di eroe che avevo ricavato dalla lettura del poema. Ulisse, oramai sopraffatto, si arrende agli eventi (guidati dal volere e dal capriccio degli dei), anche se, nonostante il consiglio ricevuto dalla dea marina Ino Leucotea, che gli appare in forma di gabbiano, inizialmente diffida del consiglio e fa di testa propria temendo un ennesimo inganno divino (la metis dell'uomo che cerca sempre di usare le sue poche forze per garantirsi la sopravvivenza).

Ma la scena del film non rappresenta quest'ultimo aspetto e, secondo alcuni, l'interpretazione dell'episodio del film può diventare questo: "La zattera su cui si adagia finalmente in balia delle onde va riletta come il lettino o la sedia scomoda dell’analista". L'inconscio di Ulisse, che vorrebbe non  tornare per non fare i conti con le sue responsabilità, si arrende agli eventi. Non a caso nel film Ulisse spiaggia direttamente nella sua Itaca e non nell'isola dei Feaci.

NOTA finale: L'articolo di Raimo e Del Corso fa un discorso complesso di tipo politico-filosofico, e la sua lettura è interessante anche perché rimanda spesso ad un libro che ha esercitato una grande influenza sulla filosofia e sulla cultura occidentali, Dialettica dell'Illuminismo, scritto da Max Horkheimer e Theodor W. Adorno e pubblicato nel 1947. Uno dei temi di questo libro è proprio la rilettura dell'Odissea di Omero come l'archetipo della nascita della civiltà borghese illuminista. Secondo Raimo e Del Corso il film di Nolan si ricollega a questo pensiero, sebbene il regista nelle varie interviste non l'abbia mai citato tra le sue fonti. Se ce la faccio metterò il libro nelle mie prossime letture.