sabato 19 settembre 2026

Cambiamento climatico e scienza dell'attribuzione

Il tema del cambiamento climatico sembra provocare in prevalenza atteggiamenti molto polarizzati. Chi sostiene che sia un problema che non esiste, o se esiste non è di natura antropica (negazionismo), e chi prospetta l'apocalisse in tempi brevi (catastrofismo). A parte il fenomeno dell'attenzione, che nei media sfrutta sempre le posizioni estreme, o il fenomeno analogo delle cosiddette echo chambers dei social, bolle informative che escludono sistematicamente contenuti opposti a quelli che l'utente è portato a pensare, questa polarizzazione sull'argomento del cambiamento climatico secondo me è provocato anche da tendenze psicologiche naturali che reagiscono a un argomento così rischioso per il futuro ignorandolo o amplificandolo, in entrambi i casi in modo irrazionale. 

Quello che peggiora la situazione, oltre alla minacciosità del problema, è la sua grande difficoltà nel poterlo affrontare e risolvere. In particolare il cambiamento climatico è una minaccia globale che richiede un'azione coordinata altrettanto globale, ma le nostre strutture decisionali, psicologiche e politiche sono rimaste prevalentemente locali, sia nello spazio che nel tempo. D'altra parte il cervello umano si è evoluto per rispondere a minacce locali (immediate, visibili e prossime). Il cambiamento climatico è un problema di natura opposta: si articola su tempi lunghi e su tutto il pianeta. Quindi non si intuisce attraverso fenomeni locali o singoli episodi, che effettivamente è il modo in cui percepiamo normalmente gli elementi avversi. La sua percezione corretta è solo di tipo statistico, e si sa che la statistica è sempre difficile da digerire. Ma diversamente si rischia di rimanere vittime di considerazioni irrazionali e inconsistenti.

Un giornalista ha fatto una metafora un po' buffa ma stimolante: il cambiamento climatico come problema che deve essere affrontato in maniera globale a che cosa lo possiamo paragonare? E' come se una singola persona decidesse di risolvere il problema del suo personale sovrappeso ma la diminuzione del suo peso dovuto alla dieta che sta facendo si spalmasse equamente su tutta la popolazione. E' ovvio che in questo caso non avrebbe nessuna possibilità di risolvere il suo problema, potrebbe dimagrire solo qualche grammo, forse. La vera soluzione richiederebbe che tutta la popolazione facesse la dieta insieme a lui. Analogamente il cambiamento climatico comporta un'azione globale e coordinata di tutti, che converga allo stesso obiettivo. Per un'azione globale del genere serve una specie di intelligenza collettiva o se vogliamo di razionalità collettiva che forse per nostra natura non siamo abituati a praticare.

L'unica possibile forma di razionalità collettiva che mi viene in mente è quella data dal pensiero scientifico e dalla conoscenza che è in grado di produrre. Le istituzioni scientifiche possono convincere (e in parte ci sono già riuscite) la quasi totalità degli stati e dei cittadini che il problema esiste e va quantificato, cosa mai successa prima nella storia umana per una minaccia su scala globale e a così lungo termine. In quest'ottica è nata la cosiddetta Scienza dell'attribuzione, una branca della climatologia che stabilisce se, e in quale misura, un singolo evento meteorologico estremo (come un'ondata di calore, un'alluvione o un uragano) sia stato reso più probabile o più intenso dal riscaldamento globale antropico (causato dall'uomo). La scienza dell'attribuzione si basa su simulazioni: modella il mondo reale (con il clima attuale che include i gas serra immessi dall'uomo), modella il mondo ipotetico (in un pianeta senza l'influenza umana, eliminando i gas serra prodotti dalla Rivoluzione Industriale a oggi), e confronta i risultati permettendo di quantificare in senso statistico il singolo evento meteorologico, cioè quanto spesso un certo evento meteorologico registrato in una certa regione si verifica nel mondo reale rispetto a quello ipotetico (es.: l'ondata di calore X è stata resa 30 volte più probabile e 2 °C più calda a causa del cambiamento climatico).

Con questa tecnica ad esempio l'ondata di calore avuta nell'estate del 2003 oggi è stimata essere 10 volte più probabile. Non a caso questa estate è stata registrata un'ondata di calore superiore a quella del 2003. Ma allo stesso modo ha anche stabilito che l'alluvione dell'Emilia-Romagna del maggio 2023 è stata un evento rarissimo, ma le simulazioni non hanno riscontrato un aumento significativo dell'intensità delle piogge primaverili in quella precisa regione dovuto al cambiamento climatico. In quel caso, il disastro è stato guidato principalmente dalla straordinaria sfortuna di tre cicloni consecutivi su terreni già completamente saturi d'acqua.

Trovo molto interessante come questo approccio statistico e quantitativo riesca a stabilire una correlazione abbastanza precisa tra la probabilità di un evento meteorologico e la tendenza generale del clima, riuscendo anche a fare (e a farci fare) una distinzione significativa tra queste due cose.


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