sabato 27 agosto 2022

La pubblicità "autorevole" di un dentifricio

In questo ultimo periodo ho notato in televisione uno spot pubblicitario curioso. Si tratta di una banale pubblicità ad un dentifricio ma concepita come un "consiglio" dato da una scienziata. Formule pubblicitarie simili sono abbastanza frequenti, fanno leva sull'autorità più o meno riconosciuta della scienza (anzi, forse finché ci saranno pubblicità di questo tipo significherà che la scienza è ancora considerata un'istituzione autorevole, anche se sempre più incomprensibile). Ma la cosa curiosa è che la "scienziata" che spiega le importanti caratteristiche del prodotto uscito dai suoi laboratori ha un chiaro accento anglosassone, pur parlando in italiano. Non può essere un caso. L'autorevolezza viene amplificata dal fatto che il tutto sembra uscir fuori da un'intervista ad un qualche laboratorio scientifico americano. Ma perché questo? Perché nel nostro immaginario lo sviluppo scientifico e tecnologico è associato inevitabilmente alla società americana? 

La risposta è tristemente semplice, ed è strettamente legata al periodo europeo del nazifascismo. Chi conosce un po' di storia della scienza sa che fino ai primi del novecento questa era un grande patrimonio culturale europeo (con l'Italia già un po' indietro, per altri motivi storici più antichi e per specifici problemi politici e culturali). Ma il nazifascismo, prima perseguitando i dissidenti, poi scagliandosi contro gli ebrei, infine portando tutta l'Europa nella tragedia della seconda guerra mondiale, ha causato una vera e propria diaspora di scienziati e intellettuali. Questi non potevano trovare altro approdo che negli Stati Uniti, che hanno saputo accoglierli adeguatamente dando loro fiducia e mezzi. Nel giro di pochi anni gli Stati Uniti sono diventati dei leader mondiali nella scienza e nella tecnologia. Per i decenni successivi se volevi essere informato e informare i cittadini dei progressi scientifici dell'umanità dovevi prendere l'aereo ed andare oltreoceano. Quante interviste abbiamo visto in televisione fatte da Piero Angela a scienziati e professori del MIT di Boston (il mitico MIT!) o della NASA o di diversi altri istituti, università e laboratori scientifici degli USA?

La tragedia culturale dell'Europa di quel periodo (certamente non la tragedia più grave purtroppo) sta tutta in questo aneddoto: "Ai nazisti c'erano volute poche settimane per trasformare Gottinga, la culla della meccanica quantistica, da una grande università in una istituzione di secondo ordine. Il ministro nazista dell'istruzione chiese a David Hilbert, il più celebre matematico di Gottinga, se fosse vero 'che il suo istituto [aveva] tanto sofferto con la partenza degli ebrei e dei loro amici'. 'Sofferto? Non è che abbia sofferto, signor ministro", rispose Hilbert, 'non esiste più'" (Manjit Kumar, "Quantum").


lunedì 22 agosto 2022

Visite ai musei

Questa estate ho visitato diversi musei, in particolare uno dei più importanti d'Europa, il museo del Prado, a Madrid. Mi sembra evidente però che in genere i musei, soprattutto quelli importanti, cioè quelli famosi e ricchi di opere, non siano fatti per la fruizione da parte degli utenti di cultura media, che però ne sono i principali frequentatori. Si passeggia all'interno delle grandi sale guardando in modo inevitabilmente distratto un catalogo immenso di opere eterogenee, su cui peraltro non vengono quasi mai riportate informazioni se non le classiche "titolo-autore-anno", in modo volutamente asettico. Le eventuali audioguide di cui spesso ci si può dotare sono sempre didascaliche, inutilmente particolareggiate e tremendamente noiose, quasi sempre incapaci di catturare l'interesse di chi le ascolta.

Il risultato di queste visite è una generale stanchezza che sopraggiunge ben prima di aver terminato la visita e la sensazione di non riuscire ad imparare granché. Questo probabilmente si scontra con il messaggio retorico di essere entrati in un tempio delle arti figurative da cui uscire con chissà quale ricchezza. Un'esperienza complessivamente deludente e anche un po' frustrante. Ho la presunzione di pensare che queste considerazioni, forse un po' estreme, siano però più o meno condivise con diversi livelli di consapevolezza dalla maggior parte dei visitatori. D'altra parte si tratta proprio di una questione banalmente fisiologica, che non può che essere condivisa. Si è costretti in poco tempo ad elaborare una quantità di informazioni ben al di sopra delle possibilità di chiunque. 

Eppure i visitatori di questi musei sono tanti. Penso che quello che muove la maggior parte di noi sia il fatto di andare a vedere le "opere famose", cioè quelle che già si conoscono, una cosa che nell'epoca della riproducibilità delle immagini risulta essere poco più che inutile. In pratica si tratta di un atteggiamento classificabile come pregiudizio di conferma se non addirittura come una forma di feticismo, che non è quasi mai un'acquisizione di nuove conoscenze o di nuove esperienze artistiche. E forse non è quest'ultima cosa che stimola il turista medio alla visita, forse sarebbe troppo faticoso, non compatibile con una gita turistica. Invece la passeggiata alla ricerca delle opere famose (quelle viste e riviste un po' dappertutto) appaga sufficientemente e magari permette anche di riportare a casa un po' di materiale culturale a buon mercato, "argomenti di conversazione" (parafrasando una nota battuta di un film di Verdone).

Le visite ai grandi musei in tutto il mondo sono una forma di turismo che serve per testimoniare uno status culturale di buon livello. Il cittadino della classe media cerca di distinguersi dai suoi pari almeno sul piano culturale. E realizza questo suo obiettivo non facendo esperienze culturali reali (qualunque esse siano) ma acquistando un prodotto culturale, che in certe occasioni può anche essere esibito. Una forma di consumismo.


domenica 31 luglio 2022

L'obiettivo celato di un social utile

Poco dopo i risultati dell'elezione del Presidente della Repubblica, che alla fine hanno confermato uno svogliato Sergio Mattarella, ricevo un simpatico meme da un amico che recita così: "Mattarella è come quel padre che dopo una vita di duro e onorato lavoro non si può godere la vecchiaia perchè ha i figli scemi". Poco più tardi apro LinkedIn e leggo un post che recita così: "Mattarella è come quell'imprenditore che dopo una vita di duro e onorato lavoro in cui ha portato l'azienda di famiglia a livelli altissimi .....". Uhm ....

LinkedIn è un social che secondo me ha come scopo principale quello di permettere ai suoi iscritti di riuscire ad ottenere un lavoro, a cambiarlo, a migliorarlo. Uno scopo che definirei nobile e che fa di LinkedIn uno strumento molto utile. Però questa nobiltà non è riconosciuta se non viene rivestita da un'ideologia "aziendalista" e "professionalista", in cui l'immagine del padre di famiglia che semplicemente lavora è debole se non proprio perdente, quanto meno fuori luogo. Su LinkedIn non si lavora, si accettano sfide, avventure, "challenges".

Lavorare per vivere rischia di apparire come una cosa da mediocri, che non hanno motivazioni veramente forti e interessanti. Non si rappresenta il lavoro in termini così semplici in un social come questo. E' una cosa curiosa ma è così. Probabilmente è il risultato dell'ipocrisia di una società benestante costruita sull'ansia del profitto che obbliga le aziende a non aver bisogno di semplici lavoratori, piuttosto di persone che nel loro lavoro vedano sempre "sfide di successo". E' un modo per non fermarsi mai. E' per questo che LinkedIn è pieno di giri di valzer di complimenti fatti e ricevuti che ti danno la sensazione di stare in una comunità di professionisti di successo. In realtà questa idea di successo è direttamente legata ai profitti delle aziende che si traducono in lordo e benefits per i lavoratori. Tutto è misurato in soldi, rigorosamente. Ma non esplicitamente. I soldi non sono mai tirati in ballo in maniera esplicita, i soldi sono un tabù, al loro posto si parla sempre di "soddisfazioni professionali". Si tratta di una vera e propria ideologia, forse l'unica rimasta in piedi nella nostra società "post-ideologica". E d'altra parte un'ideologia ha bisogno del suo linguaggio e dei suoi veicoli di comunicazione. LinkedIn mi sembra che abbia un suo ruolo importante nel soddisfare queste esigenze.


giovedì 30 giugno 2022

Il mio braccio destro

Avevo 9 anni circa e la cosa è cominciata con un dolore al braccio destro, più esattamente al gomito. Ricordo che si trattava di un dolore non troppo forte, almeno all'inizio, che somigliava ad un indolenzimento. In breve tempo sul gomito dolorante comparve anche un gonfiore e il dolore peggiorava. Era come se ci avessi sbattuto, o fatto qualcosa di traumatico, ma in realtà con quel braccio non ci avevo fatto nulla di strano. Il dolore c'era senza una causa precisa.

Purtroppo non ricordo tutti i particolari e la sequenza esatta degli eventi, però avendo 9 anni probabilmente la prima cosa che pensò di fare mia madre fu di portarmi dalla pediatra. La dottoressa Iris Paciotti ai miei occhi era "un omone", donna imponente dai lineamenti del viso molto particolari, una voce scura per una donna, leggermente afona. Però era rispettosa e gentile e si presentava dando la mano anche ai bambini suoi pazienti, una manona che ricordo bene.

Il problema che avevo al braccio era abbastanza misterioso, certamente lo era per me ma forse anche un po' per lei. Infatti cominciò a mandarmi da degli specialisti di sua conoscenza. Uno di questi era un certo Prof. Negro, un tipo piuttosto anziano che aveva uno studio a Piazza Navona. Credo che da questa visita ma ne uscii con delle pilloline bianche dentro un tubetto trasparente (me le ricordo benissimo ma non sono sicuro che me le avesse prescritte proprio lui).

Evidentemente la terapia intrapresa non dava gli effetti sperati (ricordo che il dolore e il gonfiore me lo portai appresso per parecchio tempo) perché ad un certo punto la dottoressa mi indirizzò verso un altro specialista. Questo signore risultava strano da parecchi punti di vista, a partire dal suo nome fino alle pratiche mediche che proponeva. Lo ricordo giovane, fisico asciutto e robusto e una curiosa erre moscia. Si chiamava Ferro Ledvinka (come dimenticare un nome simile). Non credo che si sia mai preoccupato del mio braccio e questo mi risultava veramente singolare. Riceveva in casa sua, ricordo vagamente sia la moglie che la figlia. Le sue sedute consistevano in pesanti massaggi sulla schiena all'altezza delle reni che io temevo molto perché mi toglievano letteralmente il respiro. Subito dopo i massaggi ero invitato ad andare a giocare con la figlia poco più grande di me e lui rimaneva a chiacchierare con mia madre. Da quelle sedute riportavo a casa dei curiosi opuscoli che parlavano di una cosa che si chiamava macrobiotica.

La cura vera e propria che mi prescriveva il signor Ledvinka, oltre ai suoi massaggi, era una dieta che aveva a che fare con quegli opuscoli che mi regalava ad ogni sua seduta, chiamata infatti da lui stesso dieta macrobiotica. Consisteva nella somministrazione di una serie di "papponi" a base di vari cereali, come orzo e avena e altri strani prodotti che mia madre doveva comprare nei negozi della catena Castroni. Facevano schifo, senza mezzi termini, era uno strazio mangiare per giorni e giorni quella roba. Ricordo che mia madre sottolineava sempre che però con quella dieta gli esami del sangue erano perfetti. Ma il mio dolore e gonfiore al braccio non sembravano avere minimamente a che fare con tutta questa roba, infatti peggioravano.

Mi piacerebbe ricordare bene tutti i passaggi di questa storia ma di alcune cose (che evidentemente non capivo) non mi è rimasto molto. Secondo quello che qualche anno dopo mi raccontava mia madre queste terapie si interruppero bruscamente, non so se per decisione della mia pediatra o più ragionevolmente per l'intromissione del mio medico curante, il Prof. Fulvio De Lillo. Questi prescrisse delle radiografie e una visita ortopedica da un certo Prof. Fineschi, medico del Policlinico Gemelli.

La diagnosi del Prof. Fineschi fu che avevo un Osteoma Osteoide (un tumore benigno del tessuto osseo) che andava asportato chirurgicamente. Il risultato fu che nel giro di poco venni ricoverato nel reparto di ortopedia del Policlinico Gemelli di cui Fineschi era primario. Quei quindici giorni estivi (credo tra giugno e luglio) di degenza ospedaliera me li ricordo come spensierati, una specie di insolita vacanza. La caposala aveva deciso di riunire in un'unica grande stanza della corsia tutti i bambini ricoverati in quel periodo, per cui sembrava di essere a una colonia estiva. Io in quei giorni scoprii di essere (o pensavo di essere) un "caso interessante" perché durante le visite il Prof. Fineschi, che era sempre seguito da un notevole codazzo di studenti, illustrava il mio caso come insolito e rischioso in quanto l'osteoma si presentava sul gomito, ovvero molto vicino all'articolazione che nell'intervento andava preservata. Il gonfiore era una cosa anomala per quel tipo di tumore. Alcuni studenti si avvicinavano e chiedevano gentilmente di poter vedere il braccio e sentire il gonfiore. Ricordo che concedevo la visita con una certa soddisfazione. 

L'intervento andò bene, i controlli successivi pure, e la storia si concluse una quarantina di giorni dopo, alla fine dell'estate, quando finalmente mi tolsero il gesso, cha andava dalla mano (lasciando libere solo le dita) a metà dell'avanbraccio, terminando così dei fastidiosi pruriti. Un periodo di fisioterapia riportò in breve tempo il braccio alle sue normali funzionalità e dimensioni. Oggi intravedo ancora abbastanza bene la cicatrice sul gomito, unico segno fisico a ricordo di questa vicenda.

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I personaggi di questa storia:

Io - Bambino incosciente che ha vissuto una vacanza in ospedale ricevendo visite e regali, due dei quali me li ricordo come fosse ieri: il Big Jim, quello classico, era probabilmente in quegli anni che spopolava come giocattolo, era snodabile in un modo che non avevo mai visto e ci si giocava prevalentemente facendogli assumere tutta una serie di posizioni plastiche; una radiolina a transistor, gialla, con un indicatore della sintonia costituito dalla linea di separazione tra due regioni, una rossa e una nera, bellissima.

La mamma - Non ho una chiara idea di come mia madre abbia giudicato l'avventura delle cure alternative in cui siamo incappati. Certo che la diagnosi fu una bella botta, considerando che pochi anni prima aveva assistito suo suocero (mio nonno) che nel giro di un mese se ne andò per un tumore ai polmoni, proprio in quello stesso ospedale dove ero ricoverato io. La mia naturale incoscienza era in parte controbilanciata da una sua malcelata preoccupazione, che a me arrivava in modo appena percettibile mentre lei in realtà si cagava in mano dalla paura.

La dottoressa Paciotti - Medico Pediatra Omeopata, fino a quel momento il pediatra di mio fratello maggiore e mio. Per quanto mi ricordi mai più vista da quest'episodio in poi. Per curiosità ho cercato sue notizie su internet e sembra essere stata una personalità di spicco dell'omeopatia in Italia. E' stata allieva del Prof. Negro. Ha scritto diversi libri, il più famoso dei quali si chiama L'amore creativo. Ha fondato un centro per l'omeopatia, ha diretto riviste e fondato una casa editrice. Da un certo punto in poi ha esercitato la professione a Cesano di Roma. E' morta il 4 maggio 2021.

Il Prof. Negro - E' considerato uno dei promotori dell'omeopatia in Italia. Ha fondato istituti (Accademia di Medicina Omeopatica, Scuola italiana di Medicina Omeopatica Hahnemanniana, Centro omeopatico romano, ecc.). Ha un articolo biografico su Wikipedia. E' morto il 25 marzo 2010 a 102 anni.

Ferro Ledvinka - Contrariamente al suo cognome (e a quanto avevo sempre creduto) si tratta di un italiano con cognome di origine boema. Ha diffuso la macrobiotica in Italia traducendo i testi originali giapponesi. Anche lui ha scritto diversi libri, forse il più famoso è Il medico di sé stesso. Da un certo punto in poi lascia progressivamente la macrobiotica per darsi a ricerche spirituali e contatti medianici. Secondo un articolo biografico trovato in rete "Muore all’ospedale di Livorno il 25 luglio 2000 per un aggressivo tumore strenuamente combattuto con terapie naturali e tradizionali".

Il Prof. De Lillo - E' stato per molti anni il nostro medico di famiglia. Professore all'Università Cattolica. Ai miei occhi di bambino era una figura gigantesca (e non solo ai miei occhi), di carnagione chiara e lentigginosa (rosso di capelli), ricordo bene le sue mani quando visitava. Ricordo quando parlava dei suoi figli con mia madre, erano sette, tutti maschi. Ne aveva fatti così tanti per tentare di avere una femmina (!). Un paio dei suoi figli (Fabio e Stefano) sono oggi (o sono stati) rispettivamente Consigliere Regionale del Lazio (e prima assessore comunale della giunta Alemanno) e Senatore della Repubblica, entrambi provenienti da Forza Italia e passati recentemente alla Lega di Salvini. Il Prof. De Lillo è morto diversi anni fa ma non ricordo esattamente quando.

Il Prof. Fineschi - Per molti anni ha ricoperto la cattedra di Ortopedia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma. E' stato direttore dell'Istituto di chirurgia ortopedica del Policlinico Gemelli di Roma. L'articolo di Wikipedia a lui dedicato dice che è stato anche un "rosaista e rodologo", appassionato e collezionista di rose. L'articolo cita anche una serie di suoi pazienti illustri tra cui Papa Giovanni Paolo II e vari altri (Enzo Biagi, Sergio Zavoli, Mario Pastore, Franca Valeri, Ennio Morricone). Io non sono citato :-). E' morto il 12 Aprile 2010, a 87 anni.

L'Osteoma Osteoide - E' uno dei tumori benigni del tessuto osseo più frequenti in età giovanile. Ai miei tempi la terapia era essenzialmente l'asportazione chirurgica, oggi il trattamento più frequente è la “bruciatura” con radiofrequenza eseguita sotto la guida della Tomografia Computerizzata, quindi niente cicatrici e degenza ridotta ad un paio di giorni. 

Il mio braccio destro - Ne ha passate ma ora sta bene.


martedì 14 giugno 2022

Maturità

Quest'anno mio figlio dovrà sostenere l'esame di maturità. E quest'anno, dopo due anni di pandemia il ministero dell'istruzione ha pensato bene di ripristinare il secondo scritto, quello di indirizzo che affianca il tema di italiano, anche se con qualche "facilitazione" per gli studenti, e ridare quindi all'esame grosso modo la sua fisionomia pre-covid. Il problema ovviamente non è l'esame in sé, che ha anche una sua utilità formativa, è il fatto che tramite questo si vuol far apparire efficiente una scuola ridotta in realtà ai minimi termini. Si ripristina velocemente l'esame di maturità così che agli occhi dell'opinione pubblica tutto sembri ritornare sui binari di sempre. Nella merda di sempre, aggiungerei io. Questo lo fa colpevolmente sfruttando la popolarità di questo esame, rappresentato come un rito collettivo di iniziazione dei ragazzi appena maggiorenni, una sorta di ingresso in società. Torna l'esame come prima, torna la scuola come prima. E cioè?

Una scuola orientata alle "competenze", pronta ad introdurre le riformine più incosistenti e per questo dannose, ancora più dannose perchè non finanziate nè correttamente organizzate (senza mezzi non si organizza niente). Tra queste la famosa "alternanza scuola-lavoro", o l'introduzione sperimentale della secondaria superiore in quattro anni, perché i ragazzi si mettano in testa che devono andare a lavorare il prima possibile, ed essere produttivi il prima possibile, perchè capiscano che non ci sono soldi per istruirli, e neanche la volontà. Non ultima anche l'introduzione delle "soft skills", le famose "competenze non cognitive", l'insegnamento comportamentale e relazionale, ridotto a qualche regoletta da raccontare in aula da qualche insegnante che ci ha fatto sopra un po' di ore in autoistruzione. E come se l'ambiente scolastico non fosse già una scuola di comportamenti e di relazioni. E poi la burocrazia. E poi il covid.

In questi due anni di covid la scuola italiana si è letteralmente arrangiata. Ogni istituto ha fatto quello che poteva per garantire le lezioni, e ovviamente c'è chi è riuscito meglio e chi peggio, con conseguenze di differenti livelli di gravità sulla popolazione degli studenti. L'unico vero provvedimento introdotto, peraltro in modo a dir poco disinvolto, è stato quello di chiudere le scuole per periodi ripetuti e spesso molto lunghi e attivare la cosiddetta DAD (didattica a distanza), roba tanto più inaccettabile quanto più è bassa l'età degli studenti. Adesso che la quarta ondata di infezione è ufficilamente passata, con la speranza che ci dia fiato almeno fino al prossimo autunno, l'unico altro vero provvedimento che il ministero si è subito affrettato a prendere è stato quello di ripristinare, anche se non del tutto, il famigerato esame di stato come era prima del covid. Complimenti per l'efficienza dimostrata.

E per aggiungere un'ulteriore goccia di sana retorica l'esame viene in questi ultimi giorni celebrato dalla nota canzone di Antonello Venditti ("Notte prima degli esami") che l'autore ha avuto modo di cantare nell'aula magna del suo vecchio liceo, il Giulio Cesare, con grande risonanza mediatica. Sembra fatto apposta. E se questo è il riferimento culturale dei ragazzi che escono dalla secondaria superiore....

Mio figlio nei primi anni di liceo diceva ironicamente (ora ha smesso da qualche tempo, chissà perché) che la sua generazione dovrà salvare il mondo; a me viene in mente molto meno ironicamente che lui e quelli della sua generazione dovranno cercare di salvarsi dal mondo.

Troppo cinico. Mi riprendo con un sano augurio a questi ragazzi. Spero che abbiano imparato nel liceo quello che avrebbero dovuto secondo le parole di Agens Heller nel 2013: "Se qualcuno dovesse chiedere a me, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, riponderei: 'prima di tutto, solo cose inutili: greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita'. Il bello è che così, all'età di diciotto anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose".


lunedì 30 maggio 2022

Amore e morte (un'altra omelia)

Mi è capitato di nuovo, nel giro di poche settimane, di seguire una funzione religiosa. Come al solito bado molto poco agli aspetti del rito, quelli assumono un significato simbolico importante se sei un convinto credente. Forse esagero, nel senso che il rito religioso di una comunità che partecipa in modo sentito è comunque una manifestazione di umanità che può addirittura commuovere, indipendentemente dalle tue convinzioni. Ma al di là di questo la mia attenzione si rivolge regolarmente all'omelia, che in certi casi (non sempre) esce dalle formule del rito e delle frasi fatte per fare una riflessione personale (del prete) sull'episodio del Vangelo appena letto e sulla vita in generale. Dunque l'ascolto.

Il prete parlava dell'amore, quello di Dio per noi (sempre scontato) e quello nostro per gli altri (meno scontato). Nel cercare di definirlo dice una cosa interessante, "quando amiamo davvero, qualcosa in noi muore". L'amore implica la morte di qualcosa. Non male, c'è da pensarci su. Effettivamente è vero che quando amiamo gli altri e mettiamo in pratica questo amore rinunciamo a qualcosa di noi, qualcosa in noi muore. Se non altro perché chi amiamo è sempre diverso da noi, e da noi indipendente, nel pensiero e nelle scelte. È una sensazione frequente, forse un fatto  anche un po' banale, ma è così.

Non avevo mai colto questa cosa in modo così chiaro. L'amore è un dono agli altri, che comporta sempre la morte di qualcosa (tempo, scelte, decisioni, aspirazioni, volontà, desideri). E non è sempre una scelta così consapevole, ha invece l'aspetto di un fatto necessario, naturale. In fondo anche la stessa morte fisiologica è un dono agli altri, in particolare alle nuove generazioni, ai figli. Quando li lasciamo scegliere muore la nostra volontà, e così deve essere. Quando ce ne andiamo gli doniamo il futuro, che non può essere più nostro, e dobbiamo accettarlo, è il nostro estremo atto d'amore per loro, pur se involontario, perché naturale. L'amore funziona così, è la nostra natura.

C'è una frase di Renzo Piano che mi piace molto. Parafrasando la metafora di Newton che per vedere lontano è dovuto salire sulle spalle dei giganti, Renzo Piano dice che "non sono i giovani" (i nostri figli, dico io) "a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere". E aggiunge "i giovani sono il messaggio che mandiamo a un mondo che non vedremo mai". Un atto d'amore, appunto. E un estremo tentativo di sopravvivenza.


martedì 24 maggio 2022

Il problema ecologico tra animismo e razionalismo

Il problema ecologico dovrà trovare delle soluzioni efficaci in ambito scientifico e tecnologico. Occorrerà saper misurare in maniera sempre più esatta l'impatto ambientale dei nostri consumi energetici, dei nostri processi industriali e anche delle nostre abitudini di vita, in particolare dei nostri livelli di consumo, della produzione di inquinamento nelle sue varie forme inclusa la produzione di rifiuti. Occorrerà escogitare tecnologie che intervengano in tutti questi settori della vita sociale per ridurre al massimo l'impatto negativo che stiamo producendo sull'intero ecosistema. Non ultima, e forse la cosa più importante perché collega con un unico filo rosso tutte le altre, dovremo probabilmente correggere per non dire riformulare i nostri sistemi economici decisamente troppo liberisti e iniqui. E' evidente che stiamo creando pesanti disequilibri sia nell'ambiente che ci consente la sopravvivenza sia nelle nostre società che ci consentono la pacifica convivenza, ed è anche evidente che questi due disequilibri sono collegati in qualche modo tra loro.

Le trasformazioni richieste da obiettivi del genere sono molto pesanti, e servono politiche molto audaci per produrle e renderle tollerabili. Il motore di queste grandi trasformazioni, che coinvolgono necessariamente tutti i livelli della società, dovrebbe essere anche culturale. Questo rende tutto molto più difficile. E' una nuova visione del mondo quella che dovrebbe emergere nelle società del futuro. Proprio per questo motivo mi ha colpito e mi è rimasta in memoria una considerazione percepita distrattamente alla radio qualche tempo fa. Secondo le voci dialoganti in radio in quel momento sarebbe necessaria una visione più religiosa del mondo, ma non religiosa in senso Cattolico, anzi, forse questa andrebbe nella direzione opposta a quella voluta. Occorrerebbe una visione religiosa di tipo animista. Quell'atteggiamento cioè che vede la sacralità in tutti gli elementi naturali in cui la vita dell'uomo è fatalmente immersa. Opposta al nostro usuale modo di vedere la natura come l'oggetto passivo delle nostre illimitate manipolazioni, tutte legittime anche se drammaticamente invasive. Ovviamente tra gli elementi sacri della natura ci sarebbe proprio l'uomo, non però come essere eletto, espressione di un altro mondo non naturale e per il quale il mondo naturale è stato fatto, ma come espressione di questo mondo.

Questo però a mio avviso sarebbe solo una parte dell'atteggiamento culturale giusto per affrontare i problemi ambientali che abbiamo di fronte a noi. A questa andrebbe unita la parte razionalista, quella che consentirebbe di risolvere quegli stessi problemi con l'uso di tutto quello che abbiamo capito, che abbiamo costruito e che abbiamo imparato ad usare nella nostra breve storia di specie intelligente.

Parafrasando quello che Stephen Jay Gould scriveva nel prologo del suo libro Bravo Brontosauro (che però in quel caso si riferiva specificatamente agli stili con cui la divulgazione scientifica descrive la storia naturale) si potrebbe dire che il nostro rapporto con la natura dovrebbe scaturire da una giusta combinazione di due atteggiamenti apparentemente antitetici, quello francescano o di tipo diretto, intuitivo, estetico, religioso, e quello galileiano o razionalista. Il primo è "poesia della natura, esaltazione della bellezza organica". Il secondo "trae piacere dagli enigmi intellettuali della natura e dalla ricerca della spiegazione e della comprensione". E come dice Gould entrambi alla fine ricercano una unità con la natura. L'equilibrio tra questi due modi di rapportarci col mondo naturale potrebbe aiutarci a trovare le strategie giuste per preservarlo. O meglio, per preservarci in esso.