lunedì 17 febbraio 2020

Un perchè "annidato"

Perchè la domanda "perchè la Luna mostra sempre la stessa faccia?" mostra sempre la tessa faccia?

Una domanda di astronomia molto ricorrente, diciamo "da astrofili", che viene spesso usata per stimolare il ragionamento dei ragazzi è la seguente: "perchè la Luna mostra sempre la stessa faccia?". Purtroppo in genere si dà per scontato il dato osservativo e di conseguenza non lo si enfatizza. Nel senso che credo sarebbe opportuno sottolineare che questo è un dato dell'osservazione e che per quanto sia banale andrebbe osservato, cioè è importante accorgersene. Te ne accorgi che la Luna mostra sempre la stessa faccia? E non ti suona un po' strano? O quantomeno sufficientemente insolito da attirare la tua attenzione e da meritare una riflessione e un tentativo di interpretazione? Trovi che la domanda abbia un senso? Perchè se non è così è inutile discutere la risposta. Passa a qualcos'altro.

L'aspetto osservativo viene dato per scontato e si punta a dare una spiegazione cinematica o geometrica della domanda. Così come l'osservazione viene banalizzata credo che anche la risposta venga banalizzata, e riassunta così: la luna mostra sempre la stessa faccia perchè il suo periodo di rotazione su sé stessa è uguale al suo periodo di rivoluzione attorna alla Terra.

Solo che dentro questa domanda ce ne è un'altra (l'altra faccia), normalmente disattesa, che io mi aspetterei di sentire. Se dovrebbe risultare insolito, o quantomeno curioso, che la luna mostri sempre la stessa faccia, altrettanto insolita dovrebbe risultare questa semplice spiegazione. Ma non è strano che la luna abbia dei dati orbitali che facciano coincidere i due periodi, di rotazione e rivoluzione? Tra tanti valori più o meno casuali possibili non è insolito avere proprio due valori coincidenti? Può essere un caso? Questa curiosa coincidenza non potrebbe essere la conseguenza del fatto che queste due variabili cinematiche (velocità di rotazione e velocità di rivoluzione) siano tra loro in qualche modo legate? Rotazione e rivoluzione sono in genere raccontate come due componenti indipendenti del moto di un corpo celeste. Ma è vero questo? O si tratta di un'approssimazione?

La spiegazione, che si può dare senza troppi formalismi sfruttando solo il concetto di forza e la capacità di intuito e di immaginazione delle persone è piuttosto affascinante. Ma deve pur venir fuori da una domanda perché se ne possa poi scorgere il fascino. Tra l'altro ovviamente si trovano spiegazioni un po' ovunque su internet, non è certo un problema (non lo è più).

Il sincronismo tra il periodo di rotazione e quello di rivoluzione della Luna intorno alla Terra è una conseguenza della cosiddetta forza di marea che la Terra esercita sulla Luna (e viceversa). Questa forza causa una deformazione lungo l'asse congiungente i due corpi celesti, per cui la luna assume la forma di un ellissoide (l'allungamento ovviamente è piccolissimo, circa il 2x1000, ma sufficiente a causare un effetto osservabile). E' la risultante della combinazione tra la forza di attrazione della Terra e la forza centrifuga della rotazione lunare, un disegnino rende immediatamente il concetto, se ne trovano tanti su internet.

Un ellissoide non ha più una simmetria sferica e nei confronti di una forza gravitazionale che lo attira si comporta un po' come un ago metallico in un campo magnetico, tende cioè ad orientarsi con l'asse maggiore nella direzione del campo. A questo punto è facile immaginarsi cosa succede (almeno ci si può provare, questo si che è un esercizio). La deformazione durante la rotazione lunare ha una sua inerzia e può quindi trovarsi in "ritardo" o in "anticipo" a seconda che la rotazione non sia sincronizzata con la rivoluzione "per difetto" o "per eccesso". Ma in questi casi la forza di attrazione della Terra agisce come stabilizzatore del moto sincronizzato, accelerando la rotazione lunare se la deformazione è in ritardo, decelerandola se è in anticipo. In pratica il sincronismo è ottenuto come una situazione di equilibrio tra l'azione delle forze mareali e l'inerzia della deformazione che ne deriva.

Ma se l'attrazione gravitazionale della terra deforma la Luna determinando questa conseguenza del sincronismo orbitale, non sarà che qualcosa di simile succede all'inverso? E' ragionevole immaginare anche una possibile deformazione della Terra ad opera dell'attrazione gravitazionale della Luna, sebbene con effetti minori vista la differenza tra le masse? E che tipo di conseguenze si potrebbero avere da questa deformazione?

Se ribaltiamo la situazione troviamo che anche la Luna deforma la Terra, ma prima di tutto lo farà con un'intensità molto minore (vista la differenza delle masse) e poi agirà soprattutto sulle masse oceaniche (la massa liquida offre meno resistenza e "scorre" facilmente). La Terra dunque non mostrerà alla Luna sempre la stessa faccia (il periodo di rotazione terrestre è molto minore del periodo di rivoluzione della Luna) ma i movimenti periodici delle masse oceaniche determineranno il fenomeno delle maree. La forza della Luna che trascina le masse oceaniche determina una certa perdita di energia di rotazione della Terra che effettivamente perde progressivamente velocità (la durata del giorno perde circa 1,5 millisecondi per secolo). L'asimmetria della Terra (rigonfiamento oceanico) attira la Luna nella direzione del suo moto (come una fionda), aumentando progressivamente la sua velocità orbitale e quindi allontanadola progressivamente dalla sua orbita (di circa 4 cm all'anno).

Bello eh? Comunque non era tanto la spiegazione del fenomeno che mi interessava, quanto osservare e sottolineare il valore che nella formazione scientifica hanno le domande (tutte sottolineate nel testo), soprattutto la capacità di suscitarle, e lo stimolo che danno all'immaginazione. Senza domande la scienza è solo una noiosa collezione di spiegazioni non richieste.

venerdì 31 gennaio 2020

Gianpaolo Pansa e la pseudoscienza

La recente scomparsa di Gianpaolo Pansa mi ha fatto ripensare a Oriana Fallaci. Il clima di ricordi, commemorazioni e contenstazioni è molto simile. Anche lui è stato un giornalista che nell'ultima parte della sua vita ha assunto un atteggiamento discutibile su argomenti che toccano la sensibilità dell'opinione pubblica. In particolare ha scritto negli ultimi vent'anni una serie di libri di successo denominati "il ciclo dei vinti" in cui propone una sorta di revisionismo dei fatti storici legati alla Resistenza che rivaluta chi uccise e morì per la Repubblica di Salò ("i vinti") e denuncia i crimini consumati dai partigiani nei confronti dei fascisti. E lo fa con l'autorità, la credibilità e la fama dello storico e giornalista di sinistra.

Ora io non sono particolarmente interessato a questo fatto e non ho letto, né ho intenzione di farlo, i libri di Pansa su questo argomento, così come non ho letto nulla della Fallaci, né prima né dopo la sua dura presa di posizione nei confronti della cultura islamica. C'è però un fatto nella vicenda di Pansa e nelle critiche che gli vengono rivolte che mi ha colpito, anche se non posso dire granchè sulla loro fondatezza dal momento che non ho un'esperienza diretta di quello che ha scritto (e poco anche di quello che ha detto a suo tempo in interventi su giornali e televisioni).

Se si vuole "revisionare" un certo periodo storico, cioè introdurre interpretazioni nuove dei fatti o integrare le interpretazioni comunemente accettate, occorre produrre un lavoro di ricerca storica basato su fonti nuove, non ben prese in considerazione o non sufficientemente valutate, estrapolarne un'analisi e sottoporla alla comunità degli specialisti, usando il normale circuito di comunicazione delle pubblicazioni di settore, per sollevare un dibattito tra gli storici che si occupano attivamente di quel periodo. Eventualmente poi, se la questione prende corpo è naturalmente in grado di travalicare il ristretto gruppo degli studiosi per raggiungere, attraverso articoli o dibattiti sui media, il pubblico più generico delle persone colte.

Questo è esattamente quello che ci si aspetta da un qualsiasi studio di natura scientifica. I libri di Gianpaolo Pansa invece, per quello che ho dedotto dalla lettura di vari commenti, sembrerebbero essere una via di mezzo tra un saggio e un romanzo (con anche personaggi e situazioni in parte inventate e comunque descritte in maniera romanzesca, indugiando su particolari non verificabili, elaborati in senso letterario) e soprattutto sono chiaramente destinati ad un pubblico generico (venivano e vengono tuttora venduti anche negli autogrill). Non sono studi specialistici sottoposti alla comunità scientifica, e questo secondo una scelta deliberata del loro autore che pure aveva una formazione da storico e certamente sapeva come condurre uno studio di ricerca storica (Pansa si era laureato in storia con Guido Quazza, uno dei migliori storici della Resistenza, e aveva praticato egli stesso la ricerca storica con ottimi risultati).

I suoi libri sono in pratica l'equivalente di ciò che potrebbe pubblicare un buon divulgatore scientifico su un qualche tema importante della scienza moderna, con la differenza che in quest'ultimo caso l'argomento scientifico in questione sarebbe ben acquisito dalla comunità scientifica e semplicemente raccontato in modo più o meno efficacie ad un pubblico più vasto e di buon livello culturale. Senza la pretesa (insensata) di essere un contributo originale.

Ma proprio per la sua pretesa di dare un contributo originale all'interpretazione dei fatti storici, il lavoro di Pansa sul ciclo dei vinti risulta probabilmente classificabile come un episodio di pseudoscienza. Almeno mi pare che ne abbia le caratteristiche principali. La pseudoscienza in genere consiste nel comunicare delle verità scientifiche originali (presunte) senza usare i mezzi, le modalità e il linguaggio della comunità scientifica, e soprattutto rivolgendosi non agli specialisti ma al grande pubblico, che ovviamente non ha la preparazione tecnica adeguata a recepire le novità di una disciplina e una buona parte di esso non ha neppure una preparazione culturale di base. La pseudoscienza sceglie deliberatamente di rivolgersi non alla parte razionale dell'uomo ma alla sua parte emotiva. Non è un caso che le discipline scientifiche più invase dalla pseudoscienza sono quelle che riguardano la salute, argomento che ovviamente tocca l'emotività di tutti.

Quelli di Pansa sono degli scritti che pretendono di modificare in modo significativo una conoscenza storica senza portare elementi documentati e oggettivi da sottoporre agli addetti ai lavori ma facendo leva solo sull'appeal emotivo delle storie raccontate a cui è esposto il grande pubblico largamente impreparato, ignaro della storiografia sull’argomento e senza strumenti culturali adeguati. Questo ha portato qualcuno ad affermare che i suoi libri consistono in pratica in "una continua, abile, suggestiva manipolazione dei fatti che mira a costruire, nella percezione del pubblico, un sostanziale falso storico".

Come la pseudoscienza costruisce un falso scientifico ad unico beneficio di chi lo diffonde (vedi ad esempio l'episodio del metodo Stamina di Davide Mannoni) anche in questo caso si costruisce un falso storico a beneficio di chi ci scrive sopra ben sei libri diversi e vende centinaia di migliaia di copie.

giovedì 2 gennaio 2020

Un "caso" italiano

In questo periodo di ferie un po' deprimente ho pensato di metterci il carico leggendo l'inizio di un libro di Enrico Bellone che tenevo in libreria da tempo, "La scienza negata", in particolare la sua prima parte "Cronaca di un disastro programmato". Bellone racconta in breve la storia del nostro declino culturale, specialmente di quello scientifico e tecnologico. Il declino è deliberatamente e scientemente "programmato" sin dall'indomani dell'unità d'Italia, alla fine dell'ottocento. "Tutti sapevano -scrive Bellone- in quel finire di secolo, che le grandi nazioni europee stavano potenziando le strutture materiali della ricerca e incentivando le risorse umane da inserirvi. Ma si credeva, anche, che l'Italia se ne sarebbe poi avvantaggiata, facendo proprie le acquisizioni che inglesi o tedeschi avrebbero, a proprie spese, realizzato. Un errore classico, ma tipico di una cultura arretrata e di una classe dirigente che di quella cultura era, nello stesso tempo, il risultato e lo specchio".

Già l'inizio non è incoraggiante, successivamente si legge ancora di peggio. Ad esempio il breve racconto della controversia nei primi anni del novecento tra il matematico Federigo Enriquez e Benedetto Croce sulla valenza culturale delle ricerche scientifiche, con la vittoria di quest'ultimo, che coniava in quel periodo l'espressione "ingegni minuti" riferito a chi era coinvolto in attività scientifiche, e che successivamente ritornò imperterrito sullo stesso argomento con le stesse convinzioni, "le scienze naturali e le discipline matematiche, di buona grazia hanno ceduto alla filosofia il privilegio della verità, ed esse rassegnatamente, o addirittura sorridendo, confessano che i loro concetti sono concetti di comodo e di pratica utilità, che non hanno niente da vedere con la meditazione del vero" (Croce, 1952).

Poi arriva il fascismo, e qui ci sarebbe ben poco da dire, basterebbe osservare quanta gente di grande valore scientifico è stata messa a tacere e costretta ad abbandonare l'Italia soprattutto in seguito alle leggi razziali (e con questo abbiamo fatto insieme ai nazisti la fortuna degli Stati Uniti per tutto il XX secolo). Bellone rileva anche più semplicemente gli obiettivi utilitaristici e miopi del regime fascista, "prevalente fu subito il punto di vista secondo cui la scienza aveva solo valori di tipo pratico. Ne seguiva la scelta di promuovere, non la ricerca libera, ma la cosiddetta 'scienza applicata'". Questa chiave utilitaristica della scienza ha avuto certamente un impatto nei criteri organizzativi dell'attività di ricerca ma forse a lungo termine anche un impatto culturale che si è protratto nei periodi successivi al fascismo.

Ma forse l'episodio peggiore, o meglio la catena di episodi peggiori riportati nel breve resoconto di Bellone, si sono verificati nel dopoguerra, durante il corso degli anni sessanta. Troppo lungo riportarli nel dettaglio ma si tratta di una serie di fatti molto gravi e poco chiari che hanno coinvolto Enrico Mattei (precipitato in aereo nel 1962, "di fatto, la morte di Mattei fu provvidenziale per tutti coloro i quali pensavano che l'Italia non dovesse affrancarsi dall'egemonia dei pertrolieri"), Felice Ippolito (rimosso dal CNEN e arrestato) e Domenico Marotta (rimosso dall'Istituto Superiore di Sanità e arrestato). "Il discredito che era stato sparso sulla comunità scientifica italiana e l'opinione, diffusa ad arte, che negli enti di ricerca il potere fosse nelle mani di truffatori, avevano avuto una fonte nel tentativo di frenare quelle modernizzazioni del paese che erano in contrasto con ben precisi interessi economici sui fronti dell'energia e dei farmaci". L'opinione di un importante scienziato come Edoardo Amaldi, uno dei pochi rimasti in patria nel dopoguerra e artefice negli anni cinquanta di una ripresa incoraggiante dell'attività scientifica a livello italiano ed europeo, era che l'Italia aveva subito una sconfitta pari a quella di Caporetto.

Qua e là nel testo vengono anche richiamati atteggiamenti culturali delle forze di sinistra di allora che probabilmente hanno contribuito anche loro, volontariamente o meno, a "declassare" la scienza. "Maccacaro riteneva che la connessione tra scienza e potere fosse basilare per il capitalismo avanzato e che non avesse più senso distinguere tra ricerca e sfruttamento. Citava a questo proposito Marcello Cini, secondo il quale 'non è più possibile separare l'oggetto del nostro atto di conoscenza dalle ragioni di questo atto': e le ragioni erano riposte nelle multinazionali".

Insomma un quadro politico e culturale disastroso. Le parole di Giulio Toraldo di Francia (pronunciate già negli anni settanta) mi suonano tanto drammatiche quanto purtroppo attuali: "Quello che si vuole allontanare dalla scuola e dal periodo formativo delle giovani generazioni sono l'indagine, la curiosità e l'esigenza rivoluzionaria che si accompagnano sempre con la scienza", "La paura della scienza è ormai un dato culturale spontaneo, insito in certe nostre classi dominanti. La scienza è nemica e deve essere emarginata", "L'Italia è un paese in via di sottosviluppo. Siamo in una situazione tragica. Qualcuno potrà dire che si può ancora correre ai ripari. Io sono molto pessimista. Credo che sia abbastanza tardi per correre ai ripari. Io vedo già una tradizione scientifica come la nostra, portata ad alto livello grazie all'impegno e al valore di pochi, che viene dispersa e finirà con lo scomparire. Vedo già l'Italia dipendere, nel campo del progresso scientifico, da ciò che avviene all'estero. Da noi si comprerà solo il prodotto finito".

Sono gli anni settanta, da qui in poi arrivo io. Nei decenni successivi ho dovuto fare i conti, come molti miei coetanei, con un settore della ricerca scientifica che definire angusto è poco, dove il precariato permanente sarebbe stata la normalità. Una situazione al limite (e forse oltre questo limite) per una società che si dica "avanzata". E il racconto di Bellone ne fornisce le ragioni principali. Ma ancora prima, negli anni precedenti a quelli dell'università, nel mio piccolo ho anche vissuto in parte lo snobismo culturale "di stampo umanista" verso la scienza e il suo valore culturale che si è nel tempo generato nelle classi medie. Anche questo è un retaggio della storia appena raccontata.

"Ah, ma la formazione che dà il liceo classico è la migliore in assoluto. La carenza nelle conoscenze scientifiche? Ma quella non è un problema, si sa che chi esce dal liceo classico può affrontare qualunque tipo di studi universitari". Eh si, però cazzo, c'è un piccolo problema: nella mia esperienza chi esce dal liceo scientifico e intraprende uno studio universitario di tipo scientifico ha comunque una buona probabilità di conservare un livello decente di cultura umanistica, costruito proprio in quei cinque anni di liceo; nella sua vita si interesserà di storia, di letteratura, di arte, di musica, di teatro, di cinema, ecc. Ne ho incontrati tantissimi (un tratto comune alla maggioranza degli studenti universitari in discipline scientifiche). Chi invece esce dal liceo classico e prosegue gli studi universitari in senso umanistico rischia di aver perso la possibilità di costruirsi negli anni più fecondi un minimo di basi culturali scientifiche, e nel tempo sarà probabilmente destinato ad una condizione di analfabetismo scientifico e tecnologico. Più che altro per un fatto di valori culturali alterati da anni di declino scientifico italiano. Il dramma è che a causa di questo non sentirà quasi mai nella sua vita il bisogno di capire la scienza, e di dedicarci tempo e riflessione. Una lacuna nella cultura media di una persona che nella nostra civiltà occidentale assume una gravità estrema. In Italia gli effetti si vedono.

martedì 3 dicembre 2019

"Papà, perché il tempo è relativo?"

Questa domanda me l'ha fatta mio figlio qualche tempo fa e ovviamente si riferiva a quanto conosce della Relatività (ben poco, ovviamente). La domanda è malposta. Come al solito le domande con il "perché" hanno poco senso in fisica e in generale andrebbero sostituite con il "come" o con il "in che senso". In questo caso io trasformerei la domanda nella seguente: "In che senso il tempo è relativo?". O eventualmente, se proprio si vuole mantenere il perché si dovrebbe trasformare in "perché si dice che il tempo è relativo?". E magari aggiungerei provocatoriamente: "... e perché questa cosa ci colpisce? Perché ci appare strana?". Non sono osservazioni oziose, la formulazione corretta della domanda è essenziale. Soprattutto per chi se la fa in maniera non retorica.

La domanda, a cui mi sono guardato bene di rispondere al volo, mi ha richiamato alla mente il primo racconto del libro di George Gamow, Le avventure di Mr. Tompkins, e alla spiegazione dello stesso che viene data a seguire. L'avevo letta poco tempo prima. Credo che organizzerò per mio figlio una risposta che prenda spunto da questa spiegazione. Intanto me la scrivo qui.

Viene naturale pensare allo spazio e al tempo come a una scatola in cui avvengono i fatti del mondo, il teatro degli eventi. E viene naturale pensare il tempo come a una variabile indipendente da tutto, anche dallo spazio. Questa è stata per molto tempo la visione classica del mondo, dove spazio e tempo danno le grandezze che descrivono il moto dei corpi. Si tratta di una cosa talmente assodata che si tende a non metterla neppure in discussione, risultato di una conoscenza (percezione) apriori, come la chiamava Kant, che viene prima rispetto a qualsiasi dato dell'esperienza.

Ma la conoscenza scientifica nasce dall'interazione tra l'immaginazione e il dato dell'esperienza (misurato e trattato in modo razionale e non solamente percepito) e ci obbliga quando necessario a sottoporre tutto quello che sappiamo o pensiamo di sapere al vaglio critico del confronto con le osservazioni. Non sono solo le nostre idee a guidare l'indagine scientifica perchè queste potrebbero prima o poi rivelarsi dei preconcetti. L'indagine scientifica è guidata dalle nostre idee solo provvisoriamente, in quanto l'esperienza ci può costringere a cambiarle, integrarle, estenderle in qualsiasi momento. E' l'esperienza del mondo ad alimentare concretamente la costruzione della nostra conoscenza.

Quindi cominciamo col dire che nell'intuizione comune (e nella nostra comune percezione) spazio e tempo non hanno un comportamento simmetrico. Lo spazio in un certo senso è relativo, accettiamo abbastanza naturalmente questo fatto. Siamo invece molto meno propensi a considerare il tempo allo stesso modo, perchè per la nostra esperienza questo risulta del tutto controintuitivo.

Se fossimo in uno spazio completamente vuoto il concetto di posizione non avrebbe senso, per stabilire una posizione abbiamo bisogno di un referimento. La scelta di un riferimento determina la descrizione di un moto, descrizione che può cambiare completamente se scelgo un riferimento diverso. Gli spazi descritti dal corpo si modificano in modo sostanziale al cambiamento del sistema di riferimento. Uno spazio assoluto non ha senso.

Anche per misurare il tempo abbiamo bisogno di un riferimento. Ma quello che siamo portati a pensare è che l'intervallo di tempo tra due eventi misurato da chiunque in qualunque riferimento e in qualunque stato di moto sia sempre lo stesso. Le misure del tempo le consideriamo sempre assolute, al contrario di quello che avviene per le misure di spazio. Due eventi possono aver luogo nello stesso punto dello spazio o su due punti distinti a seconda del riferimento che usiamo, e questo è un dato semplice dell'esperienza (si pensi agli eventi descritti da un treno in corsa o dalla banchina ferma). Gli stessi due eventi però rimangono sempre simultanei (o distanti un certo intervallo di tempo) in tutti i sistemi di riferimento che possiamo immaginare. Concepito così il tempo si rivela una grandezza assoluta. Il tempo e lo spazio per la nostra percezione non sono simmetrici.

In realtà l'analisi critica di queste due grandezze (in particolare del tempo) condotta dalla teoria della Relatività Ristretta le rivela come del tutto simmetriche e in stretta relazione tra loro. Il tempo nell'ambito di questa teoria si mostra altrettanto relativo, come lo spazio. Storicamente questa critica parte da un'osservazione sperimentale (cioè da una misura) accettata come valida per la sua evidenza e che modifica radicalmente il concetto di tempo, in un modo difficilmente accettabile per la percezione che solitamente ne abbiamo. Un caso veramente eclatante di come immaginazione, logica, razionalità ed osservazione ("sensate esperienze e necessarie dimostrazioni") producano conoscenza del mondo.

George Gamow nella sua opera esprime in un modo "simmetrico" (e per me molto affascinante) questa simmetria tra i concetti di spazio e tempo.

Spazio - "Due eventi che hanno luogo in due istanti differenti possono avvenire nella stessa posizione dello spazio dal punto di vista di un sistema di riferimento, mentre risultano separati da una certa distanza dal punto di vista di un altro sistema di riferimento".

Tempo - "Due eventi che hanno luogo in due posizioni differenti possono essere considerati simultanei da parte di un sistema di riferimento, mentre risultano separati da un certo intervallo di tempo dal punto di vista di un altro sistema di riferimento".

Inoltre, sempre Gamow, coglie in modo sorprendentemente efficacie il motivo per cui questa simmetria, scoperta dall'analisi razionale fatta nell'ambito della Relatività Ristretta, è del tutto insolita per l'esperienza quotidiana.

"Il fatto che nella sfera dell'esperienza quotidiana le trasformazioni degli intervalli spaziali in intervalli temporali conducono a differenze numeriche non osservabili in pratica, ha determinato la concezione classica del tempo come qualcosa di assolutamente indipendente e immutabile".

Questa asimmetria percepita è di fatto il risultato di grandezze che sfuggono ai nostri sensi ma che sono prima deducibili e poi misurabili.

NOTA: Una variante diversa della domanda, una delle varianti poste anche da mio figlio, è: "In che modo Einstein riesce a stabilire che il tempo è relativo?". Questo è un altro discorso, vedi le considerazioni fatte in questo post.

lunedì 4 novembre 2019

Una visita al Maker Faire

Negli anni settanta esisteva a Roma una mostra annuale di tecnologie elettroniche chiamata semplicemente, se non ricordo male, "Mostra dell'elettronica" o "Fiera dell'elettronica", che si teneva al Palazzo dei Congressi di Roma EUR. Io e i miei fratelli, troppo piccoli per avere interessi del genere, ci andavamo portati da nostro zio paterno, lui sì molto interessato. Uno dei ricordi di questa abitudine annuale un po' forzata sono i primi televisori a colori esposti alla mostra, era la seconda metà degli anni settanta, proprio il periodo dell'introduzione in Italia delle trasmissioni televisive a colori.

L'altro giorno ho "accompagnato" mio fratello minore al Maker Faire, la manifestazione internazionale (edizione europea) dell'innovazione, che nella nostra immaginazione e nei nostri lontani ricordi ci sembra essere la cosa attuale più somigliante alla "nostra" fiera dell'elettronica (a dire il vero cercando in rete si trova una fiera dell'elettronica, ma sembra una manifestazione di settore su prodotti per radioamatori, una cosa ben diversa da quella che frequentavamo allora).

La visita è stata per motivi di tempo piuttosto frettolosa, anche perchè le dimensioni della manifestazione (ormai alla settima edizione, sempre più pubblicizzata e sempe più popolare) sono ragguardevoli, 9 padiglioni della Fiera di Roma. Il padiglione più interessante tra quelli che abbiamo avuto il tempo di visitare è stato quello della robotica e intelligenza artificiale. Ma perlopiù vagavamo leggermente disorientati, buttando l'occhio un po' qua un po' là, con qualche difficoltà a soffermarci sui prodotti dei vari stand.

Sono tornato a casa divertito da questa gitarella in stile amarcord e dalle quattro chiacchiere con mio fratello ma con un certo senso di insoddisfazione per quello che avevo visto. Successivamente sono arrivato ad una conclusione che mi sembra di un qualche interesse e che mi appunto in questo post.

Una manifestazione come questa, di carattere essenzialmente tecnologico, ha secondo me un difetto abbastanza grave di comunicazione, e credo anche che questo stesso difetto spesso affligga gran parte della comunicazione tecnologica (e, ahimè, scientifica). Gli stand presentano dispositivi più o meno affascinanti ma trascurando quasi sempre o riducendo ai minimi termini le descrizioni di come sono fatti, i dettagli di come si è arrivati ad ottenerli, le idee e i principi dietro l'oggetto in sè. Magari si dice a cosa servono o cosa fanno, a quali applicazioni attuali o future sono destinati, ma ben poco dei percorsi seguiti per arrivarci. Una esposizione di risultati che alla fine mi sembrava quasi sempre insoddisfacente e poco stimolante. Vedere una squadra di piccoli robot che giocano a pallone, per giunta in maniera un po' patetica, è divertente per qualche minuto poi ti viene la curiosità di sapere qualcosa di più su come fanno quei pupazzetti a capire che sono caduti e quindi a rialzarzi (la cosa più affascinante che si notava). Ma non sembrava questo lo scopo delle esposizioni. Si presentavano risultati ed obiettivi senza illustrare in modo soddisfacente i percorsi per ottenerli. Forse per la loro complessità era scontato che ci si dovesse capire ben poco. Più o meno come sta succedendo per la scienza.

Al di là della manifestazione a cui siamo andati, alle sue ragioni (in fondo era una mostra di espositori che producono tecnologia) e alla nostra eventuale distrazione credo che nella comunicazione tecnologica e nei suoi fallimenti in campo formativo e divulgativo questo sia un punto cruciale e che questa cosa sia peggiorata e diventata più significativa proprio con l'accelerazione della tecnologia e con il progressivo aumento della sua complessità. Essere ricoperti da dispositivi (scatole nere) che fanno cose non è intellettualmente stimolante. L'innovazione è fatta di idee che in qualche modo devono poter essere comunicate, non di prodotti da utilizzare. In un momento come questo credo che la divulgazione tecnologica (almeno quanto quella scientifica) sia di un'importanza fondamentale per la cultura media, per quel corpo di conoscenze condivise che definiscono una società. Perdere completamente il contatto con le idee della tecnologia e ridursi alla utilizzazione dei dispositivi è una povertà culturale che dovrebbe preoccupare.

mercoledì 29 maggio 2019

Le dimensioni giuste della politica

Questa mattina su twitter mi è capitato davanti una specie di manifestino elettorale evidentemente utilizzato nei giorni di campagna di queste ultime (ormai passate) elezioni europee. Il suo contenuto era una contrapposizione schematica dei valori della sinistra e della destra. Il volantino era del senatore Pillon, dunque di destra e orientato a quelle questioni che riguardano la famiglia, la sessualità, la droga, e tutta 'sta roba.

Io sono sinceramente convinto che la politica sia costituita da insiemi di valori con i quali si costruisce una visione della società che è poi quella che informa l'azione politica vera e propria. Sono anche convinto che la dialettica democratica si alimenti di visioni se non proprio contrapposte in tutto e per tutto quantomeno distinguibili e che la schematicità della contrapposizione destra-sinistra sia una semplificazione in genere molto utile. La sua utilità sta proprio nel fatto che può rendere chiari i messaggi politici verso l'elettorato perché li inquadra in visioni di insieme dando loro delle utili chiavi di lettura. Il dibattito politico ha necessità di quadri di riferimento altrimenti diventa eccessivamente complicato per il cittadino che in fondo è occupato in tutt'altro, e che può essere facilitato ad orientarsi nei suoi giudizi utilizzando delle categorie generali di pensiero in cui si riconosce, se non vuole essere costretto a prendere in considerazione tutti i dettagli di qualunque provvedimento parlamentare e/o governativo. Un cittadino normale non riesce a stare appresso neanche a tutti i provvedimenti del proprio amministratore di condominio. Insomma secondo me in una democrazia che vuole funzionare c'è un problema di comunicazione e di linguaggio che ha un'importanza cruciale.

Mi rendo conto però che questo approccio, per molti versi utile, presta il fianco sia a semplificazioni eccessive, sia a strumentalizzazioni gravi. E' evidente che la realtà è più complessa e le classificazioni funzionano fino ad un certo punto, oltre il quale diventano negative per diversi motivi. Ad esempio si fa presto a creare contrapposizioni feroci ma al dunque anche abbastanza inconsistenti. E si fa altrettanto presto ad estremizzare, uscendo fuori dal confronto dialettico vero e proprio che è quello che alimenta in modo sano e costruttivo il sistema democratico e fa andare avanti una società.

Leggendo il volantino del senatore Pillon ho pensato proprio alla pericolosità delle semplificazioni nella contrapposizione destra-sinistra. Tra l'altro mi pare anche chiarissimo che queste semplificazioni sono in questo caso abilmente strumentalizzate per centrare il discorso su aspetti che molto probabilmente non sono neanche così importanti nella società reale, ma sono invece certamente funzionali a dare corpo e rilievo a figure minori della politica come quella del senatore in questione. Il fatto grave è che a me sembra che tutta la sua parte politica stia emergendo con l'uso strumentale di questa contrapposizione anzichè con temi concreti, e con la sua estremizzazione, spesso espressa anche in forme ridicole e odiose, per costruirsi una fisionomia forte che copra le sue vere caratteristiche: inconsistenza e trasformismo.

La destra che sta emergendo di questi tempi è la caricatura di una categoria politica che diversamente sarebbe utile alla democrazia. D'altro canto è purtroppo anche vero che la sinistra si è persa nella complessità del mondo e non trova i messaggi magari semplificati ma chiari che sono condizione imprescindibile alla sua esistenza. In Italia destra e sinistra non trovano una dimensione utile ad un dibattito democratico efficacie.

domenica 31 marzo 2019

I diritti costano

Quale può essere il messaggio del "Congresso mondiale delle famiglie" (World Congress of Families XIII) di Verona? Perchè definire in modo così dogmatico il concetto di famiglia? E tirar via da questo concetto le tantissime persone che per mille motivi non ci possono rientrare? Perché questa esigenza di stabilire cittadini "conformi" e cittadini "out"?

Mi viene da pensare che questo episodio (in sé e per sé anche un po' ridicolo) faccia parte di una tendenza generale sempre più evidente di voler essere "esclusivi", meno aperti ad includere i diritti delle persone che siano anche poco poco diverse da un qualche modello, magari scemo, magari insignificante, ma sufficiente per stabilire dei criteri di diversità. Un pretesto qualunque. Sembra che ci sia una volontà più o meno esplicita di limitare i diritti generali delle persone. Sono molti i segnali in questo senso.

Io credo che il motivo principale è da ricondurre all'evidenza della crisi di natura principalmente economica che buona parte della società occidentale sta attraversando. Alcuni interventi sui social in merito a questo episodio del congresso hanno un tono del tipo "ma che vi costa se esistiamo anche noi?" detto ovviamente da tutti quei soggetti che a vario titolo sono estromessi dal concetto della cosiddetta famiglia naturale. E il punto probabilmente è proprio questo. Come che ci costa? Ci costa eccome! Garantire diritti a tutti costa, costa proprio in termini economici. Estromettere persone dai diritti fondamentali significa in ultima analisi difendere le proprie ricchezze. Abbandonare più gente possibile al proprio destino, non prendersene cura, non farsi carico dei loro legittimi sogni è una difesa disperata del patrimonio.

In un periodo di crisi di risorse, e quando questo comincia a diventare evidente a tutti, si molla il meno possibile, si condivide tutto il meno possibile, ricchezze, territori, lavoro, diritti. E questo è vero quanto più la società mediamente nel suo complesso è ricca. La solidarietà nasce spontaneamente nella miseria mentre l'egoismo nasce nel tentativo di conservare quello che si è ottenuto quando non ci si sente più sicuri, inventando ragioni ridicole. Non è un caso che il periodo che ha visto le più importanti conquiste nell'ambito dei diritti civili è stato anche quello della maggiore crescita economica generale, quello in cui si costruiva la società del benessere. Mi riferisco ai primi decenni dell'ultimo dopoguerra. Ora che tutto l'occidente ha costruito il suo alto livello di benessere, che però le crisi economiche a varie riprese stanno minacciando, la logica che prevale è quella del "chi c'è c'è, non entra più nessuno, non avanza più niente". Questo è il messaggio che oggi risuona su scala sempre più ampia ed in modo sempre più preoccupante nella nostra società benestante e insicura.