domenica 25 giugno 2023

Gli storni di Parisi nel contesto delle conoscenze

Credo che la prima impressione che possa fare il racconto dello studio di Giorgio Parisi sul volo degli storni sia quello di una stupidaggine. Penso che prevalga la solita sensazione che la scienza vada accettata perché importante ma rimane perlopiù incomprensibile. Difficile capire il valore di certi studi anche perché non se ne conoscono i contesti e non si riesce a collegarli a niente. Rimangono racconti isolati fatti per via del prestigio che ha l'assegnazione di un premio Nobel. Oltre l'ambito di un premio internazionale che fa notizia è difficile andare.

Eppure è bello trovare analogie che tolgano certi argomenti da un isolamento sterile e li mettano in comunicazione con altre conoscenze, in contesti e forme inaspettate. E' l'aspetto più affascinante e fecondo della conoscenza, e forse il più divertente.

L'obiettivo del lavoro di Parisi sugli storni era essenzialmente sperimentale e si proponeva di fare misure (migliaia di fotografie fatte contemporaneamente da punti diversi) per ricavare le informazioni necessarie alla formulazione di un modello computazionale in grado di simulare al computer il comportamento collettivo di questi animali in volo. L'idea era quella di individuare un qualche tipo di interazione elementare tra gli storni che consentisse di far emergere quel bellissimo comportamento collettivo auto-organizzato che vediamo nei cieli autunnali di Roma. Scrive Parisi: "[...] ci siamo concentrati su come ogni componente dello stormo riesca a comunicare per muoversi in modo coerente, producendo un'unica entità collettiva. [...] attualmente si riesce a determinare con una precisione di qualche centesimo di secondo il momento in cui ogni uccello incomincia a girare quando lo stormo compie una virata, [...] gli uccelli seguono regole semplici, che sono state ricostruite dalle misurazioni effettuate, e si muovono regolandosi sulla posizione dei vicini. L'informazione sulla virata corre veloce tra un uccello e l'altro, come un passaparola velocissimo".

Un lavoro del genere si collega in modo significativo ad un importante filone di ricerca in fisica, condotto su sistemi apparentemente molto differenti, in cui si cerca di "capire in maniera quantitativa come il comportamento collettivo emerga partendo da semplici regole di interazione tra i singoli attori", dove i singoli attori interagenti possono essere elettroni, atomi, spin, molecole e, perché no, uccelli. I comportamenti collettivi osservati sono magari del tutto scontati, fenomeni a cui siamo da sempre abituati, ma sono anche in un certo senso del tutto inaspettati e inspiegabili se ci si concentra solo sugli aspetti microscopici. Nel fenomeno di congelamento di un liquido non è il singolo atomo, non è la singola molecola che ghiaccia, anzi, per il singolo atomo o per la singola molecola il concetto di ghiacciare proprio non ha senso, e non cambia le sue proprietà individuali. Si tratta di una mutazione collettiva, in cui la conoscenza dettagliata del singolo attore non riesce a portarci a una descrizione del fenomeno.

Addirittura molto spesso si riesce a stabilire che certe classi di fenomeni macroscopici, cioè composti da molte parti, non dipendono dai dettagli delle singole parti e questo dà un carattere di universalità abbastanza sorprendente. Mentre i dettagli microscopici sono completamente diversi, il comportamento collettivo è invece lo stesso. Ad esempio questo succede nei cosiddetti fenomeni critici, cioè nelle transizioni di fase (uno di questi è proprio la transizione solido-liquido a cui accennavo prima), per le quali è stata introdotta l'idea di classi di universalità nelle quali questi fenomeni possono essere suddivisi. Parisi ne dà un'immagine letteraria: "Questo fatto richiama la visione platonica della natura: si potrebbe dire che esiste un numero relativamente piccolo di classi di universalità dei comportamenti critici e ciascun sistema reale si riconduce a una di quelle classi di universalità (cioè a una idea, se vogliamo utilizzare la terminologia di Platone)".

Più in generale questi studi e la loro generalità porta alla necessità di capire meglio il legame che esiste tra i comportamenti dei singoli individui e i comportamenti collettivi. Ancora Parisi ricorda che un suo collega (Philip Warren Anderson, premio Nobel 1977) sosteneva in un suo articolo che "l'aumento del numero di componenti di un sistema determina un cambiamento non solo quantitativo ma anche qualitativo: il problema concettuale principale che la fisica avrebbe dovuto affrontare era capire le relazioni tra le regole microscopiche e il comportamento macroscopico".

Andando ancora oltre si può pensare che queste aree di ricerca possano essere ulteriormente estese ad ambiti apparentemente lontani, ad esempio quelli sociali ed economici. O ad ambiti interdisciplinari a metà tra scienza e tecnologia, come ad esempio l'intelligenza artificiale.

domenica 18 giugno 2023

Scrivo qualcosa anch'io

Vabbè, scrivo qualcosa anch'io su Berlusconi (all'indomani della sua morte).

Berlusconi secondo me ha rappresentato una grande concentrazione di potere in Italia, ma questo potere non è stato mai utilizzato in politica se non per congelare una situazione. Non ha favorito nessuna vera riforma, nessun cambiamento significativo. La famosa "rivoluzione liberale", sempre citata sin dalla sua prima discesa in campo, è una cosa di cui Berlusconi non si è mai veramente occupato. Non era interessato. E questo perché a Berlusconi l'Italia è andata sempre bene così com'era, come l'aveva trovata nella prima repubblica in cui lui è cresciuto (dopo ha dovuto usare il potere per dargli giusto una "ritoccatina" secondo le sue necessità).

E' stato detto che ha portato il bipolarismo nella politica italiana ma io non credo che questo sia vero. Negi anni della sua presenza più influente non si è creata una dialettica tra due visioni della società, quella di destra e quella di sinistra, e questo certamente non è mai stato il suo obiettivo, a parte la retorica anticomunista ampiamente strumentalizzata. Il vero bipolarismo che si è venuto a creare è stato quello sulla sua persona, la parte dell'Italia che stava con lui e quella che stava contro di lui. Questo è stato uno degli elementi che ha fatto progressivamente scomparire la sinistra (una parte politica non può sopravvivere per negazione di qualcosa) e ha impoverito tragicamente tutto il dibattito politico. Anche la destra secondo me ha sofferto la presenza di Berlusconi, perché è rimasta stretta nella morsa di un comportamento che da una parte la portava facilmente al governo e dall'altra la usava per un potere personale disinteressato alla politica.

Per quanto riguarda la sua politica editoriale e quindi in un certo senso la sua influenza culturale cito una frase attribuita a Berlusconi riportata in un articolo di Vito Mancuso che ho trovato rilanciato su facebook: "Secondo lei, quanti sono gli intelligenti là dentro?" - indicando un gruppo di persone - "Il 10 percento? Ecco, io mi occupo del restante 90 percento". Non posso dire con sicurezza se sia vera, ma la trovo molto rappresentativa.

Ovviamente una persona che ha puntato tutto sul culto del sé, sul valore del successo individuale e sull'autocelebrazione di sé stesso non può avere eredi. Lascia una società ancora più individualista di prima, grazie al suo personale contributo. E non ce ne era bisogno.


lunedì 12 giugno 2023

Un sogno

Al netto della loro confusione logica i sogni lasciano spesso immagini abbastanza nitide che, se al momento in cui ti svegli non te le lasci scappare subito con qualche infinitesima distrazione, le puoi ripensare e raccontare.

Stiamo nel salotto di casa di mio fratello minore. Lui tiene in mano un cellulare ed è molto più piccolo (ha un'età in cui i cellulari ancora non c'erano). Forse lo confondo con uno dei suoi due figli. Ci siamo anche io e mio fratello maggiore. Guardiamo tutti lo schermo del cellulare dove scorre un filmato. Le immagini sono poco chiare ma sono sicuro che fanno vedere mia madre e mio padre che stanno insieme e in qualche modo si divertono (la mia sensazione è questa). Io penso che va bene così, anche se noi siamo rimasti soli. Mio fratello maggiore mi dice ridendo per l'incredulità: "mamma ha detto che non dobbiamo preoccuparci, se abbiamo bisogno di qualcosa prende l'autobus e viene".

Cambia scena. E' sempre uno schermo di un cellulare, questa volta lo tengo in mano io e ci sono quasi immerso nell'osservare la scena. E' mio padre che gioca con mio fratello più piccolo. Non si capisce bene cosa stiano facendo, sono vicini ad un nasone (fontanella romana) e sembra che stiano giocando con l'acqua. Io penso di nuovo che va bene così, anche se io non posso partecipare dallo schermo del cellulare. E' giusto che ci giochi mio fratello più piccolo, che non ha mai avuto la possibilità di farlo. Confondo mio fratello con mio figlio, una cosa che quando era più piccolo mi succedeva.

Altre scene confuse in cui riconosco i miei nonni materni che camminano verso di me ma non mi guardano e ho la sensazione che puntino verso mio padre. Mio nonno scivola e rimane indietro, io penso che bisognerebbe dargli una mano.....

Mi sveglio, un po' commosso. Resto fermo, con l'intenzione di fare in modo che le scene non facciano in tempo a svanire del tutto.


domenica 7 maggio 2023

JJ4 e l'ambientalismo da giardino dell'Eden

L'episodio dell'orsa che uccide il podista nel bosco ha qualcosa da dire sull'ambientalismo. Per ambientalismo intendo quell'atteggiamento di tutela e protezione dell'ambiente naturale che costituisce una parte significativa del nostro rapporto con la Natura. La cosa che trovo certe volte discutibile sono le motivazioni e le ragioni di questo ambientalismo e che non sempre mi trovano d'accordo. Ne trovo un esempio proprio nell'episodio dell'orsa JJ4.

Il fatto è il seguente: un'orsa uccide un ragazzo che si allenava correndo nel bosco. Nessuno ha assistito alla scena ma credo di poter dire che molto probabilmente l'orsa si è trovata davanti improvvisamente un essere umano che correva, ansimante per la fatica, a distanza ravvicinata. Si è spaventata e ha immediatamente reagito aggredendolo. Lo ha "neutralizzato" (dal suo punto di vista) e a quel punto si è allontanata avendo risolto (sempre dal suo punto di vista) l'insolito problema.

A questo punto sono possibili due atteggiamenti (posso rischiare di semplificare ma mi pare di averli riscontrati).

Il primo è il seguente: il ragazzo ha commesso un'imprudenza, purtroppo è morto vittima di un suo atteggiamento maldestro (sono tantissimi e dei più svariati gli atteggiamenti maldestri per cui si può morire), e l'orso da parte sua ha fatto l'orso, non ha nessuna colpa, ha seguito la sua natura, libero è e libero è bene che rimanga, perché rinchiuderlo o ucciderlo? Cosa sarebbe, una vendetta? Rispettiamo la natura dell'orso.

Il secondo è il seguente: non è che per caso un orso che ha avuto un'esperienza del genere può essere molto più pericoloso per l'uomo di quello che già è per sua natura? E' il caso di prendere provvedimenti, ad esempio isolarlo o in casi estremi eventualmente pensare di abbatterlo? Si tratta pur sempre di zone frequentate da persone, e per quanto queste debbano certamente essere educate alla gestione di un eventuale incontro con l'orso forse non è il caso di correre pericoli eccessivi.

Questo secondo atteggiamento mi trova d'accordo. Perché vogliamo proteggere l'ambiente? Che significa farlo? Io penso che l'unico ambientalismo sensato sia quello che pensa di proteggere l'ambiente perché ci siamo noi dentro, perché alla fine proteggiamo noi stessi. E lo dovremmo fare appunto in funzione di questo obiettivo, in maniera razionale e pragmatica. In quest'ottica ha molto senso domandarsi se è il caso di lasciare libero l'orso oppure no.

Il primo atteggiamento descritto è invece, secondo me, il risultato di un ambientalismo paternalistico. Noi siamo una specie eletta, che ha ricevuto un ambiente su cui vivere e prosperare, ma proprio per questo abbiamo una grande responsabilità su di esso, dobbiamo curarlo in tutti i suoi aspetti come il nostro giardino. Il nostro giardino dell'Eden. Siamo talmente responsabili (e talmente eletti) che ci piace difendere a tutti i costi gli animaletti del bosco (in particolare quelli che ci somigliano, che in qualche misura ci stanno vicini), ci piace pensarli creature innocenti in tutti i loro atteggiamenti, creature che non hanno colpe, ci piace pensare che i cattivi siamo noi, che la specie pericolosa siamo noi, perché siamo noi a cui è stata data la cura dell'Eden, e a nessun altro. Noi non siamo dentro la natura, ma sopra. E non a costo zero. Dobbiamo portare i risultati a qualcuno che ce l'ha data. Abbiamo ereditato volenti o nolenti una cultura fortemente antropocentrica che ci porta a costruzioni false e innaturali.

P.s.: nella vicenda ovviamente ci sono state anche strumentalizzazioni politiche che l'hanno fortemente condizionata, rifacendosi spesso proprio a questi diversi modi di intendere l'ambientalismo, ma questo aspetto non mi interessa e non l'ho considerato in questo post.


domenica 30 aprile 2023

Piccolo dialogo immaginario sulla conoscenza

"Ciao, come è andata oggi a scuola?"

"Bene"

"Cosa hai imparato di bello?"

"L'insegnante ci ha spiegato i numeri primi"

"Ah, bello! Visto com'è difficile trovarli? Poi diventano sempre più rari andando avanti"

"Si, ma non c'è problema, ne trovi quanti ne vuoi"

"E perché?"

"Perché sono infiniti!"

"Ah si? E tu come lo sai?"

"Ce lo ha detto l'insegnante a lezione"

"Capisco, ma ti sei per caso domandato l'insegnante come fa a saperlo?"

"Beh, ma sta scritto anche sul libro, l'ho visto mentre spiegava"

"Quindi tu sai che i numeri primi sono infiniti perché lo hai letto sul libro?"

"Mhmm ... dove vuoi arrivare? ... Perché tu invece come lo sai? Non lo hai letto anche tu su qualche libro?"

"Certo, anche io l'ho letto sui libri. Ma quello che ha scritto il tuo libro, perché qualcuno lo avrà pure scritto, come lo sa che i numeri primi sono infiniti?"

"Uffa, ma che ne so? Lo avrà letto anche lui da qualche parte"

"Ma scusa, l'affermazione che i numeri primi sono infiniti non è affatto banale, questi signori che lo scrivono e lo spiegano, e per giunta te lo fanno studiare, come sanno questa cosa?"

"..."

"La vera domanda che volevo farti è questa: quando hai sentito questa affermazione dal tuo insegnante o quando lo hai letto sul libro ti è venuto in mente di domandarti come è possibile fare questa affermazione?"

"Francamente no"

"Ecco, io lo so che gli studenti hanno altro a cui pensare, e hanno spesso anche tutte le loro ragioni per pensare ad altro. Ma la conoscenza è proprio lì, in queste domande, e da nessun'altra parte. Tutto il resto se va bene è istruzione, se va male è nozionismo. Per carità, niente di male, ma vuoi mettere la conoscenza? Altrimenti si rischia solo di mettere insieme roba che serve per riempire l'album delle belle figurine che fai a scuola o da qualche altra parte, per riempire il baule del repertorio di cose che tiri fuori ogni volta che ti devi esibire. Non confondere la conoscenza con l'elenco delle cose che sai perché qualcuno te le ha fatte studiare e ti ha detto che sono importanti. La conoscenza è sempre frutto di una ricerca personale."

"Ma dunque, tu che parli tanto, come sarebbe possibile fare questa affermazione sui numeri primi? Visto che tu te lo sei domandato saprai pure la risposta"

"Questo non ha importanza. Non sono interessato ad aprire il mio baule. Se come ho detto la conoscenza è una ricerca personale questa si costruisce con le domande, non con le risposte che leggi ancora prima di domandarti alcunché. E si costruisce da soli, in tutti i modi possibili e con tutti i mezzi possibili".

 "Ammazza però che trombone!"


giovedì 27 aprile 2023

Antifascismo, e poi?

Breve commento cinico alle innumerevoli discussioni di questi giorni intorno al 25 aprile e all'antifascismo.

Mi è molto chiaro come la questione dell'antifascismo sia sempre stata e sia tutt'ora un grave problema per la destra italiana. L'incapacità di liberarsi da questa matrice storica inaccettabile compromette seriamente la credibilità della destra nel nostro paese. Ed è anche molto chiaro che prendere le distanze in modo inequivocabile e definitivo da questa matrice per quanto risulterebbe una cosa necessaria sarebbe un passo per molti aspetti sconveniente, sia per la qualità di molti politici di destra che per quella di buona parte del suo elettorato. Questa impresentabile caratteristica rimarrà probabilmente a lungo sullo sfondo delle politiche di destra, e continuerà a compromettere la normale dialettica democratica, c'è poco da fare.

Quello che osservo con un certo cinismo, ma che purtroppo mi sembra altrettanto chiaro, è che l'antifascismo, per quanto un valore importante e fondativo della nostra Repubblica, è anche un po' il "giocarello" della sinistra italiana (questa forse è un po' cattiva), l'unico elemento identificativo forte che almeno una volta all'anno cementa questa forza politica. Ma nel resto dell'anno? Ok, la sinistra italiana è antifascista, ma in fondo non è la sua cifra distintiva dal momento che antifascista dovrebbe esserlo qualunque forza politica italiana che si muova all'interno dei principi della costituzione. L'argomento antifascismo rischierà col tempo di trasformarsi in una contrapposizione retorica inutile e sempre meno concreta (un vero peccato), soprattutto per le nuove generazioni sulle quali incide negativamente la distanza storica dai fatti. Una contrapposizione che finisce per oscurare tutto il resto, tutto quello su cui si dovrebbe discutere (e agire) e su cui la sinistra dovrebbe distinguersi.

La sinistra è antifascista. Ma poi? Che altro è?


sabato 15 aprile 2023

Il lato oscuro dei Big Data (*)

Sarah stava davanti al suo dirigente scolastico, a tu per tu nel suo studio, ed era preoccupata e perplessa. Aveva appena ricevuto la notizia del suo licenziamento. Preoccupata per il suo immediato futuro lavorativo ma ancor più perplessa perché non riusciva a capirne le motivazioni. L'uomo di fronte a lei appariva visibilmente imbarazzato, anche lui incredulo della notizia che stava dando ad una persona che riteneva certamente tra le sue migliori insegnanti.

"Può darmi una spiegazione di questo licenziamento?". Il dirigente scolastico faticava a cominciare a parlare. Poi prese a dare una spiegazione che via via che andava avanti sembrava fare riferimento a delle ragioni che stavano al di sopra delle sue personali convinzioni. Ragioni 'tecniche' molto precise e, in un certo senso, inconfutabili. Contro le quali non era il caso di opporsi. La scena era un po' surreale visto che lui in virtù della sua posizione era responsabile di tutte le più importanti decisioni che riguardavano l'istituto, compresi ovviamente i licenziamenti.

Le scuole della città, da circa un paio d'anni, ricorrevano ad un sistema di valutazione degli insegnanti fornito e gestito da una società di consulenza esperta in raccolta ed elaborazione dati. La decisione di ricorrere ad un tale strumento era stata presa dalla giunta comunale della città e fortemente voluta dal suo sindaco che, esasperato dagli scarsi risultati degli studenti dell'ultimo anno di scuola media inferiore, aveva deciso di riformare il sistema scolastico cittadino. L'idea era che i ragazzi non imparavano abbastanza perché gli insegnanti non erano all'altezza. Si trattava quindi di ideare e utilizzare un sistema di misurazione della qualità dei docenti ed eliminare tutti quelli che non raggiungevano i risultati desiderati. Da qui il licenziamento di Sarah, che nell'anno scolastico precedente aveva ottenuto un punteggio misero.

"Posso sapere come funziona il sistema di valutazione utilizzato?". A questa domanda l'imbarazzo del dirigente scolastico si fece ancora più evidente. Gli algoritmi utilizzati erano molto complessi, impiegavano un numero molto elevato di parametri su cui facevano complicate elaborazioni statistiche per tener conto di tutte le motivazioni che abbassavano o mantenevano scarsi i rendimenti degli studenti, dal loro background socioeconomico alle loro intrinseche difficoltà di apprendimento, fino alla qualità dell'insegnamento, il vero obiettivo finale del sistema di misurazione. In pratica non se ne sapeva molto circa questo algoritmo, essendo stato elaborato da una società specializzata in questo tipo di cose e per tale motivo direttamente incaricata dal comune. Forse questa società non era neppure molto interessata a comunicare i dettagli del proprio algoritmo. Ma nascondere questi dettagli aveva anche un altro importante scopo: se le persone sottoposte a valutazione vengono tenute all'oscuro di come funziona il sistema avranno minori probabilità di poterlo ingannare, dovranno solo lavorare al meglio delle loro possibilità.

"A tutto il resto ci pensa l'algoritmo. Lei legge il punteggio finale e prende le sue decisioni di conseguenza. Anziché sforzarsi di interpretare la realtà preferisce crearla con un punteggio. Non crede ci sia uno scarico di responsabilità? Come giustifica il fatto di valutare le persone con un metro che lei non è in grado di spiegare?". Silenzio. Il dirigente cominciò a farfugliare cose poco convincenti sulla enorme complessità di questi modelli di calcolo, su quanto vengono studiati in tutto il mondo, sulle loro grandi capacità di leggere le situazioni reali meglio di qualunque essere umano, ecc.

"E' sicuro della validità statistica di questo modello di calcolo? Perché mi viene da pensare che se si dovessero analizzare gli insegnanti con rigore statistico si dovrebbero testare i loro risultati su migliaia di studenti selezionati in maniera casuale. Questi algoritmi di cui parla hanno in definitiva solo pochi numeri da confrontare. E poi i fattori che concorrono all'apprendimento e all'efficacia dell'insegnamento sono talmente tanti che mi pare molto difficile se non impossibile riuscire a misurarli tutti e a tenerne conto in modo appropriato in una valutazione complessiva. Non crede?". Ancora silenzio. "Un ultima cosa: non ci dovrebbero essere dei modi per valutare a posteriori l'efficacia di questi sistemi ed eventualmente correggerli? Altrimenti si corre il rischio non di rappresentare una realtà ma di inventarne una ad hoc per giustificare i risultati ottenuti. Per poi dire che è l'algoritmo che ha calcolato questo risultato, non ci si può far niente. Si rende conto del pericolo?".

Il povero dirigente scolastico, senza più argomenti, si limitò a mostrare una serie di grafici parziali che attestavano gli scarsi risultati della sua dipendente nel corso dell'anno precedente. Facevano perlopiù riferimento ai voti ottenuti dagli studenti durante l'anno, messi in relazione con quelli dei loro coetanei delle altre classi e con i loro stessi risultati negli anni precedenti. Era chiaro che i voti degli studenti nel test standardizzato avevano un peso notevole nella formula finale di valutazione.

"Mi scusi, io ricordo bene che i ragazzi che presi all'inizio dell'anno avevano quasi tutti ottenuto un test di uscita dalla scuola precedente che attestava un buon livello di istruzione raggiunto, ma il problema è che sin dalle prime lezioni constatai grosse difficoltà che a giudicare dal risultato dei test non mi sarei dovuta aspettare. Questa cosa non le sembra sospetta? Avete provato a controllare le modalità di esecuzione di questi test? Non potreste provare a ripeterli prima di iniziare l'anno scolastico? Non avete il sospetto che gli insegnanti della scuola di uscita abbiano ritenuto conveniente dare degli 'aiutini' ai loro studenti? E questo proprio in virtù degli esiti della loro stessa valutazione? Perché se questo risultasse vero significa che gli algoritmi di valutazione degli insegnanti sono in realtà diventati un potente strumento di modifica del comportamento. Ciò sarebbe gravissimo sia per il sistema di valutazione sia più in generale per la didattica. Mi viene da pensare che la ragione più importante del mio scarso punteggio sia proprio questa. I voti dei miei ragazzi al termine dell'anno probabilmente evidenziano un calo nel profitto causato essenzialmente dai test precedenti gonfiati ma di fatto attribuito alla mia presunta incapacità di insegnare. Cosa mi dice?".

La scatola nera del modello di calcolo utilizzato aveva tirato fuori un punteggio che determinava il licenziamento di Sarah, e quando lei tira fuori obiezioni e osservazioni 'che fanno pensare' in realtà questo non basta. Sarah era implicitamente chiamata a fornire dimostrazioni di livello decisamente superiore rispetto agli stessi algoritmi.

Il dirigente scolastico stava preparando insieme alla lettera di licenziamento anche una lettera di presentazioni che confermava le doti di ottima insegnante e con cui Sarah troverà in breve tempo un nuovo lavoro. Lo troverà in una scuola privata di un quartiere ricco della città, che può permettersi una selezione individuale degli insegnanti, senza ricorrere ad una gestione 'all'ingrosso' di una valutazione basata su grandi numeri e sul lavoro veloce e poco costoso delle macchine. Così una scuola povera di mezzi ha perso una valida insegnante mentre una scuola ricca ne ha trovata una.

(*) Rielaborazione di un fatto reale raccontato nell'introduzione al libro Armi di distruzione matematica di Cathy O'Neil (2017).