domenica 7 maggio 2023

JJ4 e l'ambientalismo da giardino dell'Eden

L'episodio dell'orsa che uccide il podista nel bosco ha qualcosa da dire sull'ambientalismo. Per ambientalismo intendo quell'atteggiamento di tutela e protezione dell'ambiente naturale che costituisce una parte significativa del nostro rapporto con la Natura. La cosa che trovo certe volte discutibile sono le motivazioni e le ragioni di questo ambientalismo e che non sempre mi trovano d'accordo. Ne trovo un esempio proprio nell'episodio dell'orsa JJ4.

Il fatto è il seguente: un'orsa uccide un ragazzo che si allenava correndo nel bosco. Nessuno ha assistito alla scena ma credo di poter dire che molto probabilmente l'orsa si è trovata davanti improvvisamente un essere umano che correva, ansimante per la fatica, a distanza ravvicinata. Si è spaventata e ha immediatamente reagito aggredendolo. Lo ha "neutralizzato" (dal suo punto di vista) e a quel punto si è allontanata avendo risolto (sempre dal suo punto di vista) l'insolito problema.

A questo punto sono possibili due atteggiamenti (posso rischiare di semplificare ma mi pare di averli riscontrati).

Il primo è il seguente: il ragazzo ha commesso un'imprudenza, purtroppo è morto vittima di un suo atteggiamento maldestro (sono tantissimi e dei più svariati gli atteggiamenti maldestri per cui si può morire), e l'orso da parte sua ha fatto l'orso, non ha nessuna colpa, ha seguito la sua natura, libero è e libero è bene che rimanga, perché rinchiuderlo o ucciderlo? Cosa sarebbe, una vendetta? Rispettiamo la natura dell'orso.

Il secondo è il seguente: non è che per caso un orso che ha avuto un'esperienza del genere può essere molto più pericoloso per l'uomo di quello che già è per sua natura? E' il caso di prendere provvedimenti, ad esempio isolarlo o in casi estremi eventualmente pensare di abbatterlo? Si tratta pur sempre di zone frequentate da persone, e per quanto queste debbano certamente essere educate alla gestione di un eventuale incontro con l'orso forse non è il caso di correre pericoli eccessivi.

Questo secondo atteggiamento mi trova d'accordo. Perché vogliamo proteggere l'ambiente? Che significa farlo? Io penso che l'unico ambientalismo sensato sia quello che pensa di proteggere l'ambiente perché ci siamo noi dentro, perché alla fine proteggiamo noi stessi. E lo dovremmo fare appunto in funzione di questo obiettivo, in maniera razionale e pragmatica. In quest'ottica ha molto senso domandarsi se è il caso di lasciare libero l'orso oppure no.

Il primo atteggiamento descritto è invece, secondo me, il risultato di un ambientalismo paternalistico. Noi siamo una specie eletta, che ha ricevuto un ambiente su cui vivere e prosperare, ma proprio per questo abbiamo una grande responsabilità su di esso, dobbiamo curarlo in tutti i suoi aspetti come il nostro giardino. Il nostro giardino dell'Eden. Siamo talmente responsabili (e talmente eletti) che ci piace difendere a tutti i costi gli animaletti del bosco (in particolare quelli che ci somigliano, che in qualche misura ci stanno vicini), ci piace pensarli creature innocenti in tutti i loro atteggiamenti, creature che non hanno colpe, ci piace pensare che i cattivi siamo noi, che la specie pericolosa siamo noi, perché siamo noi a cui è stata data la cura dell'Eden, e a nessun altro. Noi non siamo dentro la natura, ma sopra. E non a costo zero. Dobbiamo portare i risultati a qualcuno che ce l'ha data. Abbiamo ereditato volenti o nolenti una cultura fortemente antropocentrica che ci porta a costruzioni false e innaturali.

P.s.: nella vicenda ovviamente ci sono state anche strumentalizzazioni politiche che l'hanno fortemente condizionata, rifacendosi spesso proprio a questi diversi modi di intendere l'ambientalismo, ma questo aspetto non mi interessa e non l'ho considerato in questo post.


domenica 30 aprile 2023

Piccolo dialogo immaginario sulla conoscenza

"Ciao, come è andata oggi a scuola?"

"Bene"

"Cosa hai imparato di bello?"

"L'insegnante ci ha spiegato i numeri primi"

"Ah, bello! Visto com'è difficile trovarli? Poi diventano sempre più rari andando avanti"

"Si, ma non c'è problema, ne trovi quanti ne vuoi"

"E perché?"

"Perché sono infiniti!"

"Ah si? E tu come lo sai?"

"Ce lo ha detto l'insegnante a lezione"

"Capisco, ma ti sei per caso domandato l'insegnante come fa a saperlo?"

"Beh, ma sta scritto anche sul libro, l'ho visto mentre spiegava"

"Quindi tu sai che i numeri primi sono infiniti perché lo hai letto sul libro?"

"Mhmm ... dove vuoi arrivare? ... Perché tu invece come lo sai? Non lo hai letto anche tu su qualche libro?"

"Certo, anche io l'ho letto sui libri. Ma quello che ha scritto il tuo libro, perché qualcuno lo avrà pure scritto, come lo sa che i numeri primi sono infiniti?"

"Uffa, ma che ne so? Lo avrà letto anche lui da qualche parte"

"Ma scusa, l'affermazione che i numeri primi sono infiniti non è affatto banale, questi signori che lo scrivono e lo spiegano, e per giunta te lo fanno studiare, come sanno questa cosa?"

"..."

"La vera domanda che volevo farti è questa: quando hai sentito questa affermazione dal tuo insegnante o quando lo hai letto sul libro ti è venuto in mente di domandarti come è possibile fare questa affermazione?"

"Francamente no"

"Ecco, io lo so che gli studenti hanno altro a cui pensare, e hanno spesso anche tutte le loro ragioni per pensare ad altro. Ma la conoscenza è proprio lì, in queste domande, e da nessun'altra parte. Tutto il resto se va bene è istruzione, se va male è nozionismo. Per carità, niente di male, ma vuoi mettere la conoscenza? Altrimenti si rischia solo di mettere insieme roba che serve per riempire l'album delle belle figurine che fai a scuola o da qualche altra parte, per riempire il baule del repertorio di cose che tiri fuori ogni volta che ti devi esibire. Non confondere la conoscenza con l'elenco delle cose che sai perché qualcuno te le ha fatte studiare e ti ha detto che sono importanti. La conoscenza è sempre frutto di una ricerca personale."

"Ma dunque, tu che parli tanto, come sarebbe possibile fare questa affermazione sui numeri primi? Visto che tu te lo sei domandato saprai pure la risposta"

"Questo non ha importanza. Non sono interessato ad aprire il mio baule. Se come ho detto la conoscenza è una ricerca personale questa si costruisce con le domande, non con le risposte che leggi ancora prima di domandarti alcunché. E si costruisce da soli, in tutti i modi possibili e con tutti i mezzi possibili".

 "Ammazza però che trombone!"


giovedì 27 aprile 2023

Antifascismo, e poi?

Breve commento cinico alle innumerevoli discussioni di questi giorni intorno al 25 aprile e all'antifascismo.

Mi è molto chiaro come la questione dell'antifascismo sia sempre stata e sia tutt'ora un grave problema per la destra italiana. L'incapacità di liberarsi da questa matrice storica inaccettabile compromette seriamente la credibilità della destra nel nostro paese. Ed è anche molto chiaro che prendere le distanze in modo inequivocabile e definitivo da questa matrice per quanto risulterebbe una cosa necessaria sarebbe un passo per molti aspetti sconveniente, sia per la qualità di molti politici di destra che per quella di buona parte del suo elettorato. Questa impresentabile caratteristica rimarrà probabilmente a lungo sullo sfondo delle politiche di destra, e continuerà a compromettere la normale dialettica democratica, c'è poco da fare.

Quello che osservo con un certo cinismo, ma che purtroppo mi sembra altrettanto chiaro, è che l'antifascismo, per quanto un valore importante e fondativo della nostra Repubblica, è anche un po' il "giocarello" della sinistra italiana (questa forse è un po' cattiva), l'unico elemento identificativo forte che almeno una volta all'anno cementa questa forza politica. Ma nel resto dell'anno? Ok, la sinistra italiana è antifascista, ma in fondo non è la sua cifra distintiva dal momento che antifascista dovrebbe esserlo qualunque forza politica italiana che si muova all'interno dei principi della costituzione. L'argomento antifascismo rischierà col tempo di trasformarsi in una contrapposizione retorica inutile e sempre meno concreta (un vero peccato), soprattutto per le nuove generazioni sulle quali incide negativamente la distanza storica dai fatti. Una contrapposizione che finisce per oscurare tutto il resto, tutto quello su cui si dovrebbe discutere (e agire) e su cui la sinistra dovrebbe distinguersi.

La sinistra è antifascista. Ma poi? Che altro è?


sabato 15 aprile 2023

Il lato oscuro dei Big Data (*)

Sarah stava davanti al suo dirigente scolastico, a tu per tu nel suo studio, ed era preoccupata e perplessa. Aveva appena ricevuto la notizia del suo licenziamento. Preoccupata per il suo immediato futuro lavorativo ma ancor più perplessa perché non riusciva a capirne le motivazioni. L'uomo di fronte a lei appariva visibilmente imbarazzato, anche lui incredulo della notizia che stava dando ad una persona che riteneva certamente tra le sue migliori insegnanti.

"Può darmi una spiegazione di questo licenziamento?". Il dirigente scolastico faticava a cominciare a parlare. Poi prese a dare una spiegazione che via via che andava avanti sembrava fare riferimento a delle ragioni che stavano al di sopra delle sue personali convinzioni. Ragioni 'tecniche' molto precise e, in un certo senso, inconfutabili. Contro le quali non era il caso di opporsi. La scena era un po' surreale visto che lui in virtù della sua posizione era responsabile di tutte le più importanti decisioni che riguardavano l'istituto, compresi ovviamente i licenziamenti.

Le scuole della città, da circa un paio d'anni, ricorrevano ad un sistema di valutazione degli insegnanti fornito e gestito da una società di consulenza esperta in raccolta ed elaborazione dati. La decisione di ricorrere ad un tale strumento era stata presa dalla giunta comunale della città e fortemente voluta dal suo sindaco che, esasperato dagli scarsi risultati degli studenti dell'ultimo anno di scuola media inferiore, aveva deciso di riformare il sistema scolastico cittadino. L'idea era che i ragazzi non imparavano abbastanza perché gli insegnanti non erano all'altezza. Si trattava quindi di ideare e utilizzare un sistema di misurazione della qualità dei docenti ed eliminare tutti quelli che non raggiungevano i risultati desiderati. Da qui il licenziamento di Sarah, che nell'anno scolastico precedente aveva ottenuto un punteggio misero.

"Posso sapere come funziona il sistema di valutazione utilizzato?". A questa domanda l'imbarazzo del dirigente scolastico si fece ancora più evidente. Gli algoritmi utilizzati erano molto complessi, impiegavano un numero molto elevato di parametri su cui facevano complicate elaborazioni statistiche per tener conto di tutte le motivazioni che abbassavano o mantenevano scarsi i rendimenti degli studenti, dal loro background socioeconomico alle loro intrinseche difficoltà di apprendimento, fino alla qualità dell'insegnamento, il vero obiettivo finale del sistema di misurazione. In pratica non se ne sapeva molto circa questo algoritmo, essendo stato elaborato da una società specializzata in questo tipo di cose e per tale motivo direttamente incaricata dal comune. Forse questa società non era neppure molto interessata a comunicare i dettagli del proprio algoritmo. Ma nascondere questi dettagli aveva anche un altro importante scopo: se le persone sottoposte a valutazione vengono tenute all'oscuro di come funziona il sistema avranno minori probabilità di poterlo ingannare, dovranno solo lavorare al meglio delle loro possibilità.

"A tutto il resto ci pensa l'algoritmo. Lei legge il punteggio finale e prende le sue decisioni di conseguenza. Anziché sforzarsi di interpretare la realtà preferisce crearla con un punteggio. Non crede ci sia uno scarico di responsabilità? Come giustifica il fatto di valutare le persone con un metro che lei non è in grado di spiegare?". Silenzio. Il dirigente cominciò a farfugliare cose poco convincenti sulla enorme complessità di questi modelli di calcolo, su quanto vengono studiati in tutto il mondo, sulle loro grandi capacità di leggere le situazioni reali meglio di qualunque essere umano, ecc.

"E' sicuro della validità statistica di questo modello di calcolo? Perché mi viene da pensare che se si dovessero analizzare gli insegnanti con rigore statistico si dovrebbero testare i loro risultati su migliaia di studenti selezionati in maniera casuale. Questi algoritmi di cui parla hanno in definitiva solo pochi numeri da confrontare. E poi i fattori che concorrono all'apprendimento e all'efficacia dell'insegnamento sono talmente tanti che mi pare molto difficile se non impossibile riuscire a misurarli tutti e a tenerne conto in modo appropriato in una valutazione complessiva. Non crede?". Ancora silenzio. "Un ultima cosa: non ci dovrebbero essere dei modi per valutare a posteriori l'efficacia di questi sistemi ed eventualmente correggerli? Altrimenti si corre il rischio non di rappresentare una realtà ma di inventarne una ad hoc per giustificare i risultati ottenuti. Per poi dire che è l'algoritmo che ha calcolato questo risultato, non ci si può far niente. Si rende conto del pericolo?".

Il povero dirigente scolastico, senza più argomenti, si limitò a mostrare una serie di grafici parziali che attestavano gli scarsi risultati della sua dipendente nel corso dell'anno precedente. Facevano perlopiù riferimento ai voti ottenuti dagli studenti durante l'anno, messi in relazione con quelli dei loro coetanei delle altre classi e con i loro stessi risultati negli anni precedenti. Era chiaro che i voti degli studenti nel test standardizzato avevano un peso notevole nella formula finale di valutazione.

"Mi scusi, io ricordo bene che i ragazzi che presi all'inizio dell'anno avevano quasi tutti ottenuto un test di uscita dalla scuola precedente che attestava un buon livello di istruzione raggiunto, ma il problema è che sin dalle prime lezioni constatai grosse difficoltà che a giudicare dal risultato dei test non mi sarei dovuta aspettare. Questa cosa non le sembra sospetta? Avete provato a controllare le modalità di esecuzione di questi test? Non potreste provare a ripeterli prima di iniziare l'anno scolastico? Non avete il sospetto che gli insegnanti della scuola di uscita abbiano ritenuto conveniente dare degli 'aiutini' ai loro studenti? E questo proprio in virtù degli esiti della loro stessa valutazione? Perché se questo risultasse vero significa che gli algoritmi di valutazione degli insegnanti sono in realtà diventati un potente strumento di modifica del comportamento. Ciò sarebbe gravissimo sia per il sistema di valutazione sia più in generale per la didattica. Mi viene da pensare che la ragione più importante del mio scarso punteggio sia proprio questa. I voti dei miei ragazzi al termine dell'anno probabilmente evidenziano un calo nel profitto causato essenzialmente dai test precedenti gonfiati ma di fatto attribuito alla mia presunta incapacità di insegnare. Cosa mi dice?".

La scatola nera del modello di calcolo utilizzato aveva tirato fuori un punteggio che determinava il licenziamento di Sarah, e quando lei tira fuori obiezioni e osservazioni 'che fanno pensare' in realtà questo non basta. Sarah era implicitamente chiamata a fornire dimostrazioni di livello decisamente superiore rispetto agli stessi algoritmi.

Il dirigente scolastico stava preparando insieme alla lettera di licenziamento anche una lettera di presentazioni che confermava le doti di ottima insegnante e con cui Sarah troverà in breve tempo un nuovo lavoro. Lo troverà in una scuola privata di un quartiere ricco della città, che può permettersi una selezione individuale degli insegnanti, senza ricorrere ad una gestione 'all'ingrosso' di una valutazione basata su grandi numeri e sul lavoro veloce e poco costoso delle macchine. Così una scuola povera di mezzi ha perso una valida insegnante mentre una scuola ricca ne ha trovata una.

(*) Rielaborazione di un fatto reale raccontato nell'introduzione al libro Armi di distruzione matematica di Cathy O'Neil (2017).

domenica 12 marzo 2023

Trasformazioni di un disegno melodico e spazio immaginativo

Gli ingredienti "puri" della musica, cioè quelli non legati ad elementi letterari o ad azioni sceniche, possono sembrare banali ma sono spesso essenziali nella logica interna di un brano e sono di fatto strettamente legati alla sua "bellezza". Parlarne è un po' come descrivere i colori usati in un quadro o le forme riprodotte in una statua. Ma in fondo sono questi elementi a fare un bel quadro o una bella statua. In genere sono cose che hanno a che fare con idee astratte ma molto attraenti, come ad esempio la simmetria o la sua  rottura. Ripetizioni e variazioni e le loro relazioni dialettiche sono spesso alla base dell'espressione artistica, soprattutto (ma non solo) se questa si sgancia in un modo o nell'altro da significati precisi, come succede praticamente sempre nella musica strumentale.

In questo breve post ho tentato di riunire alcune trasformazioni con cui si può elaborare un disegno melodico, solo uno degli ingredienti del discorso musicale. Trovo che lo sforzo spesso non facile di riconoscere queste elaborazioni all'interno di un brano sia alquanto interessante per un appassionato di musica.

Per disegno melodico si intende una successione di note nel tempo, caratterizzato non tanto dalle specifiche note scelte (altezze, ovvero frequenze fondamentali) né dal loro timbro (spettro delle frequenze) bensì dalla sequenza di intervalli che le separano (differenza tra le altezze, ovvero rapporti tra le frequenze) e dalle loro durate temporali (che possono comprendere eventuali pause).

Tenendo presente la definizione data di disegno melodico è possibile enumerare le possibili (e più importanti) trasformazioni applicabili ad esso. Da notare che molte di queste trasformazioni e delle loro combinazioni sono possibili grazie ad una specifica simmetria dello spazio sonoro su cui si lavora, la simmetria per traslazioni in altezza (frequenza), garantita dall'accordatura del "temperamento equabile".

1. Traslazione nello spazio sonoro - il disegno melodico viene eseguito spostando in alto o in basso la nota di inizio.

2. Traslazione nel tempo - il disegno melodico viene eseguito in tempi diversi durante lo sviluppo di un brano.

3. Inversione (riflessione rispetto ad un'altezza/frequenza) - tutti gli intervalli del disegno melodico vengono eseguiti rovesciati, un intervallo ascendente diventa il corrispondente intervallo discendente e viceversa.

4. Retrogradazione (riflessione rispetto ad un tempo) - il disegno melodico viene eseguito alla rovescia, dall'ultima alla prima nota.

5. Aumentazione (trasformazione di scala temporale, dilatazione) - tutte le note del disegno melodico vengono eseguite raddoppiando le loro durate o più in generale aumentandole di una durata fissa. 

6. Diminuzione (trasformazione di scala temporale, contrazione) - tutte le note del disegno melodico vengono eseguite dimezzando le loro durate o più in generale diminuendole di una durata fissa. 

7. Frammentazione - viene eseguito solo un frammento del disegno melodico.

8. Ricomposizione - esecuzione di frammenti consecutivi in ordine diverso dall'originale.

Tutte le trasformazioni elencate possono ovviamente essere combinate assieme in qualunque modo. Inoltre tutte le trasformazioni elencate possono contenere "eccezioni", possono essere cioè eseguite come "trasformazioni imperfette". Le imperfezioni più comuni sono quelle necessarie a mantenere il disegno melodico trasformato nell'ambito di una certa tonalità. Altre imperfezioni sono legate ad esigenze che nascono dalla dimensione verticale del brano (combinazione di più disegni melodici o dello stesso disegno melodico o di sue particolari trasformazioni) o da quella orizzontale (combinazioni ritmiche del disegno melodico con altri elementi del brano).

Le combinazioni di trasformazioni del disegno melodico arricchito delle tante eventuali imperfezioni può generare un altro disegno melodico, indipendente dal primo, sebbene imparentato con esso. 

Lo spazio immaginativo si alimenta proprio grazie a tutti i possibili utilizzi di queste trasformazioni e di tutte le loro possibili imperfezioni, da cui nascono nuove idee.


domenica 5 marzo 2023

ChatGPT

Negli ultimi tempi ogni tanto "parlo" con ChatGPT, chiedendogli cose che mi passano per la testa. Più che altro sono curioso di vedere come risponde, come organizza il discorso. Si tratta di un'intelligenza artificiale che elabora il linguaggio naturale, ed effettivamente lo fa molto bene. Lui stesso si definisce come "un assistente virtuale basato su una grande rete neurale artificiale addestrata con una vasta quantità di dati testuali" (parole sue).

Questi sistemi mi fanno sempre pensare ai vecchi scritti di Alan Turing (ne ho già scritto qui diversi anni fa), in cui il grande scienziato individuava con un certo anticipo gli elementi essenziali che hanno portato a questi risultati. Non conviene chiedere alla macchina di eseguire alla perfezione e senza errori delle procedure perfettamente deterministiche perché queste procedure, benché macinate con velocità e precisione impressionanti non manifestano un vero comportamento intelligente. E' invece essenziale che la macchina possa avere comportamenti inizialmente mossi dal caso e successivamente perfezionarli attraverso un bagaglio di esperienze fatte di tentativi ed errori, come succede in noi intelligenze naturali. Niels Bohr diceva che un esperto in una qualche disciplina è colui che ha fatto in quella disciplina tutti gli errori possibili. In un certo senso occorre rinunciare ad avere un algoritmo completamente sotto il nostro controllo e introdurre invece in esso degli elementi aleatori su un grande numero di gradi di libertà che messi a contatto con un "ambiente" (i dati) gli permettano di evolvere in un modo per noi non del tutto deducibile. In pratica occorre pensare ad algoritmi che abbiano le classiche caratteristiche dei sistemi complessi.

Poi ci si può chiedere quanto un algoritmo del genere, che conversa con me usando un livello di complessità linguistica del tutto simile alla mia, sia "cosciente" di quello che dice, cioè "consapevole" degli argomenti di cui sta parlando (non riesco a togliere le virgolette a queste parole).

Un elaboratore di linguaggio funziona essenzialmente facendo correlazioni statistiche sulle parole, cioè scrive una parola che abbia la probabilità più alta di essere scritta subito dopo una serie di altre parole scritte precedentemente. Le correlazioni statistiche utilizzate vengono ricavate da una lunga fase di apprendimento, fatta esaminando un numero molto elevato di testi scritti. Ovviamente per essere veramente efficacie la correlazione deve poter essere fatta a più livelli. Se scrivo casa come ultima parola il calcolo probabilistico della parola successiva dovrà considerare molti livelli a ritroso, cioè molte parole prima dell'ultima. In questo le reti neurali possono essere molto ben addestrate.

Queste correlazioni però non vengono effettuate tra le parole, ma tra numeri in cui tutto il flusso di informazione è stato opportunamente trasformato per l'elaborazione dell'algoritmo. Il sistema macina simboli senza significato (per lui) se non quello puramente numerico (oggetti da sottoporre a calcolo matematico). Tra l'altro un elaboratore di linguaggio opportunamente addestrato può essere interrogato in numerose lingue, tutte quelle che hanno fatto parte del suo addestramento. In questo senso la parola casa per il sistema che la elabora non può avere nessun significato, almeno non certo quel significato che le può naturalmente attribuire un essere umano.

Quindi potremmo dire che la macchina "non capisce quello che sta dicendo", cioè non ha alcuna vera consapevolezza dell'argomento di cui sta parlando, nonostante la complessità nell'articolazione del linguaggio che riesce a raggiungere (molto più elevata della maggior parte  delle persone che scrivono, a giudicare dalle esperienze che faccio negli ambienti di lavoro). Questa cosa tutto sommato non è poi così sorprendente poiché la cosiddetta coscienza di fatto viene costruita da un vissuto, che un essere vivente certamente ha, sin dalla nascita. Per vissuto intendo un'interazione continua e complessa con l'ambiente, neanche lontanamente paragonabile al "vissuto" che può avere una macchina addestrata con migliaia di testi trasformati in numeri. Una macchina è senza una vera coscienza del mondo in cui vive semplicemente perché non lo vive, almeno non nel modo in cui lo viviamo noi che ci attribuiamo una coscienza.

E' chiaro quindi che la macchina utilizza la parola casa ma non può avere nessuna vera consapevolezza del significato di questa parola, prima di tutto perché la trasforma in numeri, e poi soprattutto perché non ha nessun tipo di vissuto che le faccia capire cosa sia una casa. Un qualunque essere umano capisce bene il significato della parola casa e ogni volta che la usa la riveste di questo significato perché è nato, vissuto e vive all'interno di un ambiente chiamato casa, conosce la sua casa, conosce la casa dei suoi simili, non fa altro che vedere esempi di case in tutta la sua vita.

Il fatto curioso però è questo: se io dovessi chiedere ad un mio simile che cosa è una casa, al fine di verificare se lui ne capisce il significato, la risposta che lui mi potrebbe dare non sarebbe altro che una serie di parole statisticamente correlate, le parole più probabili che si possono tirar fuori in un qualsiasi discorso in cui si parli del concetto di casa. Ma queste parole sarebbero più o meno le stesse di quelle che potrebbe utilizzare anche il nostro elaboratore di linguaggio. E dunque chi mostra più "coscienza"? E soprattutto come si fa a riconoscerla o a distinguerla?


domenica 5 febbraio 2023

Per volere divino o per merito

Il potere per funzionare deve essere giustificato da una ragione che venga accettata sia da chi il potere lo esercita sia da chi lo subisce.

Ai tempi dell'aristocrazia il potere era giustificato da un disegno divino che operava sin dalla nascita (il famoso sangue blu). Il re era incoronato direttamente dal volere di dio attraverso i suoi interpreti in terra (il clero). La corte e tutta l'aristocrazia che gli ruotava attorno era emanazione del re e quindi di dio. I poveri erano esclusi da questo progetto e in qualche modo dovevano accettare questa loro condizione evidentemente voluta da dio.

Al giorno d'oggi questa giustificazione rimane solamente per il clero, una casta che agisce per volere divino e gestisce il potere per conto di dio.

La rivoluzione borghese ha portato al potere una classe sociale che non poteva più giustificare il suo potere attraverso la religione, che fino a ieri giustificava l'aristocrazia (la società comincia in quel momento il suo processo di secolarizzazione) ma doveva altresì giustificarlo. Poiché la borghesia sale al potere soprattutto per la sua capacità di creare ricchezza il motivo che la porta al potere e ce la mantiene è il "merito".

Il merito prende il posto del disegno divino e per alcuni aspetti risulta forse più efficacie. Perché a questo punto tutti i meritevoli indipendentemente dalla loro condizione di partenza possono ambire alla classe di potere, che quindi appare come una classe sfumata, graduale, non chiusa, pronta ad accogliere. Le proprie capacità fanno l'unica vera differenza tra chi esercita il potere e chi no.

In entrambe le società risulta comunque che se sei un poveraccio in qualche modo devi fartene una ragione e accettarlo. Se sei un poveraccio c'è una ragione che te lo spiega, e questa ragione in fondo è indipendente da chi esercita il potere, è una ragione superiore, comunque esterna. O il tuo dio ha riservato per te questo destino (in modo misterioso e imperscrutabile, che si rivelerà solo nell'altro mondo) o semplicemente sei un incapace che non è stato in grado di costruirsi la sua strada di successo nella società. In quest'ultimo caso nella società secolarizzata non è necessariamente prevista una consolazione ultraterrena, quindi la religione in questo senso mantiene ancora una sua funzione di appoggio, di riscatto o conforto, e il clero mantiene in parte il suo antico ruolo e la sua posizione sociale.