domenica 31 luglio 2022

L'obiettivo celato di un social utile

Poco dopo i risultati dell'elezione del Presidente della Repubblica, che alla fine hanno confermato uno svogliato Sergio Mattarella, ricevo un simpatico meme da un amico che recita così: "Mattarella è come quel padre che dopo una vita di duro e onorato lavoro non si può godere la vecchiaia perchè ha i figli scemi". Poco più tardi apro LinkedIn e leggo un post che recita così: "Mattarella è come quell'imprenditore che dopo una vita di duro e onorato lavoro in cui ha portato l'azienda di famiglia a livelli altissimi .....". Uhm ....

LinkedIn è un social che secondo me ha come scopo principale quello di permettere ai suoi iscritti di riuscire ad ottenere un lavoro, a cambiarlo, a migliorarlo. Uno scopo che definirei nobile e che fa di LinkedIn uno strumento molto utile. Però questa nobiltà non è riconosciuta se non viene rivestita da un'ideologia "aziendalista" e "professionalista", in cui l'immagine del padre di famiglia che semplicemente lavora è debole se non proprio perdente, quanto meno fuori luogo. Su LinkedIn non si lavora, si accettano sfide, avventure, "challenges".

Lavorare per vivere rischia di apparire come una cosa da mediocri, che non hanno motivazioni veramente forti e interessanti. Non si rappresenta il lavoro in termini così semplici in un social come questo. E' una cosa curiosa ma è così. Probabilmente è il risultato dell'ipocrisia di una società benestante costruita sull'ansia del profitto che obbliga le aziende a non aver bisogno di semplici lavoratori, piuttosto di persone che nel loro lavoro vedano sempre "sfide di successo". E' un modo per non fermarsi mai. E' per questo che LinkedIn è pieno di giri di valzer di complimenti fatti e ricevuti che ti danno la sensazione di stare in una comunità di professionisti di successo. In realtà questa idea di successo è direttamente legata ai profitti delle aziende che si traducono in lordo e benefits per i lavoratori. Tutto è misurato in soldi, rigorosamente. Ma non esplicitamente. I soldi non sono mai tirati in ballo in maniera esplicita, i soldi sono un tabù, al loro posto si parla sempre di "soddisfazioni professionali". Si tratta di una vera e propria ideologia, forse l'unica rimasta in piedi nella nostra società "post-ideologica". E d'altra parte un'ideologia ha bisogno del suo linguaggio e dei suoi veicoli di comunicazione. LinkedIn mi sembra che abbia un suo ruolo importante nel soddisfare queste esigenze.


giovedì 30 giugno 2022

Il mio braccio destro

Avevo 9 anni circa e la cosa è cominciata con un dolore al braccio destro, più esattamente al gomito. Ricordo che si trattava di un dolore non troppo forte, almeno all'inizio, che somigliava ad un indolenzimento. In breve tempo sul gomito dolorante comparve anche un gonfiore e il dolore peggiorava. Era come se ci avessi sbattuto, o fatto qualcosa di traumatico, ma in realtà con quel braccio non ci avevo fatto nulla di strano. Il dolore c'era senza una causa precisa.

Purtroppo non ricordo tutti i particolari e la sequenza esatta degli eventi, però avendo 9 anni probabilmente la prima cosa che pensò di fare mia madre fu di portarmi dalla pediatra. La dottoressa Iris Paciotti ai miei occhi era "un omone", donna imponente dai lineamenti del viso molto particolari, una voce scura per una donna, leggermente afona. Però era rispettosa e gentile e si presentava dando la mano anche ai bambini suoi pazienti, una manona che ricordo bene.

Il problema che avevo al braccio era abbastanza misterioso, certamente lo era per me ma forse anche un po' per lei. Infatti cominciò a mandarmi da degli specialisti di sua conoscenza. Uno di questi era un certo Prof. Negro, un tipo piuttosto anziano che aveva uno studio a Piazza Navona. Credo che da questa visita ma ne uscii con delle pilloline bianche dentro un tubetto trasparente (me le ricordo benissimo ma non sono sicuro che me le avesse prescritte proprio lui).

Evidentemente la terapia intrapresa non dava gli effetti sperati (ricordo che il dolore e il gonfiore me lo portai appresso per parecchio tempo) perché ad un certo punto la dottoressa mi indirizzò verso un altro specialista. Questo signore risultava strano da parecchi punti di vista, a partire dal suo nome fino alle pratiche mediche che proponeva. Lo ricordo giovane, fisico asciutto e robusto e una curiosa erre moscia. Si chiamava Ferro Ledvinka (come dimenticare un nome simile). Non credo che si sia mai preoccupato del mio braccio e questo mi risultava veramente singolare. Riceveva in casa sua, ricordo vagamente sia la moglie che la figlia. Le sue sedute consistevano in pesanti massaggi sulla schiena all'altezza delle reni che io temevo molto perché mi toglievano letteralmente il respiro. Subito dopo i massaggi ero invitato ad andare a giocare con la figlia poco più grande di me e lui rimaneva a chiacchierare con mia madre. Da quelle sedute riportavo a casa dei curiosi opuscoli che parlavano di una cosa che si chiamava macrobiotica.

La cura vera e propria che mi prescriveva il signor Ledvinka, oltre ai suoi massaggi, era una dieta che aveva a che fare con quegli opuscoli che mi regalava ad ogni sua seduta, chiamata infatti da lui stesso dieta macrobiotica. Consisteva nella somministrazione di una serie di "papponi" a base di vari cereali, come orzo e avena e altri strani prodotti che mia madre doveva comprare nei negozi della catena Castroni. Facevano schifo, senza mezzi termini, era uno strazio mangiare per giorni e giorni quella roba. Ricordo che mia madre sottolineava sempre che però con quella dieta gli esami del sangue erano perfetti. Ma il mio dolore e gonfiore al braccio non sembravano avere minimamente a che fare con tutta questa roba, infatti peggioravano.

Mi piacerebbe ricordare bene tutti i passaggi di questa storia ma di alcune cose (che evidentemente non capivo) non mi è rimasto molto. Secondo quello che qualche anno dopo mi raccontava mia madre queste terapie si interruppero bruscamente, non so se per decisione della mia pediatra o più ragionevolmente per l'intromissione del mio medico curante, il Prof. Fulvio De Lillo. Questi prescrisse delle radiografie e una visita ortopedica da un certo Prof. Fineschi, medico del Policlinico Gemelli.

La diagnosi del Prof. Fineschi fu che avevo un Osteoma Osteoide (un tumore benigno del tessuto osseo) che andava asportato chirurgicamente. Il risultato fu che nel giro di poco venni ricoverato nel reparto di ortopedia del Policlinico Gemelli di cui Fineschi era primario. Quei quindici giorni estivi (credo tra giugno e luglio) di degenza ospedaliera me li ricordo come spensierati, una specie di insolita vacanza. La caposala aveva deciso di riunire in un'unica grande stanza della corsia tutti i bambini ricoverati in quel periodo, per cui sembrava di essere a una colonia estiva. Io in quei giorni scoprii di essere (o pensavo di essere) un "caso interessante" perché durante le visite il Prof. Fineschi, che era sempre seguito da un notevole codazzo di studenti, illustrava il mio caso come insolito e rischioso in quanto l'osteoma si presentava sul gomito, ovvero molto vicino all'articolazione che nell'intervento andava preservata. Il gonfiore era una cosa anomala per quel tipo di tumore. Alcuni studenti si avvicinavano e chiedevano gentilmente di poter vedere il braccio e sentire il gonfiore. Ricordo che concedevo la visita con una certa soddisfazione. 

L'intervento andò bene, i controlli successivi pure, e la storia si concluse una quarantina di giorni dopo, alla fine dell'estate, quando finalmente mi tolsero il gesso, cha andava dalla mano (lasciando libere solo le dita) a metà dell'avanbraccio, terminando così dei fastidiosi pruriti. Un periodo di fisioterapia riportò in breve tempo il braccio alle sue normali funzionalità e dimensioni. Oggi intravedo ancora abbastanza bene la cicatrice sul gomito, unico segno fisico a ricordo di questa vicenda.

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I personaggi di questa storia:

Io - Bambino incosciente che ha vissuto una vacanza in ospedale ricevendo visite e regali, due dei quali me li ricordo come fosse ieri: il Big Jim, quello classico, era probabilmente in quegli anni che spopolava come giocattolo, era snodabile in un modo che non avevo mai visto e ci si giocava prevalentemente facendogli assumere tutta una serie di posizioni plastiche; una radiolina a transistor, gialla, con un indicatore della sintonia costituito dalla linea di separazione tra due regioni, una rossa e una nera, bellissima.

La mamma - Non ho una chiara idea di come mia madre abbia giudicato l'avventura delle cure alternative in cui siamo incappati. Certo che la diagnosi fu una bella botta, considerando che pochi anni prima aveva assistito suo suocero (mio nonno) che nel giro di un mese se ne andò per un tumore ai polmoni, proprio in quello stesso ospedale dove ero ricoverato io. La mia naturale incoscienza era in parte controbilanciata da una sua malcelata preoccupazione, che a me arrivava in modo appena percettibile mentre lei in realtà si cagava in mano dalla paura.

La dottoressa Paciotti - Medico Pediatra Omeopata, fino a quel momento il pediatra di mio fratello maggiore e mio. Per quanto mi ricordi mai più vista da quest'episodio in poi. Per curiosità ho cercato sue notizie su internet e sembra essere stata una personalità di spicco dell'omeopatia in Italia. E' stata allieva del Prof. Negro. Ha scritto diversi libri, il più famoso dei quali si chiama L'amore creativo. Ha fondato un centro per l'omeopatia, ha diretto riviste e fondato una casa editrice. Da un certo punto in poi ha esercitato la professione a Cesano di Roma. E' morta il 4 maggio 2021.

Il Prof. Negro - E' considerato uno dei promotori dell'omeopatia in Italia. Ha fondato istituti (Accademia di Medicina Omeopatica, Scuola italiana di Medicina Omeopatica Hahnemanniana, Centro omeopatico romano, ecc.). Ha un articolo biografico su Wikipedia. E' morto il 25 marzo 2010 a 102 anni.

Ferro Ledvinka - Contrariamente al suo cognome (e a quanto avevo sempre creduto) si tratta di un italiano con cognome di origine boema. Ha diffuso la macrobiotica in Italia traducendo i testi originali giapponesi. Anche lui ha scritto diversi libri, forse il più famoso è Il medico di sé stesso. Da un certo punto in poi lascia progressivamente la macrobiotica per darsi a ricerche spirituali e contatti medianici. Secondo un articolo biografico trovato in rete "Muore all’ospedale di Livorno il 25 luglio 2000 per un aggressivo tumore strenuamente combattuto con terapie naturali e tradizionali".

Il Prof. De Lillo - E' stato per molti anni il nostro medico di famiglia. Professore all'Università Cattolica. Ai miei occhi di bambino era una figura gigantesca (e non solo ai miei occhi), di carnagione chiara e lentigginosa (rosso di capelli), ricordo bene le sue mani quando visitava. Ricordo quando parlava dei suoi figli con mia madre, erano sette, tutti maschi. Ne aveva fatti così tanti per tentare di avere una femmina (!). Un paio dei suoi figli (Fabio e Stefano) sono oggi (o sono stati) rispettivamente Consigliere Regionale del Lazio (e prima assessore comunale della giunta Alemanno) e Senatore della Repubblica, entrambi provenienti da Forza Italia e passati recentemente alla Lega di Salvini. Il Prof. De Lillo è morto diversi anni fa ma non ricordo esattamente quando.

Il Prof. Fineschi - Per molti anni ha ricoperto la cattedra di Ortopedia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma. E' stato direttore dell'Istituto di chirurgia ortopedica del Policlinico Gemelli di Roma. L'articolo di Wikipedia a lui dedicato dice che è stato anche un "rosaista e rodologo", appassionato e collezionista di rose. L'articolo cita anche una serie di suoi pazienti illustri tra cui Papa Giovanni Paolo II e vari altri (Enzo Biagi, Sergio Zavoli, Mario Pastore, Franca Valeri, Ennio Morricone). Io non sono citato :-). E' morto il 12 Aprile 2010, a 87 anni.

L'Osteoma Osteoide - E' uno dei tumori benigni del tessuto osseo più frequenti in età giovanile. Ai miei tempi la terapia era essenzialmente l'asportazione chirurgica, oggi il trattamento più frequente è la “bruciatura” con radiofrequenza eseguita sotto la guida della Tomografia Computerizzata, quindi niente cicatrici e degenza ridotta ad un paio di giorni. 

Il mio braccio destro - Ne ha passate ma ora sta bene.


martedì 14 giugno 2022

Maturità

Quest'anno mio figlio dovrà sostenere l'esame di maturità. E quest'anno, dopo due anni di pandemia il ministero dell'istruzione ha pensato bene di ripristinare il secondo scritto, quello di indirizzo che affianca il tema di italiano, anche se con qualche "facilitazione" per gli studenti, e ridare quindi all'esame grosso modo la sua fisionomia pre-covid. Il problema ovviamente non è l'esame in sé, che ha anche una sua utilità formativa, è il fatto che tramite questo si vuol far apparire efficiente una scuola ridotta in realtà ai minimi termini. Si ripristina velocemente l'esame di maturità così che agli occhi dell'opinione pubblica tutto sembri ritornare sui binari di sempre. Nella merda di sempre, aggiungerei io. Questo lo fa colpevolmente sfruttando la popolarità di questo esame, rappresentato come un rito collettivo di iniziazione dei ragazzi appena maggiorenni, una sorta di ingresso in società. Torna l'esame come prima, torna la scuola come prima. E cioè?

Una scuola orientata alle "competenze", pronta ad introdurre le riformine più incosistenti e per questo dannose, ancora più dannose perchè non finanziate nè correttamente organizzate (senza mezzi non si organizza niente). Tra queste la famosa "alternanza scuola-lavoro", o l'introduzione sperimentale della secondaria superiore in quattro anni, perché i ragazzi si mettano in testa che devono andare a lavorare il prima possibile, ed essere produttivi il prima possibile, perchè capiscano che non ci sono soldi per istruirli, e neanche la volontà. Non ultima anche l'introduzione delle "soft skills", le famose "competenze non cognitive", l'insegnamento comportamentale e relazionale, ridotto a qualche regoletta da raccontare in aula da qualche insegnante che ci ha fatto sopra un po' di ore in autoistruzione. E come se l'ambiente scolastico non fosse già una scuola di comportamenti e di relazioni. E poi la burocrazia. E poi il covid.

In questi due anni di covid la scuola italiana si è letteralmente arrangiata. Ogni istituto ha fatto quello che poteva per garantire le lezioni, e ovviamente c'è chi è riuscito meglio e chi peggio, con conseguenze di differenti livelli di gravità sulla popolazione degli studenti. L'unico vero provvedimento introdotto, peraltro in modo a dir poco disinvolto, è stato quello di chiudere le scuole per periodi ripetuti e spesso molto lunghi e attivare la cosiddetta DAD (didattica a distanza), roba tanto più inaccettabile quanto più è bassa l'età degli studenti. Adesso che la quarta ondata di infezione è ufficilamente passata, con la speranza che ci dia fiato almeno fino al prossimo autunno, l'unico altro vero provvedimento che il ministero si è subito affrettato a prendere è stato quello di ripristinare, anche se non del tutto, il famigerato esame di stato come era prima del covid. Complimenti per l'efficienza dimostrata.

E per aggiungere un'ulteriore goccia di sana retorica l'esame viene in questi ultimi giorni celebrato dalla nota canzone di Antonello Venditti ("Notte prima degli esami") che l'autore ha avuto modo di cantare nell'aula magna del suo vecchio liceo, il Giulio Cesare, con grande risonanza mediatica. Sembra fatto apposta. E se questo è il riferimento culturale dei ragazzi che escono dalla secondaria superiore....

Mio figlio nei primi anni di liceo diceva ironicamente (ora ha smesso da qualche tempo, chissà perché) che la sua generazione dovrà salvare il mondo; a me viene in mente molto meno ironicamente che lui e quelli della sua generazione dovranno cercare di salvarsi dal mondo.

Troppo cinico. Mi riprendo con un sano augurio a questi ragazzi. Spero che abbiano imparato nel liceo quello che avrebbero dovuto secondo le parole di Agens Heller nel 2013: "Se qualcuno dovesse chiedere a me, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, riponderei: 'prima di tutto, solo cose inutili: greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita'. Il bello è che così, all'età di diciotto anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose".


lunedì 30 maggio 2022

Amore e morte (un'altra omelia)

Mi è capitato di nuovo, nel giro di poche settimane, di seguire una funzione religiosa. Come al solito bado molto poco agli aspetti del rito, quelli assumono un significato simbolico importante se sei un convinto credente. Forse esagero, nel senso che il rito religioso di una comunità che partecipa in modo sentito è comunque una manifestazione di umanità che può addirittura commuovere, indipendentemente dalle tue convinzioni. Ma al di là di questo la mia attenzione si rivolge regolarmente all'omelia, che in certi casi (non sempre) esce dalle formule del rito e delle frasi fatte per fare una riflessione personale (del prete) sull'episodio del Vangelo appena letto e sulla vita in generale. Dunque l'ascolto.

Il prete parlava dell'amore, quello di Dio per noi (sempre scontato) e quello nostro per gli altri (meno scontato). Nel cercare di definirlo dice una cosa interessante, "quando amiamo davvero, qualcosa in noi muore". L'amore implica la morte di qualcosa. Non male, c'è da pensarci su. Effettivamente è vero che quando amiamo gli altri e mettiamo in pratica questo amore rinunciamo a qualcosa di noi, qualcosa in noi muore. Se non altro perché chi amiamo è sempre diverso da noi, e da noi indipendente, nel pensiero e nelle scelte. È una sensazione frequente, forse un fatto  anche un po' banale, ma è così.

Non avevo mai colto questa cosa in modo così chiaro. L'amore è un dono agli altri, che comporta sempre la morte di qualcosa (tempo, scelte, decisioni, aspirazioni, volontà, desideri). E non è sempre una scelta così consapevole, ha invece l'aspetto di un fatto necessario, naturale. In fondo anche la stessa morte fisiologica è un dono agli altri, in particolare alle nuove generazioni, ai figli. Quando li lasciamo scegliere muore la nostra volontà, e così deve essere. Quando ce ne andiamo gli doniamo il futuro, che non può essere più nostro, e dobbiamo accettarlo, è il nostro estremo atto d'amore per loro, pur se involontario, perché naturale. L'amore funziona così, è la nostra natura.

C'è una frase di Renzo Piano che mi piace molto. Parafrasando la metafora di Newton che per vedere lontano è dovuto salire sulle spalle dei giganti, Renzo Piano dice che "non sono i giovani" (i nostri figli, dico io) "a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere". E aggiunge "i giovani sono il messaggio che mandiamo a un mondo che non vedremo mai". Un atto d'amore, appunto. E un estremo tentativo di sopravvivenza.


martedì 24 maggio 2022

Il problema ecologico tra animismo e razionalismo

Il problema ecologico dovrà trovare delle soluzioni efficaci in ambito scientifico e tecnologico. Occorrerà saper misurare in maniera sempre più esatta l'impatto ambientale dei nostri consumi energetici, dei nostri processi industriali e anche delle nostre abitudini di vita, in particolare dei nostri livelli di consumo, della produzione di inquinamento nelle sue varie forme inclusa la produzione di rifiuti. Occorrerà escogitare tecnologie che intervengano in tutti questi settori della vita sociale per ridurre al massimo l'impatto negativo che stiamo producendo sull'intero ecosistema. Non ultima, e forse la cosa più importante perché collega con un unico filo rosso tutte le altre, dovremo probabilmente correggere per non dire riformulare i nostri sistemi economici decisamente troppo liberisti e iniqui. E' evidente che stiamo creando pesanti disequilibri sia nell'ambiente che ci consente la sopravvivenza sia nelle nostre società che ci consentono la pacifica convivenza, ed è anche evidente che questi due disequilibri sono collegati in qualche modo tra loro.

Le trasformazioni richieste da obiettivi del genere sono molto pesanti, e servono politiche molto audaci per produrle e renderle tollerabili. Il motore di queste grandi trasformazioni, che coinvolgono necessariamente tutti i livelli della società, dovrebbe essere anche culturale. Questo rende tutto molto più difficile. E' una nuova visione del mondo quella che dovrebbe emergere nelle società del futuro. Proprio per questo motivo mi ha colpito e mi è rimasta in memoria una considerazione percepita distrattamente alla radio qualche tempo fa. Secondo le voci dialoganti in radio in quel momento sarebbe necessaria una visione più religiosa del mondo, ma non religiosa in senso Cattolico, anzi, forse questa andrebbe nella direzione opposta a quella voluta. Occorrerebbe una visione religiosa di tipo animista. Quell'atteggiamento cioè che vede la sacralità in tutti gli elementi naturali in cui la vita dell'uomo è fatalmente immersa. Opposta al nostro usuale modo di vedere la natura come l'oggetto passivo delle nostre illimitate manipolazioni, tutte legittime anche se drammaticamente invasive. Ovviamente tra gli elementi sacri della natura ci sarebbe proprio l'uomo, non però come essere eletto, espressione di un altro mondo non naturale e per il quale il mondo naturale è stato fatto, ma come espressione di questo mondo.

Questo però a mio avviso sarebbe solo una parte dell'atteggiamento culturale giusto per affrontare i problemi ambientali che abbiamo di fronte a noi. A questa andrebbe unita la parte razionalista, quella che consentirebbe di risolvere quegli stessi problemi con l'uso di tutto quello che abbiamo capito, che abbiamo costruito e che abbiamo imparato ad usare nella nostra breve storia di specie intelligente.

Parafrasando quello che Stephen Jay Gould scriveva nel prologo del suo libro Bravo Brontosauro (che però in quel caso si riferiva specificatamente agli stili con cui la divulgazione scientifica descrive la storia naturale) si potrebbe dire che il nostro rapporto con la natura dovrebbe scaturire da una giusta combinazione di due atteggiamenti apparentemente antitetici, quello francescano o di tipo diretto, intuitivo, estetico, religioso, e quello galileiano o razionalista. Il primo è "poesia della natura, esaltazione della bellezza organica". Il secondo "trae piacere dagli enigmi intellettuali della natura e dalla ricerca della spiegazione e della comprensione". E come dice Gould entrambi alla fine ricercano una unità con la natura. L'equilibrio tra questi due modi di rapportarci col mondo naturale potrebbe aiutarci a trovare le strategie giuste per preservarlo. O meglio, per preservarci in esso.


venerdì 6 maggio 2022

Una serie inutile

Tempo fa un collega mi ha consigliato la serie Le fate ignoranti, che riprende la storia del film omonimo di circa venti anni fa. Il film era molto bello (questa della serie è stata anche un'occasione per rivederlo) e trattava il tema dell'omosessualità, all'epoca non ancora così inflazionato. C'era anche il tema della vita di coppia, di come può essere costruita sulle cose non dette, di come possa nascondere interi tratti della personalità. Insomma un bel film.

La serie mi è apparsa quasi del tutto inutile, ho faticato a guardarla per intero, volevo interromperla già al primo episodio ma mi sono sforzato per non fare sempre quello che non riesce ad essere costante neanche su otto puntate di una singola stagione. Ma non c'era ragione di continuare a vederla. Ne scrivo perché mi pare di aver trovato in essa i due peggior difetti che si possono incontrare in un  prodotto del genere. In un certo senso il prototipo di una serie brutta.

Il formato di una serie è spesso quello di una decina di episodi (da 8 a 12, per dare un intervallo statistico) della durata di un'ora scarsa ciascuno. In questo arco la storia deve avere un suo sviluppo quasi chiuso, dove quel quasi è poi la chiave per una nuova stagione, e così via. Il singolo episodio è decisamente ridotto rispetto ad un film, quindi ben più fruibile, ma complessivamente la durata della narrazione è molto più lunga. Lo spezzettamento in episodi rende la serie un diversivo di mezza serata che va avanti per un bel po'. Poco impegnativo e fidelizzante. La vasta produzione rende questa pratica virtualmente infinita. Si possono fagocitare ore e ore di produzione televisiva come sarebbe ben difficile fare altrimenti.

Ne Le fate ignoranti questa caratteristica però diventa un vero problema. La sceneggiatura è praticamente identica a quella del film, ma va raccontata in circa 6-7 ore di filmato. Vengono fuori due difetti lampanti. Il primo è quello di inventare piccoli episodi laterali (ogni personaggio con le sue personali vicende è in qualche momento protagonista della storia) che spalma la trama e l'idea principale in tante cose inutili, veramente inutili. Il secondo è quello che tutti gli elementi della trama vengono raccontati "per filo e per segno", senza lasciare niente all'immaginazione dello spettatore, in maniera didascalica e pedante, anch'essa inutile, perfettamente inutile. Alla fine stai lì a contare quale personaggio ha ancora la sua piccola storiella rimasta in sospeso, che sai che verrà raccontata nei dettagli, lo sai. Solo dopo che tutto il raccontabile è stato raccontato la serie finalmente finisce.

 

martedì 26 aprile 2022

La preside, lo studente e i giornalisti

Qualche tempo fa mi è arrivata la notizia che una preside di un istituto romano ha probabilmente (o aveva avuto) una storia diciamo sentimentale con uno studente (maggiorenne). La cosa mi è stata raccontata direttamente da una studentessa dello stesso istituto, un racconto appesantito da altri episodi a margine che hanno certamente reso poco simpatica quella preside agli occhi degli studenti. Ricordo di aver pensato che il suo comportamento effettivamente non sembrava  proprio quello ideale per chi ricopre quel tipo di ruolo ed ero dispiaciuto per gli studenti a cui era toccata in sorte quella preside. L'episodio in sé comunque sapeva un po' di gossip e la questione girava tutta attorno a delle chat sospette oltre che a delle sensazioni precise che venivano dagli studenti dell'istituto.

La cosa che in realtà mi suonava strana era il fatto che una notizia del genere era rimbalzata in poco tempo su tutti i giornali, compreso quelli "prestigiosi" (tipo Il Corriere della Sera) ottenendo così una diffusione nazionale ovviamente ripresa poi dai vari social. Passaggi televisivi, interviste alla preside, ecc. A distanza di poco un'ispezione del provveditorato ha stabilito che non esistevano di fatto gli estremi concreti per prendere misure disciplinari di alcun tipo nei confronti della preside.

Ovviamente quello che rimane di questa storia è una reputazione seriamente compromessa della preside (ogni motore di ricerca da oggi in poi al suo nome e cognome associerà sempre questo increscioso episodio) e agli occhi di chi ha letto la notizia (sicuramente tantissime persone) rimarrà in mente un episodio di mala scuola, tanto per dare un'ulteriori bastonata ad un settore culturale già fortemente compromesso.

Quello che rimarrà a me invece è una cosa diversa, sarà la domanda seguente: ma chi sono quei giornalisti che vanno a raccattare una notizia del genere e la fanno diventare (ancor prima di qualunque seria verifica) un gossip di dominio pubblico? Cosa è diventato il giornalismo che sembra sempre più lontano dalle notizie e sempre più orientato al clickbaiting. In questa vicenda la puzza che si sente non proviene dalla scuola ma da un tipo di giornalismo purtroppo sempre più diffuso e sempre più dannoso, sia per chi rimane vittima di queste azioni di sciacallaggio sia per chi perde il suo tempo a leggerle e se ne deve difendere. Il vero danno culturale sottovalutato è questo.