martedì 11 gennaio 2022

La matrix dei cani

Ogni tanto ci si imbatte nella notizia di qualcuno che ha avuto la disavventura di essere sbranato da un branco di cani. La notizia in sé fa sempre impressione ma a me stimola una riflessione un po' fantasiosa.

E' abbastanza chiaro che negli ultimi anni (non solo per causa del covid) c'è stato un aumento dell'adozione di cani e di gatti. Lo si vede per strada, lo si deduce dalle tantissime pubblicità di prodotti per cani e gatti, dalla diffusione di negozi specializzati e dall'aumento delle dimensioni delle aree di cibo per cani nei supermercati. I social poi sono strapieni di foto, filmati e racconti su animali domestici. In un panorama del genere mi sembra del tutto ovvio che ci sia anche una certa percentuale di abbandono di cani. Il cane, molto più che il gatto, comporta un certo impegno, è un animale che ha bisogno di continue attenzioni da parte del suo padrone. Non tutti ci riescono.

Probabilmente però i cani abbandonati nelle campagne non rimangono a piangere e a sperare inutilmente il ritorno del loro padrone. Si arrangiano a vivere, come farebbe chiunque. Diventano randagi, e recuperano i loro istinti, tra cui anche quello di vivere in branco. Non hanno più nessuna dipendenza dall'uomo, e comportamenti aggressivi nei suoi confronti possono diventare del tutto naturali.

A me questa cosa fa venire in mente Matrix, il film. Noi uomini, nell'arco di una storia millenaria, abbiamo trasformato i lupi (una parte di essi) in animali utili ai nostri scopi. Nel fare questo li abbiamo costretti a vivere nel nostro mondo secondo le nostre esigenze, o meglio, abbiamo cancellato il loro mondo originario e gli abbiamo riservato un posto ben preciso nel nostro. Il loro mondo attuale è in un certo senso fittizio per loro, non è naturale, è del tutto artificiale. E lo abbiamo costruito noi. Da tempi remoti e da migliaia di generazioni i nostri cani campano in un mondo completamente organizzato da noi, in cui tra l'altro loro si trovano oggettivamente costretti e non sempre a loro agio, se li si guarda da fuori. Ma per loro probabilmente tutto questo non ha senso. Stanno dentro al mondo che gli abbiamo costruito senza conoscere altro, dal loro punto di vista non hanno scelta, e certamente non si pongono il problema.

Solo nel momento in cui qualcuno di noi, involontariamente, abbandonandolo a se stesso, gli fa mangiare la pillola rossa, il cane vede finalmente il suo vero mondo e torna ad essere quello che veramente è: un lupo.

NOTA: osservazione a margine sul concetto di evoluzione. Per costringere i nostri cani al nostro mondo per cui loro risultano inadatti dobbiamo "proteggerli". Mettere loro un guinzaglio, stare attenti a dove vanno, a che cosa mangiano, a chi incontrano quando passeggiamo con loro, ecc. Questo nostro atteggiamento ci potrebbe far pensare che noi dobbiamo proteggere i nostri animali domestici, pensare a loro, badare ai loro comportamenti, perchè in fondo siamo una specie superiore, in grado di stare meglio al mondo. Un pensiero ingenuo, e come al solito decisamente antropocentrico. E' sufficiente cambiare l'ambiente per rendersi conto dell'ingenuità. Se ne accorge chi incontra un branco di cani liberi nel bosco.


martedì 4 gennaio 2022

Tre cose che mi frullano in testa

E' da qualche giorno che mi girano in testa tre cose, provo a scriverle per liberarmene (è uno degli scopi di questo blog).

Prima cosa (guerre stellari)

Qualche giorno fa ho letto in un post una critica molto negativa al vecchio film Balle Spaziali, di Mel Brooks. L'oggetto del post era più generale ma a me ha colpito il punto in cui si criticava quel film, probabilmente perché è un film che io ricordo sempre con piacere. Le motivazioni di quella critica mi hanno indotto a ripensare al periodo in cui l'ho visto e molto apprezzato, cercando di capirne il perché.

Più o meno quando facevo le scuole medie ho visto il primo episodio di Guerre Stellari che per me è rimasto l'unico episodio per diversi anni, come ho già scritto in un altro post. Il resto della prima trilogia (uscita negli anni del mio liceo) non ricordo di averla vista, probabilmente per disinteresse. In età più adulta, direi verso i vent'anni e anche più tardi, ho cominciato ad incrociare gli appassionati della saga. Ricordo che non mi capacitavo di come si potesse ammirare così tanto Guerre Stellari, la cosa mi spiazzava. Io ricordavo un film per ragazzi, se non per bambini. Un grande film che deve piacere a chi ama la fantascienza? Era casomai una favola ambientata nello spazio anziché nel classico bosco incantato. I personaggi tradizionali c'erano tutti: la principessa (Leia), il principe (Han Solo), i folletti (R2-D2 e C-3PO), il destriero (Millennium Falcon), il mago (Obi Wan) e la pozione miracolosa (la "forza"), gli animali fantastici (Chewbecca) e il mostro cattivo (Darth Vader). I contenuti del film erano fortemente ironici, nel senso che l'aspetto del cattivo (tutto nero, il casco che nasconde il volto, il mantello, i guanti, la voce alterata), o anche quello della principessa (gli abiti da biancaneve, le acconciature assurde), e tutto il resto, era roba ridicola, abbastanza comica (involontariamente? Non direi). Non che tutto ciò debba rendere necessariamente brutto un film, anzi, ma questo contenuto di ironia che a me sembrava evidente non lo ritrovavo nei giudizi degli appassionati della saga, e questa cosa era piuttosto frustrante. 

Quando ho visto Balle Spaziali è stata una liberazione. L'ironia, secondo me già presente nel film Guerre Stellari, esplodeva in Balle Spaziali in caricature esilaranti. Casco Nero (l'equivalente di Darth Vader), alto poco più di un metro con un casco di dimensioni smisurate che entra in scena ansimando (come il personaggio originale) e alla fine apre la visiera sbottando: "qui non si respira!". La principessa con la sua acconciatura improponibile (come quella del film originale) che improvvisamente "si toglie le cuffie", rivelando il vero scopo dell'acconciatura. "Pizza margherita", la "velocità smodata", "lo sforzo", e una quantità di altre trovate caricaturali sottolineavano quanto di ironico già fosse presente nel film originale.

Mi rendo conto che una cosa del genere può far ridere oppure no, ma nel mio caso ha avuto la funzione di svelare e rivendicare la vera natura del film Guerre Stellari e che non mi sembrava di scorgere nei discorsi delle tante persone che amavano incondizionatamente la saga. Tra l'altro conosco persone che a tutt'oggi non hanno nessuna intenzione di vedere Balle Spaziali o lo disprezzano apertamente, e credo che il motivo per molti di loro sia che offenderebbe il loro senso del sacro, e tutto sommato non mi stupisce. Il film di Mel Brooks in effetti è dissacrante.

Per il resto, ho già parlato di Guerre Stellari qui e qui.

Seconda cosa (la complessità)

L'assegnazione del premio Nobel all'italiano Giorgio Parisi ha scatenato tutta una serie di inevitabili interventi a sproposito sulla sua attività di scienziato da parte di rappresentanti delle istituzioni che come al solito, per cultura, sono assolutamente estranee alla scienza. In particolare ci si è molto esercitati sull'uso della parola "complessità", che indubbiamente fa molto effetto, soprattutto in contesti pseudo-umanistici dove l'unica cosa che importa è il fascino delle parole, più che il loro esatto significato.

Mi domandavo se è possibile dare un po' più di corpo alla parola "complessità" senza necessariamente incastrarsi in discorsi troppo complessi :-)

Lo stesso Parisi ha fatto diversi tentativi, pur non essendo molto abile con la parola. In particolare ne riprendo uno, da lui appena accennato, che mi sembra contemporaneamente significativo e affascinante al punto giusto. Mi ha colpito e me lo scrivo, estendendolo a mio modo.

Immaginiamo un neurone. Si tratta di una cellula che già di per se è un oggetto estremamente complesso e difficile da descrivere in tutti i suoi dettagli. Ma ignoriamo i suoi meccanismi biochimici interni complicatissimi e concentriamoci solo sul suo comportamento esterno, ovvero su come un neurone interagisce con altri neuroni. Considerato in questo modo un singolo neurone diventa una unità molto più semplice da descrivere, al limite insignificante, ma è pur sempre una cellula del cervello. Da solo non produce nulla di particolarmente interessante (trasporta segnali elettrici, li riceve in input e li manda in output) ma quando si considerano 100 miliardi di neuroni (circa il numero presente in un cervello umano) in interazione tra loro (ogni neurone sviluppa in media 10 mila connessioni con gli altri neuroni vicini) allora otteniamo un comportamento emergente del sistema che possiamo chiamare intelligenza umana.

La complessità è l'emergere di un fenomeno macroscopico da un sistema costituito da un numero elevatissimo di semplici unità microscopiche in interazione tra loro. Il comportamento emergente può essere più o meno interessante ma sempre difficilmente deducibile dal comportamento spesso molto semplice delle singole parti di cui è composto. L'interazione tra queste parti gioca ovviamente un ruolo essenziale.

Un sistema complesso così descritto è schematizzabile e studiabile attraverso modelli teorici che, se ben posti e ben studiati, possono permettere di ricavare una descrizione soddisfacente di quei comportamenti collettivi macroscopici che possono caratterizzare il sistema. Inoltre sono molti i sistemi che possono essere pensati e studiati in questo modo, dando così a questo settore di studi una vastità e anche una trasversalità estremamente interessanti.

I modelli teorici che schematizzano un sistema complesso naturale nel tentativo di studiarlo e di dedurne i suoi comportamenti macroscopici sono anche utilizzabili in ambito tecnologico. Riprendendo in considerazione il cervello possiamo tentare di tradurre il comportamento di un singolo neurone in un preciso, anche se magari molto semplificato, sistema di calcolo. Facciamolo diventare cioè un oggetto matematico semplice, sostanzialmente una funzione che riceve in input dei segnali e manda in output dei segnali, seguendo regole molto semplici (un qualche algoritmo) che legano l'input all'output. Il neurone diventa una specifica unità di calcolo che posso mettere in interazione con altre per produrre uno schema complesso in grado di simulare, se siamo fortunati, qualche semplice funzione del cervello. Questo approccio che ho descritto in modo rozzo ha generato un vero e proprio campo di studi, sia scientifici che tecnologici. Scientifici (reti neurali) per cercare di comprendere meglio funzioni intellettive come ad esempio la memoria. Tecnologici (reti neurali artificiali) per cercare di creare modelli di calcolo in grado di esibire un qualche comportamento intelligente. Modelli del genere sono attualmente molto utilizzati nei campi dell' AI (Artificial Intelligence), del Machine Learning e del Deep Learning.

Terza cosa (JWST)

Forse sono un po' troppo sensibile a certi argomenti ma ho trovato insufficiente l'importanza data dai mezzi di informazione all'avvio del progetto JWST, James Webb Space Telescope. C'è sempre qualche eccezione confortante ma nel complesso ho trovato i media ben poco attenti all'evento.

Questa carenza che un po' mi disturba mi ha fatto pensare (chissà perché proprio a quello) agli infiniti pipponi che mi è capitato di subire in vari contesti (scuola, turismo, conoscenze, documentari, ecc.) sulla famosa cupola del Brunelleschi, sulla sua bellezza ma soprattutto sulla sua tecnica costruttiva particolarmente innovativa e anticipatrice. Una grandiosa opera architettonica ma anche tecnologica. Una di quelle opere che mettono insieme tanti saperi e ne fanno un uso originale determinando un avanzamento delle conoscenze, come era caratteristico di quel periodo storico. 

Non voglio fare un parallelo diretto tra la cupola del Brunelleschi e il progetto JWST, ha ben poco senso, troppe cose li differenziano, non so neanche perché abbia fatto questa bizzarra associazione di idee, ma quello che mi chiedo è: quali sono nel nostro mondo moderno le opere dell'ingegno che possiamo considerare eredi del grande periodo del Rinascimento? O anche eredi di una storia ancora più antica (piramidi, teatri greci, anfiteatri romani, acquedotti, ...) anch'essa sempre stracitata fino alla noia? Ha senso farsi la domanda? Perché certe opere ciclopiche attuali (ce ne sono state diverse altre), sia per la qualità delle realizzazioni tecnologiche, sia per gli obiettivi scientifici ambiziosi, non ricevono l'attenzione che meriterebbero? Eppure sono le opere che dovrebbero rappresentare (più di tante altre cose) il nostro grado di civiltà raggiunto, almeno quanto la cupola del Brunelleschi lo ha fatto per i suoi tempi.

Certe volte penso che siamo tutti dei parrucconi che hanno imparato a citare le grandi opere del passato ma non hanno mai imparato a riconoscere le grandi opere del presente, perché non hanno mai imparato ad analizzarle, valutarle ed apprezzarle.


giovedì 23 dicembre 2021

Il "solstizio" di Santa Lucia

Com'è noto il detto popolare "Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia" non è corretto. Infatti il giorno dedicato a Santa Lucia, martire del terzo secolo dopo Cristo, cade il 13 dicembre che secondo la tradizione è il giorno del suo martirio (13 dicembre 303), mentre il solstizio invernale arriva poco meno di una decina di giorni dopo, il 21-22 dicembre. Il motivo per cui la tradizione anticipa il solstizio è dovuto ad un errore accumulato dal calendario giuliano, successivamente corretto da Papa Gregorio XIII che con un decreto stabilì il passaggio diretto dal 4 ottobre al 15 ottobre 1582, togliendo quindi i 10 giorni di sfasatura accumulati negli oltre 10 secoli precedenti. Il calendario gregoriano, adottato da allora in poi, modifica anche la regola che decide gli anni bisestili, togliendo il 29 febbraio a tutti gli anni secolari multipli di 400, proprio per mantenere allineato il calendario al ciclo annuale astronomico. Quindi per molto tempo il 13 dicembre è risultato essere effettivamente coincidente al solstizio d'inverno con buona approssimazione, dando origine al detto popolare che sopravvive tuttora.

La cosa meno nota però è un'altra. Almeno lo era a me, e fino a qualche giorno fa, quando in una chat tra amici uno di noi se ne è uscito con la frase "avete notato che stanno aumentando le giornate?". Era da poco passato il giorno di Santa Lucia e il solstizio doveva ancora arrivare, per cui io mi sono affacciato alla chat per far notare che questa osservazione non poteva essere vera. Ma chi l'aveva fatta, con molta precisione e con mia sorpresa insiste su questa cosa e mi manda una tabella oraria di albe e tramonti da cui si vede chiaramente che il tramonto, già a partire da prima del 13 dicembre (precisamente in data 8/12) si sposta in avanti di qualche minuto, che è quello che effettivamente lui aveva osservato. Come abbia fatto ad apprezzare questa differenza mi rimane ancora un po' oscuro ma probabilmente è stato aiutato dalle condizioni atmosferiche favorevoli e, a detta sua, da precisi appuntamenti della giornata. Dalla tabella si osserva altresì che contestualmente si sposta in avanti anche l'orario dell'alba, così che effettivamente le ore nette di luce del giorno comunque diminuiscono fino al vero solstizio.

In pratica in quel periodo si osserva uno spostamento dell'arco del giorno che dura fino ai primi giorni dell'anno successivo. Più esattamente da 8/12 fino a 22/12 l'alba passa dalle 7:22 alle 7:33 (uno spostamento di 11 minuti) e dal 22/12 fino al 10/01 passa dalle 7:33 alle 7:36. Successivamente inverte la tendenza e comincia ad albeggiare prima. L'orario del tramonto nello stesso periodo (e anche successivamente) aumenta costantemente, dalle 16:35 in 8/12 alle 16:38 in 22/12, per poi salire velocemente alle 16:44 il 31/12 e così via. Al solstizio si ottiene il giorno più corto in quanto nei giorni precedenti lo spostamento in avanti dell'alba è più veloce dello spostamento in avanti del tramonto, comportamento che si ribalta dopo il solstizio.

Interessante. Ma mi chiedo perché succeda tutto ciò. E stranamente azzecco subito il motivo, per cui me lo scrivo qui, a futura memoria.

La Terra ruota su se stessa a velocità costante entro un'ottima approssimazione (rotazione), ma contemporaneamente ruota attorno al Sole in un'orbita ellittica (rivoluzione). Rotazione e rivoluzione sono entrambe in verso antiorario guardando il sistema Terra-Sole dall'emisfero nord. Questo determina il fatto che per ritrovare il sole nella stessa posizione la Terra deve fare un po' più di un giro. E' la famosa differenza tra giorno solare e giorno siderale (quello rispetto alle stelle fisse). Questa discrepanza però dipende ovviamente dalla velocità con cui la terra viaggia nella sua orbita ellittica, che non è sempre la stessa, ma aumenta con l'approssimarsi al perielio (il punto più vicino al sole). Se aumenta la velocità di rivoluzione è chiaro che il mezzogiorno si sposta, in particolare ritarda, e con esso tutto l'arco del giorno, il tramonto e l'alba ritardano anch'essi. Questa cosa avviene durante tutto il periodo in cui la Terra si trova vicino al perielio, da una parte e dall'altra, che è guarda caso proprio il periodo in mezzo al quale cade il solstizio d'inverno (per il nostro emisfero). Gli effetti si combinano, per cui ad esempio la velocità con cui ritarda l'alba prima del solstizio (passaggio al perielio) è superiore a quella che si osserva dopo, perchè comincia a farsi sentire l'allungamento del giorno dovuto alla diversa inclinazione dell'asse terrestre rispetto al sole. Al contrario la velocità con cui ritarda il tramonto aumenta progressivamente la sua velocità durante tutto il periodo.

Alla fine il giorno di Santa Lucia non è il più corto che ci sia ma è pur vero che intorno a quella data il tramonto comincia a spostarsi dando l'impressione dell'aumento della giornata, come ha incredibilmente osservato il mio amico.

NOTA: a questo link gli orari di alba e tramonto di tutto l'anno 2021 mostratomi dall'amico in chat e da cui ho preso i dati che ho riportato nel post.

 

mercoledì 8 dicembre 2021

Complottismo e creazionismo

La mia è un'idea un po' rozza ma più di una volta il movimento NoVax mi ha fatto pensare ai vecchi Testimoni di Geova, quelli che ti venivano a citofonare sotto casa ponendoti a bruciapelo domande sul mondo e sulla sua creazione che a te mettevano in imbarazzo per la loro complessità e di cui invece loro sapevano la risposta, chiara, semplice, indubitabile. E ti trattavano come uno a cui bisognava insegnare a guardare bene le cose, perché tu non le vedevi, almeno non nel modo giusto. Era tutto così semplice, come facevi a non capire e a non essere d'accordo?

I ragionamenti dei NoVax che si raccolgono nei social sono totalmente irrazionali e ben supportati da una sconcertante dose di ignoranza. Non si riesce a seguire nessuno di questi ragionamenti, se non per constatare che sono tutti immancabilmente fondati su dati falsi (è in genere anche abbastanza facile verificarlo). Ma cercare fonti attendibili e rifletterci sopra non è una cosa di loro interesse. Loro hanno fonti autoprodotte. Mi ricordo che i Testimoni di Geova andavano sempre in giro con la loro pubblicazione La Torre di Guardia dove poter leggere le sentenze più importanti del loro pensiero creazionista. I NoVax avranno pure loro cose del genere (nel mondo dei social saranno principalmente memi).

L'unica cosa veramente comprensibile dei NoVax è che non si vogliono vaccinare. Le motivazioni sono un misto tra complottismo (la società marcia, l'inferno) e vaghe teorie naturiste (la scienza alternativa, il paradiso terrestre), e le due cose sono legate tra loro. D'altra parte l'unica cosa chiara che ricordo dei Testimoni di Geova era che non volevano mai farsi trasfusioni di sangue. Nel loro caso le motivazioni erano direttamente nella Bibbia. Però letta male, come succede per i dati e le informazioni scientifiche lette dai NoVax.

Insomma questa analogia non so da dove mi sia venuta ma mi pare calzante e la riporto in questo post perché l'altro giorno mi sono imbattuto in un articolo di Pikaia che tutto sommato posso interpretare come un'interessante spiegazione di quello che avevo pensato.

Secondo l'articolo di Pikaia, che riporta i risultati di una ricerca, c'è un legame insolitamente comune tra complottismo (ad esempio quello dei NoVax) e creazionismo (ad esempio quello dei Testimoni di Geova). "Nonostante possano apparire diversi in prima istanza, entrambi questi pensieri condividono quello che viene chiamato bias cognitivo (una valutazione frutto di una interpretazione non logica delle informazioni in proprio possesso) legata al pensiero teleologico, la tendenza ad attribuire una valore finalistico a tutti gli eventi naturali e storici. [...] Il bisogno di attribuire un senso ad ogni cosa, la necessità di trovare un significato ed uno scopo in ogni avvenimento, sembra essere un pregiudizio che accomuna creazionismo e complottismo".

Io credo che cercare spiegazioni del mondo attraverso cause finali sia un istinto primitivo da sempre presente nell'uomo. Ma il nostro tempo è ormai largamente dominato dalla visione scientifica, razionale e non teleonomica. I nostri vecchi istinti finalistici non sappiamo più come farli sfogare, così come anche il nostro fisiologico bisogno di irrazionalità. Avevamo un mondo pieno di credenze, di sistemi religiosi che riempivano il nostro bisogno di dare un senso al mondo e alla nostra vita. Ci accompagnava sempre l'idea di un disegno sovrannaturale che guidava le nostre esistenze. Ora, tolto di mezzo il disegno trascendente, rimane l'ipotesi di un disegno immanente, ma pur sempre un disegno. Che è quello che molti di noi ancora cercano. Si fatica ad accettare la storia come un susseguirsi di fatti determinati dal caso e dalle scelte che ne conseguono. Alla base della mentalità complottista, come di quella creazionista, c'è una visione finalistica della Storia. In entrambe il pensiero teleologico comporta "il coinvolgimento remoto e nascosto di una causa intenzionale e finale per spiegare eventi mondani complessi".


domenica 28 novembre 2021

Il modello Principe-Principessa

Il maschilismo, tratto comportamentale ancora presente in varia misura nelle nostre società, non esiste per essere contro la donna, non la disprezza, non è violento contro di lei. Risponde solo ad un modello culturale che assegna ruoli ben precisi ai due sessi, e in questo senso li vincola entrambi. Questo modello si potrebbe definire "Principe-Principessa", una figura retorica invero un po' antica e di stile cavalleresco, ma tutto sommato ancora presente e rappresentata, che contiene molti degli aspetti che ritengo essenziali per descrivere il maschilismo e le sue conseguenze. E' dallo sgretolamento di questo modello che nascono i problemi, anche quelli di violenza sulle donne (e di violenza autodistruttiva degli uomini).

Principe e Principessa vivono sotto lo stesso tetto, uno splendido maniero, le cui ricchezze fanno da sfondo alla loro felicità (primo elemento). Ma lo abitano ricoprendo ruoli ben diversi. Il modello delle favole rappresenta la Principessa spesso come una ragazza idealizzata (secondo elemento) sia come bellezza che come comportamento, che viene scelta dal Principe (terzo elemento) e portata al castello per godere di ricchezze non sue (quarto elemento). La Principessa non deve pensare a niente di importante, non è necessario, deve bastare la sua presenza (quinto elemento). Il modello femminile che non si allinea a questo stereotipo di figura non indipendente e protetta è sempre terribilmente negativo (regina cattiva, strega, ecc.). Il Principe è invece il detentore di tutti i beni, generoso e giusto nel gestirli ma sono sempre i suoi beni, è sempre lui a gestirli. La Principessa è uno dei suoi beni, certamente il più prezioso (sesto elemento). Il modello della conquista è pieno di fascino, sia per chi conquista che per chi viene conquistato.

Secondo me gli elementi di questo modello, che sto desumendo principalmente dalla tradizione favolistica per semplicità e chiarezza, sono in varia misura e in forme spesso lontane da quelle citate (certamente meno marcate), ancora abbastanza diffusi, forse più di quanto non si pensi. E forse a tutt'oggi genera modelli sociali del rapporto uomo-donna con cui tutti noi ci confrontiamo (per criticarli, per rifiutarli, per accettarli, per assumerli in modo acritico, ecc.).

Credo che una buona parte di noi, più o meno consapevolmente, sia ancora culturalmente predisposta a cercare questi elementi nel rapporto, e che anzi lo concepisca proprio sulla base della presenza di essi. Ovvio che nella nostra società, che propone ancora in varia misura certi modelli e contemporaneamente modelli di emancipazione femminile, ragionare in questo modo produca una certa dose di frustrazione. Una frustrazione che agisce sia sugli uomini che sulle donne (secondo me se la cultura maschilista ancora esiste nella nostra società è solo perché in buona parte è assimilata e diffusa anche dal genere femminile).

Quando un modello culturale si sgretola sotto le modifiche sociali produce traumi, disequilibri, vittime. I tempi e i percorsi per trovare nuovi equilibri potrebbero essere molto lunghi e lastricati di sofferenze. Nella progressiva demolizione del modello Principe-Principessa le prime vittime secondo me sono gli uomini, perché vedono sgonfiarsi il loro ruolo di potere su cose, situazioni e persone, e perdere la relativa attribuzione di un grande senso di responsabilità su di esse. Rischia di rimanere un grande vuoto, indubbiamente. Anche le donne trasformano radicalmente il loro ruolo, ma per raggiungere uno stato di autodeterminazione che, se accettato dalla società, costituisce per loro un indubbio vantaggio rappresentato in sostanza dalla libertà di scelta e dall'aumento dello spettro delle possibilità di vita. Insomma una ricchezza, non un vuoto. C'è anche da dire che questo comporta un maggior carico di responsabilità, quindi è anche comprensibile che non tutte siano così portate ad abbracciare con entusiasmo questa nuova condizione (ci sono ancora parecchie principesse in giro).

Gli elementi del modello che ho citato sopra cadono uno ad uno. Se la donna non è più un bene (come un gioiello, notare la metafora) e si autodetermina con scelte personali con cui doversi confrontare è veramente difficile idealizzarla, è difficile sceglierla indipendentemente dalla sua volontà (o pensando addirittura che sia il frutto di qualche volontà superiore), è difficile metterla in un ambiente non scelto da lei, è difficile collocarla in ruoli secondari e non decisionali. E nella maggior parte dei casi nella nostra società sempre più complessa non è più pensabile avere un maniero in cui poter vivere tranquilli e al riparo da tutto. E allora come si fa a pensare alla "propria" Principessa come il bene più prezioso? Anzi, la sua figura sempre più indipendente e sempre meno bisognosa di protezione diventa pericolosamente simile a quella di una regina cattiva, di una strega. Crolla un mondo, a cui non si riesce facilmente a contrapporre qualcosa di costruttivo. Rimane solo la sua distruzione.

Il maschilismo è prima di tutto una tragica trappola culturale per l'uomo da cui, visto quello che succede, è evidentemente molto difficile uscire. Almeno per molti sembrerebbe essere così. E' chiaro che prima o poi usciranno tutti. Nel frattempo semina vittime, da tutti e due i fronti.


lunedì 15 novembre 2021

Gli manca la parola

Solitamente quando instauriamo un rapporto stretto con un animale domestico, e cominciamo a capirne alcuni elementi di comunicazione che spesso ci stupiscono, finiamo per dire con ammirazione: "Caspita! Gli manca la parola!". Pensiamo che sia l'elemento che manca al nostro interlocutore, e che ci impedisce di capirlo nei dettagli come vorremmo. Crediamo che ci vorrebbe proprio dire qualcosa, ma gli manca la parola.

In effetti credo che sia esattamente questa la differenza principale tra l'uomo (Homo Sapiens) e tutti gli altri esseri viventi nel pianeta. Noi abbiamo la parola. Ma che significa questo? Prima di tutto significa un fatto puramente fisico, cioè che noi abbiamo un apparato vocale (laringo-faringeo) in grado di articolare una vasta gamma di fonemi, un apparato largamente più sofisticato di qualunque altro animale. Una differenza sostanziale che noi abbiamo anche con i nostri parenti più stretti, le scimmie antropomorfe. E' difficile dire perchè noi si e tutti gli altri no, però suppongo che funzioni come tutti gli altri caratteri evolutivi, elementi casuali ci hanno fornito un primo vantaggio, delle prime caratteristiche che ci hanno favorito e che poi abbiamo progressivamente sfruttato e quindi raffinato e selezionato generazione dopo generazione.

Ma una specie che riesce ad articolare versi così eterogenei che se ne fa di questa sua caratteristica, tanto da evolverla poi con questi risultati? Probabilmente ci può costruire una forma sofisticata di comunicazione con gli altri individui. Moltissimi animali sociali comunicano attraverso l'uso di una certa gamma di versi, il fatto di avere una tavolozza infinitamente più ampia è certamente un vantaggio da questo punto di vista. Ma è solo questo il vantaggio? Forse no, forse riuscire ad avere un verso per indicare qualsiasi oggetto favorisce la costruzione di un linguaggio, dà la possibilità di comunicare cose sempre più specifiche e dettagliate. Non solo, ma forse permette anche di capire che ogni cosa del vivere si può mappare con un suo simbolo, in questo caso una parola (ovvero una combinazione di fonemi, un verso). E che questa cosa si può anche estendere ad altri elementi fisici, oggetti, ornamenti del corpo, segni nelle pareti di una grotta. Tutto ciò aiuta a sviluppare la capacità di formare nella propria mente le connessioni tra elementi della realtà e una loro rappresentazione simbolica. Aiuta a mettere insieme in modo originale cose che esistono per arrivare a pensare anche cose che non esistono. In una parola aiuta ad immaginare, l'aspetto più potente dell'intelligenza.

Tra l'altro una cosa del genere oltre a favorire lo sviluppo dell'intelligenza in ogni singolo individuo di un gruppo umano consente (cosa ben più importante) di costruire un'intelligenza collettiva, che è quella che fa la vera differenza con le altre specie. E' quella che mi permette oggi di scendere sotto casa, entrare in macchina, arrivare al supermercato e fare la spesa per la cena. Senza l'intelligenza collettiva costruita in millenni di storia questa cosa non sarebbe possibile. Con la mia sola intelligenza sarei riuscito al massimo a costruirmi un arco un po' più efficiente di quello di qualche mio compagno di caccia.

Mi chiedo: ma gli altri animali come ci vedono? Probabilmente riconoscono in noi quella specie animale che fa versi in continuazione, senza apparente motivo, rumoreggiando come una pila di fagioli.

 

domenica 7 novembre 2021

Memi culturali

Molto tempo fa ne "Il gene egoista" di Richard Dawkins lessi del concetto di "meme". Secondo Dawkins, che lo ha introdotto per la prima volta proprio in quel suo libro, un meme è semplicemente una unità di trasmissione culturale. Come il gene anche il meme è un replicatore soggetto a mutamenti evolutivi, ma con una velocità di diffusione e mutazione ben più alta. Se il terreno di diffusione del gene è quello biologico, il terreno di diffusione del meme è quello culturale. Come i geni anche i memi possono nascere, diffondersi e prosperare oppure mutare o anche alla fine estinguersi. Tutto dipende dall'ambiente in cui si trovano ad agire.

Trovo interessante andare a cercare esempi possibili di questi memi, anche esempi insoliti, non troppo scontati, forse anche non troppo sicuri. Uno è il seguente.

Il messaggio culturale del movimento cinquestelle negli anni passati è stato: "Io cittadino onesto, che fino a ieri svolgevo la mia attività lavorativa, da domani posso entrare in Parlamento sicuro di poter fare meglio della classe politica, poiché questa è fatta di specialisti che anziché fare politica per la cittadinanza usano la politica a fini personali, in modo disonesto, corrotto, guadagnandoci alle spalle del cittadino. Per fare bene la mia attività di amministratore della cosa pubblica, io cittadino cresco dentro la comunità di tanti altri cittadini come me che si scambiano informazioni, pareri, e prendono decisioni, attraverso l'uso della rete".

Questo che ho raccontato può essere pensato come un meme? Magari è un po' complicato (o anche improprio visto che forse un meme è immaginato come qualcosa di più semplice) ma ci si può provare. Bisognerebbe riconoscerla come un'unità di trasmissione culturale, come un'idea innovativa che può diffondersi nella popolazione, magari anche mutando leggermente e adattandosi a contesti e situazioni un po' diverse da quella in cui è nata.

L'osservazione sperimentale che potrebbe riconoscere tutto questo e che propongo è la seguente.

"Io cittadino onesto, tramite la comunità costituita da tanti altri cittadini onesti che scambiano informazioni tra loro usando la rete, posso decidere su cose che non sono mai state di mia stretta competenza e su cui non ho maturato nessun tipo di esperienza nella mia vita, scavalcando i cosiddetti specialisti che alla fine non sono altro che persone che usano la loro disciplina a fini personali, spesso in modo disonesto e interessato, guadagnandoci sopra alle spalle dei cittadini".

Non sembra lo stesso meme che è partito da un contesto e si è diffuso nella popolazione allargando il suo ambito e generalizzando la sua applicazione? Se ne può trovare una sua ulteriore variante, più specifica ed estremamente diffusa nell'ambiente culturale attuale, dominato dalla pandemia.

"Io cittadino onesto, tramite la comunità costituita da tanti altri cittadini onesti che scambiano informazioni tra loro usando la rete, posso e voglio decidere sulla opportunità di vaccinarmi, valutando correttamente tutte le sue conseguenze, senza ricorrere al parere di medici e scienziati che sono tutti, fatta eccezione di qualcuno che ritrovo dentro la mia comunità di cittadini onesti che usano la rete, sotto lo stipendio delle società farmaceutiche, tutti interessati ai loro fini personali e ai loro guadagni alle spalle dei cittadini".

Concludo ricordando che esattamente come un gene anche un meme può alla fine estinguersi.