mercoledì 24 marzo 2021

Gli Influencers e la famiglia del Mulino Bianco

Questa mattina ho letto la notizia che Chiara Ferragni (l'influencer italiana più celebre al mondo, 22.5 milioni di follower su Instagram) ha pubblicato sui social la foto della figlia appena nata che indossa un cappellino. Non un cappellino qualunque, è quello della collezione Chiara Ferragni Brand, che sarà disponibile a maggio. Sei milioni di like.

I cosiddetti influencers, ovvero quelle persone che si arricchiscono costruendo un profilo su un social (tipicamente Instagram) che raccoglie un numero spropositato di followers, non sono nient'altro che dei potenti veicoli pubblicitari. Per esserlo in modo efficacie devono in qualche modo costruire un personaggio pubblico di successo, un'immagine di persona felice e realizzata, allo stesso modo in cui i pubblicitari costruiscono spot che veicolano prodotti associandoli ad immagini accattivanti, ad atmosfere sognanti, cornici patinate, contesti affascinanti. Un po' come la famosa famiglia del Mulino Bianco di un po' di anni fa.

Ma c'è una differenza significativa tra le due cose. La famiglia del Mulino Bianco era chiaramente finta, il risultato di uno spot pubblicitario ben studiato dagli autori e ben interpretato da attori (ci sono ancora oggi tanti esempi di questo tipo). Di fronte ad una cosa del genere è abbastanza facile mantenere un atteggiamento critico e prendere le distanze.

Gli influencers invece appaiono come persone vere, e questo dà una potenza del tutto nuova ai loro messaggi pubblicitari. Appaiono come modelli di vita reali e i loro suggerimenti espliciti o impliciti hanno una forza particolare. In realtà anche gli influencers sono finti, nel senso che una cosa sono i profili Instagram costruiti ad arte per rappresentare una realtà fittizia ma funzionale ai messaggi che si propone di veicolare, e una cosa sono le persone che ci sono dietro. Ma il punto è che nel mondo dei social è quasi sempre così. Anche gli utenti costruiscono nei loro profili una rappresentazione parziale e falsata della loro vita. In questo modo l'identificazione tra il consumatore e il prodotto a lui destinato è praticamente completa, raggiungendo il massimo della sua efficacia e rendendo molto più difficile nel consumatore quell'atteggiamento critico che può difenderlo.

La bambina pubblicata su Instagram è un media pubblicitario prima ancora di essere una persona. Per non parlare dei milioni di target pubblicitari che la seguono.


sabato 20 marzo 2021

Un'osservazione sul matrimonio religioso

Il matrimonio religioso (per noi quello cattolico) è molto spesso un fatto di forma. Nella nostra società secolarizzata l'elemento sacramentale del matrimonio è sempre di più un elemento di contorno, come d'altra perte lo sono anche i significati di molte festività religiose. Questo però in un certo senso non è così strano, in quanto l'elemento religioso secondo me è comunque un elemento sovrapposto al valore sociale del matrimonio. 

La creazione di un nuovo nucleo familiare è un fatto sociale, che entro certi limiti deve assumere una veste pubblica. Si tratta di un piccolo nucleo sociale (la famiglia) che però è inserito (insieme a tanti altri nuclei) in un ambito sociale più ampio, la comunità. Per noi oggi la comunità ha dei contorni molto sfumati, raggiunge la cerchia di parenti e amici che si frequentano a vario titolo nel momento in cui si organizza la festa. Le nostre società da tempo non hanno più una dimensione tribale, se si escludono alcune realtà di paese o di villaggio che ancora si possono individuare e che ancora un po' ci somigliano.

Direi che ci si sposa per avere dei "testimoni certi" all'evento di creazione di una nuova famiglia, e lo si fa organizzando una festa al meglio delle proprie possibilità, proprio perchè a distanza di anni non venga dimenticata da nessuno. La testimonianza sociale giustifica le dimensioni in un certo senso pubbliche dell'evento.

Con questi scopi e caratteristiche che la definiscono cosa c'è di meglio che unirsi in modo simbolico di fronte alla divinità riconosciuta da tutti, denominatore comune fondamentale della cultura di una comunità? Da qui nasce l'esigenza per la chiesa di impossessarsi di un evento così importante. Dunque il significato religioso si sovrappone a quello che effettivamente giustifica il matrimonio. O forse, per dirla meglio, entra in simbiosi con esso, confermando la funzione di forte coesione sociale che le religioni hanno sempre avuto.

Credo però che nelle nostre società moderne si stia diffondendo la pratica del matrimonio civile o "finto-religioso", che non nega la funzione principale del matrimonio così come l'ho descritta sopra ma la scollega dal fatto religioso, di valore ormai probabilmente secondario, non strettamente necessario in quanto la comunità non lo riconosce più come elemento supremo di identità culturale.


domenica 14 marzo 2021

Ma dov'è Königsberg?

Mio figlio ha cominciato a studiare Kant a scuola. E ci ha riportato qualche notizia biografica, tra cui il fatto che è nato e sempre vissuto a Königsberg. Un fatto risaputo, come l'aneddoto che gli abitanti di Königsberg regolassero gli orologi sul suo passaggio, durante la sua passeggiata quotidiana. Ci abbiamo scherzato su.

Königsberg però è una città storica molto importante, e non è solo la città di Kant, è anche quella che ha dato i natali a David Hilbert (i suoi 23 problemi per la matematica del nuovo secolo, il novecento, oggi quasi tutti risolti), a Christian Goldbach (la sua congettura sulla teoria dei numeri, ad oggi rimasta ancora tale), a Gustav Robert Kirchoff (le sue leggi sui circuiti elettrici). Nella sua università ha insegnato Hermann Minkowski (la sua introduzione dello spazio-tempo quadridimensionale nella trattazione della teoria della relatività di Einstein). Nel 1930 ha ospitato una tavola rotonda a margine della Seconda Conferenza sull'Epistemologia delle Scienze Esatte, in cui Kurt Gödel per la prima volta ha enunciato il primo dei suoi due teoremi di incompletezza alla presenza di John von Neumann.

E poi E.T.A. Hoffmann, dai cui racconti sono nate importanti opere musicali, come la Kreisleriana di Robert Schumann e Lo Schiaccianoci di Pëtr Il'ic Cajkovskij. E Bruno Taut, architetto molto attivo a Berlino nel primo novecento.

Ma dov'è Königsberg? Non l'ho mai saputo. Una città tedesca? A sud o a nord? Nella parte rimasta in mano al mondo occidentale o in quella finita sotto il blocco comunista? 

Scopro che non si chiama più Königsberg (ora mi sembra di ricordare che questa cosa l'avevo già letta). La seconda guerra mondiale l'ha distrutta e l'ha tolta al vecchio impero prussiano a cui apparteneva ai tempi di Kant. Adesso si chiama Kaliningrad, nome datole dai sovietici all'indomani della sua conquista, in onore di Kalinin, rivoluzionario bolscevico. È stato ed è tuttora uno dei più importanti porti affacciati sul mar Baltico. È territorio russo, più precisamente e curiosamente è in una exclave russa, ovvero in un territorio appartenente alla Russia ma circondato da altri stati (Polonia, Lituania, Bielorussia). Negli anni la popolazione tedesca è progressivamente diminuita, in parte brutalmente cacciata dopo la seconda guerra mondiale, a favore di quella russa, che ha imposto ovviamente un cambio di lingua. Anche il volto della città, completamente ricostruita nel dopoguerra, è molto cambiato. La Königsberg città Prussiana non esiste più.

Sfrutto la tecnologia (Google maps e street view) per fare un giro turistico della città. Vado a visitare la tomba di Kant, posta di fianco alla cattedrale ricostruita, entrambe immerse in un parco circondato dal fiume Pregel. In effetti si tratta di un'isola, un po' come la nostra isola Tiberina. È questa la particolarità più significativa della città storica, dalla quale è nato un problema apparentemente frivolo ma in realtà importante, anche per gli sviluppi a cui ha dato seguito. 

Il fiume Pregel si divide in due rami per formare una piccola isola e poi riparte dividendosi ancora in due rami (ora che guardo meglio su Google maps mi rendo conto che il percorso del fiume verso il mare è esattamente l'opposto di quello che sto raccontando). Il risultato è che nel centro della città così divisa dai rami del fiume si distinguono quattro lembi di terra. Ai tempi di Kant questi lembi erano collegati insieme da sette ponti (li ho cercati, ma non li trovo più tutti). Partendo da un lembo qualunque si potevano raggiungere tutti gli altri passando opportunamente per questi ponti. 

La popolazione di Königsberg (forse anche Kant, durante le sue passeggiate pomeridiane?) aveva elaborato un simpatico passatempo. Si trattava di fare una passeggiata che a partire da un qualunque lembo di terra riportasse nello stesso punto attraversando tutti e sette i ponti una sola volta. C'era chi affermava che fosse possibile, e di averlo effettivamente fatto la sera tardi dopo aver mangiato e soprattutto bevuto ad una delle tante confortevoli gasthaus della città, ma di non ricordarsi più bene al mattino dopo come ci fosse riuscito. 

Il simpatico passatempo era diventato un vero e proprio problema, tanto da attirare l'attenzione del più grande matematico dell'epoca, Leonard Euler. La sua soluzione (1736) rappresenta l'atto di nascita di due importanti branche della matematica, tra loro collegate, la teoria dei grafi e la topologia. Ma a parte la sua importanza storica questa soluzione è un grande esempio di quanto possa essere potente ed efficace la capacità di astrazione, tipico ingrediente del ragionamento matematico. 

Nel determinare la soluzione del problema Euler lo spoglia di tutti i dettagli inutili, in particolare di tutti i dettagli geometrici che apparentemente potrebbero sembrare importanti. La geometria del problema non è di alcuna utilità. Quanto sono grandi i lembi di terra collegati dai ponti? Quanto sono distanti tra di loro i ponti? Dove sono posizionati esattamente? Tutte queste domande che fanno riferimento agli aspetti geometrici del problema non sono pertinenti per determinare la sua soluzione. E' informazione inutile, addirittura fuorviante, quindi da eliminare. Euler traduce la mappa reale del luogo in un oggetto che verrà piu tardi chiamato "grafo", dove i lembi di terra sono ridotti a semplici punti del piano e i ponti diventano archi che li collegano. Questo oggetto rappresenta tutto quello che serve, non è neppure importante come siano disposti i punti disegnati nel piano. L'unica cosa veramente importante è come sono collegati tra loro. Con davanti un'astrazione del genere è più facile ragionare, e il ragionamento molto semplice è questo. Il problema della passeggiata si traduce nel partire da un punto del grafo e tornarci dopo aver percorso tutti gli archi una sola volta. Se voglio far questo il punto in questione deve avere necessariamente un numero pari di archi poiché ogni volta che esco con un arco devo poter rientrare con un altro arco, altrimenti dovrò percorrere almeno un arco per due volte. Ma il grafo in questione mostra chiaramente che tutti i suoi punti hanno un numero dispari di archi. Dunque il problema dei ponti di Königsberg semplicemente non ha soluzione, e chi sosteneva di aver fatto quella passeggiata aveva chiaramente esagerato con l'alcool.

Il ragionamento astratto di Euler non solo ha aperto la strada a discipline matematiche oggi fondamentali (questo potrebbe suonare come un contributo a cose estremamente specialistiche, che con la cultura media non hanno niente a che fare) ma ci ha lasciato anche una forma di rappresentazione che ci torna utile quotidianamente a tutti. Basti pensare alle mappe delle metropolitane cittadine. Nella maggior parte dei casi, soprattutto quelli delle reti metropolitane più complesse, una rappresentazione geometricamente fedele, che rispettasse cioè le proporzioni geometriche e le posizioni relative delle stazioni, sarebbe impossibile e del tutto inutile. Il problema per la prima volta si presentò con la metropolitana di Londra, la più antica del mondo, e oggi tra le più complesse. Harry Beck, nel 1931, propose una rappresentazione topologica, basandosi esattamente sugli stessi principi della rappresentazione di Euler. Le stazioni sono punti, e ciò che conta non è rispettare la realtà di come siano disposte tra loro ma solo mostrare come sono collegate. Da quel momento "la mappa di Beck" viene regolarmente utilizzata in molte mappe di reti metropolitane.

Qualche anno fa, durante un viaggio turistico in Polonia, sono arrivato fino a Danzica, a poco più di centocinquanta chilometri da Königsberg. Me ne accorgo solo adesso, guardando su google maps. Comunque avrei dovuto sconfinare in territorio russo, e non avrei potuto farlo. D'altra parte non esistono neanche più tutti i sette famosi ponti ....


lunedì 22 febbraio 2021

Terrapiattisti e terrapallari

Ho saputo poco tempo fa che i terrapiattisti chiamano tutti gli altri terrapallari. Non sapevo che io ero un terrapallaro, però il termine fa simpatia, un po' come il pensare che in giro ci sia gente che sostiene che la terra sia piatta (anche perchè onestamente faccio sempre fatica a crederci).

Supponendo vera l'esistenza di queste persone (in buona fede) mi chiedo quali siano le cause di queste bizzarre convinzioni. Il terrapiattismo ha presumibilmente varie cause diverse ma certamente tra queste c'è la mancanza di cultura. E' insolito che questo avvenga all'interno di gruppi umani dove normalmente è presente un certo livello di istruzione. Per quanto siano cose diverse viene comunque da pensare che un buon livello di istruzione favorisca automaticamente anche un buon livello di cultura, ma evidentemente non è così, troppo ottimistico.

Il problema è forse da ricondurre alla mancanza di una educazione sufficiente. Probabilmente la nostra società è in grado di impartire istruzione con una certa efficienza, ma è un po' meno brava ad educare le nuove generazioni. La differenza è abbastanza importante perchè l'istruzione ha il compito di tirar su gente preparata a svolgere mansioni (persone "competenti") che evidentemente non è la stessa cosa che avere una cultura. La cultura è quella che ti fa star bene in una società con la quale condividi le conoscenze, e che per questo motivo comprendi, sai interpretare, ci vivi in una certa armonia. I miei nonni contadini avevano una cultura, ovvero un corpus di conoscenze (peraltro non costruite a scuola) che li rendevano persone integrate nel loro ambiente, armonizzate con esso. E' indubbio che nelle società attuali sempre più complesse in cui viviamo il problema della alienazione dell'individuo sia una questione piuttosto grave.

La differenza tra istruzione ed educazione è evidente anche dall'etimologia (entrambe di origine latina), che in fondo ne spiega bene i significati. Istruzione deriva da in-struere e significa INSERIRE/PORTARE DENTRO “MATERIALI”. Vuol dire inserire qualcosa dentro un contenitore. Nel caso della formazione, vuol dire inserire nozioni. Il termine educazione invece deriva da ex-ducere che letteralmente vuol dire TIRARE FUORI, FAR VENIRE ALLA LUCE QUALCOSA CHE E’ NASCOSTO. L'etimologia evidenzia addirittura due significati opposti.

Io penso che per costruire una cultura sia necessaria l'educazione molto più che l'istruzione, dove per cultura in genere si intende (in senso molto generale ma secondo me anche molto significativo e importante) "Il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodici storici o alle condizioni ambientali" (Luigi Luca Cavalli Sforza).

Una persona istruita potrebbe avere delle nozioni (anche corrette) ma non la capacità di ricavarle, non la capacità o l'abitudine a ragionarci sopra, a farci delle riflessioni personali. Per tornare alla questione della terra piatta il concetto si potrebbe tradurre così. Se io fermo una qualsiasi persona e gli chiedo se secondo lui la terra è piatta o rotonda, è abbastanza scontato che (nella maggioranza dei casi) mi risponda che è rotonda. Ma se gli chiedo di portarmi delle prove (diverse dalle immagini riprese dallo spazio, queste non sono un ragionamento, sono solo informazioni basate sulla fiducia) la cosa diventa molto meno scontata. E' chiaro che una persona che non sa portare ragionamenti o osservazioni personali a favore di una qualsiasi nozione imparata è costantemente esposto a false conoscenze, che in tali condizioni diventa ben difficile distinguere dalle buone conoscenze.

Per di più questa stessa condizione produce alienazione poichè non ci si sente più dentro la società in cui si vive, fondamentalmente perchè non si è più in grado di comprenderla. Si finisce per avere un atteggiamento ostile verso la conoscenza, percepita sempre più come elemento esterno a sé stessi. Non si accetta più la conoscenza come fatto sociale. E così forse si può anche diventare terrapiattisti. Forse.

NOTA: la mancanza di educazione, così come la intendo io, porta inevitabilmente a perdere l'abitudine ad utilizzare le facoltà razionali, così importanti nella costruzione della conoscenza. Questo nonostante si possa continuare ad avere un'istruzione anche di buon livello. Per celebrare la potenza delle argomentazioni razionali riporto (anche se in modo non esattamente fedele) un bel passo di un libro di Lucio Russo che descrive l'argomento usato da Ipparco per escludere l'esistenza di un unico oceano (l'Atlantico) e quindi dedurre l'esistenza di un nuovo continente mai esplorato (le Americhe): "O esiste un solo oceano dalle colonne d'Ercole all'Asia, oppure si tratta di due oceani distinti, separati da (almeno) un continente. Poichè le maree di mari diversi possono avere caratteristiche diverse ma potrebbero anche essere uguali (se il continente dovesse dividere l'oceano in due parti uguali), se le maree atlantiche fossero uguali a quelle asiatiche non si potrebbe scegliere tra le due possibilità. Nel caso contrario si può però essere certi che si tratti di due oceani distinti. Ipparco sapeva che le maree dei due oceani sono notevolmente diverse e ne aveva dedotto l'esistenza di un continente intermedio. [...] E' significativo ricordare che ventidue secoli fa Ipparco, grazie alla sua capacità di costruire argomentazioni razionali che oggi nessuno ricorda e ben pochi sarebbero in grado di immaginare, aveva dedotto l'esistenza di un continente inesplorato senza avere bisogno di affrontare alcun viaggio".


sabato 13 febbraio 2021

Oggi il nuovo governo

Probabilmente era inevitabile (era inevitabile?), vista la situazione (ma le cause di questa situazione?). Però oggi si forma un governo, acclamato quasi ovunque e diventato quasi subito un carro su cui sono saliti la maggior parte dei partiti di diversissima posizione politica (ma che fine hanno fatto le posizioni politiche?) in uno spettacolo ben poco decoroso, affidato a Mario Draghi, presentato come deus ex-machina, come il Mr. Wolf ("risolvo problemi", cit.) della politica italiana e della difficile situazione del paese.

Ma chi è Mario Draghi? Credo sia uno degli uomini più importanti e influenti del capitalismo finanziario (come presidente della Banca Centrale Europea figurava sempre tra gli uomini più potenti del mondo secondo la classifica annuale stilata dalla rivista Forbes). E cosa si intende per capitalismo finanziario? Sembra essere attualmente la forma dominante del nostro sistema economico capitalista, quella legata al mondo della finanza e della speculazione, quella in cui le banche nazionali e internazionali risultano essere i centri più importanti di potere e di controllo. Sembra proprio che il passaggio al capitalismo finanziario sia il processo responsabile del deterioramento delle condizioni di lavoro (sia in Italia che all'estero). Sembra anche che sia stato sempre accompagnato da politiche fiscali favorevoli ai redditi elevati e dall’aver posto sistematicamente in conflitto tra loro i lavoratori dei paesi sviluppati con quelli emergenti. E' forse anche il fenomeno che più di tutti ha tolto alla politica potere, campo di azione e valore.

E ora, un uomo che appartiene a questo mondo diventa il primo ministro italiano. Mi domando perplesso in cosa dobbiamo sperare. Incrocio le dita.


domenica 7 febbraio 2021

La dimensione appropriata della divulgazione scientifica

Nel corso degli anni mi sono accorto che una buona parte della letteratura di divulgazione scientifica con cui sono venuto in contatto può essere suddivisa in due aree. E' una brutale approssimazione quella che sto facendo, perchè in realtà le sfumature fortunatamente sono molte, ma mi fa comodo per esprimere un'opinione maturata nel tempo. La prima area, quella probabilmente più di successo e di cui si sente parlare più spesso, si pone in genere come obiettivo quello di portare il lettore al bordo delle conoscenze scientifiche attuali, alle frontiere di quello che si sa. Si tratta di testi che hanno il grande fascino di addentrare il lettore nei "misteri dell'universo", ma purtroppo lì lo lasciano. Forniscono descrizioni pittoresche di quel poco e incerto che si conosce in quegli ambiti, ma inevitabilmente tali descrizioni risultano del tutto incomprensibili. Soprattutto tolgono al lettore qualunque possibilità di farci sopra dei ragionamenti personali e autonomi, cioè gli tolgono lo spirito della ricerca personale, proprio quella dimensione culturale della scienza che dovrebbe essere al centro degli scopi di un testo di divulgazione scientifica.

La seconda area è quella che, forse più modestamente, propone argomenti più consolidati, più tradizionali, anzi, quasi scontati (ammesso che la scienza abbia argomenti scontati, e secondo me non ne ha mai), e li discute in un ambito di tipo storico. Questo approccio ha due indiscutibili vantaggi: il primo è quello di esporre l'evoluzione storica di concetti scientifici, ovvero di raccontarli e ricostruirli così come si sono spontaneamente formati nella storia della cultura umana. Il secondo è quello di esporre argomenti che spesso sono ben noti al grande pubblico come notizia ma non come conoscenza. Essendo poi argomenti di una scienza consolidata è più probabile per il lettore avere gli strumenti per criticarla, analizzarla, ricostruirla (anche nelle sue linee di sviluppo storico), farci sopra riflessioni sue. Trovarci in poche parole un terreno di ricerca personale, che successivamente magari lo stimoli verso un percorso ragionato di nuove letture, scelte secondo le sue personali curiosità. E' anche una letteratura che riesce meglio a porre l'autore e il lettore in un piano di sostanziale parità, di dialogo. Evita che si stabilisca un rapporto intellettualmente antidemocratico, da superiore a inferiore, tra il grande scienziato che si sforza di introdurre il lettore nei concetti profondi della scienza e quest'ultimo che rimane al davanzale ad assistere affascinato ma impotente ad un esercizio incomprensibile di intelligenza. Molto antipatico.


domenica 31 gennaio 2021

La "dualità" del Nobel alla famiglia Thomson

Come si sa, l'elettrone è una particella ma anche un'onda, una doppia natura che consente di mettere in evidenza caratteristiche particellari o ondulatorie a seconda del tipo di esperimento che si predispone. Si chiama "dualità onda-corpuscolo" ed è una caratteristica di tutta la materia e la radiazione. La storia che ha portato a questa convinzione è piuttosto lunga e articolata e si è sviluppata grosso modo nei primi trent'anni del novecento, quegli stessi anni che hanno portato alla formulazione della meccanica quantistica, la teoria che questa dualità la descrive e la formalizza in modo completo.

Ma la cosa divertente che mi è capitata ultimamente di leggere e che non sapevo è che questa dualità (riferita in particolare all'elettrone) è stata in un certo senso una "scoperta di famiglia", la famiglia Thomson.

Nel 1897, nell'ambito di una serie di esperimenti che avevano come oggetto i raggi catodici, Joseph Thomson (padre) mise in evidenza che i raggi catodici erano costituiti da cariche di elettricità negativa portate da particelle di materia. Riuscì a misurare il rapporto tra la carica e la massa di questi "corpuscoli" e successivamente riuscì anche ad ottenere una misura separata di carica e massa, trovando per quest'ultima un valore decisamente più piccolo di quello precedentemente stimato per lo ione più leggero conosciuto (H+). Si trattava dunque di una particella nuova che venne chiamata elettrone (il termine nasceva qualche anno prima per identificare la carica elettrica unitaria). Questo lavoro procurò a Thomson padre il premio Nobel per la fisica nel 1906 “in riconoscimento dei grandi meriti delle sue indagini teoriche e sperimentali sulla conduzione di energia elettrica dei gas”.

Negli anni seguenti a questa scoperta successero cose epocali che sconvolsero l'interpretazione della natura della radiazione elettromagnetica. Fino ad allora era stata pensata come un'onda, prima grazie agli esperimenti di Young del 1801 sulla interferenza della luce da una doppia fenditura, in seguito con lo sviluppo dell'elettromagnetismo culminato nella formulazione delle equazioni di Maxwell nel 1864. Ma a partire dal 1900 i lavori di Max Planck (calcolo dello spettro di corpo nero, 1900), di Albert Einstein (interpretazione dell'effetto fotoelettrico, 1905) e di Arthur Compton (effetto Compton, 1922) portarono ad ipotizzare la natura anche corpuscolare della radiazione elettromagnetica. La luce da quel momento in poi era sia un'onda che una particella (fotone). Nel frattempo Joseph Thomson, ancora prima della sua importante scoperta, si era sposato e aveva avuto due figli, a uno dei quali mise nome George (1892).

Nel 1924, quando il modello dell'atomo di Bohr-Sommerfeld aveva utilizzato con successo il concetto di fotone nella descrizione degli scambi energetici tra elettroni e radiazione con cui si riuscivano a spiegare bene gli spettri atomici fino ad allora misurati, Louis de Broglie ipotizzò la possibilità che anche la materia e non solo la radiazione potesse avere una natura sia ondulatoria che corpuscolare. In particolare questo doveva valere anche per gli elettroni dell'atomo. Ma mentre per il fotone erano già noti i due comportamenti particellare e ondulatorio, ed erano stati messi in evidenza da vari esperimenti, per l'elettrone era chiara solo la sua natura particellare e nessuno aveva mai osservato manifestazioni di tipo ondulatorio. Louis de Broglie era coetaneo di George Thomson.

L'ipotesi di de Broglie fu confermata da un esperimento di diffrazione di un fascio di elettroni su un reticolo cristallino, dal momento che le distanze interatomiche di un reticolo sono dello stesso ordine di grandezza della lunghezza d'onda che era stata prevista per l'elettrone. Normalmente l'esperimento che viene sempre citato è quello di Davisson e Germer del 1927, su un cristallo di nikel, o almeno io ricordo quello. Ma in realtà gli esperimenti sono stati due, nello stesso anno. Il secondo, che utilizzava un sottile foglio di oro, è stato realizzato da George Thomson (figlio). La dualità onda-corpuscolo era dunque una caratteristica generale, sia della radiazione che della materia. Per questo risultato Davisson e Thomson ricevettero nel 1937 il premio Nobel per la fisica “per la loro scoperta sperimentale della diffrazione degli elettroni da cristalli”.

Quindi Thomson padre (Joseph) ebbe il Nobel per aver dimostrato la natura particellare dell'elettrone, mentre Thomson figlio (George) ebbe il Nobel per averne dimostrato la natura ondulatoria. Non credo però che qui ci stia bene la frase "i figli smentiscono i padri", dal momento che a tutt'oggi hanno ragione entrambi.