domenica 24 gennaio 2021

Ai piedi del sultano

Sento ragazzi che dicono: "Queste scarpe io le ho pagate 150 €, ma ne valgono 600". Con questo generalmente intendono che effettivamente quelle scarpe che indossano vengono normalmente vendute al negozio a 600 € ma che "loro" sono riusciti ad acquistarle in qualche modo (tipicamente online) ad un prezzo d'occasione. E ostentano questa loro furbizia. E' fondamentale però sottolineare che il modello è proprio quello originale e che il suo vero costo è molto più alto.

Questo mi appare come una perversione. Il consumatore si sente un furbo perché ha pagato poco e ottenuto tanto, ma così facendo veicola messaggi di un consumismo sempre più sfrenato. L'oggetto di consumo è sempre più ambito, anche se non ce lo si può permettere, e forse proprio per questo. E' un meccanismo utile per la grande produzione, anche se le scarpe si riescono ad avere gratis (massimo della furbizia!).

Il consumatore rimane con un latente stato di frustrazione, che lavora in sordina e che non fa che dirgli che sarebbe molto meglio avere tutti i soldi che servono per comprare tutto quello che gli passa per la testa. Che gli comunica che è vero che lui è furbo e in qualche modo riesce ad ottenere qualcosa ma che in un certo senso rimane sempre un barbone ai piedi del sultano. I soldi sono il vero valore della vita. E' un vicolo cieco.


venerdì 15 gennaio 2021

Che errore, Galileo! :-)

Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano contiene il risultato forse più profondo di Galileo, quel principio di relatività che prende appunto il suo nome (principio di relatività galileiana). La sua descrizione è un grande passo letterario oltre che scientifico, visto che il "Dialogo" non era concepito dal suo autore come un testo di fisica, ma come un volume di divulgazione scientifica. Era scritto in italiano al preciso scopo di poter essere letto da un gran numero di persone, da non specialisti, a cui si volevano comunicare le idee di una nuova scienza.

In particolare Galileo voleva far capire che l'esperimento della caduta di un grave dall'alto di una torre non dimostra necessariamente l'immobilità della Terra, e che la Terra può avere un suo stato di moto (in particolare di rotazione su sé stessa e di rivoluzione intorno al Sole, come nella visione copernicana) anche se le esperienze di ogni giorno, e tra queste proprio la caduta di un grave, ci suggeriscono il contrario. Il punto cruciale sta in un'analisi critica totalmente nuova del concetto di moto.

In breve questa analisi prende le mosse dall'idea della composizione dei moti per giungere ad una caratteristica universale del moto stesso, cioè l'invarianza completa di tutte le leggi della meccanica rispetto ad osservatori situati in sistemi di riferimento in quiete o in moto rettilineo uniforme. Il brano famoso della seconda giornata del "Dialogo" racconta questa invarianza attraverso un esperimento ideale condotto all'interno di una nave senza possibilità di vedere l'esterno («Riserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran navilio ...»). Tutto quello che si può fare in questa situazione, qualunque esperimento meccanico venga in mente («... sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vadia versando dell'acqua in un altro vaso di angusta bocca, che sia posto a basso, ...»), nulla riuscirà a dirci se la nave è ferma al porto o in navigazione di moto rettilineo uniforme, poichè tutti i fenomeni legati al moto saranno esattamente gli stessi nei due casi («... fate muover la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur che il moto sia uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti, né da alcuno di quelli potrete comprender se la nave cammina o pure sta ferma»).

Quindi la nuova fisica del moto esposta da Galileo e sostanzialmente diversa dalla visione aristotelica era del tutto compatibile con la teoria copernicana, supportata nel frattempo dai nuovi dati osservativi astronomici, già ampiamente raccontati nel Sidereus Nuncius.

Ma quello che mancava a questo edificio già grandioso era una prova diretta dei moti terrestri, ed evidentemente Galileo avvertiva in modo particolare l'importanza di questa prova. C'è da dire che all'epoca i dati quantitativi (le misure) non consentivano di poter scegliere in maniera schiacciante tra il sistema tolemaico e quello copernicano, le loro capacità predittive erano paragonabili e sopravvivevano anche modelli ibridi, come quello di Tycho Brahe, secondo cui il Sole e la luna girerebbero intorno alla Terra immobile, e tutti gli altri pianeti girerebbero attorno al Sole. Dunque una prova diretta dei moti terrestri avrebbe brillantemente risolto la questione. Inoltre avrebbe anche probabilmente messo con le spalle al muro la Chiesa di Roma, come lascia pensare una frase del cardinale Bellarmino in una famosa lettera spedita a Paolo Antonio Foscarini, teologo carmelitano amico di Galileo, che aveva redatto un opuscolo a difesa del copernicanesimo, nel quale sosteneva tesi analoghe a quelle esposte da Galileo («Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3° cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisognerà andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata», Bellarmino, 1615).

In questo contesto Galileo credette di aver trovato nel fenomeno delle maree quello che gli occorreva per dimostrare i moti di rotazione e rivoluzione della terra. Trattava con un certo disprezzo l'idea che la luna fosse la causa principale delle maree, come molti sostenevano, e tra questi anche Keplero, probabilmente perchè vedeva in questa interpretazione un retaggio di concezioni astrologiche, e ne proponeva una sua basata proprio sulla composizione dei moti. Galileo parte dall'analogia del comportamento dell'acqua in un vaso che subisce accelerazioni e decelerazioni, in cui la superficie dell'acqua si "ritira" da una parte o dall'altra del vaso a seconda della direzione della accelerazione/decelerazione impressa, come si osserva nel fenomeno delle maree. Prosegue sostenendo che il moto dei punti sulla superficie della terra è un moto accelerato quando il punto della superficie ha una velocità tangenziale parallela alla velocità di rivoluzione (i due moti si compongono positivamente), e decelerato quando lo stesso punto della superficie trovandosi dalla parte opposta della Terra ha invece una velocità tangenziale antiparallela alla velocità di rivoluzione (i due moti si compongono positivamente).

Questa "spiegazione" delle maree per Galileo è evidentemente così importante che ne fa l'argomento finale del suo "Dialogo" e addirittura doveva dare il titolo all'opera. Infatti, nelle sue prime intenzioni, il titolo doveva essere Dialogo sul Flusso e Reflusso dei Mari, che però non fu autorizzato dall'Inquisizione, che evidentemente non voleva nel titolo proprio quel fenomeno che Galileo riteneva fornisse la prova fisica dell'eliocentrismo.

Ma la cosa sconcertante, almeno per me, è il fatto che questa sua "spiegazione" (che peraltro non rende conto di alcuni aspetti fenomenologici ben noti all'epoca, come ad esempio il ciclo semidiurno o quello mensile, e dunque non "salva i fenomeni") contraddice il suo principio di relatività. Poichè nell'arco di tempo di una giornata il moto di rivoluzione può essere considerato sostanzialmente un moto rettilineo uniforme, Galileo in pratica finisce per dire che le maree sono proprio quel fenomeno meccanico in grado di distinguere lo stato di quiete da quello di moto rettilineo uniforme, contrariamente a quanto detto in modo così efficacie nel passo della nave.

Probabilmente questo ci dice quanto Galileo fosse ansioso di trovare un argomento schiacciante a favore dei moti della Terra e quindi del sistema copernicano. E forse ci dice anche quanto Galileo non avesse forse riflettuto così tanto sul suo principio di invarianza, che infatti per quanto ne so non ha mai formulato nella maniera così universale e moderna con cui oggi lo conosciamo, e neanche gli ha dato mai un nome.

NOTA: la prima spiegazione completa del fenomeno delle maree è stata attribuita a Newton (esposta nei "Principia") come fenomeno dovuto all'attrazione gravitazionale combinata della Luna e del Sole sulle masse oceaniche parzialmente libere di muoversi. Lo storico Lucio Russo in un suo libro (Flussi e riflussi, indagine sull'origine di una teoria scientifica) ricostruisce l'intera vicenda storica delle interpretazioni del fenomeno delle maree e attribuisce la prima spiegazione luni-solare alla Grecia ellenistica.

NOTA: la prima dimostrazione sperimentale diretta del moto di rotazione terrestre è stata realizzata solo due secoli dopo la morte di Galileo da Léon Foucault, nel 1851, a Parigi, per mezzo di un pendolo.


domenica 10 gennaio 2021

La spiegazione del sesso

Secondo il genetista e biologo sovietico (emigrato in USA) Teodosij Dobžanskij "Nulla in biologia ha senso se non alla luce dell'evoluzione". La cosa divertente per un non professionista ma curioso è che entro certi limiti questa affermazione si può sperimentare osservando il mondo vivente e ponendosi delle semplici domande, di quelle che potrebbe fare un bambino. Una di queste è "perchè esistono i maschi e le femmine?".

Effettivamente è conoscenza comune il fatto che la stragrande maggioranza degli esseri viventi (animali e vegetali) sono caratterizzati dalla divisione di genere in maschi e femmine, spesso statisticamenti presenti al 50%. Immagino che si possano raccontare parecchie eccezioni in merito a questo fatto e che gli addetti ai lavori ne sappiano parecchio. Ma la "regola" della suddivisione di una specie in maschi e femmine rimane un fatto talmente diffuso che normalmente non ci si fa neppure caso, si tende a dare per scontato. E come tutte le cose che ci sembrano scontate in genere non se ne cerca una spiegazione.

Questa suddivisione è peraltro percepita dal singolo individuo verso gli altri individui della sua stessa specie in forma estremamente primitiva, cioè istintiva e in genere molto affidabile. La cosa che mi ha sempre stupito (ma in fondo non c'è niente di cui stupirsi) è la velocità con cui chiunque riconosce il sesso delle persone che incontra, credo che sia anche la prima cosa che inconsciamente si osserva in una persona, non ce se ne fa neanche caso. E' vero che le tradizioni culturali, che hanno sempre cercato di distinguere in vari modi anche visivi i due sessi, aiutano all'individuazione, ma il fatto che lo facciano è altrettanto significativo, evidentemente è importante riuscire a fare il prima possibile questa distinzione. Spesso poi ci si accorge che non è necessario valutare questi segnali esteriori aggiunti dalle convenzioni sociali. Qualche volta mi diverto ad indovinare il sesso delle persone che, con casco e protezioni varie, passano per strada su mezzi a due ruote. Ho sempre la sensazione di essere infallibile. L'unica situazione di fallibilità è ovviamente quella dei neonati o bimbi particolarmente giovani, dove i caratteri sessuali non si sono ancora espressi in nessun modo evidente. Da notare che questa notevole capacità scompare totalmente quando si guardano altre specie viventi (in tal caso ci si accorge di avere una bassa capacità anche solo di riconoscere individui diversi).

Ma dunque perchè esistono i maschi e le femmine? Seguendo l'osservazione di Dobžanskij si può provare a cercare una spiegazione nell'evoluzione, ed effettivamente la si trova molto facilmente, anche se non si è degli esperti nel campo. Quali sono le principali caratteristiche su cui lavora l'evoluzione?

Una è certamente la replicazione. Qualunque essere vivente (non so se ci siano delle eccezioni, ma nel caso per l'appunto non sarebbero la regola) ha la capacità di produrre altri esseri viventi. Questa caratteristica è ben evidente dal punto di vista macroscopico ma ormai sappiamo che ha una sua controparte a livello microscopico che tra l'altro mette in luce l'universalità del meccanismo. Il DNA è un archivio di informazioni per la costruzione di un essere vivente e la regolazione di tutti i suoi processi biochimici che ha la capacità di replicarsi, cioè di fare copie di sè stesso utilizzabili per costruire un altro individuo indipendente. Questa capacità si basa su un meccanismo altamente affidabile, visto che qualunque errore di trascrittura del codice potrebbe avere conseguenze disastrose, quantomeno altamente imprevedibili.

Ma la sola caratteristica di replicazione non può "avviare il motore dell'evoluzione". La seconda caratteristica è la capacità di produrre variabilità nel codice, in modo da esporre questa variabilità alle caratteristiche dell'ambiente che seleziona le variazioni con la fitness migliore, cioè quelle che danno all'individuo la maggiore probabilità di arrivare a replicarsi a sua volta. Ma come si può produrre efficaciemente la variabilità necessaria? Da una parte la replicazione deve essere un processo altamente affidabile, dall'altra una replicazione esatta non può produrre alcuna variabilità. La via di mezzo è un meccanismo di replicazione con un basso tasso di errore, dovuto ad effetti casuali e ad effetti indotti dallo stesso ambiente. In tal modo si può "esplorare" il possibile attraverso l'accumularsi di questi errori, opportunamente guidati, generazione dopo generazione, dagli effetti di selezione dell'ambiente. Ora ci siamo, l'evoluzione può partire.

Per quello che ho appena detto l'evoluzione si presenta come un processo in grado di mantenere stabilmente le soluzioni trovate ma anche in grado di produrre innovazioni su cui misurare gli effetti dell'ambiente, attraverso meccanismi molto cauti di esplorazione del possibile, che attraversano molte generazioni di individui (e che rendono i tempi evolutivi enormemente lunghi, come ben sappiamo).

Tra le tante soluzioni esplorative ci saranno sicuramente tutte quelle che riescono a migliorare i meccanismi (controllati) di variabilità che gli organismi riescono ad esporre alla selezione ambientale. Una di queste è indubbiamente l'invenzione del sesso. Dal punto di vista microscopico il sesso ha l'effetto di "mescolare" il patrimonio genetico di due distinti individui con metodi di fatto abbastanza complessi che hanno lo scopo di mantenere un genoma coerente con le caratteristiche della specie (mescolare del tutto a caso produrrebbe solo dei mostri), ma diciamo che questo è un dettaglio per specialisti. E' però evidente che questa strategia aumenta sensibilmente la capacità di una specie di produrre variazione genetica dandole così la possibilità di esporre all'ambiente una maggiore "superficie" di lavoro. E' un vantaggio evolutivo netto, e per questo si tratta di una strategia estremamente diffusa in natura. La specie che usa il sesso avrà un tasso evolutivo di gran lunga maggiore rispetto alle specie che non lo usano. Ovviamente per poter far funzionare la riproduzione basata sul sesso, che richiede la collaborazione di due individui (i quali da soli non sono in grado di riprodursi, almeno nelle specie in cui la divisione dei sessi è netta, che sono la maggioranza), è necessario che questi sviluppino contenstualmente un istinto particolarmente spiccato per le attività necessarie alla riproduzione. Tra le quali anche la capacità innata e quasi inconsapevole di riuscire a distinguere gli individui del sesso opposto.

Lo so, i dettagli sarebbero tanti, compreso quello che fa riferimento alla domanda iniziale ("perchè esistono i maschi e le femmine?"), nel senso che una cosa è trovare una spiegazione del sesso un'altra è quella di spiegare perchè esistono nella maggior parte dei casi due sessi separati. Diciamo che probabilmente è una questione di economia di risorse, o di organizzazione, che rende probabilmente vantaggioso spartirsi il difficile compito della riproduzione (dividendo l'atto dell'inseminazione da quello della gestazione). D'altro canto questa separazione non è sempre così rigida, questo lo sanno anche i non specialisti. In molte specie (in particolare molti pesci) gli individui hanno entrambi i sessi (ermafroditismo) o cambiano sesso anche più di una volta nel corso della loro vita.

Ma io volevo solo fare un esercizio sulla famosa frase di Dobžanskij.


mercoledì 6 gennaio 2021

Una befana particolare

Nella controversia tra il sistema tolemaico e quello copernicano gioca un ruolo particolare la capacità di dimostrare che la terra è un corpo celeste che gira su sè stesso. Poterlo dimostrare con un esperimento avrebbe fornito a Galileo e ai copernicani del suo tempo un argomento schiacciante, contro il quale forse neanche la chiesa avrebbe potuto tener testa. Non so se Galileo si sarebbe potuto risparmiare il drammatico momento dell'abiura, ma sta di fatto che questa prova sperimentale era ancora ben lontana dal poter essere realizzata.

L'ironia della sorte ha fatto sì che l'oggetto principale di questo esperimento sia stato proprio quel pendolo che Galileo studiò per primo, anche se i concetti coinvolti (sistemi non inerziali, forze apparenti, forza di Coriolis) vennero sviluppati dopo di lui sulla scia dei suoi risultati, da Isaac Newton (1687) fino a Gaspard Gustave de Coriolis (1835).

Un pendolo che oscilla su un sistema rotante (la terra), cioè non inerziale, subisce un'accelerazione normale alla direzione di oscillazione che può essere rappresentata come il risultato di una forza (apparente) detta forza di Coriolis il cui risultato è quello di far ruotare progressivamente il piano di oscillazione. In alternativa è possibile pensare che questa rotazione avvenga per la tendenza (inerzia) del peso del pendolo a conservare la sua velocità tangenziale (quella che ha in virtù di stare su un sistema rotante, la terra appunto) che cambia leggermente a seconda della sua posizione (per un corpo posto in un sistema rotante la velocità angolare è sempre la tessa ma quella tangenziale dipende dalla posizione del corpo rispetto al centro di rotazione). Il risultato ovviamente è lo stesso. Qualunque forza di tipo apparente che si manifesta nella descrizione del moto di un corpo in un sistema non inerziale può essere sostituita da effetti dell'inerzia del moto del corpo stesso, visto da un sistema inerziale.

Quindi se misuro una rotazione del piano di oscillazione di un pendolo sto di fatto misurando un effetto diretto della rotazione terrestre. Questo è quello che ha ottenuto Foucault per la prima volta il 6 gennaio del 1851, poco più di due secoli dopo la morte di Galileo ed esattamente 170 anni fa da questo post. Buon compleanno!

"Jean Bernard Léon Foucault voleva risolvere il più ostinato problema scientifico di tutti i tempi, un problema che fra il Cinque e il Settecento aveva ossessionato Copernico, Keplero, Galilei, Cartesio e Newton ed era rimasto sorprendentemente irrisolto fino alla sua epoca [...]. Ci lavorava febbrilmente da alcune settimane [...]. Aveva preparato l'esperimento con cura, l'aveva perfezionato lavorando per mesi, concentratissimo, nella cantina di casa sua [...]. Così, alla fine, riuscì ad assicurare un capo di un filo di acciaio di due metri al soffitto, facendo in modo che potesse ruotare senza torsione, e attaccò all'altra estremità una palla di ottone di cinque chili: ottenne così un pendolo in grado di oscillare liberamente [...]. Il 3 gennaio 1851 l'apparato era pronto e Foucault lo mise in moto, trattenendo il fiato mentre il pendolo cominciava ad oscillare; di colpo, però, il filo si ruppe e la palla cadde pesantemente a terra. Tre giorni dopo era pronto per un nuovo tentativo: con molta attenzione mise il pendolo in moto e attese. La palla iniziò ad oscillare davanti ai suoi occhi, lentamente. E finalmente vide [...]. Il piano delle oscillazioni del pendolo aveva deviato dalla direzione iniziale, [...], leggermente ma costantemente, lontano da lui, e [...] seppe di avere appena osservato l'impossibile [...]. Léon Foucault aveva appena visto la terra girare." (tratto da Pendulum, Léon Foucault e il trionfo della scienza, di Amir D. Aczel, il Saggiatore, 2006).

NOTA: è curioso osservare che questo esperimento può essere esteso per dimostrare che la terra è sferica e non piatta (come purtroppo qualche sprovveduto ancora sostiene ai giorni nostri). Infatti si può verificare, facendo ripetuti esperimenti come quello eseguito da Foucault in punti distinti della terra, che il periodo di rotazione del piano di oscillazione del pendolo cambia in funzione della latitudine secondo la semplice formula T/sin(a), dove T è il periodo di rotazione della terra (24 ore) e a è la latitudine del luogo. Al contrario se la terra fosse piatta tale periodo sarebbe costante ovunque.


giovedì 31 dicembre 2020

No-Vax e individualismo

"Il vaccino non può essere obbligatorio, ma vogliono far passare il messaggio che chi non si vaccina è un pericolo per la collettività. Ma se uno si vaccina dovrebbe essere protetto di fronte a uno che non si vaccina. Quindi qual è il pericolo per la società?"

Leggo questa frase su un social. Non è la prima parte che mi interessa, credo che sia meglio che il vaccino anti-covid rimanga non obbligatorio e non chiamerei uno che non si vaccina un pericolo per la collettività. E' la seconda parte a farmi pensare, quella che ho riportato in corsivo. C'è dentro un cazzo di individualismo che faccio fatica a sopportare. E' un pensiero che tradotto suona così: "Chi si vuole vaccinare lo faccia così si protegge di fronte a chi non si vaccina, e non rompa i coglioni agli altri". Ognun per sè, la società è fatta di individui che scelgono per quello che gli conviene secondo le proprie personalissime convinzioni. Se poi i vaccinati sono 10 o 10 milioni non è un elemento significativo e quindi non viene neanche discusso. Perchè evidentemente non è significativo qualcosa che ha un impatto sulla società nel suo insieme. In effetti posso anche essere l'unico che si vaccina, ottengo comunque il mio risultato personale, perchè devo rompere le scatole agli altri?

Questa cosa che la società non sia altro che una massa di coglioni eterodiretta e che un comportamento sociale sia solo un appecoronamento è un atteggiamento che ogni volta che lo osservo mi inquieta. Peraltro, anche se apparentemente sembrerebbe un argomento scollegato, io trovo che questo atteggiamento possa produrre comportamenti antiscientifici o addirittura contrari alla costruzione di qualunque sapere razionale. La conoscenza, e in particolare la conoscenza scientifica, è una costruzione sociale basata sulle competenze di una minoranza di specialisti che dibattono sui problemi e convergono sui risultati e sulla fiducia in loro riposta da una maggioranza di persone in grado di avere un sufficiente grado di comprensione del mondo in cui vivono.

Criticare la società in cui si vive è essenziale ed è prerogativa di qualunque cittadino libero. Ma dare valore solo ai propri obiettivi personali è antisociale. E' come se la storia della nostra conoscenza, togliendoci progressivamente il gusto dell'antropocentrismo, ci abbia lasciato solo quello dell'egocentrismo. Ma questo secondo me porta ad un eccesso di individualismo che favorisce agglomerati umani sempre più ignoranti, antidemocratici e antiscientifici.


martedì 29 dicembre 2020

Negazionismo e individualismo

Mi domando se per caso il negazionismo, inteso in senso generale, nelle sue varie forme così come si incontra ai tempi nostri, sia in qualche modo legato all'individualismo.

Il negazionismo è in genere la tendenza a distanziarsi dalle opinioni correnti espresse tipicamente da componenti ufficiali della società, per abbracciare teorie più o meno improbabili raccolte da pochi individui (che si presentano come outsider) e amplificate oggi dai social, mezzi di comunicazione di massa in cui si può esprimere direttamente il singolo.

Secondo me questa tendenza esprime (tra le altre cose) il desiderio di distinguersi da ciò che la società ci dice, attraverso le sue varie istituzioni, da quelle scientifiche a quelle politiche, e di avere una voce più personale. Un atteggiamento, anche solo psicologico, con cui il singolo emerge dalla comunità e trova una sua individualità. Abbandonare un pensiero comune (definito solitamente come mainstream) significa quasi sempre "aprire gli occhi", "ragionare di testa propria", non farsi abbindolare, in poche parole essere indipendente.

In questa logica la società è vista sempre come un sistema di potere manipolante, mai come una comunità a cui si può appartenere, condividendone il pensiero e la costruzione delle conoscenze. Questo ovviamente crea a volte delle situazioni contraddittorie, conseguenza del fatto che in realtà l'individuo nella società ci sta eccome.

L'individualismo si può esprimere in modo passivo come indifferenza alle questioni del tuo gruppo sociale, ma anche forse in modo attivo, come contrapposizione e distanziamento dalla maggioranza passiva e "condiscendente" a quello che la società imporrebbe loro.

venerdì 25 dicembre 2020

Natale in casa Cupiello

Un paio di settimane fa con l'avvicinarsi del Natale mi è tornata in mente la bellissima commedia di Eduardo che tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta la Rai mandava in onda sistematicamente ogni anno. Si trattava di una registrazione fatta proprio dalla Rai nel 1977, interpretata da un cast eccezionale (Eduardo De Filippo, Pupella Maggio, Luca De Filippo, Gino Maringola, Lina Sastri, Marina Confalone), e che appartiene ai ricordi della mia infanzia. In quegli anni era talmente scontata la messa in onda di questa commedia che da allora praticamente ad ogni Natale mi torna in mente.

Quest'anno però, con l'aiuto del servizio di streaming on line della Rai me lo sono andato a cercare per rivederlo e tra l'altro ho anche scoperto che di edizioni televisive di questa commedia ne esistono addirittura due, quella che ricordo io a colori e una precedente, del 1962, in bianco e nero.

Natale in casa Cupiello è un vero capolavoro, sia il testo teatrale in sè che l'interpretazione che ho visto tante volte grazie a questa famosa registrazione. Racconta tutto quello che c'è di buono e di cattivo in una famiglia che si riunisce in quella che da sempre è in un certo senso proprio la sua festa. Un ritratto universale della famiglia, delle sue incomunicabilità, della sua retorica, delle sue verità nascoste, dei suoi dolori e insieme dei suoi grandi legami di affetto viscerali. Un monumento.

Certo, l'interpretazione è talmente caratteristica e con un livello di recitazione così alto che è difficile separarla dal testo teatrale. Non viene neanche da pensare che possa essere reinterpretato in altro modo. Non mi è venuta neanche la curiosità di andare a vedere l'altra interpretazione, sempre di Eduardo, del 1962. Un fenomeno di "cristallizzazione" dell'evento artistico consentito ormai da tempo dalle tecniche di registrazione. Se non avessimo avuto la possibilità di registrare quella e altre commedie di Eduardo avremmo perso un grande patrimonio artistico, che molti altri in futuro potranno apprezzare. Testimonianze artistiche da conservare come si è sempre fatto.

Ma qualche giorno fa su raiplay è comparso (massicciamente pubblicizzato) un nuovo adattamento televisivo della commedia di Eduardo, questa volta non una recitazione in presa diretta ma registrata e montata quasi come un film, con tanto di colonna sonora originale (Enzo Avitabile). La regia è di Edoardo De Angelis e il cast comprende Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice, Antonio Milo.

Il fenomeno di cristallizzazione di cui parlavo prima si fa sentire subito alla prima reazione istintiva. L'unico vero "Natale in casa Cupiello" è quello di Eduardo, tentare una diversa interpretazione è quantomeno discutibile, se non peggio. L'effetto "mostro sacro" induce immediatamente il pregiudizio. Ho notato che sui social lo spettro degli atteggiamenti era più o meno sempre condizionato in tal senso. Prevedibile. E banale.

Fatto sta che il nuovo adattamento televisivo è bello, fatto bene, la messa in scena in modo diverso e non inutile di un grande testo teatrale. E questo mi ha fatto riflettere un pochino sull'arte. Almeno su alcune forme d'arte, quelle per cui ha senso il concetto di "interpretazione", di interazione diretta col pubblico, che può sfociare anche in momenti irripetibili di improvvisazione. L'arte che ha un "tempo di esecuzione". Parlo del teatro e della musica (includendo anche la danza). Non credo che il cinema sia da annoverare tra queste forme d'arte, sebbene anche dei film si possano fare i cosiddetti "remake", ma non mi sembra che questa sia una caratteristica così importante dell'arte cinematografica.

Un testo teatrale può e deve essere reinterpretato continuamente, credo che sia nella natura di questa forma d'arte. Andare in scena è la normalità. Tra l'altro è proprio il valore di un testo che lo predispone a tante diverse interpretazioni. Inoltre il testo può essere riadattato, rielaborato, integrato usando anche l'arte dell'improvvisazione. Perchè no? Lo stesso vale per la musica scritta. Credo che le tecnologie di registrazione, sebbene abbiano dato la grande possibilità di produrre documenti artistici duraturi, abbiano anche un po' indebolito questa concezione "viva" e "fisica" delle arti da palcoscenico. Davvero non ha senso fruire il teatro e la musica solo attraverso le registrazioni, per quando famose e di grande valore. Si perdono pezzi essenziali di queste forme d'arte. Si finisce forse per non capirle.