domenica 10 gennaio 2021

La spiegazione del sesso

Secondo il genetista e biologo sovietico (emigrato in USA) Teodosij Dobžanskij "Nulla in biologia ha senso se non alla luce dell'evoluzione". La cosa divertente per un non professionista ma curioso è che entro certi limiti questa affermazione si può sperimentare osservando il mondo vivente e ponendosi delle semplici domande, di quelle che potrebbe fare un bambino. Una di queste è "perchè esistono i maschi e le femmine?".

Effettivamente è conoscenza comune il fatto che la stragrande maggioranza degli esseri viventi (animali e vegetali) sono caratterizzati dalla divisione di genere in maschi e femmine, spesso statisticamenti presenti al 50%. Immagino che si possano raccontare parecchie eccezioni in merito a questo fatto e che gli addetti ai lavori ne sappiano parecchio. Ma la "regola" della suddivisione di una specie in maschi e femmine rimane un fatto talmente diffuso che normalmente non ci si fa neppure caso, si tende a dare per scontato. E come tutte le cose che ci sembrano scontate in genere non se ne cerca una spiegazione.

Questa suddivisione è peraltro percepita dal singolo individuo verso gli altri individui della sua stessa specie in forma estremamente primitiva, cioè istintiva e in genere molto affidabile. La cosa che mi ha sempre stupito (ma in fondo non c'è niente di cui stupirsi) è la velocità con cui chiunque riconosce il sesso delle persone che incontra, credo che sia anche la prima cosa che inconsciamente si osserva in una persona, non ce se ne fa neanche caso. E' vero che le tradizioni culturali, che hanno sempre cercato di distinguere in vari modi anche visivi i due sessi, aiutano all'individuazione, ma il fatto che lo facciano è altrettanto significativo, evidentemente è importante riuscire a fare il prima possibile questa distinzione. Spesso poi ci si accorge che non è necessario valutare questi segnali esteriori aggiunti dalle convenzioni sociali. Qualche volta mi diverto ad indovinare il sesso delle persone che, con casco e protezioni varie, passano per strada su mezzi a due ruote. Ho sempre la sensazione di essere infallibile. L'unica situazione di fallibilità è ovviamente quella dei neonati o bimbi particolarmente giovani, dove i caratteri sessuali non si sono ancora espressi in nessun modo evidente. Da notare che questa notevole capacità scompare totalmente quando si guardano altre specie viventi (in tal caso ci si accorge di avere una bassa capacità anche solo di riconoscere individui diversi).

Ma dunque perchè esistono i maschi e le femmine? Seguendo l'osservazione di Dobžanskij si può provare a cercare una spiegazione nell'evoluzione, ed effettivamente la si trova molto facilmente, anche se non si è degli esperti nel campo. Quali sono le principali caratteristiche su cui lavora l'evoluzione?

Una è certamente la replicazione. Qualunque essere vivente (non so se ci siano delle eccezioni, ma nel caso per l'appunto non sarebbero la regola) ha la capacità di produrre altri esseri viventi. Questa caratteristica è ben evidente dal punto di vista macroscopico ma ormai sappiamo che ha una sua controparte a livello microscopico che tra l'altro mette in luce l'universalità del meccanismo. Il DNA è un archivio di informazioni per la costruzione di un essere vivente e la regolazione di tutti i suoi processi biochimici che ha la capacità di replicarsi, cioè di fare copie di sè stesso utilizzabili per costruire un altro individuo indipendente. Questa capacità si basa su un meccanismo altamente affidabile, visto che qualunque errore di trascrittura del codice potrebbe avere conseguenze disastrose, quantomeno altamente imprevedibili.

Ma la sola caratteristica di replicazione non può "avviare il motore dell'evoluzione". La seconda caratteristica è la capacità di produrre variabilità nel codice, in modo da esporre questa variabilità alle caratteristiche dell'ambiente che seleziona le variazioni con la fitness migliore, cioè quelle che danno all'individuo la maggiore probabilità di arrivare a replicarsi a sua volta. Ma come si può produrre efficaciemente la variabilità necessaria? Da una parte la replicazione deve essere un processo altamente affidabile, dall'altra una replicazione esatta non può produrre alcuna variabilità. La via di mezzo è un meccanismo di replicazione con un basso tasso di errore, dovuto ad effetti casuali e ad effetti indotti dallo stesso ambiente. In tal modo si può "esplorare" il possibile attraverso l'accumularsi di questi errori, opportunamente guidati, generazione dopo generazione, dagli effetti di selezione dell'ambiente. Ora ci siamo, l'evoluzione può partire.

Per quello che ho appena detto l'evoluzione si presenta come un processo in grado di mantenere stabilmente le soluzioni trovate ma anche in grado di produrre innovazioni su cui misurare gli effetti dell'ambiente, attraverso meccanismi molto cauti di esplorazione del possibile, che attraversano molte generazioni di individui (e che rendono i tempi evolutivi enormemente lunghi, come ben sappiamo).

Tra le tante soluzioni esplorative ci saranno sicuramente tutte quelle che riescono a migliorare i meccanismi (controllati) di variabilità che gli organismi riescono ad esporre alla selezione ambientale. Una di queste è indubbiamente l'invenzione del sesso. Dal punto di vista microscopico il sesso ha l'effetto di "mescolare" il patrimonio genetico di due distinti individui con metodi di fatto abbastanza complessi che hanno lo scopo di mantenere un genoma coerente con le caratteristiche della specie (mescolare del tutto a caso produrrebbe solo dei mostri), ma diciamo che questo è un dettaglio per specialisti. E' però evidente che questa strategia aumenta sensibilmente la capacità di una specie di produrre variazione genetica dandole così la possibilità di esporre all'ambiente una maggiore "superficie" di lavoro. E' un vantaggio evolutivo netto, e per questo si tratta di una strategia estremamente diffusa in natura. La specie che usa il sesso avrà un tasso evolutivo di gran lunga maggiore rispetto alle specie che non lo usano. Ovviamente per poter far funzionare la riproduzione basata sul sesso, che richiede la collaborazione di due individui (i quali da soli non sono in grado di riprodursi, almeno nelle specie in cui la divisione dei sessi è netta, che sono la maggioranza), è necessario che questi sviluppino contenstualmente un istinto particolarmente spiccato per le attività necessarie alla riproduzione. Tra le quali anche la capacità innata e quasi inconsapevole di riuscire a distinguere gli individui del sesso opposto.

Lo so, i dettagli sarebbero tanti, compreso quello che fa riferimento alla domanda iniziale ("perchè esistono i maschi e le femmine?"), nel senso che una cosa è trovare una spiegazione del sesso un'altra è quella di spiegare perchè esistono nella maggior parte dei casi due sessi separati. Diciamo che probabilmente è una questione di economia di risorse, o di organizzazione, che rende probabilmente vantaggioso spartirsi il difficile compito della riproduzione (dividendo l'atto dell'inseminazione da quello della gestazione). D'altro canto questa separazione non è sempre così rigida, questo lo sanno anche i non specialisti. In molte specie (in particolare molti pesci) gli individui hanno entrambi i sessi (ermafroditismo) o cambiano sesso anche più di una volta nel corso della loro vita.

Ma io volevo solo fare un esercizio sulla famosa frase di Dobžanskij.


mercoledì 6 gennaio 2021

Una befana particolare

Nella controversia tra il sistema tolemaico e quello copernicano gioca un ruolo particolare la capacità di dimostrare che la terra è un corpo celeste che gira su sè stesso. Poterlo dimostrare con un esperimento avrebbe fornito a Galileo e ai copernicani del suo tempo un argomento schiacciante, contro il quale forse neanche la chiesa avrebbe potuto tener testa. Non so se Galileo si sarebbe potuto risparmiare il drammatico momento dell'abiura, ma sta di fatto che questa prova sperimentale era ancora ben lontana dal poter essere realizzata.

L'ironia della sorte ha fatto sì che l'oggetto principale di questo esperimento sia stato proprio quel pendolo che Galileo studiò per primo, anche se i concetti coinvolti (sistemi non inerziali, forze apparenti, forza di Coriolis) vennero sviluppati dopo di lui sulla scia dei suoi risultati, da Isaac Newton (1687) fino a Gaspard Gustave de Coriolis (1835).

Un pendolo che oscilla su un sistema rotante (la terra), cioè non inerziale, subisce un'accelerazione normale alla direzione di oscillazione che può essere rappresentata come il risultato di una forza (apparente) detta forza di Coriolis il cui risultato è quello di far ruotare progressivamente il piano di oscillazione. In alternativa è possibile pensare che questa rotazione avvenga per la tendenza (inerzia) del peso del pendolo a conservare la sua velocità tangenziale (quella che ha in virtù di stare su un sistema rotante, la terra appunto) che cambia leggermente a seconda della sua posizione (per un corpo posto in un sistema rotante la velocità angolare è sempre la tessa ma quella tangenziale dipende dalla posizione del corpo rispetto al centro di rotazione). Il risultato ovviamente è lo stesso. Qualunque forza di tipo apparente che si manifesta nella descrizione del moto di un corpo in un sistema non inerziale può essere sostituita da effetti dell'inerzia del moto del corpo stesso, visto da un sistema inerziale.

Quindi se misuro una rotazione del piano di oscillazione di un pendolo sto di fatto misurando un effetto diretto della rotazione terrestre. Questo è quello che ha ottenuto Foucault per la prima volta il 6 gennaio del 1851, poco più di due secoli dopo la morte di Galileo ed esattamente 170 anni fa da questo post. Buon compleanno!

"Jean Bernard Léon Foucault voleva risolvere il più ostinato problema scientifico di tutti i tempi, un problema che fra il Cinque e il Settecento aveva ossessionato Copernico, Keplero, Galilei, Cartesio e Newton ed era rimasto sorprendentemente irrisolto fino alla sua epoca [...]. Ci lavorava febbrilmente da alcune settimane [...]. Aveva preparato l'esperimento con cura, l'aveva perfezionato lavorando per mesi, concentratissimo, nella cantina di casa sua [...]. Così, alla fine, riuscì ad assicurare un capo di un filo di acciaio di due metri al soffitto, facendo in modo che potesse ruotare senza torsione, e attaccò all'altra estremità una palla di ottone di cinque chili: ottenne così un pendolo in grado di oscillare liberamente [...]. Il 3 gennaio 1851 l'apparato era pronto e Foucault lo mise in moto, trattenendo il fiato mentre il pendolo cominciava ad oscillare; di colpo, però, il filo si ruppe e la palla cadde pesantemente a terra. Tre giorni dopo era pronto per un nuovo tentativo: con molta attenzione mise il pendolo in moto e attese. La palla iniziò ad oscillare davanti ai suoi occhi, lentamente. E finalmente vide [...]. Il piano delle oscillazioni del pendolo aveva deviato dalla direzione iniziale, [...], leggermente ma costantemente, lontano da lui, e [...] seppe di avere appena osservato l'impossibile [...]. Léon Foucault aveva appena visto la terra girare." (tratto da Pendulum, Léon Foucault e il trionfo della scienza, di Amir D. Aczel, il Saggiatore, 2006).

NOTA: è curioso osservare che questo esperimento può essere esteso per dimostrare che la terra è sferica e non piatta (come purtroppo qualche sprovveduto ancora sostiene ai giorni nostri). Infatti si può verificare, facendo ripetuti esperimenti come quello eseguito da Foucault in punti distinti della terra, che il periodo di rotazione del piano di oscillazione del pendolo cambia in funzione della latitudine secondo la semplice formula T/sin(a), dove T è il periodo di rotazione della terra (24 ore) e a è la latitudine del luogo. Al contrario se la terra fosse piatta tale periodo sarebbe costante ovunque.


giovedì 31 dicembre 2020

No-Vax e individualismo

"Il vaccino non può essere obbligatorio, ma vogliono far passare il messaggio che chi non si vaccina è un pericolo per la collettività. Ma se uno si vaccina dovrebbe essere protetto di fronte a uno che non si vaccina. Quindi qual è il pericolo per la società?"

Leggo questa frase su un social. Non è la prima parte che mi interessa, credo che sia meglio che il vaccino anti-covid rimanga non obbligatorio e non chiamerei uno che non si vaccina un pericolo per la collettività. E' la seconda parte a farmi pensare, quella che ho riportato in corsivo. C'è dentro un cazzo di individualismo che faccio fatica a sopportare. E' un pensiero che tradotto suona così: "Chi si vuole vaccinare lo faccia così si protegge di fronte a chi non si vaccina, e non rompa i coglioni agli altri". Ognun per sè, la società è fatta di individui che scelgono per quello che gli conviene secondo le proprie personalissime convinzioni. Se poi i vaccinati sono 10 o 10 milioni non è un elemento significativo e quindi non viene neanche discusso. Perchè evidentemente non è significativo qualcosa che ha un impatto sulla società nel suo insieme. In effetti posso anche essere l'unico che si vaccina, ottengo comunque il mio risultato personale, perchè devo rompere le scatole agli altri?

Questa cosa che la società non sia altro che una massa di coglioni eterodiretta e che un comportamento sociale sia solo un appecoronamento è un atteggiamento che ogni volta che lo osservo mi inquieta. Peraltro, anche se apparentemente sembrerebbe un argomento scollegato, io trovo che questo atteggiamento possa produrre comportamenti antiscientifici o addirittura contrari alla costruzione di qualunque sapere razionale. La conoscenza, e in particolare la conoscenza scientifica, è una costruzione sociale basata sulle competenze di una minoranza di specialisti che dibattono sui problemi e convergono sui risultati e sulla fiducia in loro riposta da una maggioranza di persone in grado di avere un sufficiente grado di comprensione del mondo in cui vivono.

Criticare la società in cui si vive è essenziale ed è prerogativa di qualunque cittadino libero. Ma dare valore solo ai propri obiettivi personali è antisociale. E' come se la storia della nostra conoscenza, togliendoci progressivamente il gusto dell'antropocentrismo, ci abbia lasciato solo quello dell'egocentrismo. Ma questo secondo me porta ad un eccesso di individualismo che favorisce agglomerati umani sempre più ignoranti, antidemocratici e antiscientifici.


martedì 29 dicembre 2020

Negazionismo e individualismo

Mi domando se per caso il negazionismo, inteso in senso generale, nelle sue varie forme così come si incontra ai tempi nostri, sia in qualche modo legato all'individualismo.

Il negazionismo è in genere la tendenza a distanziarsi dalle opinioni correnti espresse tipicamente da componenti ufficiali della società, per abbracciare teorie più o meno improbabili raccolte da pochi individui (che si presentano come outsider) e amplificate oggi dai social, mezzi di comunicazione di massa in cui si può esprimere direttamente il singolo.

Secondo me questa tendenza esprime (tra le altre cose) il desiderio di distinguersi da ciò che la società ci dice, attraverso le sue varie istituzioni, da quelle scientifiche a quelle politiche, e di avere una voce più personale. Un atteggiamento, anche solo psicologico, con cui il singolo emerge dalla comunità e trova una sua individualità. Abbandonare un pensiero comune (definito solitamente come mainstream) significa quasi sempre "aprire gli occhi", "ragionare di testa propria", non farsi abbindolare, in poche parole essere indipendente.

In questa logica la società è vista sempre come un sistema di potere manipolante, mai come una comunità a cui si può appartenere, condividendone il pensiero e la costruzione delle conoscenze. Questo ovviamente crea a volte delle situazioni contraddittorie, conseguenza del fatto che in realtà l'individuo nella società ci sta eccome.

L'individualismo si può esprimere in modo passivo come indifferenza alle questioni del tuo gruppo sociale, ma anche forse in modo attivo, come contrapposizione e distanziamento dalla maggioranza passiva e "condiscendente" a quello che la società imporrebbe loro.

venerdì 25 dicembre 2020

Natale in casa Cupiello

Un paio di settimane fa con l'avvicinarsi del Natale mi è tornata in mente la bellissima commedia di Eduardo che tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta la Rai mandava in onda sistematicamente ogni anno. Si trattava di una registrazione fatta proprio dalla Rai nel 1977, interpretata da un cast eccezionale (Eduardo De Filippo, Pupella Maggio, Luca De Filippo, Gino Maringola, Lina Sastri, Marina Confalone), e che appartiene ai ricordi della mia infanzia. In quegli anni era talmente scontata la messa in onda di questa commedia che da allora praticamente ad ogni Natale mi torna in mente.

Quest'anno però, con l'aiuto del servizio di streaming on line della Rai me lo sono andato a cercare per rivederlo e tra l'altro ho anche scoperto che di edizioni televisive di questa commedia ne esistono addirittura due, quella che ricordo io a colori e una precedente, del 1962, in bianco e nero.

Natale in casa Cupiello è un vero capolavoro, sia il testo teatrale in sè che l'interpretazione che ho visto tante volte grazie a questa famosa registrazione. Racconta tutto quello che c'è di buono e di cattivo in una famiglia che si riunisce in quella che da sempre è in un certo senso proprio la sua festa. Un ritratto universale della famiglia, delle sue incomunicabilità, della sua retorica, delle sue verità nascoste, dei suoi dolori e insieme dei suoi grandi legami di affetto viscerali. Un monumento.

Certo, l'interpretazione è talmente caratteristica e con un livello di recitazione così alto che è difficile separarla dal testo teatrale. Non viene neanche da pensare che possa essere reinterpretato in altro modo. Non mi è venuta neanche la curiosità di andare a vedere l'altra interpretazione, sempre di Eduardo, del 1962. Un fenomeno di "cristallizzazione" dell'evento artistico consentito ormai da tempo dalle tecniche di registrazione. Se non avessimo avuto la possibilità di registrare quella e altre commedie di Eduardo avremmo perso un grande patrimonio artistico, che molti altri in futuro potranno apprezzare. Testimonianze artistiche da conservare come si è sempre fatto.

Ma qualche giorno fa su raiplay è comparso (massicciamente pubblicizzato) un nuovo adattamento televisivo della commedia di Eduardo, questa volta non una recitazione in presa diretta ma registrata e montata quasi come un film, con tanto di colonna sonora originale (Enzo Avitabile). La regia è di Edoardo De Angelis e il cast comprende Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice, Antonio Milo.

Il fenomeno di cristallizzazione di cui parlavo prima si fa sentire subito alla prima reazione istintiva. L'unico vero "Natale in casa Cupiello" è quello di Eduardo, tentare una diversa interpretazione è quantomeno discutibile, se non peggio. L'effetto "mostro sacro" induce immediatamente il pregiudizio. Ho notato che sui social lo spettro degli atteggiamenti era più o meno sempre condizionato in tal senso. Prevedibile. E banale.

Fatto sta che il nuovo adattamento televisivo è bello, fatto bene, la messa in scena in modo diverso e non inutile di un grande testo teatrale. E questo mi ha fatto riflettere un pochino sull'arte. Almeno su alcune forme d'arte, quelle per cui ha senso il concetto di "interpretazione", di interazione diretta col pubblico, che può sfociare anche in momenti irripetibili di improvvisazione. L'arte che ha un "tempo di esecuzione". Parlo del teatro e della musica (includendo anche la danza). Non credo che il cinema sia da annoverare tra queste forme d'arte, sebbene anche dei film si possano fare i cosiddetti "remake", ma non mi sembra che questa sia una caratteristica così importante dell'arte cinematografica.

Un testo teatrale può e deve essere reinterpretato continuamente, credo che sia nella natura di questa forma d'arte. Andare in scena è la normalità. Tra l'altro è proprio il valore di un testo che lo predispone a tante diverse interpretazioni. Inoltre il testo può essere riadattato, rielaborato, integrato usando anche l'arte dell'improvvisazione. Perchè no? Lo stesso vale per la musica scritta. Credo che le tecnologie di registrazione, sebbene abbiano dato la grande possibilità di produrre documenti artistici duraturi, abbiano anche un po' indebolito questa concezione "viva" e "fisica" delle arti da palcoscenico. Davvero non ha senso fruire il teatro e la musica solo attraverso le registrazioni, per quando famose e di grande valore. Si perdono pezzi essenziali di queste forme d'arte. Si finisce forse per non capirle.


domenica 20 settembre 2020

Un gesto di disperazione

A me sembra evidente che una riforma costituzionale che abbia come unico risultato quello di ridurre il numero dei parlamentari sia una cosa che, se va bene, non serve a niente e se va male potrebbe portare problemi istituzionali da risolvere. Che la voti a fare una cosa che non serve a niente e che per giunta modifica alcuni articoli della Costituzione?

Pensare che questa riforma porti maggiore efficienza nei lavori del parlamento mi sembra proprio ingenuo. L'efficienza del parlamento nel legiferare si misura casomai sulle procedure dei lavori parlamentari. Puntare sul risparmio che si ottiene è semplicemente ridicolo. I conti parlano abbastanza chiaro.

Rimane negli elettori la solita motivazione: dammi la possibilità di cacciare un po' di politici, quali che siano, e di risparmiarci sopra un po' di soldi, non importa quanti; dammi 'sta soddisfazione e io ti voto la "riforma". Penso che questo referendum esprima un gesto di disperazione della nostra società, e una sua incapacità ormai cronica di immaginare una politica degna di questo nome.

Tre osservazioni mi preoccupano. I politici che più sostengono questa riduzione dei parlamentari la giustificano con motivazioni che, anche se dette in altri termini, sono sostanzialmente quelle che ho scritto sopra, nulla di più. L'efficienza del parlamento di cui si parla viene collegata semplicemente alla riduzione del numero di chi decide; meno persone decidono, meglio è. La riduzione dei parlamentari è giustificata sotto sotto dalla convinzione che i politici sono dei lupi e i cittadini i loro polli.

Ma se i cittadini la pensano così, o hanno dimenticato cosa sia la democrazia, o non lo hanno mai saputo, o non ci credono più. Perlomeno a me pare evidente che da tutto ciò emerga una generale sfiducia nella democrazia, nei tradizionali meccanismi democratici e di rappresentanza politica. Questi segnali della società, messi insieme alla attuale crisi delle politiche comunitarie e delle collaborazioni internazionali dall'emergere dei vari "sovranismi", che poi non sono altro che i vecchi nazionalismi, non mi raccontano niente di buono per il prossimo futuro.

lunedì 31 agosto 2020

Immuni e individualismo

Ammetto di aver installato l'app Immuni con un certo ritardo dalla sua uscita. Diciamo cha la motivazione principale è stata la pigrizia. Questa "pigrizia" però evidentemente sta caratterizzando il comportamento della maggior parte degli italiani dal momento che Immuni ha avuto fino ad ora scarso successo.

Io penso da tempo che una delle caratteristiche principali delle nostre società (non solo quella italiana) sia il forte individualismo e ora credo che l'insuccesso di Immuni abbia a che fare più con questo che con la pigrizia.

Perchè dovrei installare Immuni? Ci sono sostanzialmente due ragioni per farlo.

La prima è questa: nel momento in cui mi scopro positivo al virus posso avvisare le autorità sanitarie e con loro informare i server del servizio sanitario nazionale in modo che tutti i cittadini che recentemente sono venuti a contatto ravvicinato con me siano tempestivamente avvisati dall'applicazione. Embè? Perchè dovrei farlo? C'è il tampone per capire se si è positivi. Ci sono i primi sintomi. C'è bisogno anche di me? Nel momento in cui mi scopro positivo ho già i miei problemi.

La seconda è la sua complementare: l'applicazione può avvisarmi nel caso io sia venuto a contatto recentemente in maniera continuativa con cittadini positivi al virus. E allora? A quel punto dovrei andare dal mio medico? Senza sintomi? Dovrei forse fare il tampone? Per sicurezza? Con tutto quello che ho da fare? Perchè mi dovrei complicare la vita?

L'obiettivo principale dell'applicazione non è quello di proteggere il singolo individuo, è quello di proteggere la società (di cui il singolo individuo ovviamente fa parte), tracciando nella maniera più efficiente e veloce possibile la diffusione del virus. L'oggetto è la comunità nel suo complesso, questo è il problema.

Evidentemente per la maggior parte di noi il concetto di comunità è diventato troppo astratto e sfumato, tanto da far prevalere su di esso la nostra naturale pigrizia (e tutta una serie di sciocchi timori che la puntellano). Leggi anche indifferenza.