domenica 29 luglio 2018

Compito sui vaccini

Domande:

1. I vaccini sono efficaci contro le malattie e le epidemie? Sono vantaggiosi per l'individuo e per la società?

2. Le vaccinazioni hanno un'incidenza negativa sulla salute dell'individuo? E in che misura?

3. Chi può rispondere in maniera affidabile alle prime due domande?

4. In che misura lo Stato può imporre un trattamento sanitario obbligatorio ai suoi cittadini, limitandone la libertà di scelta di cura e imponendo loro un rischio, sia pur piccolo, per la loro salute?

5. Cosa possiamo concludere?

Risposte:

1. I vaccini hanno ampiamente dimostrato di fornire al singolo un'efficace protezione da alcune importanti malattie infettive e, applicati su larga scala nella società, si sono rivelati efficaci nell'arginare l'azione delle epidemie fino addirittura in alcuni casi a debellare completamente l'agente infettivo.

2. Come tutti i farmaci e tutti i trattamenti sanitari anche i vaccini possono avere delle controindicazioni. In campo sanitario a qualunque azione con conseguenze benefiche sulla salute dell'individuo è associato un fattore di rischio di una qualche entità. I rischi a cui si può andare incontro sono sempre definiti in senso statistico (sono associati a delle probabilità) e non possono essere calcolati esattamente per ciascun individuo. Si può fare in modo di minimizzarli ma le procedure per farlo hanno dei limiti, tra questi anche i costi e le risorse impiegate. Per cui l'approccio più razionale è quello di confrontare i benefici con i rischi e prendere una decisione di conseguenza. Un rischio è la combinazione di due elementi, la probabilità che accada e il suo impatto sulla salute. L'indice che deve rimanere basso è qualcosa di quantitativo che dipende dal prodotto di questi due elementi. Posso trascurare un rischio sia se la sua probabilità è significativa ma l'impatto trascurabile sia viceversa. In questo senso il rischio dei vaccini sembra essere sempre estremamente basso, stando sia alle statistiche che alla valutazione della stragrande maggioranza dei medici.

3. Le questioni poste nelle prime due domande andrebbero il più possibile trattate quantitativamente, facendo riferimento sia a conoscenze mediche sia a una grande quantità di dati sanitari trattati con strumenti statistici. Entrambe queste risorse possono essere correttamente valutate in primo luogo da professionisti ed esperti. Questo in una qualsiasi disciplina scientifica (e anche in molte altre) è sempre vero. Occorrono conoscenze specialistiche per valutare correttamente una qualsiasi terapia. E occorre una popolazione mediamente colta per comprendere anche solo a grandi linee le scelte degli specialisti. La comunicazione scientifica si basa su due elementi essenziali: la capacità e la volontà di trasmettere informazioni corrette da parte dei media e la giusta preparazione culturale da parte di chi viene informato. A questo aggiungerei anche la necessità di un rapporto di fiducia tra scienziati e cittadini, che viene meno se questi ultimi non hanno un adeguato livello culturale. Pensare ad esempio che la comunità scientifica internazionale sia eterodiretta da ipotetici poteri forti è un segnale della mancanza di questo indispensabile livello culturale minimo.

4. Relativamente all'assunzione di un farmaco la cosa migliore sarebbe informare il paziente sia dei benefici che se ne trarranno sia di tutti i possibili rischi, ciascuno possibilmente con le indicazioni precise di impatto e probabilità. Quindi lasciare libero il paziente, o chi ne è responsabile, di decidere liberamente se assumere il farmaco o meno. Nel caso però delle vaccinazioni la situazione è più complessa in quanto l'efficacia del farmaco non può essere valutata solo sul singolo individuo quanto sull'intero gruppo che condivide gli stessi ambienti di vita. Il motivo è abbastanza evidente, se su cento persone ne vaccino solo dieci l'agente infettivo si propagherà indisturbato sui restanti novanta. Tra questi si genererà spontaneamente una certa quantità di immunizzati ma normalmente questo numero non è sufficiente a combattere la diffusione della malattia, e il suo carattere epidemico non verrà mai messo sotto controllo. Si può immaginare che stando a questa idea generale e studiando statisticamente il problema si possa arrivare a definire delle percentuali minime di vaccinati in una popolazione e questo è esattamente quello che ci dicono gli esperti, fornendoci una percentuale di riferimento pari al 95%. Si tratta di una percentuale molto alta che probabilmente non si riesce ad ottenere lasciando i cittadini pienamente liberi di decidere. In tal caso l'intervento dello stato con leggi che obbligano al trattamento vaccinale può essere risolutivo.

5. La questione delicata è che si deve sovrapporre al bilancio tra benefici e rischi del singolo individuo un'analoga valutazione sull'intera società. Ed entrambe le cose hanno l'una un feedback sull'altra. In qualche modo le due valutazioni, sull'individuo e sulla società, sono indivisibili. Vaccinare l'individuo accettando i minimi rischi associati migliora il livello di salute del gruppo e di consenguenza anche dell'individuo stesso. Non vaccinare l'individuo rispettando la sua libertà di scelta e quindi la sua libertà di non voler correre rischi porta un danno al gruppo e di conseguenza all'individuo stesso, a meno che la percentuale dei non vaccinati sia estremamente bassa. In quest'ultimo caso esercitare la propria libertà di non vaccinarsi porta il doppio beneficio di non correre rischi associati al vaccino e di vivere allo stesso tempo in un gruppo sano (perchè vaccinato in larga maggioranza). In tale contesto la cosiddetta "libertà di scelta" diventa una paraculata.

venerdì 13 luglio 2018

Il programma di ricerca della meridiana di San Petronio

Se si entra nella basilica di S. Petronio a Bologna si può notare una striscia metallica molto lunga incastrata nel pavimento con un'orientazione singolare, sghemba rispetto alla direzione longitudinale della basilica. Si tratta di una meridiana, ovvero di uno strumento di misura della posizione del sole rispetto alla terra. La luce del sole entra da un piccolo foro (detto foro gnomonico) posto a circa 27 metri di altezza sul tetto della navata sinistra. Si tratta della meridiana più lunga del mondo, misura circa 67 metri, pari alla seicentomillesima parte della circonferenza terrestre. Ma non è questo primato la cosa più interessante di questo strumento.

La realizzazione di questa meridiana, così come la vediamo ancora oggi, è dovuta a Gian Domenico Cassini, importante scienziato italiano del seicento, di poco posteriore a Galileo. Risale al 1657 e sostituisce una precedente meridiana, più piccola, realizzata nel 1575 dal domenicano Ignazio Danti.

Non è facile rendersi conto a distanza di così tanto tempo dell'importanza di un'opera del genere. In una visita a San Petronio risulta poco più che una curiosità dentro un'architettura affascinante. In realtà si tratta di uno degli strumenti scientifici più importanti e costosi dell'epoca, dietro il quale c'era un programma di ricerca ambizioso, che diede notorietà internazionale (e soldi) al suo ideatore. Facendo le dovute proporzioni è un po' come parlare oggi degli esperimenti LHC o LIGO. In seguito a questo lavoro Cassini fu chiamato negli anni successivi a dirigere il nuovo Osservatorio di Parigi, presso l'Académie des Sciences, dove fece importanti scoperte osservative in campo astronomico, la più famosa delle quali è la Divisione di Cassini negli anelli di Saturno. Forse la sua si può considerare una delle prime "fughe di cervelli" dall'Italia. La causa era la diffusione di istituzioni scientifiche prestigiose finanziate dai grandi stati nazionali quali Francia e Inghilterra, a fronte di una situazione italiana frammentata in tante realtà politiche di piccole dimensioni per le quali era quasi sempre impossibile avere le risorse per creare istituzioni in grado di attirare gli scienziati dell'epoca.

Per la verità c'era anche un altro motivo che allontanava certi scienziati dall'Italia, in particolare quelli che si interessavano di astronomia, che aveva già fatto le sue illustri vittime e che continuava ad essere un problema non facilmente eludibile: la presenza ingombrante della Chiesa Cattolica. Anche per questo motivo risulta interessante il programma di ricerca portato avanti da Cassini, che non aveva nessuna intenzione di fare la fine di Galileo.

L'obiettivo principale e dichiarato del programma di ricerca che Cassini intendeva portare avanti con il suo nuovo strumento (che lui chiamava "eliometro") era quello di determinare con la massima accuratezza la lunghezza dell'anno solare. Per farlo occorreva misurare il tempo trascorso tra due passaggi successivi del sole all'equinozio di primavera. Le dimensioni dello strumento avrebbero assicurato una precisione nelle misure mai raggiunta prima. Il motivo principale che spingeva a realizzare questa misura era la verifica della correttezza della riforma gregoriana del calendario.

In pratica la situazione era la seguente: il calendario Giuliano era basato sull'ipotesi che la durata dell'anno solare fosse esattamente pari a 365,25 giorni. Questo significava che per riallineare l'anno civile (365 giorni esatti) con quello solare occorreva introdurre un giorno in più ogni 4 anni. Questa correzione però con il passare dei secoli introdusse comunque uno sfasamento tra anno civile e anno solare riscontrabile nelle misure di posizione del sole e nell'anticipo delle stagioni. Il motivo era evidentemente riconducibile al fatto che la durata dell'anno solare non era esattamente pari a 365,25 giorni bensì qualcosa di meno (circa 365,2422). La riforma Gregoriana del 1582 recuperava lo sfasamento accumulato durante i secoli (si decretò che il giorno successivo al giovedì 4 ottobre 1582 fosse il venerdì 15 ottobre) e per il futuro fu stabilito di sopprimere tre anni bisestili ogni quattro secoli, mantenendo bisestile solo gli anni secolari che risultano divisibili per 400. Ma la efficacia di quest'ultimo provvedimento era chiaramente legata alla conoscenza precisa dell'anno solare, quindi una misura accurata di questo intervallo di tempo avrebbe confermato o meno quanto stabilito dalla riforma. In particolare si voleva capire se conveniva sopprimere l'anno bisestile del 1700 come previsto oppure no.

Le misure effettuate da Cassini con il suo eliometro confermarono la bontà della riforma Gregoriana, quindi furono non bisestili il 1700, il 1800 e il 1900. Altre importanti misure seguirono, come ad esempio misure sulla rifrazione (differenza tra altezza reale e altezza apparente di un astro sopra l'orizzonte), misure sull'obliquità dell'eclittica, misure del diametro del sole. Da notare però che tutte queste misure si riferiscono (anche nei termini e nel linguaggio) a movimenti del sole, nel pieno rispetto della visione tolemaica dell'universo.

Ma c'era un secondo importante obiettivo nel programma di ricerca di Cassini. La seconda legge di Keplero, formulata per la prima volta nel 1609, sostiene che il raggio vettore che unisce la terra al sole descrive aree uguali in tempi uguali e che questo vale per tutti i pianeti. In altre parole significa anche dire che "la Terra ha una velocità maggiore quando è più vicina al Sole e si muove più lentamente quando è più lontana". L'obiettivo di Cassini era proprio quello di trovare dati osservativi che corroborassero questa affermazione. E' da notare però che a differenza di quanto detto prima in questo caso non si parla più di moto del sole attorno alla terra bensì il contrario, in quanto le leggi di Keplero sono state dedotte studiando il moto dei pianeti come un moto di rivoluzione attorno al sole, e la terra in questo caso viene semplicemente annoverata nella famiglia dei pianeti che ruotano attorno al sole.

Quindi questo elemento del vasto programma di ricerca di Cassini si inseriva direttamente nella delicata controversia tra coloro che, seguendo Aristotele e Claudio Tolomeo, ritenevano il moto del Sole circolare e uniforme, intorno alla Terra immobile, e coloro che ritenevano, invece, seguendo Niccolò Copernico e Galilei, che la Terra fosse in moto intorno al Sole e che il moto del Sole fosse, quindi, solo apparente. La visione copernicana dell'universo era all'epoca ancora ampiamente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche, l'abiura di Galileo risale a poco più di vent'anni prima dell'episodio che stiamo raccontando.

Ma in che modo Cassini voleva verificare la seconda legge di Keplero?

Il dato osservativo ben noto di partenza era il seguente: il moto del sole nel cielo è più lento d'estate che d'inverno, inoltre da misure del disco solare è possibile dedurre che proprio d'estate il sole è più lontano dalla terra. La spiegazione nell'ambito della teoria Tolemaica è semplice, l'allontanamento del sole dalla terra nella stagione estiva fa apparire il suo moto più lento. In tal caso però dovrebbe esserci una correlazione precisa tra la lontananza del sole dalla terra (quindi le dimensioni del suo disco nel cielo) e la variazione della sua velocità. Attraverso l'uso di uno strumento di grande precisione sarebbe stato possibile verificare o meno questa correlazione. L'eliometro di Cassini si rivelava particolarmente adatto sia per le sue dimensioni, e quindi la sua precisione nelle misure di posizione del sole, sia per la sua capacità di fare misure anch'esse molto precise delle dimensioni del disco solare.

Cassini riuscì a determinare le variazioni del diametro solare, con la precisione di circa un minuto d'arco, misurando le dimensioni dell'immagine proiettata sul pavimento della chiesa. In tal modo verificò che, nel corso dell'anno, il diametro del Sole (quindi la sua distanza) non diminuiva nello stesso modo in cui diminuiva la sua velocità, il che voleva dire che la diminuzione di velocità non era apparente, ma reale: era la prima conferma osservativa eseguita al mondo della seconda legge di Keplero. Con la meridiana di San Petronio Cassini ha dato un contributo importante a favore della teoria eliocentrica mostrando che la Terra può essere trattata come un pianeta, come affermato da Copernico.

venerdì 6 luglio 2018

Dentro e fuori il giardino di casa

Tempo fa ho assistito con degli amici ad uno spettacolo di cabaret in un locale romano. Un duetto di comici in cui lei faceva da spalla a lui. Una comicità che funzionava abbastanza bene (loro erano bravi) ma rientrando a casa e anche successivamente ripensavo a quale fosse il limite che al momento della performance avevo intuito ma non del tutto focalizzato. Mi ha aiutato provare a confrontarli con Lillo e Greg, due comici che a me piacciono molto.

La comicità che ho visto quella sera era su temi stereotipati, ecco quello che la indeboliva. Lo erano i temi e anche il modo di trattarli. Il rapporto tra marito e moglie sui vari aspetti della vita quotidiana, sempre gli stessi, lo shopping, il sesso. Il rapporto tra nord e sud, in particolare tra Milano e Roma (nella coppia lei era milanese lui romano). Battute efficaci, ma su temi e con modalità sempre ampiamente prevedibili. Ecco che dice questo, adesso dice quest'altro, tette piccole della moglie, ora parla del sadomaso, di quanto è ridicolo, dei travestimenti da batman, i romani so' sornioni e sfaticati, i milanesi so' tutti isterici, e via di questo passo. Soprattutto sono le modalità del linguaggio comico ad essere ben note.

Effettivamente invece quello che più mi colpisce della comicità di Lillo e Greg è l'originalità, sia dei temi che delle tecniche e modalità usate. Le loro situazioni comiche (quando non le conosco già) sono spiazzanti, assurde perchè inaspettate, magari anche sceme o estremamente semplici ma non sempre te le aspetti, e questo dà decisamente una marcia in più alle loro scene teatrali. Poi ovviamente quando li si segue come me da molto tempo questa originalità si scarica un po' ma al contempo è diventata anche uno stile, un modo di lavorare riconoscibile come una cosa loro.

Eppure i due comici visti l'altra sera, anche se in modo diverso, facevano ridere abbastanza pure loro. La differenza è probabilmente nella qualità del ridere. Quella di certi comici è una comicità più "confortevole", proprio perchè nota, proprio perchè si muove in un terreno conosciuto. Questo divertirsi (con situazioni comiche o con altro) ritrovandosi sempre nelle stesse cose, muovendosi con sicurezza sempre dentro il "proprio giardino di casa" è da molti particolarmente apprezzato. Nel campo della comicità sfocia addirittura nel parossismo dei famosi "tormentoni", molto cari a trasmissioni come Zelig, e che ne hanno in buona parte decretato il successo.

In tutto ciò, e oltre questo semplice esempio, la cosa per me più interessante è il constatare, almeno nella mia esperienza, che proprio tutta l'arte funziona così, dalle forme più semplici e popolari a quelle più complesse (per quello che arrivo a capire), un continuo equilibrio tra battere gli stessi sentieri del proprio giardino e uscir fuori ad esplorare. Se questo equilibrio si sbilancia in un senso o nell'altro il rischio è più o meno sempre quello di annoiarti, anche se per motivi differenti.

sabato 2 giugno 2018

Un articolo di Feltri

L'altro giorno mi imbatto in un articolo che criticava in maniera molto severa un altro articolo scritto da Vittorio Feltri. Questo veniva accusato abbastanza apertamente di stupidità e poi, con una certa riluttanza (perché un articolo stupido non andrebbe neppure considerato) veniva analizzato punto per punto. La questione riguardava le considerazioni che si possono fare sulle disparità di compensi tra uomo e donna nel mondo del lavoro. I due articoli in questione sono qui (articolo di Feltri) e qui (articolo in risposta).

Quello che mi ha colpito nella lettura di questo "carteggio" e che mi interessa sottolineare è la chiara posizione di destra che traspare nell'esposizione di Feltri e che però non mi pare venga colta dalla giornalista che lo critica, o almeno non viene abbastanza sottolineata, non quanto mi piacerebbe. Certo si può dire che l'articolo di Feltri è una cazzata ma a me pare più interessante rivelarne la posizione ideologica sottostante, che invece una cazzata non lo è.

La questione descrive tecnicamente una diseguaglianza tra i generi maschile e femminile in un ambito sociale molto importante come quello del lavoro. La posizione di Feltri è di destra in quanto riconosce l'esistenza di questa diseguaglianza e la presenta come un fatto costitutivo e ineludibile della società. E' la donna che sceglie di fare i figli e automaticamente di penalizzarsi sul fronte della carriera, della professionalità, della produttività e dunque della retribuzione. Queste sono conseguenze che discendono "naturalmente" da questa scelta. D'altra parte è la natura che ha stabilito che i figli li fanno le donne e non gli uomini. Il richiamo all'aspetto naturale della questione lo trovo particolarmente significativo.

Perché contrastare una diseguaglianza così ovvia ed evidente? A che scopo? Non è meglio accettarla ed accettare di fondare la convivenza tra uomo e donna su questo? Magari la società così funziona anche meglio.

Credo che il pensiero di Feltri, per quanto la giornalista lo classifichi come scemo e non degno di commento, si ritrovi implicitamente espresso nella nostra società. Io ho più volte riflettuto sul fatto che la famiglia italiana ha in media l'occasione di funzionare meglio se si accetta una fondamentale disuguaglianza tra uomo e donna nel mondo del lavoro. L'uomo lavora, pensa alla carriera e al raggiungimento di un adeguato benessere economico, la donna pensa alla casa e ai figli ("lei sceglie di farli, lei se li cresce", direbbe Feltri). Molte famiglie alla fine funzionano ancora molto bene con questa logica, magari con qualche variante ma poco significativa. Se è vero che in molte famiglie lavorano entrambi i genitori è altrettanto vero che questo spesso non esprime una uguaglianza, cioè un'eguale libertà di scelta, ma al contrario si tratta di una scelta obbligata da motivi di sostentamento (un solo stipendio normale non può far fronte alle esigenze di un tenore di vita medio) attorno alla quale si sviluppano spesso parecchie difficoltà e frustrazioni familiari.

L'uguaglianza in questo ambito, come in tutti gli ambiti della società, va costruita, protetta, rafforzata, fatta crescere. E noi, sia politicamente che culturalmente (le due cose vanno di pari passo), non ne siamo ancora sufficientemente capaci.

lunedì 28 maggio 2018

Una bella analogia

Le analogie sono spesso divertenti e istruttive. Servono per capire meglio le cose. Oddio, non sempre. Qualche volta sono un po' troppo sceme. Ad esempio si usa dire che l'attività intellettuale e la capacità e lo sforzo di imparare cose nuove mantiene allenato il nostro cervello, così come avviene per un muscolo del corpo quando viene utilizzato, e lo preserva da patologie dell'invecchiamento, la più grave delle quali, l'alzheimer, è ormai percepita come una vera piaga sociale.

Questa analogia è appunto un po' scema, non serve per capire meglio il cervello, non ha il potere unificante tipico delle belle analogie, collega in modo poco significativo muscoli e cervello.

Invece il cervello può essere associato ad una rete dove le connessioni tra le varie parti veicolano informazioni. Imparare cose nuove equivale a costruire nuove connessioni per mettere in comunicazione idee fino a quel momento isolate, per arrivare da più punti ad una qualche informazione memorizzata e poterla recuperare ed utilizzare.

Le patologie degenerative del cervello possono essere associate ad una qualche forma di degrado di queste connessioni, ad un qualche agente o processo che le rende inutilizzabili e alla conseguente perdita di capacità di recuperare informazioni memorizzate da qualche parte. Di fronte a questi processi degenerativi un cervello tanto utilizzato, che ha imparato tanto e che ha quindi costruito un gran numero di connessioni si mostrerà molto più resiliente, offrirà tanti percorsi alternativi, tante ridondanze possibili e dunque avrà più chance di sopravvivere come sistema nel suo complesso.

Questa si che è un'analogia!

(La morale sarebbe la seguente: impara il più possibile che nel tempo costruirai un sistema sempre più resiliente alle degenerazioni dell'invecchiamento).

lunedì 21 maggio 2018

La storia delle stelle oscure

C'era una volta il signor Isaac Newton, un filosofo della natura che nel 1687 decise di pubblicare attraverso la Royal Society di Londra quello che oggi è noto come uno dei più importanti scritti nella storia della scienza, i Principia (più esattamente "Philosophiae Naturalis Principia Mathematica"), dopo aver passato un periodo di soggiorno coatto nella tenuta di campagna di famiglia (era di buona famiglia) causato dall'esigenza di tenersi lontano dai focolai di peste che a quell'epoca imperversava a Londra. La tenuta era evidentemente piena di alberi di mele, dunque un luogo di grande ispirazione.

In questo libro Newton scrisse, tra le altre cose, due equazioni. La prima stabilisce che un corpo sottoposto ad una forza riceve un'accelerazione direttamente proporzionale ad essa ed inversamente proporzionale ad un parametro caratteristico del corpo detto massa. La seconda stabilisce che due corpi qualunque, per il solo fatto di possedere ognuno la sua massa, quella che compare nella prima equazione, si attraggono con una forza che è direttamente proporzionale al prodotto delle masse dei due corpi e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza. Queste due equazioni sono note rispettivamente come legge fondamentale della dinamica e legge di gravitazione universale.

In uno scritto successivo (1704) intitolato "Ottica", Newton avanza l'ipotesi della natura corpuscolare della luce, secondo la quale la luce sarebbe costituita da piccoli corpuscoli dotati di massa e quindi soggetti ad entrambe le equazioni citate sopra. Tra l'altro all'epoca di questa ipotesi un certo signor Ole Rømer, astronomo danese, era già riuscito ad ottenere una prima misura della velocità della luce, cioè la velocità a cui questi ipotetici corpuscoli si muovono (1676).

In breve tempo le due equazioni formulate da Newton diventano strumenti molto potenti di predizione di fenomeni dinamici, sia di natura terrestre che celeste. L'ipotesi della natura corpuscolare e massiva della luce invece rimane sostanzialmente un'ipotesi, senza nessun riscontro sperimentale.

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C'era una volta il signor John Michell, un reverendo e filosofo della natura che nel 1783, combinando le due equazioni di Newton, avanzò una strana ipotesi. Se un qualunque oggetto si trova sulla superficie di un pianeta subirà una forza di attrazione verso il centro di esso da cui deriverà un certo valore della sua accelerazione, se lasciato libero di cadere sotto l'azione della forza. Questa accelerazione non dipende dalla massa del corpo in questione ma solo dalla massa del pianeta. Anche il corpo attirerà a sua volta il pianeta ma ipotizzando il corpo di massa molto piccola questo contributo può essere trascurato.

Se si lancia l'oggetto in verticale verso l'alto con una certa velocità iniziale, l'accelerazione di verso opposto, cioè verso il centro del pianeta, tenderà ad azzerarla, quindi ad invertire il moto e a riportare l'oggetto al suolo. E' chiaro però che esisterà un valore della velocità iniziale talmente elevato che l'accelerazione applicata, via via più debole man mano che il corpo si allontana dal pianeta, non sarà più in grado di riportare il corpo al suolo. Questo valore può essere chiamato velocità di fuga.

E' anche chiaro che il valore della velocità di fuga aumenterà con l'aumentare dell'accelerazione esercitata dal pianeta sul corpo, cioè sarà tanto maggiore quanto maggiore è la massa del pianeta e quanto minore è il suo raggio. Quindi più la massa del pianeta si concentra su un raggio piccolo (alta densità) più sarà difficile per il corpo abbandonare definitivamente il pianeta.

Se a questo punto si immagina una stella al posto del pianeta e i corpuscoli luminosi al posto del corpo si arriva all'ipotesi di Michell: è possibile immaginare l'esistenza di stelle così massicce (dense) che la velocità di fuga dalla loro superficie sia superiore alla velocità della luce. E se neanche la luce può sfuggire da queste stelle allora queste devono essere stelle oscure.

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C'era una volta il signor Thomas Young, uno scienziato britannico, che a seguito di una serie di famosi esperimenti di ottica, come quello della doppia fenditura (1801), stabilì la natura ondulatoria della luce. Ovvero mise chiaramente in evidenza che la luce si propaga come un'onda. Successivamente la luce venne descritta più precisamente come un'onda di natura elettromagnetica. Era chiaro a questo punto che la luce non poteva essere costituita da corpuscoli luminosi dotati di massa e non poteva quindi sottostare a quelle forze che compaiono nelle due equazioni di Newton.

Da quel momento in poi l'affascinante ipotesi del signor Michell venne accantonata. Fine della storia delle stelle oscure (ma si sa che ci sarà una spettacolare rivincita).


lunedì 30 aprile 2018

L'inghippo del post-ideologico

Oggi mi imbatto in una dichiarazione di Luigi Di Maio, attuale leader del Movimento Cinque Stelle, che accusa sia la destra (Lega) che la sinistra (PD) di non aver colto finora le sue proposte di accordo per formare un nuovo governo, lasciando aperta solo la strada di nuove elezioni. Cioè M5S si è rivolto separatamente prima alla Lega e poi al PD per cercare di definire con loro un accordo di programma con cui governare. Ovviamente questi accordi sarebbero stati piuttosto diversi ma M5S può "vantare" un pragmatismo tale da consentirgli di trovare punti in comune tanto con la destra che con la sinistra.

Questa cosa nel messaggio viene esplicitamente sottolineata con una frase che io considero una delle peggiori sentite pronunciate da un politico negli ultimi anni: "Il nostro è un movimento post-ideologico, per noi le idee non sono nè di destra nè di sinistra, sono idee buone o cattive". Ho già espresso in un altro recente post le mie perplessità in merito a questo modo di pensare, ma qui vorrei definirle meglio, se ci riesco.

Se io non mi rifaccio ad una ideologia il mio approccio sarà necessariamente di tipo pragmatico, cioè analizzerò provvedimento per provvedimento e deciderò in merito ad ogni singola questione presa a sè stante. Ma è pensabile fare questo? Ha senso considerare ogni singolo problema senza inserirlo in un contesto di analisi dell'intera società? Non è una visione eccessivamente riduzionista della politica? Se non parto dal tentativo di avere una visione generale della società probabilmente non sono in grado neanche di definire correttamente i suoi problemi e quindi di trovare la strategia giusta per affrontarli e risolverli. Credo che una buona politica non possa rinunciare a fare questo.

Avere una visione generale della società ha un effetto sia sui problemi che individuiamo e sul loro grado di importanza, sia sulle risposte che formuliamo per risolverli e sul modo in cui risolverli. Viceversa la definizione dei problemi, delle priorità e delle possibili soluzioni definisce abbastanza chiaramente una visione generale della società, ovvero un'ideologia.

D'altra parte è possibile far scadere il dibattito politico proprio sulla base di questo pragmatismo individuando dei problemi talmente generici da accomodarcisi con qualunque ideologia, o con nessuna ideologia. In questo senso la lotta alla povertà dichiarata più volte da M5S è certamente una cosa "buona" e condivisibile, l'onestà è anch'essa cosa "buona" e condivisibile. Ma da qui mi pare si capisca bene che la categoria di buono e cattivo in politica è semplicemente una stronzata. Sono concetti assoluti che non hanno senso. Buono per chi? Cattivo per chi?

Insomma, data una certa società, a me pare veramente sciocco pensare che su di essa si possano distinguere in forma assoluta idee buone e cattive. Se così fosse la politica non avrebbe alcun senso, non esisterebbe. Piuttosto ci saranno necessariamente delle scelte precise di problemi e soluzioni che definiscono inevitabilmente più interpretazioni distinte della società, e in questo ambito si articola il dibattito politico democratico.

A chi mi fa osservare, forse con qualche ragione, che con la questione dello scontro tra destra e sinistra i partiti politici nostrani ci hanno preso per il culo per decenni, mi viene in mente di rispondere che però, pure il concetto di superamento delle ideologie mi suona come una presa per il culo. Anzi, forse peggio. Il superamento delle ideologie può essere a sua volta un'ideologia. Soprattutto perchè in questo modo gli orientamenti politici di fondo seppure di fatto ci sono e si possono riconoscere, non vengono mai esplicitamente dichiarati creando confusione nel dibattito politico e disorientamento nei cittadini che si sforzano di seguirlo. Potrebbe essere un obiettivo cercato. Una pappa indecifrabile in cui quello che alla fine inevitabilmente rimane a galla è la sola gestione del potere.