lunedì 5 febbraio 2018

La regola della cosa

La conoscenza è soprattutto un fatto sociale, almeno così secondo me andrebbe visto. Le proprie conoscenze personali sono sempre un riflesso di quelle della società in cui viviamo e della sua storia, a cui evidentemente possiamo dare o no un contributo originale significativo. Tra l'altro in molte circostanze è proprio la storia di questa conoscenza uno degli elementi che più può indurre un sentimento di appartenenza e di comunione con gli altri e che può annullare sentimenti xenofobi tra i popoli.

Sto leggendo un libro sull'algebra e sulle sue origini. Mi scorrono sotto gli occhi nomi complicati, indiani e arabi, lontani dalla cultura classica, greca e latina, con cui ho certamente maggiore familiarità. Sono nomi che oggigiorno hanno un suono sinistro, evocano terre devastate da guerre e da terrorismo, cumuli di macerie materiali e culturali. Territori nemici della nostra civiltà e del nostro progresso. Con queste brutte immagini in testa leggere di Baghdad come della più grande città del mondo, fiorente centro culturale del medioriente, ricco di scienza e di tecnologia, in gran parte ricavate dall'osmosi culturale avuta con la Grecia ellenistica, fa un grande effetto. Certo, sono cose che bene o male si sanno, ma rileggerle ogni tanto fa bene, soprattutto di questi tempi. Il travaso di conoscenze dal mondo greco ellenistico a quello indo-arabo e poi di nuovo verso la nostra civiltà medioevale e rinascimentale alimenta un benefico sentimento di comunione e di profondo rispetto che dovremmo sempre tener presente quando si parla dell'Islam.

Quando al-Khwarizmi scrive i suoi trattati sull'algebra nel nono secolo introduce per la prima volta il concetto di incognita, ovvero di una quantità che rientra nelle relazioni come non specificata, solamente indicata, per poi riuscire a determinarla attraverso passaggi ben definiti e codificati nelle relazioni scritte che formalizzano un problema. L'incognita è designata con il termine al-Shay, che significa la cosa. Un termine alternativo utilizzato è jidhr che significa radice di un albero. Come scrivono gli autori del libro che sto leggendo "il fatto stesso di aver introdotto una parola per indicare ciò che non si conosce permette di utilzzare l'ignoto come se fosse noto, operando con esso come si opera con i numeri conosciuti. [...] Tale termine, nei grammatici contemporanei di al-Khwarizmi, designa 'il più indefinito degli indefiniti', e in teologia al-Shay, attribuito a Dio, rimanda ad una esistenza sicura la cui conoscenza è tuttavia indeterminata".

Quando le opere scientifiche arabe cominceranno ad essere diffuse nel mondo occidentale, in special modo in Italia, attraverso le traduzioni in latino e in volgare, il termine al-Shay verrà tradotto con res e in volgare con cosa, tanto che nel tempo l'algebra sarà anche chiamata in italiano la regola della cosa. L'altro termine invece, jidhr, verrà tradotto con radix e in italiano radice, termine che andrà via via assumendo il significato di soluzione di un'equazione algebrica.

Il trattato di algebra più importante scritto da al-Khwarizmi fra l'813 e l'833 ha il titolo originale Kitab al-jabr wa al-muqabala ed è considerato l'atto di nascita di questa disciplina. Le parole del titolo, al-jabr e al-muqabala, descrivono due procedure di calcolo per semplificare un'equazione algebrica: al-jabr, che significa restaurare, aggiustare, riparare, consiste nell'aggiungere nei due membri dell'equazione uno stesso termine. La parola al-muqabala, che significa confrontare, consiste nel togliere uno stesso termine dai due membri dell'equazione per poterli collocare nella stessa parte. L'algebra non è altro che una serie di al-jabr e al-muqabala su un'espressione che dipende da una cosa allo scopo di determinarne il valore. I due termini il più delle volte non verranno tradotti nelle versioni latine e italiane che si diffonderanno a partire dal medioevo, in particolare il termine al-jabr si trasformerà più volte nelle varie traduzioni fino a stabilizzarsi nel termine algebra.

Tutto questo ce lo hanno insegnato i grandi scienziati dell'Islam. Un po' di rispetto per favore.

sabato 6 gennaio 2018

Commento ad una statistica

Recentemente l'ISTAT ha pubblicato una statistica che vede un aumento medio del reddito degli italiani. Questo aumento medio è però accompagnato da una maggiore sperequazione, ovvero l'aumento non è uniformemente distribuito, è invece significativo solo sullo strato sociale più benestante ("la crescita del reddito è più intensa per il quinto più ricco della popolazione"), e circa un cittadino su tre è a rischio di povertà o esclusione sociale.

Le statistiche sono uno strumento scientifico molto delicato, occorre molta attenzione sia a scriverle che a leggerle. Purtroppo oggigiorno molte statistiche, spesso di dubbia provenienza, possono essere più strumenti di propaganda che scientifici ma questa che sto citando mi sembra si possa dire attendibile, si può accettare come un risultato che arriva da un istituto molto competente. Comunque in questo momento mi interessa di più l'atteggiamento che si può avere nei suoi confronti, dando quindi per scontato che sia una fotografia attendibile della realtà sociale italiana.

Dunque che si può dire di un risultato del genere? Certamente una cosa banale, ovvero che contiene una informazione positiva e una negativa. Il reddito complessivo (medio) degli italiani aumenta, quindi complessivamente (in media) c'è più benessere e questo è positivo, la disomogeneità di questa ricchezza che lascia all'asciutto una fascia sempre più ampia della popolazione è invece un dato preoccupante. Per tutti.

Ora però potrei aggiungere altre considerazioni condivisibili non proprio da tutti.

La crescita economica è un fenomeno di cui sono solitamente responsabili le classi più agiate. Sono loro che hanno comunque la maggiore probabilità di produrre ricchezza, anche se poi sono loro le prime ad usufruirne. Proprio per questo chi è in grado di trainare la ripresa economica non va ostacolato in nessun modo, anzi, possibilmente favorito. La disomogeneità nell'accesso al benessere (a tutti i livelli, da quello nazionale a quello mondiale) è un fatto fisiologico, non solo non è eliminabile ma in un certo senso è auspicabile, almeno fino a che tale disomogeneità non rischia di diventare un problema di stabilità sociale. Quest'ultima viene generalmente assicurata dalla presenza di una larga fascia di classe media relativamente soddifatta del proprio livello di benessere. La fotografia dell'ISTAT non è da vedere come una contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati, tra chi è ricco e continua ad avere la possibilità di arricchirsi e chi è povero e rimane irrimediabilmente fuori dalla possibilità di cambiare a breve la sua situazione, ma piuttosto come la convivenza a distanza tra chi è meritevole a vario titolo di gestire le principali ricchezze del paese avendone anche la responsabilità morale di moltiplicarle, e chi viene trainato dallo sviluppo economico e in parte contribuisce ad esso per quel poco che può fare. In questo contesto il concetto di sfruttamento ha paradossalmente anche una sua almeno parziale legittimità. Io so come utilizzare le risorse e lo faccio per aumentare il benessere anche a scapito di chi comunque non saprebbe fare quello che faccio io.

Il cuore della società (nazionale o mondiale), il suo motore, è costituito da chi detiene le ricchezze e più facilmente di qualsiasi altro può contribuire alla crescita che, in media, sarà quella di tutta la società. Questo motore va protetto, protetto anche da "invasioni esterne" che iniettano "siringhe" di povera gente a cui rendere conto, che finiscono per erodere non tanto la ricchezza delle classi alte quanto ovviamente quella delle classi medie, generando pericolosa instabilità sociale, dannosa per tutti. Da un certo punto in poi il modello sociale non può che essere "noi da una parte, voi dall'altra", troppo pericoloso (o semplicemente utopico) mettere tutto assieme e tener conto delle necessità e dei diritti di tutti. Chi sta dalla parte sbagliata deve essere "tenuto a bada" o "tenuto lontano", cosa sempre più difficile se i rapporti numerici esplodono (questa è la vera preoccupazione). L'ideale sarebbe tenere questi fenomeni sociali necessari sotto controllo, magari "puntellati" attraverso un massiccio uso dei meccanismi della beneficienza e dell'elemosina, che fa sempre contento chi è dalla parte giusta, e male non fa.

Bene, mi sono sforzato di descrivere quella che secondo me è una visione di destra della società (non la mia).

Avere una visione della società è secondo me in generale una cosa buona. Soprattutto nella politica. Il compito dei politici nei confronti dei cittadini sta proprio nell'interpretare una visione della società e tradurla in provvedimenti, leggi, governo, ecc. Una visione della società io la chiamerei anche ideologia, mi pare un termine abbastanza corretto ("complesso di idee proprie di un gruppo sociale, che costituisce la base di un movimento o partito politico"). Il terreno più appropriato per un dialogo vero tra cittadini e rappresentanti politici a me sembra essere proprio quello ideologico, e questo descrivere la nostra società come post-ideologizzata, dove destra e sinistra non hanno più senso mi suona sempre di più come uno dei fattori principali dello scollamento tra elettori e classe politica. Il superamento delle ideologie, il fare le cose non di destra, non di sinistra, ma fare le cose giuste e fatte bene, i governi tecnici che prendono provvedimenti necessari, tutto questo mi sembra devastante per la politica. La politica ridotta a soluzioni tecniche dei problemi (su cui, proprio per il loro carattere tecnico, dovremmo tutti essere d'accordo), in cui l'unica vera difficoltà è l'efficienza, diventa una politica gestibile da algoritmi. Stiamo andando in questa direzione? Forse in parte è già così, vista l'influenza dei meccanismi finanziari, largamente governati da sistemi automatici, nei giochi politici di tutto l'occidente. E' il caso di sottolineare che gli algoritmi sono oggetti tecnologici per loro natura nascosti all'utente finale, ovvero al cittadino.

domenica 31 dicembre 2017

Il senso della bellezza

Sono andato a vedere la proiezione di un film un po' particolare, a metà strada tra un vero film e un documentario. Il tema generale era l'attività scientifica attuale, in particolare quella grandiosa (e forse percepibile dal pubblico generico anche come un po' pretenziosa) della fisica delle particelle svolta al centro di ricerche europeo di fisica nucleare (il famoso CERN), e la sua relazione con il concetto di bellezza, messo a confronto con quello usato nell'arte. In realtà i temi parziali elaborati nell'ora e un quarto di proiezione erano più numerosi. La narrazione si articolava in dieci sezioni, ognuna con un suo titolo e dunque con un suo tema specifico.

Le cose migliori che sono venute fuori, quelle che mi hanno colpito di più, sono le seguenti.

All'inizio viene descritto l'ambiente del CERN, le sue spettacolari realizzazioni tecniche che lo rendono unico al mondo, e i suoi obiettivi scientifici altrettanto spettacolari. Mi ha colpito il momento in cui viene sottolineato che tutta la complessa tecnologia e tutti gli artefatti giganteschi e costosissimi, concepiti e perfezionati nell'arco di decenni di lavoro, non servono per nessun obiettivo di produzione, come succede spesso per l'innovazione tecnologica, e dunque in un certo senso sono perfettamente inutili. Questo fa riflettere un po' sul concetto generale di utilità delle idee, su come questo concetto non sia sempre riducibile all'utilità pratica immediata, su che cosa è veramente utile all'umanità.

Sempre nelle fasi inziali del film vengono anche ben descritti gli scopi e gli obiettivi che hanno portato negli anni sessanta a dar vita al CERN. Un bel momento è quello in cui Fabiola Gianotti (attuale direttrice generale del CERN e responsabile del progetto ATLAS che ha portato alla prima storica osservazione del bosone di Higgs) cita il documento che dà il via al CERN. Semplice e significativo il documento definisce tre obiettivi del centro: ospitare i laboratori di ricerche nucleari, rendere noti all'umanità tutti i risultati ottenuti da queste ricerche e da tutte quelle ad esse collegate (si pensi all'invenzione del World Wide Web di Tim Berners-Lee), riunire tutti i ricercatori del mondo interessati alle ricerche svolte nel centro e creare così un ambiente internazionale. Attualmente il CERN ospita scienziati da tutto il mondo, anche da paesi ufficialmente in guerra tra loro, anche da paesi che non si riconoscono reciprocamente, in un ambiente pacifico di cooperazione internazionale per il perseguimento di conoscenze condivise da tutta l'umanità.

In una fase centrale del film si cerca di descrivere invece lo sfondo scientifico dei progetti di ricerca che si svolgono al centro. Si parla quindi con un certo tono suggestivo di fisica quantistica. La cosa più interessante che emerge è secondo me il concetto di immaginazione. Il mondo atomico e subatomico protagonista di tutte le ricerche del CERN che abbiamo imparato a descrivere molto bene (almeno fino a questo momento) con la fisica quantistica è "del tutto inimmaginabile", ovvero non può essere immaginato, almeno non nel senso di potersene fare una qualche immagine visiva. La vista, così importante nei meccanismi di immaginazione dell'uomo, risulta praticamente inutile in un mondo di cui non abbiamo mai avuto e probabilmente non avremo mai una percezione visiva. Per di più i meccanismi e gli oggetti del mondo atomico e subatomico, che abbiamo capito essere cruciali per tutto quello che sappiamo spiegare sulla natura, non sono mai rientrati in nessuna esperienza dell'uomo, in tutta la sua storia evolutiva. Quindi quali meccanismi di pensiero si possono usare per avanzare nella comprensione di questo mondo mai visto e mai percepito? E come possiamo far lavorare l'immaginazione in un ambito simile? Più esattamente in che modo usare l'immaginazione?

Tra le idee immaginate per esplorare questo mondo, certamente tra quelle più usate e feconde di risultati, c'è l'idea di simmetria che in effetti, contrariamente a quanto si può pensare, non è un concetto solo strettamente visivo. Ma la simmetria in sé e per sé non è sufficiente, o meglio, ha una sua certa aridità. Il mondo si nutre di simmetria tanto quanto della sua "rottura". La rottura di simmetria è infatti un'altra importante idea immaginata dagli scienziati che si affianca a quella della simmetria e in un certo senso è complementare ad essa. Qui però il film non riesce ad essere più preciso di tanto e il discorso infatti si indebolisce progressivamente.

Il tema della simmetria e della sua rottura è uno dei "ponti" che portano il film progressivamente ad allacciarsi al concetto di bellezza (la simmetria è una bellezza del mondo e la sua rottura rende il mondo meno sterile e più vario) e dunque all'arte, essendo l'arte concepita come la rappresentazione della bellezza. E' da questi allacci che si sviluppa una buona seconda metà del film che però secondo me comincia ben presto a diventare vago e un po' noioso.

Qua e là viene spesso ripreso il tema più specifico del CERN e in particolare il racconto del suo ultimo esperimento, che se non sbaglio risale alla primavera di quest'anno. La particolarità interessante che emerge in questo contesto è lo scopo generale di questo esperimento. Fino ad ora praticamente tutti gli esperimenti condotti al CERN avevano come obiettivo principale quello di osservare qualcosa che in larga parte era previsto dalla teoria, cioè era già stato immaginato e rappresentato. Quest'ultimo esperimento invece si muove nel buio quasi totale dell'ignoranza, non è chiaro cosa si sta cercando, non è chiaro cosa verrà fuori di interessante. Nessuno lo ha ancora immaginato con sufficiente precisione. Sembra che sia la prima volta.

La digressione artistica indebolisce tutta la seconda parte del film ma al termine viene ripreso il concetto di immaginazione. Vengono mostrate le famose pitture rupestri dell'alba dell'uomo, sono scene di caccia. L'uomo per poter catturare la sua preda la doveva prima immaginare, sognare, rappresentare nella parete di una grotta. L'ultimo esperimento del CERN alla fine non ha rivelato nessuna nuova particella, quello che è stato visto (ben poco) ha prodotto, per poter essere interpretato, ben 400 teorie differenti, tutte inutili. Per arrivare a nuovi risultati forse l'uomo dovrà prima immaginarli, sognarli o rappresentarli in qualche modo. Questo conclude il film.

domenica 24 dicembre 2017

Cineforum su Guerre Stellari episodio VIII

A parte alcuni aspetti della trama del film che mi sono sembrati subito intuitivamente poco funzionanti, l'attuale ultimo episodio di Guerre Stellari non mi aveva dato molti spunti di riflessione. Solito film molto spettacolare da cui però non ci si aspetta granché se non quello di godersi scene di improbabili combattimenti spaziali, in linea con il titolo della saga. Se non fosse stato per mio figlio avrei gettato la spugna già da un po' (come era già successo anni fa) senza troppi ripensamenti.

Questa volta però alcune circostanze hanno reso più divertente e interessante il "dibattito" sul film tanto da farmi ritornare l'esigenza di appuntarmi qualche osservazione di carattere generale (avevo già scritto qualcosa in merito in corrispondenza dell'uscita del film precedente), pur senza riportarne i particolari.

Un collega di lavoro, giovane ma molto esperto e appassionato della saga, ha bollato questo ultimo film come una schifezza, senza mezzi termini, con una intolleranza evidentemente generata proprio da questa sua passione. L'aspetto per lui inaccettabile che ha colto nel film è il seguente: la saga è un fantasy, quindi può succedere praticamente qualsiasi cosa (non devo rispettare quei criteri di plausibilità scientifica che tipicamente caratterizzano in varia misura il genere di fantascienza), però proprio per essere riconoscibile come un'unità la saga dovrebbe poggiare su elementi fissi non stravolgibili e questo è esattamente quello che è stato fatto secondo il mio collega, una mancanza di fedeltà agli aspetti caratterizzanti della narrazione che non può passare liscia perchè ha l'effetto di alienare il film da tutti gli altri della serie, senza giustificazione se non quella di produrre l'ennesimo film su un tema di sicuro successo. Dunque meglio finirla qui che andare avanti in modo squinternato senza più legami con la storia originale.

Uno dei tanti recensori online su un canale YouTube ha probabilmente colto lo stesso aspetto ma ribaltandone il senso. La ricerca dell'ortodossia nella trama della saga è secondo lui una cosa da "vecchi rincoglioniti" (parole sue). Viva le nuove generazioni che non coltivano l'assoluta fedeltà alla storia tradizionale ma accettano le novità così come arrivano e si godono il film e i suoi temi generali, che pure ci sono.

Un altro recensore di YouTube avanza un'interpretazione che per certi aspetti sembra una via di mezzo delle due appena descritte. Il film sarebbe nel complesso piuttosto deludente perchè durante il suo svolgimento sembra abbozzare un'interessante evoluzione della dicotomia tra bene e male, un tema fondamentale che caratterizza l'intera saga, suggerendone un possibile superamento che offrirebbe nuovi e originali sviluppi, ma poi nel finale in qualche modo tradisce le aspettative e torna sui suoi passi riallineandosi ai vecchi temi senza mostrare il coraggio di allontanarsene. Quest'ultimo giudizio è quello in cui mi sono ritrovato di più, anche se c'è ancora l'episodio finale da vedere, e sviluppi originali della trama sono ancora possibili.

Infine nei vari commenti ascoltati sul film un tema ricorrente è stato "quanto influisce (negativamente) la proprietà Disney sulla saga?" Io non lo so, ma di sicuro il problema delle grandi produzioni è spesso quello di appiattire le opere dell'ingegno di qualsiasi tipo in prodotti collaudati per un mercato ampio e per un guadagno sicuro, a scapito dell'originalità che, si sa, è intrinsecamente rischiosa. Questo film potrebbe esserne un esempio.

Insomma non mi aspettavo un dibattito tutto sommato stimolante da un film del genere. E mi ha fatto piacere seguirlo e discuterlo insieme a mio figlio.


giovedì 30 novembre 2017

Intuito e Scienza

Quando ho letto in un tweet che Samantha Cristoforetti era scandalizzata per quello che le era stato segnalato in una didascalia di un libro di fisica per le scuole superiori e riportava la foto di quella didascalia, inizialmente non ho capito. Ci ho dovuto riflettere un momento per realizzare che si trattava di un grossolano errore. Eppure anche dopo mi veniva da pensare che quella didascalia suonava strana, perchè era tanto errata quanto accettabile. Sicuramente se l'avessi letta distrattamente sfogliando quel libro di testo l'avrei bevuta tranquillamente. Me ne vergogno un po' ma temo proprio che sarebbe andata così.

Trascurando il fatto che molto probabilmente i tweet vengono letti così velocemente che tutte le informazioni che necessiterebbero di un minimo di riflessione per poterne veramente capire il significato vanno irrimediabilmente perse o peggio ancora fraintese, e già questo sarebbe un fatto di una certa gravità, che indurrebbe a leggere meno e meglio, quello che mi ha colpito in questo episodio è la fallacia dell'intuito nelle discipline scientifiche, almeno quello mio, ma credo che si possa generalizzare.

La frase errata era la seguente: "L'intensità della forza di gravità non è costante. Allontanadosi dalla superficie terrestre diminuisce l'intensità dell'attrazione gravitazionale: questo fenomeno è ben evidente osservando gli astronauti in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale, dove l'intensità della forza di gravità è ridotta al punto che persone e oggetti devono essere ancorati a dei sostegni per non volare nell'abitacolo". Per verificare la facilità con cui si può commettere questo errore ho posto la questione a mio figlio, la prima cavia innocente che avevo sottomano, mettendola direttamente sotto forma di domanda, del tipo: "secondo te perché gli astronauti della ISS galleggiano?" Da notare che posta così non si ha neanche l'appiglio della Cristoforetti scandalizzata, che ti costringerebbe a pensarci bene, come è successo a me. La risposta immediata è stata esattamente quella che mi aspettavo, cioè quella sbagliata. Nessun biasimo per mio figlio, ovviamente.

L'intuito in questo caso ci porta ad una soluzione semplice e diretta: sto fermo al suolo perchè esiste la gravità, se mi allontano dal pianeta diminuisce progressivamente l'intensità della gravità, se sto galleggiando ad una certa distanza dal pianeta evidentemente è perché non c'è più gravità, o non c'è più a sufficienza. Per uscire da questo ragionamento errato occorre fare ulteriori osservazioni e riflessioni, realizzare di avere a che fare con uno scenario un po' più complesso e arrivare ad una comprensione più profonda di tutta la questione. Più o meno nel modo seguente.

Osservazione 1 (fondamentale): non è possibile che a quella quota la gravità sia nulla o quasi nulla perché in tal caso la Stazione Spaziale Internazionale non starebbe stabilmente in orbita, il moto orbitale è garantito proprio dalla presenza della gravità. Samantha Cristoforetti sottolinea proprio questo, la gravità a quella quota ha un'intensità che è circa il 90% di quella a terra.
Osservazione 2: La ISS ha un moto approssimativamente circolare ad una velocità molto elevata, per gli astronauti è come stare in una giostra, sperimentano una forza opposta alla gravità che li trascina costantemente verso l'esterno, la forza centrifuga.
Riflessione 1: evidentemente le due forze di segno opposto sull'astronauta si devono bilanciare per ottenere il galleggiamento sperimentato.
Riflessione 2: senza chiamare in causa la forza centrifuga, ovvero una forza "apparente", cioè presente solo nel sistema di riferimento solidale con l'astronauta, si può interpretare il moto della ISS come quella di un oggetto in caduta libera, come fece Newton a suo tempo con un disegno memorabile passato alla storia. Un corpo in caduta libera annulla automaticamente il campo gravitazionale.
Riflessione 3: entrambe le riflessioni precendenti assumono il cosiddetto "principio di equivalenza tra massa inerziale e massa gravitazionale": il parametro chiamato massa che compare nella legge di gravitazione è esattamente lo stesso di quello che compare, con lo stesso nome, nelle equazioni della dinamica. Su questo principio peraltro si fonda la teoria della Relatività Generale.
(Interessante notare come in queste poche osservazioni e riflessioni è contenuta una parte essenziale della Meccanica Classica con un aggancio addirittura alla Relatività Generale).

Evidentemente le intuizioni sono forme di ragionamento veloce e molto efficaci in contesti relativamente semplici, e di sicuro costituiscono una capacità evolutivamente molto vantaggiosa. Ma nel ragionamento scientifico, che inevitabilmente prende in considerazione situazioni sempre più complesse (e purtroppo anche sempre più lontane dalla nostra esperienza diretta, proprio quella su cui abbiamo potuto evolvere il ragionamento intuitivo nel corso dell'evoluzione biologica) l'intuizione cede il passo ad altre facoltà più efficaci. Una di queste è certamente l'immaginazione.

martedì 31 ottobre 2017

Stereotipi sulla scuola secondaria

Quindi l'inglese è la conoscenza-chiave del nostro mondo e il latino non serve a niente. Questo è uno dei preconcetti più largamente diffusi tra le persone che hanno i propri figli al liceo. Di fronte a queste granitiche certezze è sempre bene vacillare un po', non si sa mai che oscillando si riesca a sporgere lo sguardo anche da qualche altra parte.

Ieri ho sentito un genitore di uno studente di prima liceo scientifico, frequentato anche da mio figlio, che lamentava alla preside e vicepeside, presenti ad una riunione di accoglienza dei genitori delle classi prime, la scelta, nel definire l'orario settimanale, di collocare le ore delle materie in inglese (per il cosiddetto Indirizzo Cambridge, oggi molto di moda) alla quinta e sesta ora della giornata. Ore troppo critiche e pesanti per metterle alla fine della mattinata, quando gli studenti cominciano ad essere stanchi. Un'esagerata attenzione alle materie in inglese, secondo me. La risposta è stata per un verso ovvia: stiamo parlando di orario normale e di normali materie curriculari, la pretesa di fare alla fine della mattinata solo materie "leggere" è piuttosto irragionevole. Per un altro verso la risposta è stata interessante: i docenti madrelingua del Cambridge sono talmente richiesti e questo tipo di formazione è utilizzata da talmente tanti istituti che alla fine sono loro (quelli del Cambridge) a dettare i vincoli su cui poi gli istituti costruiscono i complessi orari settimanali. Allora, dico io, meno male che hanno espressamente scelto le ultime ore della mattinata, almeno prima fanno un po' di italiano e latino.

Durante il periodo della scelta del tipo di scuola, che parte grosso modo all'inizio della terza media e finisce a febbraio con le preiscrizioni, scelta coadiuvata da una serie di cosiddetti Open Day dei vari istituti in giro per la città, in cui ogni istituto pubblicizza la propria "offerta formativa" con diffusione di vero e proprio materiale marketing, ho appreso che attualmente esistono due tipi di liceo scientifico: quello cosiddetto tradizionale e quello chiamato scientifico-tecnologico. La differenza, che poteva non apparire molto chiara osservando il materiale marketing, veniva in realtà volgarizzata ma sintetizzata molto bene dai genitori stessi, che chiamavano il primo "liceo con il latino" e il secondo "liceo senza latino". Non risultava ben chiaro quale fosse l'alternativa allo studio del latino (una non ben precisata "informatica", un'altra di quelle parole magiche che svegliano il bisogno di idee stereotipe) ma non sembrava essere così importante, la distinzione tra le due tipologie di liceo era "per differenza". Togliersi dalle scatole una materia considerata inutile a fronte di qualsiasi altra cosa, un po' come si fosse trattato dell'ora di religione cattolica. Una soluzione che non ho preso neppure in considerazione.

Tempo fa parlando con amici viene fuori una frase, il cui scopo era di mettere a confronto l'inutile studio del latino con l'utile studio della matematica, che andrebbe scolpita da qualche parte come un monito. Recitava grosso modo così: "La versione di latino non si capisce mai con sicurezza come va fatta, puoi interpretare la traduzione in modo completamente sbagliato, se vai fuori strada è un disastro, non c'è un meccanismo certo di traduzione, è tutto troppo suscettibile di interpretazione. La matematica invece ha delle regole precise, se le segui arrivi al termine dell'esercizio, non ti puoi sbagliare". Mi pare la migliore motivazione possibile per incoraggiare (e giustificare) lo studio del latino e in generale delle lingue classiche, cosiddette "morte". Ma chi sarebbe il "morto" in questi casi?

domenica 10 settembre 2017

Supercompensi

All'inizio dell'estate hanno fatto discutere un paio di notizie: una parla di "capricci" del giovane supermilionario Ronaldo, che non paga regolarmente le tasse nonostante i suoi compensi stratosferici; l'altra di un nuovo contratto spropositato di Fabio Fazio alla Rai.

Si può dire che è uno scandalo, che è immorale arricchire all'inverosimile un ragazzetto che gioca a calcio, che non è accettabile che la TV di Stato eroghi compensi fuori misura ad un presentatore televisivo. Ma il vero scandalo secondo me è altrove. E' nella "normalità" di questi compensi, nella loro "logica", che non è solo la loro ma di tutta una società. Loro sono solo gli esempi macroscopici e ben in vista. Attaccare loro come se fossero dei casi isolati e particolarissimi è veramente troppo ingenuo.

Nella nostra società non ha molta importanza quello che fai, e in generale neanche con quale talento e bravura lo fai. Quello che è veramente importante è "quanti soldi porti". Quanti soldi porti all'azienda, alla pubblicità, ai finanziatori, a chi ti consente di fare quello che fai. E' indubbio che Fabio Fazio sappia fare il proprio mestiere, ma casomai c'è da chiedersi qual è veramente il suo mestiere, come viene misurato e quanto vale. E' indubbio che Ronaldo sia un talento, ma lo è anche la campionessa italiana di pattinaggio a rotelle (esiste!), che però non potrebbe certo vivere con gli scarsi proventi di questo suo sport. La loro differenza non sta certo nella qualità di talento espresso sui rispettivi campi di gioco, quanto nella quantità di soldi che sono in grado di far girare con le loro attività. E questo tra l'atro non dipende certo direttamente da loro.

La cosa è del tutto generalizzabile. Il mio lavoro (insieme a quello di molti miei colleghi) porta soldi alla mia azienda e il mio stipendio è misurato esclusivamente su quest'ultimo parametro. Una ipotetica persona che facesse un lavoro di pari livello professionale al mio (intendo per competenze, esperienza, risorse personali impegnate) ma in uno staff di una grande azienda, in grado di portare fatturati molto maggiori, avrebbe certamente uno stipendio molto più alto. Un insegnante di scuola pubblica non fa guadagnare nessuno, impossibile sperare che venga pagato molto bene, anche se oggettivamente svolge un'attività di un'importanza strategica per la società.

Il punto non è solo essere bravi e saper fare le cose, il punto è essere dalla parte giusta della barricata, fare attività nei settori e nelle organizzazioni dove girano tanti soldi. E, beninteso, dalla parte giusta della barricata ci può stare solo una ristretta minoranza di persone, non c'è certo posto per tutti.

I supercompensi di Fazio e Ronaldo sono le "normali abnormità" del nostro sistema economico.