lunedì 14 novembre 2016

Il lato perverso della beneficenza

Le attività di beneficenza sono sempre più diffuse nella nostra società, uno dei motivi è sicuramente che si sono moltiplicati i modi facili e asettici per farlo. Difficile averne un'opinione negativa, specialmente in certe situazioni. Però è evidente che quasi sempre si può ravvedere in essa un comportamento tipico di una società che accetta le disegualianze, e in certi casi addirittura un comportamento connivente con le ingiustizie sociali.

Purtroppo molto spesso si sente pronunciare la solita frase "gli extracomunitari vengono a rubare il lavoro agli italiani". Una frase dai contenuti razzisti, il cui peggior difetto però è secondo me quello di approssimare brutalmente la realtà, e quindi di falsarla. In fisica si direbbe che è un'approssimazione talmente grande da far perdere i contenuti significativi del problema che si vuole effettivamente descrivere. Frequentemente a questa frase si risponde dicendo che "in realtà gli extacomunitari vengono in Italia a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare". Questa risposta spoglia l'argomento iniziale dai suoi contenuti razzisti, che è poi il motivo per cui fondamentalmente viene pronunciata, ma secondo me di nuovo è ancora un'approssimazione che non rappresenta così bene la realtà. Usarla come slogan per rispondere agli altrettanti slogan degli xenofobi può avere una qualche giustificazione ma non la rende più vera.

Una signora telefona alla radio sostenendo con forza che non ne può più di sentir dire che gli italiani non vogliono più fare certi lavori, trova questa affermazione anche offensiva. Racconta che questa estate lei e la figlia hanno girato invano per varie aziende agricole della loro zona nel tentativo di poter fare la raccolta della frutta. Non perchè ne avessero bisogno per campare ma perchè la madre, ricordando di averlo fatto da ragazza, voleva proporla alla figlia, per il classico gruzzoletto che a quell'età ti può rendere in parte indipendente. Il primo lavoretto, insomma. Tutte le aziende agricole rispondevano invariabilmente che non avevano bisogno, salvo poi constatare che le campagne nei dintorni erano piene di extracomunitari impegnati nella raccolta.

Perchè le aziende agricole scelgono di dare il lavoro solo agli extracomunitari? Ovvio, li pagano meno, li trattano in un modo in cui non si potrebbero permettere se fossero cittadini italiani. Le aziende agricole colpevolmente fanno margini su questo. A seguito di questa scelta colpevole gli extracomunitari non riescono a sostentarsi adeguatamente con i trattamenti economici da fame proposti e quindi attorno a loro agiscono varie organizzazioni umanitarie (onlus, boy scout, parrocchie, ecc.). Queste organizzazioni, anche se non dovessero ricevere nulla dallo Stato, ottengono finanziamenti attraverso le tante donazioni di beneficenza che arrivano in vario modo dai cittadini italiani. Purtroppo il risultato è che tali attività di beneficenza alla fine consentono alle aziende agricole di aumentare in modo significativo i loro margini di guadagno, sulle spalle degli extracomunitari, che così non riusciranno mai ad uscire da una situazione di povertà umiliante, e sulle spalle di tutta la comunità. Quest'ultima però non soffre, perchè la beneficenza è volontaria e dunque sostenibile, non intacca il benessere delle persone che la fanno. Al netto rimane l'ingiustizia sociale verso gli extracomunitari. Tutte le ingiustizie sociali rimangono immutate al passaggio delle varie azioni di beneficenza.

lunedì 31 ottobre 2016

La società vuole questo?

Mi dà sempre un certo fastidio avere a che fare con persone che tendono a parlare sempre e solo del proprio lavoro. Fortunatamente è una cosa abbastanza rara e in certi casi potrebbe anche essere falsata dalle circostanze. Qualche volta cerco anche di spiegarmela in modi che più o meno funzionano. Ad esempio sono persone che conosco e frequento solo negli ambienti di lavoro, poi magari mi ci imbatto nei vari social dove tutto sommato è legittimo circoscrivere i propri interventi solo ad argomenti di lavoro. Eppure specie per alcuni di loro mi è proprio capitato di pensare se mai riuscissero a parlare di qualcos'altro, se mai fossero capaci di passare il tempo libero (quel poco che hanno) ragionando su cose complesse ma completamente scollegate dalla loro attività produttiva, piuttosto che impiegarlo diligentemente in una qualche attività fisica (perchè si sa, lo sport fa bene, e mette a riposo il cervello, che deve servire solo nelle ore di lavoro).

Il fastidio cresce quando certe volte mi sembra di intuire che questo modo di vivere un po' aberrante è più una rappresentazione che una realtà vissuta (in un certo senso meno male). Una rappresentazione che è spesso ostentata proprio sui social o in generale su Internet. Proprio quest'ultimo aspetto mi colpisce particolarmente. Scegliere di proiettare su Internet solo la propria immagine professionale mi stranisce, io sono portato a fare esattamente l'opposto, e credo che comunque sia istintivo (almeno per me) cercare un equilibrio, come si fa nella vita di tutti i giorni. Il fatto poi che io percepisca dietro questi comportamenti un modello da rappresentare la considero una cosa ulteriormente irritante.

Il fastidio cresce ancora di più quando sono costretto ad ammettere che questa rappresentazione di specialismo estremo è utile (nel lavoro ovviamente). Mette bene in vista, consente di essere sempre ben informati, di non cadere mai dal pero, di non essere mai presi alla sprovvista. Restituisce un'immagine estremamente professionale, esattamente l'immagine che si vorrebbe da uno che lavora. E' proprio qui il punto: questa cosa è un valore. La cosa che io non posso che considerare aberrante è di fatto un valore, non solo per la società per cui lavori, ma proprio per la società tutta. Quella che io giudico una sorta di tossicodipendenza del cervello la sento anche serpeggiare nella società (in una parte della società) come una condizione rispettabile dell'individuo, prevalentemente quello di sesso maschile, perchè per quello femminile sono spesso ancora validi (e codificati) dei "diversivi" che se non ci si ostina sempre a leggerli come "intralci alla carriera" risultano invece elementi desiderabili di normalità. Tutto questo ogni tanto agita un po' le mie giornate lavorative.

Ma che vuole la società da noi? Non mi interessa l'opinione del singolo individuo, cerco proprio i messaggi che l'intera società in modo più o meno esplicito comunica ai singoli elementi che la costituiscono. Secondo me questi messaggi a ben vedere ci sono, e i modi per comunicarli sono tanti e complessi, e vanno scovati e portati alla luce in modo razionale. Quello che posso dire è che molto spesso questi messaggi proprio non mi piacciono.

domenica 23 ottobre 2016

Autodisciplina

Mio figlio faceva la prima media già da qualche mese quando ha ricevuto il suo primo smartphone, ed era impossibile procrastinare ulteriormente questo regalo. Era ormai l'unico tra i suoi coetanei a non averlo. Per un genitore questo significa principalmente aver dotato il figlio di uno strumento di reperibilità, ma secondo me questa esigenza sorgerà realisticamente solo tra qualche anno. Al momento, a meno che non lo si voglia reperibile nel tragitto tra scuola e casa o viceversa, lo smartphone non ha ancora questa funzione.

Per mio figlio lo smartphone all'inizio significava principalmente un ennesimo dispositivo elettronico con cui giocare. Nel giro di un paio d'anni, a cavallo tra elementari e medie, la sua attività di gioco e svago quotidiano si è spostata quasi integralmente su strumenti digitali. Però quasi immediatamente con il suo nuovo smartphone ha cominciato a fare la sua prima esperienza di rete sociale attraverso whatsapp. Ovviamente entrando nel gruppo della sua classe. Quasi contemporaneamente è aumentata la frequentazione di YouTube, al momento su canali legati essenzialmente ai videogiochi.

Su questo terreno sono cominciati a sorgere alcuni problemi su cui ogni tanto mi fermo a pensare. In sintesi alla fine questi problemi sono: uso eccessivo del digitale, linguaggio pesante e volgare della comunicazione, controllo del materiale fruito sulla rete. Più o meno i timori che assalgono un qualunque genitore. Qual è la strategia educativa migliore in questo caso? Creargli delle restrizioni di tempo e di manovra? Imporre degli strumenti di controllo parentale? Insomma costruirgli una disciplina dall'esterno?

Io non ci credo alla disciplina portata nella vita di una persona dall'esterno, cioè da un'altra persona. La disciplina ha veramente senso solo quando è autodisciplina. Cioè deve essere una scelta libera. Tutto nella vita di una persona deve somigliare il più possibile ad una scelta libera. Effettivamente si tratta in molti casi di avere disciplina nell'uso degli strumenti, di avere senso della misura, di capire il bello e il brutto di un mezzo di comunicazione. Ma per farlo bisogna ragionarci, e per ragionarci bisogna provarlo, e per provarlo veramente bisogna rischiare. Si deve uscire allo scoperto se si vogliono affilare gli strumenti critici. Altrimenti non si riesce mai veramente ad avere un'opinione personale in merito ad alcunché.

Il mio compito può essere solo quello di aiutarlo a ragionarci.

Nota: Anni fa mi è capitato di avere a che fare con dei militari, frequentati all'interno della loro caserma per ragioni di lavoro. La cosa che mi ha sorpreso di più del loro comportamento verso di me è stata l'incredibile indisciplinatezza, ad un livello che raramente ho riscontrato in altri ambienti. Strano per dei militari. Poi però il richiamo di un tenente colonnello ad una attività oggettivamente secondaria e la risposta pronta e appecoronata di queste persone mi ha chiarito le idee. La disciplina di un ambiente militare è in realtà l'espressione della gerarchia, la manifestazione di un potere, che ovviamente può tranquillamente esistere in varia misura in qualsiasi ambiente di lavoro che voglia essere efficiente ma che in un ambiente militare viene elevata a valore supremo. E per questo diventa ridicola. Niente di poi così strano dal momento che l'obbedienza ferrea e totalmente acritica alla gerarchia è fondamentale in regime di guerra. E niente di strano se poi quelle stesse persone al di fuori dell'ambito che gli impone anche solo formalmente certi comportamenti non manifesti la benché minima capacità di autodisciplina.

domenica 18 settembre 2016

Quale cultura manca?

Una di queste mattine alla radio sento un ragionamento tipico di questi ultimi giorni che più o meno suona così: in Italia non si mettono in sicurezza gli edifici per proteggere adeguatamente le persone dai terremoti, questo lo dobbiamo anche ad una cronica carenza di cultura scientifica nel nostro paese.

Diciamola bene, non trattare il rischio sismico in zone dove questo rischio è molto alto è una mancanza di cultura tecnologica. Benchè scienza e tecnologia siano discipline in costante comunicazione tra loro, si possono distinguere. Lo studio dei terremoti, delle loro cause, della loro prevedibilità o imprevedibilità, dei loro effetti sull'orografia, attiene alla scienza; lo studio dei rischi di sicurezza collegati agli effetti del terremoto sulle abitazioni civili e la loro mitigazione o eliminazione attiene alla tecnologia. Non è una separazione così oziosa, non serve a dire chi si occupa di cose importanti e chi no, serve a fare chiarezza sui vari ambiti di una conoscenza complessiva. Conoscere tutti gli elementi possibili di un fenomeno naturale come il terremoto aiuta a sviluppare piani tecnologici antisismici, che però coinvolgono parecchi altri saperi. La tecnologia quasi sempre fa convergere in modo necessario una serie di saperi eterogenei, questo è probabilmente il suo principale motivo di fascino e la sua intrinseca complessità.

Probabilmente siamo ormai avvezzi a chiamare sempre in causa la nostra ignoranza scientifica, lo facciamo in varie occasioni a sproposito. Forse è anche una semplificazione del linguaggio giornalistico. Magari dietro c'è il fatto che siamo convinti che la cultura tecnologica sia ormai solo quella digitale e che questa si misuri semplicemente dal numero dei dispositivi elettronici che compriamo. Banalizziamo tutto.

sabato 3 settembre 2016

Un esperimento di satira

Oggi mi è capitata l'occasione di riflettere sulla satira e sui suoi meccanismi. Ciò grazie ad un esperimento fatto in un certo senso anche su me stesso. Mi riferisco alla vignetta di Charlie Hebdo sul recente terremoto in Italia.

La vignetta (in francese) si intitola "Séisme à l'italienne" (terremoto all'italiana), e mostra tre tipi di pasta italiane con sotto le vittime del terremoto, il sugo della pasta è il sangue, le lasagne finali sono strati di morti e macerie.

Avevo già scritto (qui) sulla libertà di espressione relativamente ad altre vignette sempre della stessa testata, che avevano causato un tragico episodio di violenza. Ovviamente continuo a pensare quello che avevo scritto allora: "Non tollerare la satira (comunque venga fatta) fino a pensare di eliminare fisicamemte chi la fa è simbolico di un attacco inequivocabile alle libertà fondamentali che una società deve secondo me conservare a tutti i costi". Ma l'esercizio è stato questa volta quello di controllare razionalmente un certo sbandamento iniziale dovuto al fatto che la satira adesso colpiva me, o meglio gli italiani, di cui mi sento parte.

La prima sensazione è stata una buona dose di irritazione nel vedere una vignetta tutto sommato brutta. Tra l'altro seguita da un'altra, che avrebbe voluto spiegare meglio la prima, ancora più brutta. Sinceramente questa irritazione nel vedere a suo tempo le vignette (almeno altrettanto brutte) su Maometto non c'era stata. Quindi che la vignetta fosse brutta non c'entrava granchè. Anzi, ripensandoci, il fatto che fosse brutta forse mi risolveva un problema. Credo che proprio per questo ci ho messo anche il carico da undici mettendo in dubbio la qualità di quella satira.

Fin qui la dimensione strettamente personale dell'esperimento. Poi forse ce ne è anche una sociale. Il rilevare un po' ovunque una sequela di giudizi negativi su queste vignette ha probabilmente alimentato il mio conformismo, così come lo avrà fatto su tutti i miei concittadini.

Il risultato è che ho indubbiamente constatato che farsi troppo coinvolgere sul piano emotivo da una parte rischia di nascondere elementi importanti del messaggio satirico, analizzabili solo sul piano razionale, dall'altra però mette bene in luce la sua carica di provocazione. Nell'episodio delle vignette su Maometto il distacco emozionale aiuta a ridimensionare il problema (in fondo è solo una vignetta) e a vedere bene l'enormità delle reazioni intolleranti e censorie, ma certamente non aiuta affatto a capire la quantità di forza contenuta in quella satira (sembravano vignette abbastanza sceme e basta).

Quindi mi sono trovato esattamente all'opposto: forte emozione e fastidio perchè l'obiettivo mi coinvolgeva (era indubbiamente diretto anche a me) e qualche difficoltà a recuperare il piano razionale e ad analizzare quello che era stato scritto. La misura di questa difficoltà è data dal fatto che è stato necessario per me andare a riguardare la vignetta e ragionarci su a mente più fredda (aiutato anche da alcune considerazioni fatte e lette sui social).

E' stato anche molto interessante vedere che questo "raffreddare la mente" è un passaggio che non è detto che si riesca a fare, e per alcuni può essere giustificato (ad esempio per i parenti delle vittime, immagino) mentre per altri un po' meno (qualche giornalista, per esempio). Ovviamente ognuno deve fare i conti con le proprie sfere emozionale e razionale e alla fine, prima o poi, trovare un equilibrio.

La vignetta è tremenda ma il messaggio satirico, la critica sociale all'Italia, spietata ma purtroppo anche vera, è altrettanto chiaro e preciso. Non siamo capaci di proteggere i nostri cittadini da un terremoto che ai nostri tempi si può considerare di intensità medio-bassa, e questo non dipende da due o tre politici corrotti ma dall'intera società italiana, in varia misura, di cui anche io faccio parte. La forza di questa vignetta (e certamente anche la sua capacità di essere fastidiosa e graffiante) viene anche dal fatto di essere scritta da stranieri e probabilmente per stranieri.

Un bell'esperimento, con risultati inaspettati ma proprio per questo istruttivi e utili per il futuro.

giovedì 25 agosto 2016

Terremoti e cultura condivisa

E' un po' che mi capita di leggere e riflettere sulle conseguenze di una presunta progressiva scomparsa di una cultura condivisa. In pratica o si è specialisti di qualcosa o si è ignoranti, che poi è lo stesso; chi è estremamente specializzato in un settore particolarissimo della conoscenza è automaticamente semianalfabeta su tutto il resto. E' sempre più raro avere una buona cultura generale, forse perchè è sempre meno conveniente e sempre meno facile costruirsela. E probabilmente non è neanche un valore coltivato dalla nostra società, dove tutte le conoscenze che si acquisiscono durante la propria carriera scolastica a tutti i livelli sono sempre più giustificate da fini strettamente professionali. L'obiettivo non è quello di acquisire conoscenze ad ampio raggio per essere dei buoni cittadini ma quello di acquisire le giuste competenze per essere produttivi in una qualche professione.

Ma la cosiddetta cultura condivisa, ovvero l'insieme delle conoscenze raggiunte dalla gran parte dei cittadini, ha un'importanza cruciale per la società, più di quanto non sembri a prima vista. La concentrazione dei saperi in società sempre più complesse come le nostre è preoccupante almeno quanto la concentrazione delle ricchezze, e in una qualche misura vedo le due cose come collegate. Gli specialismi e le ignoranze, la parcellizzazione estrema delle conoscenze ha indubbiamente delle conseguenze negative a cui sto cercando di fare attenzione.

Questa mattina ad una trasmissione radiofonica sul recente terremoto in centro Italia (tra Norcia e Amatrice) un commento andava proprio in questa direzione. La tesi di chi parlava era che per mettere in sicurezza i nostri abitati vanno coinvolti (e aiutati) direttamente i privati, ovvero i proprietari, la popolazione. Ma per far questo prima ancora di erogare aiuti economici occorre soprattutto rendere il più possibile consapevole questa popolazione sia dell'entità del problema sia di come deve essere trattato. Il cittadino deve capire, perchè solo questo lo può convincere ad investire anche il proprio denaro per la propria sicurezza. Diversamente gli aiuti economici che provengono dallo Stato, e che comunque non sarebbero certo sufficienti (il problema su scala nazionale è immenso), hanno una buona probabilità di essere spesi male. A tutti i livelli della società deve essere ben comunicato e quindi ben compreso il difficile problema del rischio sismico, primo e più importante passo verso la sua (lenta) soluzione. Il problema prima di essere organizzativo è conoscitivo. Si tratta di conoscenze importanti che devono essere patrimonio di tutti, pena il fallimento di qualsiasi piano di sicurezza.

Questo mi pare un classico esempio di come il patrimonio di conoscenze condivise di una società sia di importanza decisiva per la società stessa. Altrimenti a fronte di ampie conoscenze sul rischio sismico (per pochi specialisti) ci saranno altrettanto ampie fasce della cittadinanza che non saranno in grado neanche di porsi correttamente il problema, o di analizzarlo decentemente (come purtroppo risulta dai molti commenti assurdi sui terremoti che girano allegramente sui social ad ogni triste evento di questo genere).

domenica 31 luglio 2016

La matematica di Hardy

Poco tempo fa ho visto il film L'uomo che vide l'infinito. Tratto da un libro di Robert Kanigel del 1991, il film narra della ben nota vicenda del giovane e sfortunato matematico indiano Srinivasa Ramanujan. Sarà stato anche per l'ottima interpretazione di Jeremy Irons, fatto sta che la visione di questo film mi ha indotto a rileggere il bel saggio di Godfrey H. Hardy Apologia di un matematico (1940).

Hardy nel suo libro racconta della "sua" matematica, non nel senso della matematica che ha contribuito a costruire con i suoi studi, ma nel senso di come lui concepiva questa disciplina. Lo fa con un tono complessivamente malinconico in quanto al momento in cui scrive è alla fine della sua carriera, sa che la sua produttività non potrà più essere quella di prima, e lo scrive chiaramente. E' sufficiente leggere un paio di frasi del primo capoverso del saggio per capirne il tono. La frase con cui comincia il capoverso: "Per un matematico di professione è un'esperienza melanconica mettersi a scrivere sulla matematica. La funzione del matematico è quella di fare qualcosa, di dimostrare nuovi teoremi e non di parlare di ciò che è stato fatto da altri matematici o dai lui stesso". E quella con cui lo conclude: "Non c'è disprezzo più profondo nè, tutto sommato, più giustificato di quello che gli uomini 'che fanno' provano verso gli uomini 'che spiegano'. Esposizione, critica, valutazione sono attività per cervelli mediocri". E di seguito comincia a parlare di matematica: esponendo, criticando, valutando.

Quello che ne esce fuori è una difesa (appunto un'apologia) della "sua" matematica (perchè certo si può non essere sempre d'accordo con quello che dice). Alcune sue considerazioni, sebbene in certi casi mi appaiano contraddittorie, colpiscono notevolmente. Prima di tutto la matematica è paragonata ad una attività artistica, e come tale estremamente creativa: "la vera matematica [...] si deve giustificare solo come arte". Viene accostata alla poesia e alla pittura: "Il matematico, come il pittore e il poeta, è un creatore di forme", e anche nobilitata rispetto a queste "perchè le sue forme sono fatte d'idee" e i suoi risultati sono di gran lunga più duraturi. Come per l'arte il criterio per distinguere una buona matematica è la bellezza: "La bellezza è il requisito fondamentale: al mondo non c'è un posto perenne per la matematica brutta". Anche se "E' senza dubbio molto difficile definire la bellezza matematica, ma questo è altrettanto vero per qualsiasi genere di bellezza".

Poi però parlando della realtà della matematica riflette sulla classica domanda: la matematica si inventa o si scopre? Per un'attività artistica non credo ci siano dubbi sul fatto che si tratti di una invenzione ma lui è quasi altrettanto sicuro che per la matematica non sia così: "Credo che la realtà matematica sia fuori di noi, che il nostro compito sia di scoprirla o di osservarla, e che i teoremi che noi dimostriamo, qualificandoli pomposamente come nostre 'creazioni', siano semplicemente annotazioni delle nostre osservazioni". Questa realtà della matematica è così forte che in un certo senso supera quella della fisica, cioè della conoscenza del mondo fisico: "Una sedia o una stella non sono affatto quello che sembrano essere; più ci pensiamo, più i loro contorni diventano indistinti nel groviglio di sensazioni che li circonda; ma '2' o '317' non hanno niente a che vedere con le sensazioni e le loro proprietà si rivelano tanto più chiaramente quanto più attentamente le esaminiamo. [...] 317 è un numero primo, non perchè lo pensiamo noi, o perchè la nostra mente è conformata in un modo piuttosto che in un altro, ma perchè è così, perchè la realtà matematica è fatta così".

Interessante è anche il suo argomentare sull'inutilità della matematica, almeno di quella non-banale. Il fatto che sia inutile, un prodotto del puro pensiero, un contributo al sapere senza riscontri pratici, è tanto discutibile quanto difeso con grande forza da Hardy, e presentato come elemento di nobiltà della disciplina. Ovviamente non può sostenere questa tesi tanto facilmente e buona parte del suo saggio è dedicato a costruire una distinzione (anche qui forse con qualche contraddizione) tra due matematiche: "Ci sono dunque due matematiche: la vera matematica dei veri matematici, e quella che chiamerò, in mancanza di un termine migliore, la matematica 'banale'. [...] Siamo arrivati alla conclusione che la matematica banale, nel suo complesso, è utile, e che la matematica vera, nel suo complesso, non lo è". Lui nella sua carriera si è sempre occupato di matematica inutile e questo forse lo mette pure un po' al riparo da un mondo che (soprattutto ai suoi tempi) usa i risultati della scienza in un modo non sempre nobile: "Non ho mai fatto niente di 'utile'. Nessuna mia scoperta ha aggiunto qualcosa, nè verosimilmente aggiungerà qualcosa, direttamente o indirettamente, nel bene e nel male, alle attrattive del mondo". In realtà oggi sappiamo che molta matematica dei numeri interi, che anche Hardy ha contribuito a costruire, ha applicazioni rilevanti in settori tecnologici cruciali per il mondo moderno, come per esempio l'informatica. Se i risultati della matematica sono duraturi, altrettanto non si può dire della loro inutilità, caro Hardy.

Il quadro generale è complesso (forse anche perchè contraddittorio), grandioso ed estremamente stimolante. L'opinione che Hardy ha della matematica e dell'attività del matematico è forse alla base del suo fecondo rapporto umano e di lavoro con il genio di Ramanujan, ben descritto nel film. E' vero, quando Ramanujan confessa il modo in cui arriva ad avere le sue folgoranti idee matematiche ad un Hardy curioso che su questo lo aveva stimolato più volte, e gli racconta che la fonte delle sue ispirazioni è la dea della sua famiglia, Namagiri, Hardy non lo può accettare, ateo com'è. Ma forse il mistero con cui il giovane Ramanujan arriva a "toccare la realtà della matematica" è un po' anche nelle sue corde, e certamente lo affascina.

Anche a me questa storia ha affascinato non poco, tanto che in uno slancio di entusiasmo e di affetto ho regalato il libro ad una mia amica che non conosce la matematica ma che certamente può arrivare a "toccarla", come chiunque.