Non riesco neppure ad essere serio nel dire qualcosa sulla questione della legge Cirinnà, quella che dovrebbe finalmente anche in Italia garantire alle cosiddette unioni civili almeno un po' dei diritti di cui godono i matrimoni di derivazione cattolica definiti nella costituzione. E' sufficiente guardare il titolo del post per capirlo.
Eppure il titolo nella sua cretinaggine vuole sottolineare un punto per me importante: mi sembra che in questa questione dei matrimoni e dell'idea di famiglia ci sia sotto anche qualcosa che riguarda la scienza. Capisco che torno sempre sulle stesse cose ma sono sicuro che se nella nostra società fosse un po' più presente e diffusa la cultura scientifica questa roba da ridere non sarebbe per giorni e giorni su tutti i giornali, tv, social, ecc.
La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società. Qui il termine naturale è usato dagli oppositori della legge Cirinnà per indicare la famiglia composta da un papà (maschio) e da una mamma (femmina). La cosa più buffa è che suona come un grande principio della natura, e le intenzioni che suoni proprio così mi sembrano evidenti.
Un principio però, almeno nella sua accezione di termine scientifico (ma non fa mai male circoscrivere il significato dei termini anzichè renderli indeterminati spalmandoli su più significati) è un'ipotesi sul mondo ampiamente verificata in tutti i casi che l'esperienza (sempre limitata) ha consentito fino a questo momento. Si parte dall'osservazione di una nutrita schiera di fatti che per se stessi sono naturali, e se ne deduce un'affermazione generale, che successivamente continua a dover essere riscontrata ovunque le previsioni (e nuove esperienze) ci suggeriscano. E' vero, normalmente l'affermazione generale più che dedotta è immaginata (secondo i percorsi più strani, spesso ben lontani da una pura logica deduttiva) ma la sua importanza risiede sempre nella capacità di descrivere la natura. E se non lo fa bene può sempre essere corretta.
Il principio della famiglia naturale (chiamiamolo brevemente così) cade miseramente nel confronto con la realtà, e nella sua pretesa di descrivere la natura delle cose. La natura complessa della socialità umana è ben difficile da descrivere interamente attraverso il principio della famiglia naturale. Come ipotesi scientifica fa schifo, diciamocelo.
Il punto è evidentemente che chi parla del principio della famiglia naturale parte dal principio e non dall'osservazione della natura. Non è importante guardare la natura e provare a capirla, è importante stabilire a priori che cosa è "naturale". Questo si chiama pensiero dogmatico. Ovviamente si può pure impostare la propria vita sulla base di dogmi (che vengano da dottrine religiose o da qualcos'altro) ma non chiamarli esplicitamente con il loro nome e far passare l'idea (mai troppo esplicitata anche quella) che si stia parlando di principi della natura, e per questo evidenti non solo all'uomo di fede ma anche all'uomo razionale, rivela la volontà di mascherare i dogmi in maniera subdola con qualcosa di più morbido e digeribile, e universale. E' bene smascherare questo comportamento intellettualmente scorretto.
sabato 30 gennaio 2016
martedì 26 gennaio 2016
Scoperte
Mi pare di capire che verso i dodici anni si scoprono le volgarità, almeno quelle delle parolacce, dei gestacci e dei termini scurrili. Ad un genitore fa effetto. Il cambiamento è difficilmente digeribile, anche perché spesso queste volgarità sono ostentate. Niente di nuovo, abbiamo fatto lo stesso, più o meno alla stessa età e negli stessi modi. Però da fastidio. Ho la sensazione che un genitore non può far altro che accettare questa novità, magari cercando di contrastarla ogni volta che se ne presenta l'occasione, ma senza fare troppe battaglie di principio sulla buona educazione. Credo che sia una scoperta, e che in tal senso vada sperimentata. Devono sperimentare il linguaggio volgare per imparare a controllarlo. Spero.
mercoledì 6 gennaio 2016
Probabilità e intuito
La probabilità è un concetto che sembra scaturire dal buonsenso. In molti casi sembra un fatto quasi istintivo, che renderebbe superflua sia una sua precisa definizione sia una sua valutazione quantitativa. Spesso può sembrare sufficiente affermare con ragionevolezza che una certa cosa è più probabile di un'altra. Laplace, che contribuì molto alla formalizzazione del concetto di probabilità, diceva che "La teoria della probabilità non è in fondo che il buon senso ridotto a calcolo: essa fa apprezzare con precisione ciò che gli spiriti giusti sentono per una sorta di istinto, senza che essi possano, sovente, rendersene conto".
Poi però la probabilità ha degli aspetti che possono essere piuttosto controintuitivi. Un esempio classico che mostra quanto il concetto di probabilità possa essere scivoloso quando lo si maneggia è il cosiddetto Problema di Monty Hall. Si può formulare alla maniera seguente. E' un gioco a premi che consiste in tre scatole identiche. Il premio è contenuto in una sola scatola. Il concorrente è invitato a sceglierne una. Ad esempio sceglie la numero 1. Il conduttore del gioco (che sa qual è la scatola con il premio) apre una delle due scatole rimanenti (la numero 2 o la numero 3) e mostra che è vuota. A questo punto il conduttore dà al concorrente la possibilità di cambiare la scatola scelta (la 2 se il conduttore ha aperto la 3). La domanda è: cambiare la scatola scelta a questo punto del gioco conviene oppure è indifferente?
La risposta, non ovvia, è che conviene farlo in quanto raddoppia le probabilità di vincita (che passano da 1/3 a 2/3). La soluzione si ottiene costruendo l'albero di gioco che è strettamente legato alla sua dinamica, cioè al susseguirsi degli eventi. Infatti, se si fa intervenire un secondo giocatore mostrando la situazione al punto in cui il conduttore del gioco ha aperto una delle tre scatole questo giocatore avrà la possibilità di scegliere tra le due sole scatole rimanenti e la sua probabilità di vincita sarà comunque pari a 1/2. Questo succede perchè, come dice Marilyn vos Savant (la prima a risolvere il problema di Monty Hall) il secondo concorrente non gode del vantaggio che ha invece il primo concorrente: l'aiuto del conduttore. Se il premio è dentro la seconda scatola, il conduttore ti fa vedere la terza, se è dentro la terza, ti fa vedere la seconda. Quindi se cambi scatola vinci se il premio è dentro la seconda o la terza. Vinci in un caso o nell'altro! Se invece non cambi scatola, vinci soltanto se il premio è dentro la prima scatola. Un modo escogitato dalla Savant per recuperare un po' di intuito nel problema è quello di proporne una variante con un numero spropositato di scatole. Immaginate un milione di scatole. Voi scegliete la scatola numero 1 e a questo punto il conduttore, che sa cosa c'è dentro ogni scatola e non vuole farvi vincere, apre tutte le altre tranne la numero 777.777. Non esitereste un attimo a cambiare la scatola, vero?
Il nocciolo della questione messa in luce da questo problema è che la probabilità non va mai considerata come una proprietà connessa alle cose bensì alla quantità di informazioni che abbiamo su quelle cose. Se durante l'evolversi di un sistema vengono aggiunte informazioni su di esso le probabilità possono cambiare e con loro le decisioni da prendere. Da qualche parte ho letto che "La probabilità non si riferisce al sistema in sé, bensì alla conoscenza che si ha di questo sistema. La probabilità è la gestione oculata e razionale di questa ignoranza. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio".
Un altro esempio interessante è il Paradosso di Ellsberg. Si tratta di un test fatto ad un campione di persone. Queste vengono messe di fronte a due urne identiche. La prima contiene 100 palline di cui 50 rosse e 50 bianche. La seconda contiene sempre 100 palline ma la loro distribuzione in bianche e rosse non è nota e quindi potrebbe essere qualunque. Se si estrae una pallina rossa da una delle due urne a scelta si ottiene un premio. Si deve decidere tra 3 alternative:
1. scegliere di estrarre una pallina dalla prima urna;
2. scegliere di estrarre una pallina dalla seconda urna;
3. essere indifferenti alla scelta tra le due urne.
La maggior parte delle persone sottoposte al gioco sceglie l'alternativa 1. Il bello è che le stesse persone, sottoposte subito dopo allo stesso gioco in cui si ha esattamente la stessa cosa ma il premio viene dato se si estrae una pallina bianca, scelgono anche questa volta l'alternativa 1. La risposta corretta in termini di probabilità sarebbe in entrambi i casi la 3.
In questo test il punto messo in luce è che a livello psicologico si ha la sensazione di avere una maggiore informazione sulla prima urna. Di fatto è così, ma questa informazione non è rilevante ai fini della probabilità di estrarre una pallina rossa o bianca, o meglio non sbilancia la probabilità a favore dell'una o dell'altra, rendendo da questo punto di vista le due urne esattamente identiche. La sensazione psicologica è talmente forte che il partecipante fa un doppio errore, cioè sceglie di nuovo la prima urna quando si scambia la pallina rossa con la bianca. Questa cosa dovrebbe proprio suggerire che in realtà il problema è simmetrico e che quindi la scelta delle urne è indifferente, ma il partecipante non se ne accorge.
In entrambi questi esempi il concetto di probabilità non appare così intuitivo come sembrerebbe e va analizzato con attenzione se si vuole giungere alla corretta soluzione.
Poi però la probabilità ha degli aspetti che possono essere piuttosto controintuitivi. Un esempio classico che mostra quanto il concetto di probabilità possa essere scivoloso quando lo si maneggia è il cosiddetto Problema di Monty Hall. Si può formulare alla maniera seguente. E' un gioco a premi che consiste in tre scatole identiche. Il premio è contenuto in una sola scatola. Il concorrente è invitato a sceglierne una. Ad esempio sceglie la numero 1. Il conduttore del gioco (che sa qual è la scatola con il premio) apre una delle due scatole rimanenti (la numero 2 o la numero 3) e mostra che è vuota. A questo punto il conduttore dà al concorrente la possibilità di cambiare la scatola scelta (la 2 se il conduttore ha aperto la 3). La domanda è: cambiare la scatola scelta a questo punto del gioco conviene oppure è indifferente?
La risposta, non ovvia, è che conviene farlo in quanto raddoppia le probabilità di vincita (che passano da 1/3 a 2/3). La soluzione si ottiene costruendo l'albero di gioco che è strettamente legato alla sua dinamica, cioè al susseguirsi degli eventi. Infatti, se si fa intervenire un secondo giocatore mostrando la situazione al punto in cui il conduttore del gioco ha aperto una delle tre scatole questo giocatore avrà la possibilità di scegliere tra le due sole scatole rimanenti e la sua probabilità di vincita sarà comunque pari a 1/2. Questo succede perchè, come dice Marilyn vos Savant (la prima a risolvere il problema di Monty Hall) il secondo concorrente non gode del vantaggio che ha invece il primo concorrente: l'aiuto del conduttore. Se il premio è dentro la seconda scatola, il conduttore ti fa vedere la terza, se è dentro la terza, ti fa vedere la seconda. Quindi se cambi scatola vinci se il premio è dentro la seconda o la terza. Vinci in un caso o nell'altro! Se invece non cambi scatola, vinci soltanto se il premio è dentro la prima scatola. Un modo escogitato dalla Savant per recuperare un po' di intuito nel problema è quello di proporne una variante con un numero spropositato di scatole. Immaginate un milione di scatole. Voi scegliete la scatola numero 1 e a questo punto il conduttore, che sa cosa c'è dentro ogni scatola e non vuole farvi vincere, apre tutte le altre tranne la numero 777.777. Non esitereste un attimo a cambiare la scatola, vero?
Il nocciolo della questione messa in luce da questo problema è che la probabilità non va mai considerata come una proprietà connessa alle cose bensì alla quantità di informazioni che abbiamo su quelle cose. Se durante l'evolversi di un sistema vengono aggiunte informazioni su di esso le probabilità possono cambiare e con loro le decisioni da prendere. Da qualche parte ho letto che "La probabilità non si riferisce al sistema in sé, bensì alla conoscenza che si ha di questo sistema. La probabilità è la gestione oculata e razionale di questa ignoranza. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio".
Un altro esempio interessante è il Paradosso di Ellsberg. Si tratta di un test fatto ad un campione di persone. Queste vengono messe di fronte a due urne identiche. La prima contiene 100 palline di cui 50 rosse e 50 bianche. La seconda contiene sempre 100 palline ma la loro distribuzione in bianche e rosse non è nota e quindi potrebbe essere qualunque. Se si estrae una pallina rossa da una delle due urne a scelta si ottiene un premio. Si deve decidere tra 3 alternative:
1. scegliere di estrarre una pallina dalla prima urna;
2. scegliere di estrarre una pallina dalla seconda urna;
3. essere indifferenti alla scelta tra le due urne.
La maggior parte delle persone sottoposte al gioco sceglie l'alternativa 1. Il bello è che le stesse persone, sottoposte subito dopo allo stesso gioco in cui si ha esattamente la stessa cosa ma il premio viene dato se si estrae una pallina bianca, scelgono anche questa volta l'alternativa 1. La risposta corretta in termini di probabilità sarebbe in entrambi i casi la 3.
In questo test il punto messo in luce è che a livello psicologico si ha la sensazione di avere una maggiore informazione sulla prima urna. Di fatto è così, ma questa informazione non è rilevante ai fini della probabilità di estrarre una pallina rossa o bianca, o meglio non sbilancia la probabilità a favore dell'una o dell'altra, rendendo da questo punto di vista le due urne esattamente identiche. La sensazione psicologica è talmente forte che il partecipante fa un doppio errore, cioè sceglie di nuovo la prima urna quando si scambia la pallina rossa con la bianca. Questa cosa dovrebbe proprio suggerire che in realtà il problema è simmetrico e che quindi la scelta delle urne è indifferente, ma il partecipante non se ne accorge.
In entrambi questi esempi il concetto di probabilità non appare così intuitivo come sembrerebbe e va analizzato con attenzione se si vuole giungere alla corretta soluzione.
giovedì 31 dicembre 2015
Fantozzi
I quarant'anni di Fantozzi (1975-2015) non mi hanno lasciato indifferente in quanto quarant'anni fa il suo romanzo fu per me un'esperienza particolare. All'epoca giravano i classici della letteratura per ragazzi: Salgari, Verne, London, Stevenson, ecc. Ottima letteratura per ragazzi (che oggi non si pratica quasi più), certamente migliore di quella di Fantozzi. Però la lettura di quel libro (forse proprio per contrasto con quello che avevo letto fino ad allora) fu particolarmente divertente e in definitiva indimenticabile.
Le disavventure surreali del rag. Ugo Fantozzi erano in sé molto semplici, anche tutte molto brevi e ben poco articolate (quindi adatte alla lettura di un bambino), ma era il modo in cui venivano raccontate a colpirmi. Era proprio il linguaggio usato ad avere su di me gli effetti più spiazzanti e quindi comici. Lo dimostra il fatto che in poco tempo avevo assorbito certe espressioni e le usavo continuamente. Il merito dei film (che uscirono in quel periodo e che furono la vera fortuna del personaggio, ma che io vidi in tv solo qualche anno più tardi) fu anche il fatto di cercare di conservare questa peculiarità dei romanzi, utilizzando a volte una voce narrante fuori campo.
L'anniversario lo festeggio in extremis con questo post raccontando una curiosità che a me colpì abbastanza quando la scoprii non molto tempo fa rileggendo qua e là qualche episodio dei romanzi (è una trilogia) in una edizione acquistata di recente per nostalgia.
L'episodio "fantozziano" per eccellenza, quello che credo si citi più spesso quando si parla di Fantozzi (il film), è quello de "La Corazzata Potemkin". Si tratta di un racconto contenuto nel secondo libro ("Il secondo tragico libro di Fantozzi") che non ha certo l'ampiezza e l'importanza che poi ha assunto nel film. La cosa più singolare è che il senso dell'episodio raccontato nel libro è completamente scomparso nel film. Nel film gli impiegati vengono come al solito vessati dal megapresidente che impone ferocemente le sue fissazioni, in questo caso il "cinema d'autore". Ma nel libro questo contesto non c'è, anzi non esiste proprio l'idea del tragico ambiente "impiegatizio".
Nell'episodio del libro Fantozzi è semplicemente uno che lavora in una cittadina di media grandezza, ma con dimensioni provinciali, con questa sinistra caratteristica: non si scopa mai! Poiché le serate passavano sempre in bianco e scopavano sempre "gli altri" Fantozzi alla fine crolla sulla grande valvola di sicurezza di tutti i paraintellettuali: le serate d'impegno. Si è così trasformato in un intellettuale di sinistra e ha cominciato a frequentare una cineteca.
Un intellettuale di sinistra (siamo negli anni settanta) ha ovviamente la barba, quindi anche Fantozzi. E tutti i sabati sera entra puntuale alle 21 in cineteca insieme a tutte le altre "barbe". Una "barba" domandava alla maschera con una punta di speranza (le barbe sperano sempre in "Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno" o "Mazzabubù ... quante corna stanno quaggiù" con Ciccio e Franco): "Scusi, che danno stasera?". E la maschera implacabile e con voce sarcastica: "La corazzata Potemkin, del grande maestro Sergej M. Ejzenstejn". Qui le barbe hanno un piccolo sbandamento, ma entrano con sguardo duro e risoluto.
Ovviamente la serata non si esaurisce con la visione del film ma con la tragedia del dibattito. Comincia la parte più stimolante ed esaltante della serata: il dibattito! Si alza un tipo di santone con barba e baffi da superintellettuale, sguardo illuminato da una luce interiore, ma in realtà illuminato dalla follia e dalla voglia frustrante di una serata normale a vedere Buzzanca con una bella ragazza appoggiata alla spalla. Qui compaiono quelle frasi storiche sulla Corazzata Potemkin: "... l'occhio della madre ... la carrozzella che scende la scalinata ...". E poi altre espressioni altrettanto famose (usate più o meno anche nel film): "[...] rassegna di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco!", "Era stato programmato L'infanzia di Ivan: nove tempi!".
Il finale è tutto costruito attorno alla famosissima battuta di Fantozzi utilizzata con grande efficacia anche nel film. Si fa nella sala un grande silenzio, assoluto, magico. Da fondosala Fantozzi alzò il pollice della mano destra e disse timidamente: "Scusi, posso dire una cosa io?", "Prego caro ... finalmente uno nuovo ... venghi" (i santoni cadono sui verbi!). Fantozzi attraversò in un clima di grande suspense la sala, arrivò al microfono, si schiarì la voce e disse: "Per me La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!". Novantadue minuti di applausi! Era un applauso liberatorio con urla di gioia. Uscirono allora tutti come liberati da un incubo e raggiunsero la "maggioranza silenziosa" e alcuni del "blocco d'ordine" che, mangiando cioccolato e gelati, si gustavano l'ultimo film della Antonelli! Fantozzi poi era felice perchè il sabato dopo avrebbe visto il festival di San Remo.
Il Fantozzi che ci è rimasto dopo quarant'anni (anche in seguito all'abuso che ne è stato fatto nei film successivi) mi appare un po' spogliato di alcuni elementi che contribuivano a farne un personaggio di critica della società piccolo borghese dell'epoca. Questo lo ha trasfigurato in un personaggio comico più semplice e per questo più universale.
Le disavventure surreali del rag. Ugo Fantozzi erano in sé molto semplici, anche tutte molto brevi e ben poco articolate (quindi adatte alla lettura di un bambino), ma era il modo in cui venivano raccontate a colpirmi. Era proprio il linguaggio usato ad avere su di me gli effetti più spiazzanti e quindi comici. Lo dimostra il fatto che in poco tempo avevo assorbito certe espressioni e le usavo continuamente. Il merito dei film (che uscirono in quel periodo e che furono la vera fortuna del personaggio, ma che io vidi in tv solo qualche anno più tardi) fu anche il fatto di cercare di conservare questa peculiarità dei romanzi, utilizzando a volte una voce narrante fuori campo.
L'anniversario lo festeggio in extremis con questo post raccontando una curiosità che a me colpì abbastanza quando la scoprii non molto tempo fa rileggendo qua e là qualche episodio dei romanzi (è una trilogia) in una edizione acquistata di recente per nostalgia.
L'episodio "fantozziano" per eccellenza, quello che credo si citi più spesso quando si parla di Fantozzi (il film), è quello de "La Corazzata Potemkin". Si tratta di un racconto contenuto nel secondo libro ("Il secondo tragico libro di Fantozzi") che non ha certo l'ampiezza e l'importanza che poi ha assunto nel film. La cosa più singolare è che il senso dell'episodio raccontato nel libro è completamente scomparso nel film. Nel film gli impiegati vengono come al solito vessati dal megapresidente che impone ferocemente le sue fissazioni, in questo caso il "cinema d'autore". Ma nel libro questo contesto non c'è, anzi non esiste proprio l'idea del tragico ambiente "impiegatizio".
Nell'episodio del libro Fantozzi è semplicemente uno che lavora in una cittadina di media grandezza, ma con dimensioni provinciali, con questa sinistra caratteristica: non si scopa mai! Poiché le serate passavano sempre in bianco e scopavano sempre "gli altri" Fantozzi alla fine crolla sulla grande valvola di sicurezza di tutti i paraintellettuali: le serate d'impegno. Si è così trasformato in un intellettuale di sinistra e ha cominciato a frequentare una cineteca.
Un intellettuale di sinistra (siamo negli anni settanta) ha ovviamente la barba, quindi anche Fantozzi. E tutti i sabati sera entra puntuale alle 21 in cineteca insieme a tutte le altre "barbe". Una "barba" domandava alla maschera con una punta di speranza (le barbe sperano sempre in "Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno" o "Mazzabubù ... quante corna stanno quaggiù" con Ciccio e Franco): "Scusi, che danno stasera?". E la maschera implacabile e con voce sarcastica: "La corazzata Potemkin, del grande maestro Sergej M. Ejzenstejn". Qui le barbe hanno un piccolo sbandamento, ma entrano con sguardo duro e risoluto.
Ovviamente la serata non si esaurisce con la visione del film ma con la tragedia del dibattito. Comincia la parte più stimolante ed esaltante della serata: il dibattito! Si alza un tipo di santone con barba e baffi da superintellettuale, sguardo illuminato da una luce interiore, ma in realtà illuminato dalla follia e dalla voglia frustrante di una serata normale a vedere Buzzanca con una bella ragazza appoggiata alla spalla. Qui compaiono quelle frasi storiche sulla Corazzata Potemkin: "... l'occhio della madre ... la carrozzella che scende la scalinata ...". E poi altre espressioni altrettanto famose (usate più o meno anche nel film): "[...] rassegna di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco!", "Era stato programmato L'infanzia di Ivan: nove tempi!".
Il finale è tutto costruito attorno alla famosissima battuta di Fantozzi utilizzata con grande efficacia anche nel film. Si fa nella sala un grande silenzio, assoluto, magico. Da fondosala Fantozzi alzò il pollice della mano destra e disse timidamente: "Scusi, posso dire una cosa io?", "Prego caro ... finalmente uno nuovo ... venghi" (i santoni cadono sui verbi!). Fantozzi attraversò in un clima di grande suspense la sala, arrivò al microfono, si schiarì la voce e disse: "Per me La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!". Novantadue minuti di applausi! Era un applauso liberatorio con urla di gioia. Uscirono allora tutti come liberati da un incubo e raggiunsero la "maggioranza silenziosa" e alcuni del "blocco d'ordine" che, mangiando cioccolato e gelati, si gustavano l'ultimo film della Antonelli! Fantozzi poi era felice perchè il sabato dopo avrebbe visto il festival di San Remo.
Il Fantozzi che ci è rimasto dopo quarant'anni (anche in seguito all'abuso che ne è stato fatto nei film successivi) mi appare un po' spogliato di alcuni elementi che contribuivano a farne un personaggio di critica della società piccolo borghese dell'epoca. Questo lo ha trasfigurato in un personaggio comico più semplice e per questo più universale.
domenica 27 dicembre 2015
Guerre Stellari
Ancora me lo ricordo il primo film della saga di Guerre Stellari, visto all'epoca in una sala di seconda visione (quando ancora esistevano). Arrivammo anche in ritardo, purtroppo era già iniziato e c'era un pienone decisamente inusuale per quel cinema di periferia. Il resto della saga per me è passato molto più in sordina, gli ultimi tre film in particolare, usciti molti anni dopo, non hanno lasciato traccia e a tutt'oggi non sono sicuro di averli visti tutti interamente. D'altra parte tra la prima e la seconda serie di film è uscita la parodia di Mel Brooks ("Balle Spaziali"), veramente notevole, che ha in buona parte contribuito a cancellare il loro fascino.
Però per l'uscita dell'episodio VII, a distanza di più di trent'anni dalla saga originale, ho voluto fare un ripasso, stimolato anche dall'idea di rivedere i film in compagnia di mio figlio, che ha oggi la mia età di allora. Abbiamo rivisto i primi tre film, quelli che in seguito sono stati rinominati episodi IV, V e VI, di cui quest'ultimo episodio ne è la logica continuazione.
Del film che ho appena visto (l'episodio VII) forse non c'è molto da dire, se non cose piuttosto ovvie. Effetti speciali del livello a cui siamo ormai molto ben abituati da una produzione massiccia di film di genere che ne fanno grande uso. Continuità con i temi dei film precedenti. In particolare un uso piuttosto intelligente di questa continuità: i personaggi, gli oggetti e le situazioni di tanti anni prima sono presentati con un'aura di mito che aggiunge un certo fascino alle situazioni del film (soprattutto per gli spettatori "vecchietti" di allora).
Il ripasso invece forse mi ha colpito un po' di più. I film mi sono sembrati piuttosto "bruttini", e mi hanno annoiato abbastanza, seppure li ho riguardati con una certa curiosità dal momento che a parte il primo e alcune scene qua e là, non me li ricordavo granchè. In alcuni momenti sono proprio inguardabili: dialoghi, situazioni, personaggi, trama. Tutto mi sembra irrimediabilmente banale (solo due esempi: le macchiette odiose tra i due droidi, i dialoghi scemi tra Han Solo e la Principessa Leila). Aggiungerei che mi infastidisce (questo anche all'epoca) l'equivoco del film di fantascienza. Guerre Stellari è un film di "cappa e spada", con principesse e imperatori, guerrieri e spadaccini, dove la presenza di qualche drago non avrebbe sfigurato affatto. L'ambientazione nello spazio (peraltro totalmente finto) e l'uso di astronavi non è certo sufficiente a classificarlo come film di fantascienza. Insomma senza farla troppo lunga mi risulta proprio difficile trovare in questi film le qualità che ne hanno fatto un mito per tanti della mia generazione. Molto più facile trovarci gli innumerevoli spunti per farli diventare una parodia, come effettivamente è stato fatto.
Non avendo molto altro da osservare devo dedurre che certe caratteristiche del film sono proprio quelle che ne hanno determinato l'enorme successo. E questa è forse la cosa più interessante. Probabilmente questa saga è un esempio di arte popolare di grande efficacia, diventato per questo un fenomeno di massa. I suoi ingredienti, elaborati poco, con poca profondità e spessore, sono ben individuabili. Temi semplici e diretti come la lotta tra il bene e il male, il carattere di saga "familiare", all'interno della quale il bene e il male si confrontano. L'ambientazione "spaziale" estremamente affascinante per l'epoca anche se realizzata con mezzi tecnici in parte inadeguati (per stessa ammissione di George Lucas). Lo sfondo mistico-religioso di una non ben definita "forza" che pervade tutta la galassia.
Ma soprattutto la presenza nei film di alcune invenzioni che hanno avuto la capacità di colpire in modo duraturo l'immaginario del pubblico. Semplici ma evidentemente di grande forza. Queste invenzioni sono diventate i simboli della saga, gli elementi da commercializzare e ciò che è rimasto nella fantasia di tutti fino ad oggi. Sono la vera cifra della saga, le sue impronte digitali, e non a caso mi sembra siano state più o meno tutte riprese nel nuovo episodio. Ci si può divertire ad individuarle. L'esempio per eccellenza è la famosissima spada laser, che in un certo senso sintetizza tutta l'assurdità e il fascino di Guerre Stellari.
Nota: rimane il fatto che per me il vero capolavoro di Guerre Stellari sono le "trombe" di John Williams.
Nota 2 (questa seconda nota è stata aggiunta successivamente alla pubblicazione del post): sempre con mio figlio abbiamo completato la visione dell'intera saga; probabilmente non avevo mai visto per intero tutti i film, o lo avevo fatto a pezzi e bocconi attraverso i vari passaggi televisivi, sta di fatto che solo ora realizzo che la saga originale è la storia di Anakin Skywalker, dai primi momenti della sua infanzia, alla sua tragica morte. Non solo mi appare chiaro che si tratta del personaggio principale attorno a cui ruota tutta l'intricata vicenda ma è anche la figura in cui il bene e il male convivono drammaticamente fino alla fine. Probabilmente il motivo per cui questa cosa (non da poco!) mi era sfuggita è che per me Guerre Stellari è rimasto da sempre quel primo film che ho visto (unico) al cinema. Un film autosufficiente (a parte qualche dettaglio che lo innesta in una saga più ampia ma che si può anche trascurare) in cui invece il bene e il male stanno più o meno ognuno per affari suoi.
Però per l'uscita dell'episodio VII, a distanza di più di trent'anni dalla saga originale, ho voluto fare un ripasso, stimolato anche dall'idea di rivedere i film in compagnia di mio figlio, che ha oggi la mia età di allora. Abbiamo rivisto i primi tre film, quelli che in seguito sono stati rinominati episodi IV, V e VI, di cui quest'ultimo episodio ne è la logica continuazione.
Del film che ho appena visto (l'episodio VII) forse non c'è molto da dire, se non cose piuttosto ovvie. Effetti speciali del livello a cui siamo ormai molto ben abituati da una produzione massiccia di film di genere che ne fanno grande uso. Continuità con i temi dei film precedenti. In particolare un uso piuttosto intelligente di questa continuità: i personaggi, gli oggetti e le situazioni di tanti anni prima sono presentati con un'aura di mito che aggiunge un certo fascino alle situazioni del film (soprattutto per gli spettatori "vecchietti" di allora).
Il ripasso invece forse mi ha colpito un po' di più. I film mi sono sembrati piuttosto "bruttini", e mi hanno annoiato abbastanza, seppure li ho riguardati con una certa curiosità dal momento che a parte il primo e alcune scene qua e là, non me li ricordavo granchè. In alcuni momenti sono proprio inguardabili: dialoghi, situazioni, personaggi, trama. Tutto mi sembra irrimediabilmente banale (solo due esempi: le macchiette odiose tra i due droidi, i dialoghi scemi tra Han Solo e la Principessa Leila). Aggiungerei che mi infastidisce (questo anche all'epoca) l'equivoco del film di fantascienza. Guerre Stellari è un film di "cappa e spada", con principesse e imperatori, guerrieri e spadaccini, dove la presenza di qualche drago non avrebbe sfigurato affatto. L'ambientazione nello spazio (peraltro totalmente finto) e l'uso di astronavi non è certo sufficiente a classificarlo come film di fantascienza. Insomma senza farla troppo lunga mi risulta proprio difficile trovare in questi film le qualità che ne hanno fatto un mito per tanti della mia generazione. Molto più facile trovarci gli innumerevoli spunti per farli diventare una parodia, come effettivamente è stato fatto.
Non avendo molto altro da osservare devo dedurre che certe caratteristiche del film sono proprio quelle che ne hanno determinato l'enorme successo. E questa è forse la cosa più interessante. Probabilmente questa saga è un esempio di arte popolare di grande efficacia, diventato per questo un fenomeno di massa. I suoi ingredienti, elaborati poco, con poca profondità e spessore, sono ben individuabili. Temi semplici e diretti come la lotta tra il bene e il male, il carattere di saga "familiare", all'interno della quale il bene e il male si confrontano. L'ambientazione "spaziale" estremamente affascinante per l'epoca anche se realizzata con mezzi tecnici in parte inadeguati (per stessa ammissione di George Lucas). Lo sfondo mistico-religioso di una non ben definita "forza" che pervade tutta la galassia.
Ma soprattutto la presenza nei film di alcune invenzioni che hanno avuto la capacità di colpire in modo duraturo l'immaginario del pubblico. Semplici ma evidentemente di grande forza. Queste invenzioni sono diventate i simboli della saga, gli elementi da commercializzare e ciò che è rimasto nella fantasia di tutti fino ad oggi. Sono la vera cifra della saga, le sue impronte digitali, e non a caso mi sembra siano state più o meno tutte riprese nel nuovo episodio. Ci si può divertire ad individuarle. L'esempio per eccellenza è la famosissima spada laser, che in un certo senso sintetizza tutta l'assurdità e il fascino di Guerre Stellari.
Nota: rimane il fatto che per me il vero capolavoro di Guerre Stellari sono le "trombe" di John Williams.
Nota 2 (questa seconda nota è stata aggiunta successivamente alla pubblicazione del post): sempre con mio figlio abbiamo completato la visione dell'intera saga; probabilmente non avevo mai visto per intero tutti i film, o lo avevo fatto a pezzi e bocconi attraverso i vari passaggi televisivi, sta di fatto che solo ora realizzo che la saga originale è la storia di Anakin Skywalker, dai primi momenti della sua infanzia, alla sua tragica morte. Non solo mi appare chiaro che si tratta del personaggio principale attorno a cui ruota tutta l'intricata vicenda ma è anche la figura in cui il bene e il male convivono drammaticamente fino alla fine. Probabilmente il motivo per cui questa cosa (non da poco!) mi era sfuggita è che per me Guerre Stellari è rimasto da sempre quel primo film che ho visto (unico) al cinema. Un film autosufficiente (a parte qualche dettaglio che lo innesta in una saga più ampia ma che si può anche trascurare) in cui invece il bene e il male stanno più o meno ognuno per affari suoi.
lunedì 30 novembre 2015
Cura dell'ambiente digitale
"Plinn ...". Un messaggio su un gruppo di whatsapp. Uno di quei gruppi creati per veicolare informazioni di servizio tra persone accomunate da una stessa circostanza ma che in buona parte non si conoscono o si conoscono poco. Apro e leggo una delle solite frasi che ti avvisano che certi cattivi (ormai solitamente degli extracomunitari) usano una tecnologia subdola per fregare la gente. Questa volta però si tratta di una cazzata talmente palese che mi chiedo come facciano le persone a rilanciare certe zozzerie. Mitiga un po' questa mia stizza il ricevere dopo un po' (dopo vari ringraziamenti, sorrisini e pollici alzati di altri "astuti" contatti del gruppo) una ragionevole risposta che recita più o meno così: "tranquilli, ho fatto un po' di ricerche in rete e sembra essere una bufala".
Ho già scritto in un altro post che internet e' una tecnologia che si accompagna ad una nuova forma di inquinamento e questo episodio, sebbene di piccolissime conseguenze, mi sembra che lo confermi molto chiaramente. La rete è prevalentemente uno spazio pubblico e in questo senso andrebbe trattato nel rispetto di tutte le persone che lo frequentano. Non si gettano cartacce in mezzo alla strada o in una piazza, così come non si dovrebbero mandare cazzate in giro per la rete senza averci pensato bene prima. Se non si ha tempo per pensarci meglio lasciar perdere. È proprio una questione di cura dell'ambiente, un fatto ecologico.
Ho già scritto in un altro post che internet e' una tecnologia che si accompagna ad una nuova forma di inquinamento e questo episodio, sebbene di piccolissime conseguenze, mi sembra che lo confermi molto chiaramente. La rete è prevalentemente uno spazio pubblico e in questo senso andrebbe trattato nel rispetto di tutte le persone che lo frequentano. Non si gettano cartacce in mezzo alla strada o in una piazza, così come non si dovrebbero mandare cazzate in giro per la rete senza averci pensato bene prima. Se non si ha tempo per pensarci meglio lasciar perdere. È proprio una questione di cura dell'ambiente, un fatto ecologico.
venerdì 13 novembre 2015
Confondono le idee?
Non è la prima volta che mi capita di sentire che la frequentazione di persone omosessuali o semplicemente l'osservazione dei loro comportamenti "confonderebbe le idee" ai bambini. Questo implica che i bambini dovrebbero farsi le stesse idee sul mondo che presumibilmente si sono fatte i loro genitori.
Capisco. Un genitore non vuole solo trasferire i suoi geni ai figli ma anche le sue conoscenze, le sue convinzioni, la sua morale, in poche parole la sua visione del mondo. Mi sembra giusto.
Però sappiamo bene che è importante poter cambiare questa visione, è di fatto il nostro più grande punto di forza. Quindi quando un genitore trasferisce una propria conoscenza o convinzione dovrebbe sempre contemporaneamente poter dare ai propri figli la possibilità di metterla in discussione, confrontandola con la realtà.
Dire che il bambino non è preparato ed è troppo piccolo per elaborare l'informazione che gli si vuole nascondere è troppo spesso un'ipocrisia, come credo si possa dire in questo caso. Un genitore che nasconde una parte della realtà al figlio con la scusa che è troppo piccolo per poter capire poi finirà per evitare sempre l'argomento, finché sarà possibile.
E poi nascondere esplicitamente una realtà al figlio non significa quasi mai omettergli una cosa (che in molti casi potrebbe anche essere una buona strada, o almeno la più facile in quel momento) bensì comunicargli una cosa. La censura esplicita è a tutti gli effetti un insegnamento di per sè. E non credo sia mai un buon insegnamento.
Capisco. Un genitore non vuole solo trasferire i suoi geni ai figli ma anche le sue conoscenze, le sue convinzioni, la sua morale, in poche parole la sua visione del mondo. Mi sembra giusto.
Però sappiamo bene che è importante poter cambiare questa visione, è di fatto il nostro più grande punto di forza. Quindi quando un genitore trasferisce una propria conoscenza o convinzione dovrebbe sempre contemporaneamente poter dare ai propri figli la possibilità di metterla in discussione, confrontandola con la realtà.
Dire che il bambino non è preparato ed è troppo piccolo per elaborare l'informazione che gli si vuole nascondere è troppo spesso un'ipocrisia, come credo si possa dire in questo caso. Un genitore che nasconde una parte della realtà al figlio con la scusa che è troppo piccolo per poter capire poi finirà per evitare sempre l'argomento, finché sarà possibile.
E poi nascondere esplicitamente una realtà al figlio non significa quasi mai omettergli una cosa (che in molti casi potrebbe anche essere una buona strada, o almeno la più facile in quel momento) bensì comunicargli una cosa. La censura esplicita è a tutti gli effetti un insegnamento di per sè. E non credo sia mai un buon insegnamento.
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