sabato 7 novembre 2015

Due volte stupido

"Quanto viene il lavoro?"
"Sono 1200 euro ... ma facciamo la fattura? No, perchè così arriviamo quasi a 1500. Che facciamo?"
"No, guardi, mi faccia la fattura, altrimenti la dovrei pagare in contanti ... giusto?"
"Eh beh ..."
"Allora preferisco farle un bonifico, per me è più facile, mi faccia la fattura"
"Certo che è un peccato, magari le fatturo solo 200 euro ..."
"No, guardi, vale lo stesso discorso, preferisco il bonifico che faccio prima"
"Vabbè, io lo dicevo per lei ....".

Lo dicevi per me? LO DICEVI PER ME?!?!

Ieri mattina alla radio un giornalista faceva un discorso molto semplice. Immaginiamo un lavoratore dipendente, che paga obbligatoriamente tutte le sue tasse allo Stato. Supponiamo che si senta uno stupido nel farlo, e per questo motivo preferisca far fare i lavori in nero, almeno si risparmia l'iva e per quel che può lo Stato per quelle volte riesce a fregarlo.

Consideriamo adesso il professionista che esegue il lavoro in nero, e che fa questo regolarmente. Costui riesce ad evadere interamente le sue tasse, intasca tutti i suoi soldi e non contribuisce a finanziare nessun servizio pubblico. Ma molto probabilmente quei servizi pubblici che non finanzia saranno disponibili (per quel poco che valgono) molto più per lui che per il lavoratore che invece le tasse le paga.

Riuscirà a piazzarsi prima nelle graduatorie per l'assegnazione dei posti all'asilo nido. Riuscirà a non pagare o pagare di meno le mense scolastiche. Riuscirà a sfruttare di più il servizio sanitario nazionale, riceverà cure, analisi, farmaci. Riuscirà più facilmente a farsi assegnare una casa popolare se ne avesse bisogno. Quel poco che un servizio pubblico, scarso anche per colpa sua, può offrire al cittadino, lo offrirà di più a lui. Quando un giorno andrà in pensione, risultando nullatenente, e senza aver mai sostenuto il sistema pensionistico, riceverà una pensione sociale finanziata da chi paga le tasse, dunque dal lavoratore dipendente e con buona probabilità anche da suo figlio.

In conclusione quel lavoratore che paga le tasse e che preferisce pagare i lavori in nero è due volte stupido, perchè paga le tasse e perchè permette a chi gli fa dei lavori di non pagarle, dicendo pure che gli sta facendo un piacere. Il primo "stupido" fa rabbia, perchè è un'inciviltà definire stupido un cittadino che paga le tasse. Il secondo "stupido" è giusto, ma suggella definitivamente questa inciviltà.

domenica 1 novembre 2015

Un punto di vista, non tutta la realtà

Mi ha sempre colpito leggere in contesti scientifici frasi del tipo: "in natura non è possibile che possa succedere questo, o quest'altro". Frasi del genere sono ragionevolissime e in genere anche del tutto giustificate. Il senso è sempre che un certo fatto in natura è impossibile che si verifichi in relazione a quanto ne sappiamo del suo funzionamento fino a questo momento. La precisazione può sembrare del tutto inutile, si tratta però di ribadire che una cosa è la natura e una cosa è l'immagine che ce ne siamo fatti.

E' vero che molte volte il grado di conoscenza raggiunto è talmente consolidato che sembra superfluo distinguere ciò che conosciamo da ciò che è. Qualche anno fa venne fuori la notizia che ci fosse un'evidenza sperimentale di neutrini superluminali. La gran parte della comunità scientifica reagì con un certo scetticismo e, sebbene la prova sperimentale è sempre l'ultima parola, era anche vero che una cosa del genere metteva praticamente in crisi tutto l'edificio della Relatività. Piuttosto improbabile, visto il secolo di successi sperimentali di questa teoria. Non che la meccanica di Newton non abbia subito lo stesso destino ma in quel caso il quadro sperimentale che la metteva in crisi era certamente più complesso, non una semplice misura in aperta contraddizione con la teoria.

Sta di fatto che nell'episodio specifico il gruppo di ricerca ha in seguito evidenziato degli errori nelle misure e la bolla si è sgonfiata. Certo, episodi del genere fanno sempre pensare un po' a questioni di epistemologia. Chi indaga la natura (sia in modo sperimentale che teorico) cosa si aspetta di trovare? Cosa non si aspetta? Cosa è pronto ad accettare immediatamente e cosa no? Quanto influisce questo atteggiamento "parziale" sull'avanzamento delle conoscenze? In relazione a questo ho sempre pensato un paio di cose abbastanza ovvie: prima di tutto che il procedere delle conscenze non è così lineare come magari tende ad essere raccontato a posteriori, e poi che spesso questo procedere è determinato da mille fatti contingenti di natura completamente diversa. Materiale interessante per gli storici.

L'ultima volta che ho letto una frase che tende a confondere la realtà con come la conosciamo è stato qualche giorno fa e riguardava il principio di conservazione dell'energia. Stranamente la frase nel momento in cui l'ho letta mi è suonata tanto più dissonante in quanto si riferiva ad una asserzione ad oggi veramente indiscutibile (o a cui sarebbe veramente difficile rinunciare), che è appunto la conservazione dell'energia: "L'ambizione di questo enunciato è enorme: esso si propone come una legge universale ed eterna, valida in ogni luogo, in ogni tempo, sempre e dovunque. Come una vera legge, questo principio ci dice cosa non deve e non potrà mai succedere". In relazione a quello che stava raccontando la frase era particolarmente efficacie ma a me è subito tornata in mente una bella frase di Stephen J. Gould, che tempo fa mi ero appuntato e che casca proprio a proposito: "L'impossibile generalmente è un frutto delle nostre teorie e non una realtà della natura". Credo che l'atteggiamento che sta dietro a quest'affermazione possa sempre risultare fecondo per uno scienziato.

lunedì 26 ottobre 2015

Astrazione e generalizzazione

Normalmente si indica il rigore del ragionamento logico come l'aspetto più caratterizzante della matematica. È anche l'elemento che solitamente la fa classificare da chi non la conosce come una disciplina meccanica e quindi piuttosto arida.

Effettivamente il ferreo concatenamento logico che porta da certe premesse a certi risultati, tipico delle dimostrazioni dei teoremi, ha l'aspetto di qualcosa di inevitabile, dunque di meccanico. Tanto è vero che le costruzioni assiomatiche di certi periodi relativamente recenti della storia della matematica possono portare ad accostarla metaforicamente ad una scatola di costruzioni, dove si parte da una serie di mattoni non modificabili e da una serie di regole con cui combinarli assieme. Da questo gioco di combinazioni meccaniche vengono fuori tutte le verità matematiche, intese come tutte le asserzioni sintatticamente corrette del linguaggio, dunque accettabili in quanto dedotte dal materiale di partenza. Sarebbe solo un problema di pazienza, essendo tutte le asserzioni possibili in qualche modo già contenute negli assiomi e nelle regole di inferenza (come dire che i tipi e la quantità di mattoncini a disposizione determinano già in modo completo tutto quello che posso costruire, che in un certo senso è vero). Definito un sistema assiomatico un computer potrebbe derivarne facilmente tutte le verità (affermazioni corrette) contenute in esso (teoremi di Goedel a parte ...).

Però la cosa che veramente colpisce della matematica, per chi la studia un po', non credo che sia questo, almeno per me non è stato questo. Certo, il fascino di alcuni procedimenti dimostrativi, soprattutto di quelli studiati durante gli anni universitari, me li ricordo molto bene. La necessità di introdurre definizioni molto precise (anche se apparentemente pedanti) è un altro ricordo molto chiaro, tra l'altro lo sforzo di comprendere al meglio tali definizioni ha certamente migliorato di molto la mia comprensione della disciplina, penso soprattutto all'analisi matematica.

Ciononostante è il grado di astrattezza e il conseguente carattere di grande generalità delle affermazioni che mi ha sempre impressionato di più. Questa sua caratteristica rende la matematica estremamente "portabile" (per utilizzare un'espressione in uso nella tecnologia del software) e dunque estremamente potente. La conseguenza è che gli oggetti che definisce e le affermazioni che ci fa sopra possono tornare utili per le applicazioni più disparate, spesso in campi enormemente distanti tra loro (almeno apparentemente). In questo senso la matematica gioca anche un ruolo in qualche modo "unificante", getta ponti tra discipline che sembrano non avere nulla a che fare tra loro. Un grande merito, indubbiamente.

La prima volta che ebbi l'occasione di riflettere su questo è stato durante i corsi di matematica dei miei primi anni di studio universitario. Ricordo che la generalità delle affermazioni era un obiettivo costantemente perseguito nella disciplina, anche quando questo non sembrava a prima vista così necessario o così utile, almeno ai fini pratici. Un esempio (non l'unico) fu quello delle equazioni differenziali (ma varrebbero le stesse considerazioni per le equazioni algebriche, anche se di questo me ne sono reso conto molto tempo dopo). Come è noto si tratta di equazioni in cui l'incognita da determinare non è una variabile ma una funzione. Il punto è che tali equazioni sono tipicamente molto difficili da affrontare e le soluzioni in forma analitica sono calcolabili solo in un sottoinsieme molto ridotto di tutti i casi possibili.

Ma il calcolo delle soluzioni è l'obiettivo principale che ci si pone? O meglio, è l'unica cosa veramente interessante su cui ragionare? Per un matematico non è affatto detto che sia così. Si possono studiare proprietà di questi oggetti che non hanno a che fare con la costruzione diretta delle loro soluzioni ma che portano comunque a risultati molto interessanti, e soprattutto molto generali. Ad esempio ci si potrebbe chiedere se le soluzioni effettivamente ci sono oppure no, in quali casi e sotto quali condizioni. E non è affatto detto che per rispondere a questa domanda si debbano esibire delle soluzioni esplicite. Anzi, potrebbe essere del tutto inutile. Spesso la costruzione esplicita di una soluzione presuppone (vista la grande difficoltà dell'argomento) la necessità di mettersi in un caso particolare. Ma l'obiettivo più importante del lavoro rimane il risultato generale.

Nella teoria delle equazioni differenziali ordinarie viene impostato un problema detto di Cauchy. Ricordo come fosse ieri le lezioni (più di una) impiegate dal professore di analisi per definire, illustrare e dimostrare il risultato più importante intorno a questo problema: "dato un problema di Cauchy la sua soluzione esiste sempre ed è unica". La generalità stava nel fatto che per come era impostato non si trattava affatto di un singolo problema (non avrebbe avuto dignità sufficiente) ma di una classe di problemi, ovviamente in numero infinito. L'ulteriore fascino stava nel fatto che questa dimostrazione non era costruttiva, cioè non dimostrava l'esistenza delle soluzioni costruendole, anzi, non diceva proprio nulla sulla loro costruzione.

Per noi studenti di fisica il problema di Cauchy rappresentava la formalizzazione della famosa equazione di Newton F=ma, che esprime l'altrettanto famosa seconda legge della dinamica. Il significato di questo risultato era che dato un corpo di una certa massa sottoposto a forze, la conoscenza della sua posizione e della sua velocità in un certo istante ne determina univocamente la sua traiettoria passata e futura. Non male, valeva lo sforzo delle lezioni fatte.

Effettivamente il problema appena descritto non è poi così "portabile" e a pensarci bene neanche è stato proprio il primo esempio che mi ha fatto riflettere in modo così preciso su certe caratteristiche della matematica (probabilmente prima di esso c'è stato lo studio dell'algebra degli spazi vettoriali). Però è l'approccio allo studio di quel problema e la generalità del risultato a cui porta che mi è rimasto particolarmente impresso. Penso che sia prorio questo, la grande capacità di astrazione e di generalizzazione nell'approccio ai problemi, il punto di forza (e di grande fascino) della matematica, e che sia principalmente questo che la rende ormai indispensabile o anche semplicemente utile in quasi tutti i campi del sapere costruiti dall'uomo.

domenica 13 settembre 2015

Scattone e il suo diritto

Che poi uno dice: "ma tu lo manderesti tuo figlio a scuola con Scattone come professore?". Secondo me la risposta più corretta sarebbe: "io non dovrei neanche saperlo che mio figlio ha (uno come) Scattone come professore". Per essere più chiari Scattone dovrebbe avere la possibilità di esercitare la sua professione senza portarsi appresso tutta la sua "fama", cioè in realtà il fardello del reato per cui è stato condannato e del quale ha regolarmente scontato la pena. Questa "fama" non è altro che un pesante giudizio morale di cui a occhio e croce non si libererà più, almeno non fino a che certi giornali continueranno a prendersi la briga di "seguirlo" nella sua vita normale. Questo è un comportamento da stato etico, è inutile girarci intorno.

Lo Stato dovrebbe sottrarre il colpevole alle sue vittime (e al loro comprensibile istinto vendicativo) per sottoporlo ad un processo in cui possa avere tutte le possibilità di difendersi.

Lo Stato dovrebbe formulare in tempi relativamente brevi una sentenza di giudizio ed una eventuale pena corrispondente (appellabile).

Lo Stato dovrebbe garantire al condannato una detenzione in condizioni di rispetto dei diritti fondamentali della persona.

Lo Stato dovrebbe garantire al colpevole di un reato che ha scontato la sua pena il diritto di poter rientrare a pieno titolo nella società.

L'ultimo "dovrebbe" non è affatto secondario visto che in fondo rappresenta proprio il punto di arrivo dei primi tre. Per Scattone al momento questo punto di arrivo l'abbiamo mancato.

Nota: Scattone è stato condannato nel 2003 per l'omicidio colposo di Marta Russo avvenuto nel 1997 e attualmente ha scontato la sua pena; la Cassazione ha cancellato l'interdizione all'insegnamento e ha accordato la riabilitazione penale, con revoca dell'interdizione dai pubblici uffici e restituzione dei diritti civili e politici (fonte Wikipedia). Quest'anno Scattone ha ottenuto una cattedra in una scuola romana e la notizia riportata dai giornali ha sollevato subito una discussione sulla "opportunità" di questa assegnazione. In seguito al clamore e alle proteste Scattone ha rinunciato all'incarico.

sabato 5 settembre 2015

Nativi digitali

Credo di aver capito un po' meglio il senso dell'espressione "nativo digitale" o se vogliamo la sua importanza. Fino a questo momento penso di averla un po' fraintesa. Si usa ormai molto frequentemente come appellativo per le nuove generazioni, ovvero per tutti quegli individui che sono nati dopo l'ondata della diffusione dei computer domestici, avvenuta soprattutto nella seconda metà degli anni novanta, parallelamente alla diffusione del web, o addirittura dopo l'ondata degli smartphones. Sono nativi digitali tutti coloro che hanno avuto a che fare con i potenti dispositivi tecnologici di calcolo attuali fin dalla nascita. Che non hanno visto trasformarsi le loro vite dall'avvento dei computers e di internet perchè quando questo succedeva loro ancora non c'erano. Che non hanno dovuto fare i conti con dispositivi mai visti prima, perchè per loro non c'è stato un prima. Non hanno potuto essere nè entusiasti sostenitori della rivoluzione digitale nascente nè infastiditi spettatori succubi. Ci sono semplicemente nati dentro.

Questa espressione però è spesso associata alle abilità istintive che hanno  le nuove generazioni nell'utilizzo dei nuovi dispositivi, alla loro capacità di muoversi bene nelle nuove tecnologie, di trovarsi a loro agio con esse, di saperle gestire bene, in modo quasi innato, naturale. Di capirle. Ma tutto questo in parte è ovvio, banale, e in parte è semplicemente falso.

Posso anche capire il padre sorpreso e commosso nel vedere il proprio figlio di due anni che "sfoglia" tranquillamente le foto del touch screen del tablet, ma si tratta di un'azione che fa pure una scimmia, siamo noi che la interpretiamo come un'azione evoluta in quanto la associamo ad uno strumento evoluto (ma uno strumento tecnologicamente avanzato, proprio perché è tale, può essere utilizzato da chiunque). Ovviamente quello stesso innocente bambino fa esattamente la stessa cosa sullo schermo del televisore o su qualunque superficie che mostri un'immagine.

Posso capire quel misto di ammirazione e timore che i genitori provano per i propri figli adolescenti vedendoli whatsappare freneticamente come loro non sapranno mai fare, vuoi perchè non sanno muoversi velocemente su una tastiera di uno smartphone, vuoi perchè non sanno proprio che scrivere. Ma a parte il mero utilizzo del dispositivo l'ignoranza di fronte alla tecnologia è esattamente la stessa. La differenza è che per un genitore questo può essere motivo di timore in quanto rappresenta un'ulteriore perdita di controllo nei confronti dei figli e di quello che fanno, mentre per questi ultimi è semplicemente una figata.

Insomma se il termine nativo digitale si riferisce (come spesso mi sembra che faccia) semplicemente alle migliori attitudini che hanno le nuove generazioni ad essere utilizzatori finali della tecnologia la cosa mi appare del tutto ovvia e poco interessante. Certamente questo termine non si riferisce al grado di consapevolezza della tecnologia in uso, e non vedo come potrebbe. Le nuove generazioni da sempre non capiscono la tecnologia preesistente, la danno per scontata. Mio padre e mio zio hanno costruito un televisore, io ho sempre e solo fatto zapping. Quando un nativo digitale è infastidito perchè scopre che dove si trova "non c'è campo" non ha la più pallida idea di cosa stia dicendo. I nostri ragazzi utilizzano quotidianamente e per i più svariati motivi sistemi di calcolo programmabili eppure la stragrande maggioranza di loro non solo non scriverà mai una sola riga di codice (come invece è capitato di fare a noi, e ben prima che per alcuni di noi certe attività "ludiche" diventassero parte della professione) ma probabilmente non avrà mai molto chiaro neanche il concetto di calcolatore programmabile (quest'ultima però la definirei una lacuna culturale piuttosto grave, soprattutto nel nostro mondo).

Ma allora il termine nativo digitale può avere un significato non solo banale? Può avere senso utilizzarlo in modo interessante? Forse si. La vera grande novità culturale dei nostri tempi, ovviamente legata in modo stretto alla rivoluzione digitale, è l'accesso all'informazione. Questo aspetto da solo determina secondo me una società profondamente diversa che i nativi digitali ereditano dalla generazione precedente. E non tutte le conseguenze di questo sono immediatamente positive e ben gestibili. Le nuove generazioni, probabilmente molto più di noi oggi, avranno a che fare con l'enorme quantità di informazione sempre crescente che nessun cervello umano potrà mai pensare di processare e su cui sarà sempre più difficile potersi orientare. Una nuova forma di inquinamento, nata da una nuova grande rivoluzione tecnologica. I nativi digitali saranno le prime generazioni ad avere seriamente a che fare con le grandi potenzialità e i grandi rischi della nuova società digitale, che li obbligherà senz'altro a definire nuovi strumenti, nuove tecniche di elaborazione e di analisi, nuove linee di ricerca, nuove modalità di approccio praticamente in tutte le discipline. Nuove idee. I nativi digitali di oggi sono forse la prima generazione di una società molto diversa.

La rivoluzione è appena cominciata.


lunedì 31 agosto 2015

Reducetariano

Ho sempre considerato quello del vegetariano un atteggiamento di tipo fondamentalista. Per questo non mi è mai piaciuto molto. Certamente un comportamento così radicale è più facilmente comunicabile, può diffondersi come una moda, riesce a fare tendenza, ma non mi pare poi che in tutti questi anni si sia effettivamente diffuso così tanto. Anzi, ultimamente leggevo che alcune statistiche fatte in merito a questa abitudine alimentare riportano che una buona percentuale dei vegetariani smette di esserlo, almeno rigorosamente, durante la sua vita. Ed effettivamente anche per esperienza personale mi è capitato di conoscere vegetariani che non lo sono più o che hanno reinterpretato in maniera più morbida questo comportamento.

Inoltre le motivazioni del vegetariano sono spesso quelle etiche riconducibili al principio del diritto degli animali a non essere sfruttati dall'uomo, e quindi prima di tutto a non essere mangiati. Questo concetto lo trovo veramente molto controverso, credo che possa portare ad ulteriori e più gravi forme di fondamentalismo irrazionali e pericolose (vedi le crociate contro qualunque forma di sperimentazione animale), e alla fine lo trovo anche abbastanza ipocrita. Quali forme di vita hanno diritto ad esercitarla indisturbati, e quali no? E come facciamo i conti con il fatto che alla fine la vita si ciba della vita?

Tuttavia esistono delle ragioni serie per ridurre drasticamente il consumo di carne su scala mondiale. Sicuramente delle ragioni di salute, non tanto per gli individui in crescita quanto per le persone adulte. L'eccesso di consumo di carne porta con maggiore probabilità ad una serie di patologie che abbassano il livello di salute media della popolazione in età avanzata.

Un'altra ragione importante (forse la più importante) è l'iperproduzione di carne a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni. Iperproduzione di bovini, iperproduzione di foraggi per la loro nutrizione, coltivazioni e allevamenti sempre più intensivi. Un problema di inquinamento di dimensioni preoccupanti. Inoltre, non ultimo, anche il trattamento degli animali negli allevamenti intensivi è un fatto incivile e intollerabile. Insomma l'eccessivo cosumo di carne nelle società sviluppate si sta traducendo in uno squilibrio ambientale, uno dei tanti purtroppo.

Per un problema su scala mondiale va cercata una soluzione che possa diffondersi altrettanto su scala mondiale. E non credo che questo possa essere lo stile alimentare vegetariano. Per due motivi. Anzitutto è troppo drastico e senza mezze misure per avere un'ampia diffusione nella società. E poi perchè non è proprio necessario. Anzi, a me pare abbia anche aspetti negativi, esistono ottimi prodotti alimentari (molti italiani) basati sulla carne, prodotti di qualità che andrebbero difesi e valorizzati sul resto della produzione di massa. La riduzione del consumo di carne dovrebbe essere una riduzione selettiva, non totale.

Il termine che dà il titolo a questo post l'ho letto da qualche parte su Internet. Il suo senso è più o meno quello che ho appena scritto. La sua probabilità di diffusione su scala globale è forse maggiore della dieta vegetariana o addirittura vegana. Il suo obiettivo è importante. Mi piacerebbe essere reducetariano nel mio stile alimentare.

sabato 22 agosto 2015

Uffa, 'ste famiglie.

Non c'è niente da fare, la famiglia come nucleo sociale rischia sempre di sviluppare delle patologie. Non sto parlando di quelle gravi, che portano al divorzio o a conseguenze ben peggiori, perché direi una cosa purtroppo ovvia. Non so neanche se quello a cui sto pensando sia definibile come una patologia o forse come una fisiologia con potenziali effetti negativi.

Sto pensando a una sorta di cristallizzazione dei rapporti, un po' tra tutti gli elementi della famiglia. Probabilmente è il tempo e il vissuto che porta a questo. E forse anche la vecchiaia dei suoi componenti, sempre meno capaci di rinnovarsi o semplicemente di provare a cambiare qualcosa.

Il risultato è una specie di "rito" nei rapporti interpersonali, probabilmente dovuto ad etichettature che ciascuno costruisce all'interno della famiglia, pregiudizi cronici ma essenziali per il generale "equilibrio" famigliare. Ognuno ha un suo ruolo, ognuno pretende in un certo senso un ruolo dagli altri (positivo o negativo, non ha molta importanza, è questo il bello), quello che consente di renderlo riconoscibile.

Questo determina l'assistere a delle vere e proprie pantomime, il ritorno sempre alle stesse cose fatte allo stesso modo, sempre agli stessi litigi, con le stesse parole, con le stesse modalità, con lo stesso modo di risolverli. Anche agli stessi modi di cercare il divertimento e la tranquillità. Ripeto, probabilmente è più un aspetto fisiologico che patologico, ma è certo che sulle questioni irrisolte può diventare veramente problematico, i rapporti difficili e le incomprensioni possono avvitarsi all'infinito.