Mia nipote, che frequenta la prima media, ha appena studiato Cristoforo Colombo e la sua "scoperta" dell'America. Partendo dalla convinzione che la terra ha forma sferica Colombo si fa finanziare un lungo viaggio che dovrebbe portarlo alle Indie navigando nella direzione opposta a quella fino ad allora praticata. E sbarca in un nuovo continente. Non ne posso parlare con lei ma mi viene in mente il solito dubbio in merito a questa vicenda: ma è stato Cristoforo Colombo ad introdurre il concetto di sfericità della terra? Non mi quadra. Le mie conoscenze di storia mi suggeriscono che probabilmente Colombo "reintroduce" un concetto in qualche modo già noto, ma mi rendo conto che le circostanze non mi sono affatto chiare.
A distanza di una settimana mi capita di ascoltare una lezione di storia della scienza, tenuta dal prof. Lucio Russo (disponibile in rete), che tra le altre cose affronta guarda caso proprio questa questione, dandone un'interessantissima spiegazione.
La sfericità della terra è una conoscenza del mondo antico, in particolare sviluppata in dettaglio nel periodo ellenistico. Eratostene ne riesce a misurare persino il raggio, e quindi il meridiano, con una precisione impressionante per l'epoca. Archimede nel suo trattato sui galleggianti fornisce addirittura una "dimostrazione" della sfericità della terra utilizzando il suo famoso principio unitamente al concetto di peso come forza che attira tutti i corpi verso un centro (il centro della terra). Tolomeo considera acquisita questa conoscenza e la usa sia nel suo testo più importante, l'Almagesto, sia nell'opera La Geografia, dove vengono introdotte per la prima volta le coordinate sferiche, latitudine e longitudine, per descrivere le posizioni sulla terra.
Ma che succede dopo? In particolare nel medioevo? Lucio Russo osserva che questa idea non scompare ma in un certo senso si "fossilizza". Ovvero si perde la profondità delle conoscenze acquisite nei secoli precedenti e sopravvive solamente una nozione acritica, di fatto inutilizzata. Mentre Dante Alighieri nella sua Divina Commedia parla tranquillamente di terra sferica la cartografia della sua epoca non fa uso di questa nozione, e si limita ad una rappresentazione "piatta" del mondo, senza nessun riferimento alla sua possibilità di essere circumnavigato. A ben vedere anche l'uso che Dante fa di questa nozione di sfericità è del tutto fuori dalla realtà: sopra il mondo degli uomini centrato in Gerusalemme, sotto un emisfero inaccessibile, interamente coperto dalle acque, al centro del quale si erge il monte del purgatorio. Insomma Dante usa la sfericità della terra come una nozione "esterna" alla sua vera cultura. E molto probabilmente questo è l'uso che ne fa la civiltà sua contemporanea. Si deve dire che la terra è sferica perchè questa nozione è presente in tutti i testi antichi, ma la conoscenza che c'è intorno a questo fatto è andata perduta, e la nozione di fatto non viene utilizzata.
E come succede che Colombo recupera la "concretezza" di questa conoscenza? Anche qui Russo suggerisce una spiegazione semplice e interessante: nel 1475, appena 17 anni prima l'impresa organizzata da Colombo, esce in Italia la prima edizione a stampa de La Geografia di Tolomeo. Il recupero di una antica disciplina cartografica (conoscenze tecniche, metodi di misura, metodi di calcolo, ecc.) e le sempre più pressanti esigenze commerciali dell'epoca hanno fatto la differenza.
Come si può dimenticare una conoscenza? O meglio, come si può fossilizzare una cosa così importante nel corpus di conoscenze di una civilità? L'analogia che fa Russo per far capire che questo fatto non è poi così strano è al tempo stesso inquietante e istruttiva: provate a chiedere a una qualunque persona che passa per la strada se è il sole a girare intorno alla terra o la terra a girare intorno al sole. Risponderà certamente la seconda, senza nemmeno pensarci troppo. Provate ora a chiedergli perchè lo sa. Tutto quello che osserva gli indica che è il sole a girare intorno alla terra ma lui "sa" che deve dire esattamente il contrario ....
La questione della fossilizzazione e rivitalizzazione delle conoscenze non si applica solo a periodi storici remoti, ma è un fatto che riguarda probabilmente qualunque civiltà.
domenica 21 novembre 2010
domenica 14 novembre 2010
Il Web è morto?
Prima o poi te la fai la domanda del perchè l'iPhone si è diffuso così tanto e in tempi così brevi. Una prima risposta, immediata, è che si tratta di un bell'oggetto, decisamente appetibile per un consumatore di tecnologia. Poi c'è l'innovazione tecnologica in senso stretto, anche quello è sicuramente un fattore di successo importante. Da questo punto di vista l'introduzione di un touch-screen così avanzato al momento della sua uscita sul mercato (tuttora probabilmente ineguagliato) m'è sempre sembrato l'elemento più significativo.
Ma ultimamente la lettura di un doppio articolo di Chris Anderson e Michael Wolff, che ha avuto una certa risonanza sul Web, mi ha portato un'ulteriore e significativa ragione del successo di questo smartphone. Questa starebbe nel cambiamento di paradigma nell'uso della rete Internet.
Internet è nata per collegare istituti di ricerca, università o ambienti militari. Comunque per veicolare informazioni inizialmente in ambienti molto ristretti e specialistici. La prima importante applicazione su Internet è stata probabilmente la posta elettronica e a me è capitato di vederla usare regolarmente in ambienti di ricerca scientifica quando la sua diffusione capillare in ambienti domestici era ancora lontana (almeno in Italia). Poi è arrivato il Web, e in poco tempo le cose sono cominciate a cambiare. Il Web è stato il veicolo principale dell'uso commerciale della rete Internet e quindi anche la spinta decisiva al suo enorme sviluppo.
La visione della rete attraverso il Web è quella di uno spazio logico in cui si può "navigare" in maniera sostanzialmente libera attraverso un unico programma (il browser), avendo come orientamento un unico importante servizio: il motore di ricerca. Questa visione negli anni si è imposta come un vero e proprio paradigma, fino a far coincidere l'idea di Internet con quella del Web. Credo che tuttora molte persone non abbiano chiarissima la differenza, e soprattutto non sono interessati ad averla. Sta di fatto che la più grande azienda presente su Internet è proprio una di quelle che gestisce la ricerca di informazioni sul Web (Google).
Ma pare che qualcosa stia cambiando, e il principale veicolo di questo cambiamento sembra essere proprio quel genere di dispositivo di cui l'iPhone è al momento la massima espressione.
L'iPhone è stato introdotto sul mercato con una quantità considerevole di piccoli applicativi a lui dedicati, in parte gratuiti e in parte a pagamento, che in breve tempo sono diventati un giro di affari enorme (la cosa si è replicata su un dispositivo per certi versi analogo, l'iPad). Molti di questi applicativi sfruttano "risorse locali", ma molti altri sfruttano invece la "risorsa Internet", ovvero si collegano alla rete per attingere contenuti e servizi, spesso anche loro a pagamento. Questo sta di fatto cambiando l'utilizzo della rete da parte dell'utenza, sta introducendo un nuovo paradigma: Internet non attraverso il browser, in modo libero ma generico, bensì attraverso l'azione mirata di tanti applicativi specifici.
L'inizio dell'articolo di Anderson è estremamente efficacie: "Ti svegli e controlli la posta elettronica sull'iPad che tieni sul comodino. Ecco un'app. Mentre fai colazione dai un'occhiata a Facebook, a Twitter, e al New York Times. E sono altre tre app. Sulla strada verso l'ufficio, ascolti un podcast sul tuo smartphone. Un'altra app. Mentre lavori, guardi i feed Rss su un lettore e chiacchieri via Skype o via IM. Sono altre app. Al termine della giornata te ne torni a casa, prepari la cena ascoltando Pandora, giochi un po' con Xbox Live e guardi un film grazie al servizio in streaming Netflix. Hai passato la giornata su Internet, ma non sul Web. E non sei il solo. Non è una distinzione da poco".
La tesi interessante sostenuta dai due articolisti è che su questo nuovo paradigma sembra essersi realizzata una convergenza tra produttori e consumatori. I consumatori preferiscono sempre di più la strada facile delle piattaforme dedicate, spesso molto efficienti e ben funzionanti, che ne giustificano il costo, e i produttori hanno trovato un modo probabilmente più concreto per fare soldi. Tanto per fare un esempio la Apple si sta creando un business del tutto alternativo a quello che ha costruito in quest'ultimo decennio il dominio incontrastato di Google.
Sullo sfondo rimane Internet, la vera tecnologia rivoluzionaria dei nostri tempi. Cito un'ultima volta l'articolo di Anderson: "Il Web in fondo è solo una delle tante applicazioni che esistono su Internet, e utilizza i protocolli IP e TCP per muovere pacchetti. La rivoluzione è questa architettura, e non sono le applicazioni specifiche che ci sono costruite sopra".
Ma ultimamente la lettura di un doppio articolo di Chris Anderson e Michael Wolff, che ha avuto una certa risonanza sul Web, mi ha portato un'ulteriore e significativa ragione del successo di questo smartphone. Questa starebbe nel cambiamento di paradigma nell'uso della rete Internet.
Internet è nata per collegare istituti di ricerca, università o ambienti militari. Comunque per veicolare informazioni inizialmente in ambienti molto ristretti e specialistici. La prima importante applicazione su Internet è stata probabilmente la posta elettronica e a me è capitato di vederla usare regolarmente in ambienti di ricerca scientifica quando la sua diffusione capillare in ambienti domestici era ancora lontana (almeno in Italia). Poi è arrivato il Web, e in poco tempo le cose sono cominciate a cambiare. Il Web è stato il veicolo principale dell'uso commerciale della rete Internet e quindi anche la spinta decisiva al suo enorme sviluppo.
La visione della rete attraverso il Web è quella di uno spazio logico in cui si può "navigare" in maniera sostanzialmente libera attraverso un unico programma (il browser), avendo come orientamento un unico importante servizio: il motore di ricerca. Questa visione negli anni si è imposta come un vero e proprio paradigma, fino a far coincidere l'idea di Internet con quella del Web. Credo che tuttora molte persone non abbiano chiarissima la differenza, e soprattutto non sono interessati ad averla. Sta di fatto che la più grande azienda presente su Internet è proprio una di quelle che gestisce la ricerca di informazioni sul Web (Google).
Ma pare che qualcosa stia cambiando, e il principale veicolo di questo cambiamento sembra essere proprio quel genere di dispositivo di cui l'iPhone è al momento la massima espressione.
L'iPhone è stato introdotto sul mercato con una quantità considerevole di piccoli applicativi a lui dedicati, in parte gratuiti e in parte a pagamento, che in breve tempo sono diventati un giro di affari enorme (la cosa si è replicata su un dispositivo per certi versi analogo, l'iPad). Molti di questi applicativi sfruttano "risorse locali", ma molti altri sfruttano invece la "risorsa Internet", ovvero si collegano alla rete per attingere contenuti e servizi, spesso anche loro a pagamento. Questo sta di fatto cambiando l'utilizzo della rete da parte dell'utenza, sta introducendo un nuovo paradigma: Internet non attraverso il browser, in modo libero ma generico, bensì attraverso l'azione mirata di tanti applicativi specifici.
L'inizio dell'articolo di Anderson è estremamente efficacie: "Ti svegli e controlli la posta elettronica sull'iPad che tieni sul comodino. Ecco un'app. Mentre fai colazione dai un'occhiata a Facebook, a Twitter, e al New York Times. E sono altre tre app. Sulla strada verso l'ufficio, ascolti un podcast sul tuo smartphone. Un'altra app. Mentre lavori, guardi i feed Rss su un lettore e chiacchieri via Skype o via IM. Sono altre app. Al termine della giornata te ne torni a casa, prepari la cena ascoltando Pandora, giochi un po' con Xbox Live e guardi un film grazie al servizio in streaming Netflix. Hai passato la giornata su Internet, ma non sul Web. E non sei il solo. Non è una distinzione da poco".
La tesi interessante sostenuta dai due articolisti è che su questo nuovo paradigma sembra essersi realizzata una convergenza tra produttori e consumatori. I consumatori preferiscono sempre di più la strada facile delle piattaforme dedicate, spesso molto efficienti e ben funzionanti, che ne giustificano il costo, e i produttori hanno trovato un modo probabilmente più concreto per fare soldi. Tanto per fare un esempio la Apple si sta creando un business del tutto alternativo a quello che ha costruito in quest'ultimo decennio il dominio incontrastato di Google.
Sullo sfondo rimane Internet, la vera tecnologia rivoluzionaria dei nostri tempi. Cito un'ultima volta l'articolo di Anderson: "Il Web in fondo è solo una delle tante applicazioni che esistono su Internet, e utilizza i protocolli IP e TCP per muovere pacchetti. La rivoluzione è questa architettura, e non sono le applicazioni specifiche che ci sono costruite sopra".
venerdì 5 novembre 2010
Stiamo male o no?
Un rapido scambio di battute oggi mi ha portato a riflettere su questa domanda.
Oscillo spesso tra questi due stati d'animo opposti: da una parte mi sembra che viviamo tutti quanti male, in un paese che sta male, che ha mille problemi non risolti, con una immoralità diffusa, con personaggi abietti che infestano la nostra vita sociale. Dall'altra ogni tanto penso che in fondo molti di noi (praticamente tutti quelli che mi circondano) hanno un buon tenore di vita, una famiglia, delle buone abitudini, una buona moralità, spesso una buona o un'ottima cultura. Insomma i fondamentali ci stanno, anche di più forse.
Quando è che ho ragione? E' una questione soltanto di ottimismo del momento?
Probabilmente funziona come nel caso del lavoro (uno dei gravi problemi attuali, oggettivamente): se non ti senti sicuro nel tuo lavoro, perchè é precario, perchè hai la sensazione che manchi di stabilità e durevolezza, perchè in virtù di questo non puoi pretendere granchè e rimani un po' al palo, sia come carriera che come retribuzione, tendi a prendertela spesso con tutti quelli che hanno un lavoro molto più sicuro, stabile, duraturo, perchè magari sono impiegati in una qualche azienda-baraccone, e forti di questa copertura fanno il minimo indispensabile, anche meno se possibile, con una rilassatezza che tu non ti puoi neanche sognare. Queste persone ti stanno sul cazzo e non riesci ad ignorarle. Ma il punto è che le ignoreresti tranquillamente se avessi la sensazione che a te viene riconosciuto il dovuto.
Questo discorso può essere generalizzato. Praticamente tutti i giorni ci passa davanti agli occhi una parata di personaggi incredibili: politici corrotti, moralmente riprovevoli, addirittura insani di mente; calciatori tatuati che non parlano italiano (e non perchè sono stranieri); ballerine (chiamiamole così) senza nessun tipo di talento; ragazzi scemi che fanno cose sceme in trasmissioni televisive sceme; industriali o bancari con liquidazioni da superenalotto che nessun posto di responsabilità, dico nessuno, potrebbe giustificare in alcun modo; ... tutte persone di successo! Queste persone ti stanno sul cazzo e non riesci ad ignorarle. Ma il punto anche qui secondo me è lo stesso: le ignoreresti tranquillamente se avessi la sensazione che a te viene riconosciuto il dovuto.
E allora stiamo male o no? Stiamo bene perchè in cuor nostro sappiamo che bene o male nella nostra vita abbiamo fatto delle scelte che ci sembrano ancora quelle giuste. Stiamo male perchè abbiamo il sospetto che proprio quelle scelte ci hanno portato ad essere delle persone che non contano un cazzo. Stiamo bene perchè abbiamo costruito un nostro solido sistema di valori, sappiamo cosa conta nella vita e cosa no. Stiamo male perchè vediamo questi stessi valori quotidianamente spernacchiati (o trattati in modo ipocrita) proprio da chi ha maggior successo, tanto da domandarci se non abbiamo per caso sbagliato qualcosa.
Noi abbiamo fatto e facciamo delle cose, spesso anche buone cose (e per questo stiamo bene), ma il problema è che non ci vengono (o non ci sono state) adeguatamente riconosciute (e per questo stiamo male). Altrimenti tutti 'sti stronzi che sfilano davanti a noi non li degneremmo neppure di uno sguardo.
Oscillo spesso tra questi due stati d'animo opposti: da una parte mi sembra che viviamo tutti quanti male, in un paese che sta male, che ha mille problemi non risolti, con una immoralità diffusa, con personaggi abietti che infestano la nostra vita sociale. Dall'altra ogni tanto penso che in fondo molti di noi (praticamente tutti quelli che mi circondano) hanno un buon tenore di vita, una famiglia, delle buone abitudini, una buona moralità, spesso una buona o un'ottima cultura. Insomma i fondamentali ci stanno, anche di più forse.
Quando è che ho ragione? E' una questione soltanto di ottimismo del momento?
Probabilmente funziona come nel caso del lavoro (uno dei gravi problemi attuali, oggettivamente): se non ti senti sicuro nel tuo lavoro, perchè é precario, perchè hai la sensazione che manchi di stabilità e durevolezza, perchè in virtù di questo non puoi pretendere granchè e rimani un po' al palo, sia come carriera che come retribuzione, tendi a prendertela spesso con tutti quelli che hanno un lavoro molto più sicuro, stabile, duraturo, perchè magari sono impiegati in una qualche azienda-baraccone, e forti di questa copertura fanno il minimo indispensabile, anche meno se possibile, con una rilassatezza che tu non ti puoi neanche sognare. Queste persone ti stanno sul cazzo e non riesci ad ignorarle. Ma il punto è che le ignoreresti tranquillamente se avessi la sensazione che a te viene riconosciuto il dovuto.
Questo discorso può essere generalizzato. Praticamente tutti i giorni ci passa davanti agli occhi una parata di personaggi incredibili: politici corrotti, moralmente riprovevoli, addirittura insani di mente; calciatori tatuati che non parlano italiano (e non perchè sono stranieri); ballerine (chiamiamole così) senza nessun tipo di talento; ragazzi scemi che fanno cose sceme in trasmissioni televisive sceme; industriali o bancari con liquidazioni da superenalotto che nessun posto di responsabilità, dico nessuno, potrebbe giustificare in alcun modo; ... tutte persone di successo! Queste persone ti stanno sul cazzo e non riesci ad ignorarle. Ma il punto anche qui secondo me è lo stesso: le ignoreresti tranquillamente se avessi la sensazione che a te viene riconosciuto il dovuto.
E allora stiamo male o no? Stiamo bene perchè in cuor nostro sappiamo che bene o male nella nostra vita abbiamo fatto delle scelte che ci sembrano ancora quelle giuste. Stiamo male perchè abbiamo il sospetto che proprio quelle scelte ci hanno portato ad essere delle persone che non contano un cazzo. Stiamo bene perchè abbiamo costruito un nostro solido sistema di valori, sappiamo cosa conta nella vita e cosa no. Stiamo male perchè vediamo questi stessi valori quotidianamente spernacchiati (o trattati in modo ipocrita) proprio da chi ha maggior successo, tanto da domandarci se non abbiamo per caso sbagliato qualcosa.
Noi abbiamo fatto e facciamo delle cose, spesso anche buone cose (e per questo stiamo bene), ma il problema è che non ci vengono (o non ci sono state) adeguatamente riconosciute (e per questo stiamo male). Altrimenti tutti 'sti stronzi che sfilano davanti a noi non li degneremmo neppure di uno sguardo.
giovedì 7 ottobre 2010
Anniversario
Quarant'anni fa moriva mio padre.
In un modo un po' sfortunato. Come succede a tanti, ma era mio padre.
Pochi i ricordi, e vaghi. Quattro anni e mezzo non sono molti.
A passeggio con lui, in qualche strada vicino casa. Mi dà il dito indice, anzichè la mano.
In camera da letto, a giocare a tirarsi la palla, io e mio fratello in piedi sul letto e lui davanti a noi ad evitare che la palla faccia troppi danni. La voce di mia madre preoccupata dalla cucina.
Lui sul letto sdraiato supino, il solito pigiama, io a cavalcioni sulla sua pancia, a saltellare.
In un prato, non so dove, un grosso tubo di cemento abbandonato. Lui mi dice di passarci attraverso. Io ci provo, mi trovo faccia a faccia con una lucertola e lancio un urlo. Ride.
Papà che arriva con la macchina nuova (una Fiat 128, bianca), sorridente. Parcheggia davanti casa, io lo guardo dal balcone.
Le mie urla sulla tromba delle scale trattenuto dalla mamma mentre mio padre e mio fratello più grande scendono per andare al cinema, la prima volta al cinema. Sala: Royal. Film: "Per un pugno di dollari".
Di nuovo papà che scende le scale e mi saluta per andare ad una delle gite aziendali (Parigi, Tunisi). I souvenir che ci riportava: la Torre Eiffel su un piedistallo di marmo, cammelli di finta pelle.
Al paese dei miei nonni materni, sul piazzaletto davanti casa. Lui mi prende in giro perchè ho paura dei cani e mi tengo alla larga da Morina, il cane nero della cugina di mia madre. L'accarezza e ci parla, gli parla di me che ho una paura insensata.
Papà torna a casa e porta un registratore a bobine, nuovo nuovo, nero e argento, un Grundig. C'è anche il microfono per registrare la nostra voce (lo faremo dopo, senza di lui, tante volte). Lui ci registra il festival di San Remo, edizione 1970. Io non posso toccarlo.
Il rientro a casa con il nuovo fratellino appena nato. La mamma con un giacchettino celeste che mi pareva bellissimo. Tutti sorridenti.
Papà che sta male, non riesce ad alzarsi ma non vuole farsi aiutare dal fratello, non so perchè. La mamma mi chiede di andare a richiamare lo zio, scappato nell'appartamento della nonna. Ci vado, lo trovo piangente. Non capisco. Mi dice che tra un minuto viene.
Il bacetto a papà, prima che lo chiudano.
Il rientro dal funerale, sdraiato sul letto di mio zio, stanchissimo. Incredibilmente stanco.
Anni e anni quasi tutte le domeniche al cimitero monumentale del Verano. La preghiera davanti alla tomba, alla sua foto. La foto di mio padre, fatta da giovane, ai tempi del suo matrimonio. Non come me lo ricordavo io: un po' più maturo, più appesantito, con meno capelli. Un ricordo sempre più vago, settimana dopo settimana.
Sforzi di memoria (e di immaginazione), per questo anniversario.
In un modo un po' sfortunato. Come succede a tanti, ma era mio padre.
Pochi i ricordi, e vaghi. Quattro anni e mezzo non sono molti.
A passeggio con lui, in qualche strada vicino casa. Mi dà il dito indice, anzichè la mano.
In camera da letto, a giocare a tirarsi la palla, io e mio fratello in piedi sul letto e lui davanti a noi ad evitare che la palla faccia troppi danni. La voce di mia madre preoccupata dalla cucina.
Lui sul letto sdraiato supino, il solito pigiama, io a cavalcioni sulla sua pancia, a saltellare.
In un prato, non so dove, un grosso tubo di cemento abbandonato. Lui mi dice di passarci attraverso. Io ci provo, mi trovo faccia a faccia con una lucertola e lancio un urlo. Ride.
Papà che arriva con la macchina nuova (una Fiat 128, bianca), sorridente. Parcheggia davanti casa, io lo guardo dal balcone.
Le mie urla sulla tromba delle scale trattenuto dalla mamma mentre mio padre e mio fratello più grande scendono per andare al cinema, la prima volta al cinema. Sala: Royal. Film: "Per un pugno di dollari".
Di nuovo papà che scende le scale e mi saluta per andare ad una delle gite aziendali (Parigi, Tunisi). I souvenir che ci riportava: la Torre Eiffel su un piedistallo di marmo, cammelli di finta pelle.
Al paese dei miei nonni materni, sul piazzaletto davanti casa. Lui mi prende in giro perchè ho paura dei cani e mi tengo alla larga da Morina, il cane nero della cugina di mia madre. L'accarezza e ci parla, gli parla di me che ho una paura insensata.
Papà torna a casa e porta un registratore a bobine, nuovo nuovo, nero e argento, un Grundig. C'è anche il microfono per registrare la nostra voce (lo faremo dopo, senza di lui, tante volte). Lui ci registra il festival di San Remo, edizione 1970. Io non posso toccarlo.
Il rientro a casa con il nuovo fratellino appena nato. La mamma con un giacchettino celeste che mi pareva bellissimo. Tutti sorridenti.
Papà che sta male, non riesce ad alzarsi ma non vuole farsi aiutare dal fratello, non so perchè. La mamma mi chiede di andare a richiamare lo zio, scappato nell'appartamento della nonna. Ci vado, lo trovo piangente. Non capisco. Mi dice che tra un minuto viene.
Il bacetto a papà, prima che lo chiudano.
Il rientro dal funerale, sdraiato sul letto di mio zio, stanchissimo. Incredibilmente stanco.
Anni e anni quasi tutte le domeniche al cimitero monumentale del Verano. La preghiera davanti alla tomba, alla sua foto. La foto di mio padre, fatta da giovane, ai tempi del suo matrimonio. Non come me lo ricordavo io: un po' più maturo, più appesantito, con meno capelli. Un ricordo sempre più vago, settimana dopo settimana.
Sforzi di memoria (e di immaginazione), per questo anniversario.
domenica 12 settembre 2010
Primo giorno di scuola
Domani ricomincia la scuola. Mio figlio frequenterà la seconda elementare. Ha delle buone insegnanti per quello che ho potuto constatare fino ad ora. Sono contento per lui.
Non mi va di impelagarmi in un lungo discorso sui mali della scuola pubblica italiana. Mi viene solo da pensare (banalmente) che il nocciolo della questione sono gli insegnanti e su di loro andrebbe fatto l'investimento più importante. Il punto è che l'insegnamento, a qualunque livello lo si faccia, in qualunque tipo di struttura formativa privata o pubblica si eserciti, è un'attività di prestigio, in quanto essenziale per una società. E andrebbe sempre considerata come tale. Anzi, questo dovrebbe essere sicuramente il punto fermo di un qualunque dibattito serio sulla scuola.
E' tuttora largamente diffusa la considerazione che l'insegnamento scolastico è una delle migliori attività per madri di famiglia, perchè si lavora poco e si ha più tempo per i figli. E' tuttora diffusa l'opinione che l'insegnamento, a meno che non sia di livello universitario (che ancora conserva un po' di prestigio, anche se ultimamente mi sembra anch'esso sensibilmente diminuito), è una professione di ripiego, svolta in mancanza di possibilità di lavoro di maggior successo. Da sempre l'insegnamento è pagato poco (adeguato a persone che lavorano poco), svolto in strutture didattiche mai adeguatamente finanziate, mai incentivato. E dunque inevitabilmente pieno di persone che non fanno bene il loro lavoro.
Gli unici a considerare importante il lavoro dell'insegnante sono i genitori. Sono giustamente preoccupati per i loro figli. Poi però per i loro figli vedono un futuro da dirigente di non si sa cosa in una importante azienda che produce non si sa che. E spesso mostrano ben poco rispetto per il lavoro degli insegnanti, intrufolandosi senza competenze nelle questioni didattiche.
Eppure credo che specialmente gli insegnanti elementari abbiano avuto (consapevolmente o no) un ruolo importante nella nostra formazione culturale. Gli insegnamenti a quell'età possono avere una forza impressionante. Non credo di dire un'imprecisione se sottolineo che nella costruzione della mia personalità, come di quella di tutti gli ex-bambini, hanno contato molto le mie maestre (e i miei rari maestri). Più in generale si può dire che gli insegnanti, di qualsiasi ordine e grado, costruiscono le generazioni future, se non altro perchè nel bene e nel male contribuiscono a determinare le scelte di vita dei loro studenti. Non mi sembra una cosa da poco. Quale manager d'azienda potrebbe vantare un contributo alla società migliore di questo?
Il problema della scuola, e degli insegnanti che la incarnano, è un problema di sempre nella nostra società. Riporto in proposito due bellissime frasi di Piero Calamandrei, tratte da un famoso intervento in un dibattito sulla scuola pubblica che risale addirittura al 1950:
"La scuola, come la vedo io, è un organo 'costituzionale'. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione."
"La scuola, organo centrale della democrazia, perchè serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente." [Piero Calamandrei, III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950]
Domani ricomincia la scuola. Spero che mio figlio possa sempre incontrare validi insegnanti.
Non mi va di impelagarmi in un lungo discorso sui mali della scuola pubblica italiana. Mi viene solo da pensare (banalmente) che il nocciolo della questione sono gli insegnanti e su di loro andrebbe fatto l'investimento più importante. Il punto è che l'insegnamento, a qualunque livello lo si faccia, in qualunque tipo di struttura formativa privata o pubblica si eserciti, è un'attività di prestigio, in quanto essenziale per una società. E andrebbe sempre considerata come tale. Anzi, questo dovrebbe essere sicuramente il punto fermo di un qualunque dibattito serio sulla scuola.
E' tuttora largamente diffusa la considerazione che l'insegnamento scolastico è una delle migliori attività per madri di famiglia, perchè si lavora poco e si ha più tempo per i figli. E' tuttora diffusa l'opinione che l'insegnamento, a meno che non sia di livello universitario (che ancora conserva un po' di prestigio, anche se ultimamente mi sembra anch'esso sensibilmente diminuito), è una professione di ripiego, svolta in mancanza di possibilità di lavoro di maggior successo. Da sempre l'insegnamento è pagato poco (adeguato a persone che lavorano poco), svolto in strutture didattiche mai adeguatamente finanziate, mai incentivato. E dunque inevitabilmente pieno di persone che non fanno bene il loro lavoro.
Gli unici a considerare importante il lavoro dell'insegnante sono i genitori. Sono giustamente preoccupati per i loro figli. Poi però per i loro figli vedono un futuro da dirigente di non si sa cosa in una importante azienda che produce non si sa che. E spesso mostrano ben poco rispetto per il lavoro degli insegnanti, intrufolandosi senza competenze nelle questioni didattiche.
Eppure credo che specialmente gli insegnanti elementari abbiano avuto (consapevolmente o no) un ruolo importante nella nostra formazione culturale. Gli insegnamenti a quell'età possono avere una forza impressionante. Non credo di dire un'imprecisione se sottolineo che nella costruzione della mia personalità, come di quella di tutti gli ex-bambini, hanno contato molto le mie maestre (e i miei rari maestri). Più in generale si può dire che gli insegnanti, di qualsiasi ordine e grado, costruiscono le generazioni future, se non altro perchè nel bene e nel male contribuiscono a determinare le scelte di vita dei loro studenti. Non mi sembra una cosa da poco. Quale manager d'azienda potrebbe vantare un contributo alla società migliore di questo?
Il problema della scuola, e degli insegnanti che la incarnano, è un problema di sempre nella nostra società. Riporto in proposito due bellissime frasi di Piero Calamandrei, tratte da un famoso intervento in un dibattito sulla scuola pubblica che risale addirittura al 1950:
"La scuola, come la vedo io, è un organo 'costituzionale'. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione."
"La scuola, organo centrale della democrazia, perchè serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente." [Piero Calamandrei, III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950]
Domani ricomincia la scuola. Spero che mio figlio possa sempre incontrare validi insegnanti.
martedì 7 settembre 2010
Nicola Cabibbo
Il mese di Agosto l'ho passato sempre in giro, in piacevole compagnia di persone e in totale assenza di notizie. Solo oggi quindi sono venuto a sapere della morte di Nicola Cabibbo, che risale al 16 Agosto. L'ho letto in un articolo scritto da un mio vecchio amico in un giornale online.
Mi è capitato di incrociare Cabibbo varie volte durante i miei studi di fisica a Roma. L'ho incrociato anche sui libri, dove si citava spesso il suo risultato più importante (addirittura il più citato nella storia della fisica, secondo uno studio del 2006), conosciuto come l'angolo di Cabibbo, un lavoro del 1963 che ispirò successivamente l'ipotesi dei quark e che alcuni anni più tardi consentì di definire la matrice CKM (matrice Cabibbo-Kobayashi-Maskawa), per quanto ne so uno strumento molto importante nella fisica delle particelle elementari. Peccato che questo strumento è valso poi il premio Nobel solo a Kobayashi e Maskawa. Negli anni del mio transito in facoltà Cabibbo era presidente dell'INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e il suo nome era legato al progetto APE (Array Processor Experiment), una famiglia di supercomputer con il compito principale di permettere simulazioni scientifiche, in particolare quelle legate alla cromodinamica quantistica.
Cabibbo era un cattolico, è stato per molti anni presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Una rarità nella comunità degli scienziati. Questo aspetto è particolarmente interessante poichè come scienziato ha accettato senza riserve la teoria dell'evoluzione ("[...]. Dire il contrario è come sostenere che la Terra è piatta o il Sole si muove perché così diceva la Bibbia."), ma l'essere anche cattolico lo ha forse aiutato, almeno in questo caso, a tenere ben separata la teoria scientifica dai suoi possibili aspetti ideologici, una cosa che secondo me uno scienziato dovrebbe sempre riuscire a fare, e che probabilmente, proprio nel caso dell'evoluzionismo, riesce difficile a molti.
"La teoria dell'evoluzione può essere fastidiosa per i cristiani perché sembra entrare in conflitto con l'idea della creazione divina. Questa paura è, tuttavia, infondata. Ciò che entra in contrasto con la creazione divina è la possibile estensione della teoria dell'evoluzione in una direzione materialistica, il cosiddetto evoluzionismo. Ciò che l'evoluzionismo sembra dire, e sto pensando ad autori come Dawkins, è che non c'è necessità di Dio. Ma questa estensione della teoria di Darwin non è parte di ciò che è stato scoperto dalla scienza" (Nicola Cabibbo).
Nota: non è esatto che in Agosto io non sia stato raggiunto da nessuna notizia; l'unica eccezione è stata la scomparsa di Francesco Cossiga, appena il giorno dopo Cabibbo. Questa cosa un po' mi dà fastidio. Tanto che sono andato sul sito satirico spinoza.it e sul forum mi sono letto un po' di battute sulla morte di Cossiga, la più bella delle quali recita così: "Ci lascia un uomo straordinario che ha dato grande lustro a tutta l'Italia: addio Nicola Cabibbo".
Mi è capitato di incrociare Cabibbo varie volte durante i miei studi di fisica a Roma. L'ho incrociato anche sui libri, dove si citava spesso il suo risultato più importante (addirittura il più citato nella storia della fisica, secondo uno studio del 2006), conosciuto come l'angolo di Cabibbo, un lavoro del 1963 che ispirò successivamente l'ipotesi dei quark e che alcuni anni più tardi consentì di definire la matrice CKM (matrice Cabibbo-Kobayashi-Maskawa), per quanto ne so uno strumento molto importante nella fisica delle particelle elementari. Peccato che questo strumento è valso poi il premio Nobel solo a Kobayashi e Maskawa. Negli anni del mio transito in facoltà Cabibbo era presidente dell'INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e il suo nome era legato al progetto APE (Array Processor Experiment), una famiglia di supercomputer con il compito principale di permettere simulazioni scientifiche, in particolare quelle legate alla cromodinamica quantistica.
Cabibbo era un cattolico, è stato per molti anni presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Una rarità nella comunità degli scienziati. Questo aspetto è particolarmente interessante poichè come scienziato ha accettato senza riserve la teoria dell'evoluzione ("[...]. Dire il contrario è come sostenere che la Terra è piatta o il Sole si muove perché così diceva la Bibbia."), ma l'essere anche cattolico lo ha forse aiutato, almeno in questo caso, a tenere ben separata la teoria scientifica dai suoi possibili aspetti ideologici, una cosa che secondo me uno scienziato dovrebbe sempre riuscire a fare, e che probabilmente, proprio nel caso dell'evoluzionismo, riesce difficile a molti.
"La teoria dell'evoluzione può essere fastidiosa per i cristiani perché sembra entrare in conflitto con l'idea della creazione divina. Questa paura è, tuttavia, infondata. Ciò che entra in contrasto con la creazione divina è la possibile estensione della teoria dell'evoluzione in una direzione materialistica, il cosiddetto evoluzionismo. Ciò che l'evoluzionismo sembra dire, e sto pensando ad autori come Dawkins, è che non c'è necessità di Dio. Ma questa estensione della teoria di Darwin non è parte di ciò che è stato scoperto dalla scienza" (Nicola Cabibbo).
Nota: non è esatto che in Agosto io non sia stato raggiunto da nessuna notizia; l'unica eccezione è stata la scomparsa di Francesco Cossiga, appena il giorno dopo Cabibbo. Questa cosa un po' mi dà fastidio. Tanto che sono andato sul sito satirico spinoza.it e sul forum mi sono letto un po' di battute sulla morte di Cossiga, la più bella delle quali recita così: "Ci lascia un uomo straordinario che ha dato grande lustro a tutta l'Italia: addio Nicola Cabibbo".
lunedì 30 agosto 2010
Cura del patrimonio italiano
Il patrimonio artistico e anche naturalistico dell'Italia è spesso oggettivamente ben superiore a quello di molti altri paesi europei. Spesso però, viaggiando per l'Europa si nota una maggiore capacità di curare e valorizzare tale patrimonio in altri paesi piuttosto che in Italia. Quale può esserne la causa?
La prima che viene in mente molto semplicemente è: "beh, avere quattro cose da curare è certamente più facile che averne un numero sterminato", e questa effettivamente in alcuni casi può essere una ragione plausibile.
Volendo essere un po' più pessimisti si potrebbe forse notare che una causa può essere ricondotta alle maggiori capacità dell'industria turistica all'estero, specialmente se paragonata alla disorganizzazione sconcertante che spesso si riscontra nel sud Italia.
Ma volendo essere ancora più pessimisti si può azzardare una ragione più profonda. Valorizzare il proprio patrimonio artistico e naturalistico significa letteralmente dare valore agli elementi che costituiscono la cultura di un popolo. Sentire il valore di questi elementi e comportarsi di conseguenza significa avere una cultura, sentirsi cioè parte di una storia culturale. Credo che proprio in questo noi italiani siamo in media molto carenti, e questo lo si vede anche osservando il poco senso civico che ci caratterizza, al contrario di quello che si nota uscendo fuori dal nostro paese. Secondo me un'altra faccia della stessa medaglia.
La prima che viene in mente molto semplicemente è: "beh, avere quattro cose da curare è certamente più facile che averne un numero sterminato", e questa effettivamente in alcuni casi può essere una ragione plausibile.
Volendo essere un po' più pessimisti si potrebbe forse notare che una causa può essere ricondotta alle maggiori capacità dell'industria turistica all'estero, specialmente se paragonata alla disorganizzazione sconcertante che spesso si riscontra nel sud Italia.
Ma volendo essere ancora più pessimisti si può azzardare una ragione più profonda. Valorizzare il proprio patrimonio artistico e naturalistico significa letteralmente dare valore agli elementi che costituiscono la cultura di un popolo. Sentire il valore di questi elementi e comportarsi di conseguenza significa avere una cultura, sentirsi cioè parte di una storia culturale. Credo che proprio in questo noi italiani siamo in media molto carenti, e questo lo si vede anche osservando il poco senso civico che ci caratterizza, al contrario di quello che si nota uscendo fuori dal nostro paese. Secondo me un'altra faccia della stessa medaglia.
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