venerdì 17 aprile 2009

I pericoli di un'ideologia

Un'ideologia è un sistema di idee su come deve essere fatta una società, su come deve funzionare. E' un progetto sulla società perseguito solitamente da un settore della società stessa. Il pericolo più grande di una qualsiasi ideologia, confermato storicamente molte volte, è quello di sovrapporsi alla realtà sociale ignorando o non riuscendo più ad interpretare molti dei suoi aspetti. Nel far questo e nel perseguire tenacemente il suo progetto a lungo termine, chi punta ad obiettivi ideologici rischia di passare sopra qualsiasi cosa, qualsiasi conseguenza anche grave sulle persone e sulle popolazioni intere.

Credo che questa sia esattamente la situazione della Chiesa Cattolica quando si esprime su cose come i patti di convivenza, la fecondazione assistita, i temi del fine vita e l'uso del preservativo.

mercoledì 15 aprile 2009

Educazione irrazionale

Ripensavo alla dimostrazione che la radice di due è un numero irrazionale. Ho impiegato un po' di tempo a ricostruirla. D'altra parte è una dimostrazione semplice ma non banale. Utilizza passaggi e osservazioni elementari, ed è un esempio di procedimento per assurdo. Credo che il ragionamento e gli strumenti che usa siano tranquillamente alla portata di un ragazzo di scuola media superiore. Magari potrei sbagliarmi ma si potrebbe tentare di raccontarla anche ad un ragazzo di scuola media inferiore. E varrebbe almeno la pena di tentare per diversi motivi: perché è una dimostrazione (non se ne vede quasi mai una fatta per bene, nei vari gradi di scuola), perchè parla di proprietà generali (a scuola spesso si fanno solo conti), perchè ha un grande valore storico (la storia della matematica a scuola non esiste, sembra di avere a che fare con una disciplina senza tempo, costruita tutta insieme da chissà chi).

Io invece, se non ricordo male, ho incontrato questa dimostrazione solo durante gli anni dell'università, insieme a molte altre cose che sicuramente avrei potuto cominciare a conoscere ed apprezzare qualche anno prima. Sarà per questi motivi che la matematica è veramente affascinante solo quando si arriva a studiarla all'università. Prima la potresti facilmente scambiare per un'accozzaglia indistinta di formulette e di procedimenti meccanici da imparare perlopiù a memoria, in cui non c'è nulla da capire e soprattutto nulla di divertente. E certamente per molti alla fine è stato proprio così.

Non credo che questa sia solo la mia particolare e sfortunata esperienza, credo di averla condivisa con tanti altri della mia generazione e credo purtroppo di condividerla anche con molti ragazzi che frequentano la scuola oggi. Un vero peccato.

La questione ovviamente è generalizzabile. Parlo della matematica perchè mi piace e perchè la conosco. Per la storia, la filosofia, la letteratura, l'arte, probabilmente valgono considerazioni analoghe. Forse la generalizzazione è questa: una qualunque struttura scolastica, di qualsiasi tipo e di qualsiasi grado, può impartire delle competenze senza trasferire valori, ma le competenze senza valori non costituiscono una vera conoscenza.
L'insegnante, qualunque sia l'oggetto del suo insegnamento, dovrebbe avere come obiettivo principale quello di trasmettere il fascino, l'importanza, la passione per gli argomenti che insegna insieme agli argomenti stessi. E' importante, per costruire una vera conoscenza e quindi una vera cultura, percepire costantemente il valore di quello che si sta studiando, che è il solo motore in grado di giustificare lo sforzo necessario per un reale apprendimento.

martedì 14 aprile 2009

Astronomia - Seconda parte

(leggi la prima parte ....)

Il cielo stellato

Se proviamo a guardare il cielo stellato una sera per pochi minuti probabilmente la migliore descrizione che potremmo farne è quella di un numero imprecisato di puntini luminosi (che chiamiamo stelle) disposti grosso modo a caso. L'osservazione ripetuta sera per sera, anche occasionalmente e sempre per pochi minuti (che è quello che si fa di solito), ci permette già di riconoscere facilmente configurazioni di stelle, che per questo motivo ci diventano nel tempo molto familiari e a cui diamo il nome di costellazioni. A questo punto basta un'osservazione un po' più insistente e più meticolosa per renderci conto che effettivamente tutte queste stelle che popolano il cielo hanno posizioni relative fisse, immutabili.

Se l'osservazione del cielo in una sera favorevole si protrae per un tempo abbastanza lungo ci accorgiamo anche di un'altra cosa notevole: l'intera configurazione del cielo stellato si sposta. Lo spostamento è tale da determinare addirittura il tramonto di stelle (fino a quel momento visibili) verso ovest e il sorgere di altre stelle (fino a quel momento invisibili) da est.

Primi collegamenti

A questo punto possono venire in mente dei collegamenti con quanto si osserva molto facilmente tutti i giorni: il sorgere a est e il tramontare a ovest del sole, e altrettanto della luna (per quest'ultima occorre prestare più attenzione). Le stelle hanno un moto che di fatto somiglia molto a quello di questi due oggetti che per altri aspetti (dimensioni, luminosità, importanza per la nostra vita) appaiono molto diversi da loro. E' chiaro che viene subito d'immaginare che sole e luna sono due oggetti anch'essi solidali con tutte le altre stelle del cielo. E questo coincide con quanto si osserva: le stelle di notte si muovono con la stessa velocità con cui il sole si muove di giorno, da un mezzogiorno all'altro ritrovo il sole nello stesso punto così come da una mezzanotte all'altra ritrovo una certa stella sempre nello stesso punto. Ovviamente anche in questo caso ci facciamo aiutare un po' dall'immaginazione. Che fanno il sole o la stella quando non riesco più a vederli? Il giro, visto che poi mi ricompaiono dall'altra parte.

Un'ulteriore osservazione: non tutte le stelle sorgono e tramontano, alcune rimangono sempre visibili. Sono quelle verso nord. La cosa veramente particolare è che queste stelle descrivono durante la notte degli archi di cerchio, e se se ne osservano molte si riesce a capire che questi cerchi sono concentrici. Indicano quindi con il loro moto notturno un punto fisso del cielo. Guidando l'osservazione verso quel punto si trovano stelle praticamente fisse.

Mettiamo insieme le cose

Facciamo uno sforzo di immaginazione: sembra che tutte le stelle, la luna e il sole siano oggetti fissati ad una enorme sfera che ruota sopra di noi. Non solo, questa sfera sembra avere un asse di rotazione fisso di cui noi riusciamo a vedere un polo. E l'altro? Beh, l'altro non possiamo vederlo perchè in realtà noi siamo dentro questa enorme sfera che ruota, anzi, probabilmente siamo proprio nel suo centro, quindi l'altro polo si trova dalla parte opposta a quello visibile, e poichè quest'ultimo si trova a circa 45 gradi sopra il nord, l'altro si troverà a circa 45 gradi sotto il sud, ovvero in una regione del cielo a noi invisibile (quella percorsa dal sole durante la notte). Qual'è il periodo di rotazione di questa sfera? Lo stesso di quello determinato con molta facilità osservando il sole: un giorno.

(leggi la terza parte ....)

lunedì 13 aprile 2009

I compiti del giornalismo

Qualche giorno fa è passata in televisione una puntata della trasmissione giornalistica di Michele Santoro sulla tragedia del terremoto in Abruzzo (09/04/2009). Le critiche allo stile della trasmissione sono state pesantissime, durante la trasmissione stessa e successivamente, soprattutto da parte di numerosi politici, scandalizzati per gli attacchi fatti alla grande opera dei soccorsi della Protezione Civile in un momento in cui il Paese si deve compattare negli aiuti ai terremotati.

La trasmissione ha voluto mettere in discussione l'efficienza dell'intervento della Protezione Civile e delle autorità locali sul piano della prevenzione e della pianificazione, non tanto su quello della gestione dell'emergenza.

Ma che deve fare una trasmissione giornalistica in questi casi (e in molti altri simili)? Toccare le corde della commozione (magari anche sfruttarle abbondantemente) e insieme osannare incondizionatamente gli aiuti con tutti i loro lodevoli episodi di grande solidarietà, oppure indagare su quello che succede senza guardare in faccia a nessuno a rischio di rompere le uove nel paniere a qualcuno e a rischio di risultare antipatici perchè fuori dal coro rassicurante della solidarietà?

La voce di Wikipedia sulla Protezione Civile recita così:

"Si pensa spesso che la Protezione Civile si limiti ad intervenire in caso di disastri e calamità per portare soccorso. Non è così: infatti buona parte delle attività è destinata alle attività di previsione e prevenzione. La Legge 225/92 prevede infatti espressamente che le competenze della Protezione Civile si articolino in maniera complessa: non solo nella semplice 'gestione del post-emergenza', ma in una serie integrata di attività che coprono tutte le fasi del 'prima e del dopo', secondo i quattro versanti della Previsione - Prevenzione - Soccorso - Ripristino."

La zona dell'Aquila era sotto sciame sismico da diversi mesi senza che nessuna autorità prendesse qualche tipo di contromisura preventiva. Il fatto che i terremoti non si possono prevedere non autorizza a dire costantemente alla popolazione preoccupata per le scosse che tutto è sotto controllo e non ci si deve allarmare. Proprio perchè i terremoti non si possono prevedere.

Purtroppo il nostro è un paese dove si accetta la logica della gestione immediata delle emergenze e non quella della pianificazione. Un po' per atteggiamento culturale, un po' perchè qualunque attività di pianificazione ha un costo.

La trasmissione di Michele Santoro era del tutto legittima, faceva delle analisi interessanti, poneva dubbi e perplessità del tutto ragionevoli, e voleva aprire un dibattito sicuramente molto utile, anche per migliorare le nostre capacità di prevenzione, pianificazione e intervento in episodi futuri (purtroppo credo inevitabili, vista la criticità del nostro territorio). Quello che dovrebbe fare il giornalismo in situazioni come questa.

giovedì 26 marzo 2009

Musica scritta, musica improvvisata

Un modo per fare musica è quella di scriverla, cioè inventarsi un sistema più o meno dettagliato di notazione musicale su carta ed esercitare l'invenzione musicale a tavolino, magari con l'ausilio di uno strumento a fianco, trasferendo sul foglio tutto quello che si può trasferire. Questo determina in modo spontaneo una separazione tra chi scrive la musica e chi la esegue. Il primo è detto compositore, il secondo interprete. L'ambito creativo di chi esegue la musica scritta, cioè dell'interprete (ed anche il motivo per cui viene chiamato così), è la sua personale lettura della partitura, dove i gradi di libertà sono determinati dalle intrinseche (o anche volute) indeterminatezze della scrittura musicale.
La tradizione occidentale ha portato nel corso di alcuni secoli questo modo di far musica al suo massimo grado. La separazione tra compositore e interprete è ad oggi praticamente completa, in particolare con la specializzazione professionale dell'attività di interprete, spinta probabilmente sia dall'immensa letteratura musicale a cui possiamo attingere sia dalla pratica dell'incisione discografica.

Esiste però un altro modo di fare musica, che è quello di suonarla direttamente, senza passare per una complessa fase di elaborazione e progettazione preliminare. Più esattamente in questo tipo di musica si tende ad unificare la parte compositiva con quella esecutiva in un unico momento, che è quello appunto in cui si suona. Ovviamente i gradi di libertà dell'esecutore in questo caso sono estremamente superiori a quelli della musica scritta, e l'esecutore diventa a pieno titolo anche compositore. La prassi cambia radicalmente e si parla in genere di musica improvvisata. E' chiaro che è molto difficile se non impossibile improvvisare partendo dal nulla, specialmente nella musica d'insieme. E infatti in questo tipo di musica si parte comunque da uno spunto iniziale, in genere sia tematico che armonico, ritmico e strutturale. Il rapporto tra obbligato e improvvisato può variare moltissimo da un brano all'altro e in genere non è chiaramente definito neppure all'interno dello stesso brano. In pratica tutti i parametri musicali del pezzo che si sta suonando possono subire una rielaborazione contingente, che dipende cioè da quello che avviene durante l'esecuzione stessa. L'esecuzione è unica, non ripetibile per definizione, eventualmente è registrabile. L'improvvisazione è dunque proprio un modo di fare musica.
Nella storia musicale europea si è fatto uso dell'improvvisazione, ma col tempo è stata relegata a pratiche musicali considerate minori, probabilmente perchè la musica scritta ha il vantaggio di permettere una più complessa costruzione architettonica e anche di poter essere fedelmente tramandata ai posteri (non essendo disponibili tecniche di registrazione).

L'uso dell'improvvisazione è rientrata nelle pratiche musicali dell'occidente con il jazz, a partire dall'inizio del novecento. Il jazz ha origini piuttosto complesse ma nettamente distinte dalla tradizione classica, con la quale è poi ovviamente entrata subito in contatto. Si tratta cioè di una cultura musicale differente, con le sue specificità, che sin dall'inizio non ha fatto distinzione tra esecuzione e composizione e che non ha mai utilizzato tecniche di scrittura musicale particolarmente raffinate, quali si incontrano nella musica classica. Il suo sviluppo, la sua storia e la sua memoria culturale sono intimamente collegate al concomitante sviluppo delle tecniche di registrazione e conservazione dei documenti musicali.

Nel corso del suo sviluppo il jazz si è progressivamente avvicinato alla musica scritta e alla sua tradizione e ormai sono abbastanza frequenti i musicisti, inizialmente di estrazione jazzistica, che si cimentano con la musica classica eseguendola, rielaborandola in improvvisazioni o più in generale utilizzandola come background culturale e come fonte di ispirazione del proprio lavoro. Lo stesso non mi pare si possa dire dei musicisti di estrazione classica, che in questo hanno dimostrato e dimostrano una maggiore rigidità e un'eccessiva "purezza" culturale.

martedì 24 marzo 2009

Divulgazione scientifica

Il progresso nelle conoscenze scientifiche avviene ad opera del lavoro di una comunità altamente specializzata. Tale progresso è però importante per tutta la società in quanto ne determina molte delle sue caratteristiche fondamentali. I cittadini di questa società, che svolgono le attività più disparate, devono poter accedere se lo vogliono a questo corpus di conoscenze senza trovarsi davanti ad un muro insormontabile di formalismi e tecnicismi. Intendiamoci, formalismi e tecnicismi sono strumenti essenziali per chiunque voglia in qualche misura partecipare attivamente alla costruzione di queste conoscenze ma non sono mai il nocciolo della questione per chi ha come obiettivo un livello di conoscenza che gli permetta al contempo di apprezzare il fascino di certi argomenti e di costruirsi una sua consapevolezza del mondo in cui vive.

La questione non è poi molto diversa da altri settori della conoscenza. Si prenda ad esempio la politica. Spesso anche questa può essere affetta da questioni tecniche difficili e noiose ancorchè assolutamente necessarie per gli addetti ai lavori (si pensi alla stesura di una legge), inoltre gli argomenti e le questioni che ruotano attorno alle decisioni politiche sono spesso molto complessi (diritto, finanza, economia, giurisprudenza, ecc.). Ma è vitale che il cittadino che lo vuole abbia la possibilità di orientarsi nelle questioni politiche del suo paese e del mondo in generale e per questo devono esistere fonti di informazione adeguate, nel linguaggio e nei contenuti, a cui accedere. E' il giornalismo politico a svolgere principalmente questo ruolo, utilizzando mezzi diversi e comunicando a vari livelli: quotidiani, settimanali, opere saggistiche, notiziari televisivi, trasmissioni televisive di approfondimento, inchieste, ecc.
Non si fa fatica a capire che questo elemento di mediazione tra il cittadino e la classe dirigente politica è cruciale per la maturazione di una società democratica. E' anche per questo che la questione italiana del monopolio dell'informazione è così importante.

La divulgazione scientifica, seppur con molte comprensibili differenze, pone la stessa questione di fondo: nella società democratica il cittadino consapevole e attivo deve poter avere informazione/formazione scientifica, a tutti i livelli possibili. A mio avviso è un aspetto cruciale almeno tanto quanto quello dell'informazione/formazione politica. La presenza di un'attività culturale specifica quale quella della divulgazione scientifica, che media tra la cittadinanza colta e volenterosa e gli scienziati è uno degli aspetti fondanti di una democrazia avanzata.
Devo dire che in questi ultimi anni l'offerta divulgativa mi sembra cresciuta, almeno nel settore dell'editoria, anche se la mia è solo un'impressione personale. Altrettanto personale (ma non proprio peregrina) è anche la convinzione che la scienza sia abbondantemente ignorata da tutte le fasce della popolazione italiana, anche le più colte. Credo sia un brutto segno, almeno quanto quello della generale disaffezione per i temi politici.

Per la verità credo che in Italia si sia manifestato in più occasioni anche un altro grave problema: quello del rapporto tra la classe politica e gli scienziati, un rapporto di fatto inesistente. Il politico per formulare leggi deve necessariamente avvalersi di esperti di varia natura nei campi in cui interviene. Attualmente nelle nostre società tecnologicamente avanzate molto spesso l'attività del legislatore finisce in campi dove la consulenza scientifica e tecnologica diventa essenziale. Si pensi ad esempio al nucleare o in generale al problema energetico, alle biotecnologie e ai temi ecologici. Queste occasioni per quello che vedo rimangono in gran parte disattese, in alcune addirittura accuratamente evitate.

Ho la sensazione che i due problemi suddetti, quello della mancanza di cultura scientifica che caratterizza in generale la nostra società, e quello dello scarso rapporto tra classe politica e scienziati, siano strettamente connessi.

mercoledì 18 marzo 2009

Le domande della Scienza

Nello studio della fisica durante gli anni dell'università mi è capitato abbastanza spesso di riuscire a capire bene un argomento solo una volta preso per il verso giusto, che in genere significava farsi le giuste domande su quell'argomento, nel modo giusto. Modo giusto in questo caso significa il modo più adatto per cogliere il nocciolo di un problema ed ottenere un decisivo avanzamento delle proprie conoscenze, e ovviamente nel far questo gioca un ruolo fondamentale l'intuito, l'immaginazione e l'atteggiamento creativo in genere.

Credo che questo si possa generalizzare. Probabilmente le conoscenze dell'uomo avanzano soprattutto in virtù della capacità di farsi le giuste domande sul mondo. In tal senso la nascita della scienza moderna ha segnato un passaggio fondamentale proprio in questa capacità, come sottolinea il premio Nobel François Jacob: "L'inizio della scienza moderna può essere datato a quando domande generali quali 'come fu creato l'universo?', 'qual'è l'essenza della vita?' furono sostituite da domande più modeste tipo 'come cade una pietra?', 'come scorre l'acqua in un tubo?'. Se da una parte formulare domande generali portava a risposte molto limitate, formulare domande limitate si dimostrò efficacie per ottenere domande sempre più generali."