Non ero mai stato in un villaggio turistico prima di quest'anno. E i motivi evidentemente c'erano. Come si sa la caratteristica principale del villaggio turistico è l'organizzazione, in particolare quella del divertimento. Questa si declina in varie attività, tra cui quella che spicca maggiormente e che coinvolge inevitabilmente il maggior numero di persone è lo spettacolo teatrale della sera. Perchè durante il giorno le varie iniziative (far cantare gente che non sa cantare, far ballare gente che non sa ballare, far fare attività sportive a chi non le ha mai fatte o quasi, e via di questo passo) le puoi anche evitare decidendo di non fare niente che non sia stare al mare, in piscina, dormire e mangiare (magari riuscendo anche a leggere un libro). Ma in regime di pensione completa lo spettacolo serale è praticamente inevitabile.
Ora quello che mi rode e a cui non riesco a non pensare con un certo fastidio è questo: uno passa tutto l'anno a sperare di poter andare il più possibile al cinema, a teatro, ai concerti, mostre, eventi, ecc., il più delle volte lisciando quasi tutto quello che hai in testa per mille motivi che poi non sai neanche bene quali sono, e quando hai una settimana di ferie, cioè di sospensione di qualsiasi intralcio lavorativo, scolastico, casalingo, ti ritrovi sera dopo sera a seguire attentamente degli spettacoli di MERDA che una qualsiasi cazzo di animazione turistica ti propina per riempire il tuo tempo obbligato del non fare un cazzo.
Boh!
martedì 29 agosto 2017
giovedì 13 luglio 2017
Paolo Villaggio
All'indomani della morte di Paolo Villaggio quello che mi ha colpito è stato il tono di alcune dichiarazioni estemporanee di persone che lo hanno conosciuto e frequentato personalmente. Mi riferisco ad esempio ai suoi due figli. Nessuno dei due riusciva a fare una dichiarazione di grande affetto come forse ci si aspetterebbe in questi casi. Piuttosto, anche in una circostanza del genere, senza l'ipocrisia che forse il momento poteva giustificare, parlavano del padre come di una persona difficile nei rapporti famigliari, prevalentemente assente, su cui loro in un certo senso sospendevano il giudizio e su cui era difficile avere una parola di sincero affetto.
Mi ha colpito anche una dichiarazione di Anna Mazzamauro, che apertamente sosteneva di non voler essere ipocrita e di non voler parlare, come si fa sempre in questi casi, di una persona buona, dalle grandi qualità umane, perchè semplicemente non era così. E raccontava di come lui un giorno, intervistato in sua presenza, alla domanda del giornalista sul perchè avesse scelto la Mazzamauro per la parte della famosa signorina Silvani rispondeva seriamente "mi serviva un cesso". Lei non lo raccontava come un episodio particolarmente simpatico.
Insomma ho avuto la netta sensazione che Paolo Villaggio nella vita privata fosse stata una di quelle persone che uno definirebbe senza troppi convenevoli "uno stronzo". Mi sbaglierò ma questo mi ha fatto subito pensare al suo personaggio principale, il ragionier Ugo Fantozzi, e alla spietatezza con cui il suo autore lo trattava (insieme a tutti i suoi personaggi di contorno). Ho sempre pensato che Paolo Villaggio trattasse il suo Fantozzi come farebbe uno stronzo. Quindi le dichiarazioni che ho riportato sopra alla fine non mi hanno sorpreso, anzi, mi quadrano. Solo uno stronzo naturale può esserlo così bene anche con i personaggi del suo immaginario.
Devo dire però che questa è stata anche la fortuna della saga sia letteraria che cinematografica di Fantozzi. Senza questo trattamento spietato non avrebbe avuto senso raccontare le sue storie grottesche. L'iperbole non doveva avere indugi o ammorbidimenti. Anche la satira sociale, vera chiave della comicità del personaggio, non sarebbe stata così potente.
Di Fantozzi la cosa più divertente e al contempo fastidiosa perchè profonda e terribilmente vicina a noi è il suo sforzo costante e disperato di voler essere un piccolo borghese senza mai veramente riuscirci. Lui ha come modello una società di merda, e la volontà di volerne far parte a tutti i costi genera la maggior parte delle situazioni più esilaranti. L'iperbole sta nel fatto che lui non è solo un perdente frustrato, ma che lo è in una società odiosa, senza valori, scialba, senza cultura, senza morale. Si muove in un orizzonte di meschinità assoluta, che pure è la sua massima aspirazione. Un personaggio totalmente negativo, che solo uno stronzo poteva immaginare.
In una sua vecchia dichiarazione riportata in questi giorni, Paolo Villaggio sosteneva che la sua fortuna come persona era stata direttamente proporzionale alla sfortuna di Fantozzi come personaggio.
Fantozzi si è finalmente liberato dell'origine di tutte le sue sventure.
Mi ha colpito anche una dichiarazione di Anna Mazzamauro, che apertamente sosteneva di non voler essere ipocrita e di non voler parlare, come si fa sempre in questi casi, di una persona buona, dalle grandi qualità umane, perchè semplicemente non era così. E raccontava di come lui un giorno, intervistato in sua presenza, alla domanda del giornalista sul perchè avesse scelto la Mazzamauro per la parte della famosa signorina Silvani rispondeva seriamente "mi serviva un cesso". Lei non lo raccontava come un episodio particolarmente simpatico.
Insomma ho avuto la netta sensazione che Paolo Villaggio nella vita privata fosse stata una di quelle persone che uno definirebbe senza troppi convenevoli "uno stronzo". Mi sbaglierò ma questo mi ha fatto subito pensare al suo personaggio principale, il ragionier Ugo Fantozzi, e alla spietatezza con cui il suo autore lo trattava (insieme a tutti i suoi personaggi di contorno). Ho sempre pensato che Paolo Villaggio trattasse il suo Fantozzi come farebbe uno stronzo. Quindi le dichiarazioni che ho riportato sopra alla fine non mi hanno sorpreso, anzi, mi quadrano. Solo uno stronzo naturale può esserlo così bene anche con i personaggi del suo immaginario.
Devo dire però che questa è stata anche la fortuna della saga sia letteraria che cinematografica di Fantozzi. Senza questo trattamento spietato non avrebbe avuto senso raccontare le sue storie grottesche. L'iperbole non doveva avere indugi o ammorbidimenti. Anche la satira sociale, vera chiave della comicità del personaggio, non sarebbe stata così potente.
Di Fantozzi la cosa più divertente e al contempo fastidiosa perchè profonda e terribilmente vicina a noi è il suo sforzo costante e disperato di voler essere un piccolo borghese senza mai veramente riuscirci. Lui ha come modello una società di merda, e la volontà di volerne far parte a tutti i costi genera la maggior parte delle situazioni più esilaranti. L'iperbole sta nel fatto che lui non è solo un perdente frustrato, ma che lo è in una società odiosa, senza valori, scialba, senza cultura, senza morale. Si muove in un orizzonte di meschinità assoluta, che pure è la sua massima aspirazione. Un personaggio totalmente negativo, che solo uno stronzo poteva immaginare.
In una sua vecchia dichiarazione riportata in questi giorni, Paolo Villaggio sosteneva che la sua fortuna come persona era stata direttamente proporzionale alla sfortuna di Fantozzi come personaggio.
Fantozzi si è finalmente liberato dell'origine di tutte le sue sventure.
venerdì 7 luglio 2017
Artifici retorici
Questa mattina alla radio si parlava di ius soli, ovvero di quel provvedimento in discussione al parlamento che in pratica consentirebbe alle seconde generazioni di immigrati di avere abbastanza facilmente la cittadinanza italiana. Il giornalista che commentava la notizia si dichiarava sostanzialmente d'accordo sul principio generale della legge, dopo aver fatto comunque una serie di premesse: dieci anni di permanenza della famiglia, lavoro regolare, conoscenza della lingua italiana, rispetto della cultura e dei costumi italiani (?), ecc.
Quello che mi ha colpito è che alla fine di queste considerazioni più o meno ragionevoli il giornalista chiudeva dicendo che comunque non considerava urgente questo problema e che la vera questione da affrontare era quella dei tanti italiani che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. In sostanza diceva in modo pacato e apparentemente razionale, come se fosse il risultato di una profonda riflessione, le stesse assurdità che ripete Salvini da tempo. Tocca sentire sempre le stesse cose.
Questi artifici retorici servono principalmente a derubricare un grosso problema, quello di come gestire l'immigrazione dai paesi del terzo mondo, contrapponendolo ad un altro grosso problema, quello del lavoro in Italia, certamente molto sentito dai cittadini, ma che col primo ha ben poco a che fare. E' evidente che la strategia di contrapporre sempre in un modo o nell'altro questi due problemi non contribuisce affatto a risolverli, anzi, li strumentalizza entrambi in modo intollerabile per un cittadino che li percepisca come importanti. Come si fa a cadere vittime di queste strumentalizzazioni? E me lo chiedo sia per il giornalista che le usa che per l'ascoltatore che le condivide.
Quello che mi ha colpito è che alla fine di queste considerazioni più o meno ragionevoli il giornalista chiudeva dicendo che comunque non considerava urgente questo problema e che la vera questione da affrontare era quella dei tanti italiani che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. In sostanza diceva in modo pacato e apparentemente razionale, come se fosse il risultato di una profonda riflessione, le stesse assurdità che ripete Salvini da tempo. Tocca sentire sempre le stesse cose.
Questi artifici retorici servono principalmente a derubricare un grosso problema, quello di come gestire l'immigrazione dai paesi del terzo mondo, contrapponendolo ad un altro grosso problema, quello del lavoro in Italia, certamente molto sentito dai cittadini, ma che col primo ha ben poco a che fare. E' evidente che la strategia di contrapporre sempre in un modo o nell'altro questi due problemi non contribuisce affatto a risolverli, anzi, li strumentalizza entrambi in modo intollerabile per un cittadino che li percepisca come importanti. Come si fa a cadere vittime di queste strumentalizzazioni? E me lo chiedo sia per il giornalista che le usa che per l'ascoltatore che le condivide.
sabato 31 dicembre 2016
La sesta estinzione - Seconda parte
(leggi la prima parte ...)
L'idea sarebbe questa: con il suo eccezionale progresso scientifico e tecnologico, la sua fame di materie prime e di energia, i suoi livelli incontrollati di produzione e di consumo raggiunti nell'ultimo secolo (e la conseguente produzione di inquinanti), l'uomo sta cominciando a mettere in crisi l'equilibrio biologico del pianeta, anzitutto provocando l'estinzione di un numero significativo di specie viventi, con una velocità che non ha paragone con quella che può essere definita una fisiologica estinzione di fondo, e che deve essere quindi annoverata tra le estinzioni di massa. Nel passato estinzioni di massa ce ne sono già state, determinate da varie ragioni. In particolare se ne registrano 5 di grandi dimensioni, ed è il motivo per cui quella attuale viene definita "sesta estinzione". Questa idea ha generato a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso una ricca letteratura e attualmente si presenta come un vero e proprio tormentone (sulle televisioni, sui giornali, su Internet).
Anche i due libri che ho letto alla fine arrivano ad una conclusione simile ma passando per una serie di considerazioni interessanti che danno certamente più respiro al problema e gli conferiscono una dimensione diversa. La domanda che mi è parsa più significativa e che più o meno implicitamente entrambi i libri si pongono è la seguente: quando è cominciata la sesta estinzione? In che momento della nostra storia potremmo pensare di averla cominciata a scatenare?
La risposta mi è parsa altrettanto significativa: praticamente da subito, cioè da quando l'uomo fa l'uomo. Quantomeno da quando le nostre capacità migratorie e di specie colonizzatrice si sono manifestate in modo chiaro. La migrazione massiccia di una nuova specie su un habitat generalmente ne sconvolge l'equilibrio ecologico e questo invariabilmente produce un nuovo equilibrio in cui molte specie preesistenti non trovano più posto. Gli esempi sin dalla preistoria sono diversi: l'estinzione della megafauna dell'America settentrionale, un fenomeno analogo in Australia, la scomparsa di quasi il 50% di specie (perlopiù uccelli di grandi dimensioni) in Nuova Zelanda. Il denominatore comune di queste gravi estinzioni locali sembra essere proprio la presenza umana, con la sua attitudine alla caccia e alla modifica dell'ambiente. Il libro di Leakey dice: "Durante il Pleistocene molte regioni hanno subìto la perdita di specie animali di grossa taglia; tuttavia queste estinzioni hanno avuto luogo in tempi diversi. Nel caso dell'Australia, del Nord America, della Nuova Zelanda e del Madagascar, la perdita di specie coincise con la colonizzazione degli esseri umani. Le estinzioni furono causate dalla combinazione di un'eccessiva pressione venatoria con la distruzione dell'habitat".
Le grandi capacità migratorie della specie umana hanno anche, praticamente da sempre, generato forti squilibri negli ecosistemi con cui l'uomo entrava in contatto attraverso un meccanismo che di fatto può essere visto come connaturato alla migrazione stessa. Si tratta del trasporto forzato di specie da una parte all'altra del pianeta. Questi spostamenti di lungo raggio sarebbero impossibili per la maggior parte delle specie, e certamente non con la velocità consentita dal "vettore" umano. I meccanismi evolutivi e gli equilibri di un ambiente biologico sono fortemente condizionati dalle barriere geografiche, abbatterle significa causare in modo repentino situazioni alterate a cui molte specie non sanno rispondere se non con la propria estinzione. Per dirla come il libro di Kolbert: "Una delle caratteristiche che più colpiscono dell'Antropocene è il pasticcio che si combina con i principi della distribuzione geografica. [...] un'unica nave cisterna può annullare milioni di anni di separazione geografica". La Kolbert chiama questo fenomeno "la nuova Pangea".
Di nuovo Leakey nel suo libro ci dice: "La capacità della specie umana di infliggere devastazione al mondo naturale in termini di estinzioni significative venne per lungo tempo ritenuta un fenomeno storico relativamente recente", attribuendo alle generazioni precendenti la capacità di essere in armonia con la natura, anzi, di far parte di quella armonia. "Ma [... ] molte società pre-europee provavano esattamente gli stessi sentimenti verso i propri antenati". Probabilmente in qualunque epoca della nostra storia noi abbiamo pensato sempre di stare a rovinare un paradiso terrestre che in un qualche momento ci vedeva in armonia con il resto del creato, una situazione idilliaca che evidentemente non ci siamo meritati. La storia del pianeta ci dice che questo idillio non c'è mai stato, che l'armonia del creato è al massimo un equilibrio dinamico che può essere sconvolto in qualsiasi momento da fattori esterni o interni di varia natura, e che l'uomo, in questo suo essere "infestante" per molti degli ambienti naturali che via via ha colonizzato, appare anch'esso come un elemento naturale.
Manca forse qualche considerazione sulle responsabilità che abbiamo nella gestione del nostro futuro. Alla luce di quello che siamo veramente stati fino a questo momento.
L'idea sarebbe questa: con il suo eccezionale progresso scientifico e tecnologico, la sua fame di materie prime e di energia, i suoi livelli incontrollati di produzione e di consumo raggiunti nell'ultimo secolo (e la conseguente produzione di inquinanti), l'uomo sta cominciando a mettere in crisi l'equilibrio biologico del pianeta, anzitutto provocando l'estinzione di un numero significativo di specie viventi, con una velocità che non ha paragone con quella che può essere definita una fisiologica estinzione di fondo, e che deve essere quindi annoverata tra le estinzioni di massa. Nel passato estinzioni di massa ce ne sono già state, determinate da varie ragioni. In particolare se ne registrano 5 di grandi dimensioni, ed è il motivo per cui quella attuale viene definita "sesta estinzione". Questa idea ha generato a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso una ricca letteratura e attualmente si presenta come un vero e proprio tormentone (sulle televisioni, sui giornali, su Internet).
Anche i due libri che ho letto alla fine arrivano ad una conclusione simile ma passando per una serie di considerazioni interessanti che danno certamente più respiro al problema e gli conferiscono una dimensione diversa. La domanda che mi è parsa più significativa e che più o meno implicitamente entrambi i libri si pongono è la seguente: quando è cominciata la sesta estinzione? In che momento della nostra storia potremmo pensare di averla cominciata a scatenare?
La risposta mi è parsa altrettanto significativa: praticamente da subito, cioè da quando l'uomo fa l'uomo. Quantomeno da quando le nostre capacità migratorie e di specie colonizzatrice si sono manifestate in modo chiaro. La migrazione massiccia di una nuova specie su un habitat generalmente ne sconvolge l'equilibrio ecologico e questo invariabilmente produce un nuovo equilibrio in cui molte specie preesistenti non trovano più posto. Gli esempi sin dalla preistoria sono diversi: l'estinzione della megafauna dell'America settentrionale, un fenomeno analogo in Australia, la scomparsa di quasi il 50% di specie (perlopiù uccelli di grandi dimensioni) in Nuova Zelanda. Il denominatore comune di queste gravi estinzioni locali sembra essere proprio la presenza umana, con la sua attitudine alla caccia e alla modifica dell'ambiente. Il libro di Leakey dice: "Durante il Pleistocene molte regioni hanno subìto la perdita di specie animali di grossa taglia; tuttavia queste estinzioni hanno avuto luogo in tempi diversi. Nel caso dell'Australia, del Nord America, della Nuova Zelanda e del Madagascar, la perdita di specie coincise con la colonizzazione degli esseri umani. Le estinzioni furono causate dalla combinazione di un'eccessiva pressione venatoria con la distruzione dell'habitat".
Le grandi capacità migratorie della specie umana hanno anche, praticamente da sempre, generato forti squilibri negli ecosistemi con cui l'uomo entrava in contatto attraverso un meccanismo che di fatto può essere visto come connaturato alla migrazione stessa. Si tratta del trasporto forzato di specie da una parte all'altra del pianeta. Questi spostamenti di lungo raggio sarebbero impossibili per la maggior parte delle specie, e certamente non con la velocità consentita dal "vettore" umano. I meccanismi evolutivi e gli equilibri di un ambiente biologico sono fortemente condizionati dalle barriere geografiche, abbatterle significa causare in modo repentino situazioni alterate a cui molte specie non sanno rispondere se non con la propria estinzione. Per dirla come il libro di Kolbert: "Una delle caratteristiche che più colpiscono dell'Antropocene è il pasticcio che si combina con i principi della distribuzione geografica. [...] un'unica nave cisterna può annullare milioni di anni di separazione geografica". La Kolbert chiama questo fenomeno "la nuova Pangea".
Di nuovo Leakey nel suo libro ci dice: "La capacità della specie umana di infliggere devastazione al mondo naturale in termini di estinzioni significative venne per lungo tempo ritenuta un fenomeno storico relativamente recente", attribuendo alle generazioni precendenti la capacità di essere in armonia con la natura, anzi, di far parte di quella armonia. "Ma [... ] molte società pre-europee provavano esattamente gli stessi sentimenti verso i propri antenati". Probabilmente in qualunque epoca della nostra storia noi abbiamo pensato sempre di stare a rovinare un paradiso terrestre che in un qualche momento ci vedeva in armonia con il resto del creato, una situazione idilliaca che evidentemente non ci siamo meritati. La storia del pianeta ci dice che questo idillio non c'è mai stato, che l'armonia del creato è al massimo un equilibrio dinamico che può essere sconvolto in qualsiasi momento da fattori esterni o interni di varia natura, e che l'uomo, in questo suo essere "infestante" per molti degli ambienti naturali che via via ha colonizzato, appare anch'esso come un elemento naturale.
Manca forse qualche considerazione sulle responsabilità che abbiamo nella gestione del nostro futuro. Alla luce di quello che siamo veramente stati fino a questo momento.
lunedì 26 dicembre 2016
Tecniche narrative di fishing
Ho una certa insofferenza per le serie televisive, che pure vanno di gran moda ultimamente. Il motivo principale credo sia la mia incapacità ad avere la continuità che serve per seguirle con soddisfazione. La sola idea di cominciare a vedere una serie televisiva che si presenta come costituita complessivamente da cinque stagioni di dodici episodi l'una mi toglie qualsiasi forza di volontà. E il fatto che qualche volta si dica "sei arrivato solo al quarto episodio? se arrivi al settimo-ottavo vedrai che comincia a piacerti" mi pare veramente allucinanate. Che cos'è? Assuefazione?
Ciononstante ultimamente, anche per seguire mio figlio, ho visto per intero la serie televisiva "Stranger Things" su Netflix. Non una serie qualunque, ma una di un certo successo, di cui si è parlato parecchio. Sinceramente molte idee erano piuttosto fesse, e soprattutto mi suonavano tutte già viste o sentite. Ad esempio quella della madre che si fa di LSD negli anni settanta e la figlia presumibilmente per questo viene fuori con poteri paranormali (!). Oppure quello di una ragazza che si infila in un buco di un albero e passa improvvisamente in un mondo parallelo (grosso modo come Alice nel Paese delle Meraviglie). Tra l'altro qualche volta mi sembra di intuire che certe "citazioni" da storie o film del passato vengano pure considerate positivamente, come elementi che danno una certa nobiltà a quello che si sta vedendo. A me sembrano solo copie di cose già viste.
Indubbiamente sono "prodotti ben fatti", in tutte le loro parti: sceneggiature, scenografie, musiche, riprese, effetti speciali. Tutto ad un livello di qualità molto alto. Però a me ricordano i "comfort" di cui sono dotati tutti i vari prodotti tecnologici, dalle automobili ai telefonini. E non mi entusiasmano, non lo hanno mai fatto. Men che meno in un lavoro di cinematografia.
La cosa che mi ha colpito di più è la struttura narrativa. I punti di forza sono gli elementi lasciati in sospeso, le soluzioni non risolte. Queste determinano il passaggio da un episodio all'altro e da una serie all'altra, in una serie di rilanci potenzialmente infiniti. Si capisce che gli autori non hanno come obiettivo quello di raccontare una storia piena, seguendo una traiettoria che non la renda prevedibile ma le dia una fisionomia e una logica comprensibile. Gli autori hanno il compito principale di portarti da un episodio all'altro, da una stagione all'altra, lasciandoti sempre parzialmente insoddisfatto e affamato di un "dopo". E' una sorta di fishing narrativo, lo scopo è quello di farti abboccare al consumo di un ennesimo episodio. Si tratta secondo me di consumismo cinematografico, di induzione al consumo di ore di televisione.
Possono prodotti del genere essere di grande qualità, se per qualità si intende qualcosa di diverso da una semplice confezione paracula di idee più o meno riciclate? Certamente si, ma l'iperproduzione non aiuta nè a fare nè a riconoscere cose belle per le quali val la pena perder tempo. E' una cosa faticosa e non mi diverte. Un po' come quando ti passi un intero centro commerciale per rivedere cento volte più o meno gli stessi quattro capi di abbigliamento. Estenuante.
Tenterò altre esperienze.
Ciononstante ultimamente, anche per seguire mio figlio, ho visto per intero la serie televisiva "Stranger Things" su Netflix. Non una serie qualunque, ma una di un certo successo, di cui si è parlato parecchio. Sinceramente molte idee erano piuttosto fesse, e soprattutto mi suonavano tutte già viste o sentite. Ad esempio quella della madre che si fa di LSD negli anni settanta e la figlia presumibilmente per questo viene fuori con poteri paranormali (!). Oppure quello di una ragazza che si infila in un buco di un albero e passa improvvisamente in un mondo parallelo (grosso modo come Alice nel Paese delle Meraviglie). Tra l'altro qualche volta mi sembra di intuire che certe "citazioni" da storie o film del passato vengano pure considerate positivamente, come elementi che danno una certa nobiltà a quello che si sta vedendo. A me sembrano solo copie di cose già viste.
Indubbiamente sono "prodotti ben fatti", in tutte le loro parti: sceneggiature, scenografie, musiche, riprese, effetti speciali. Tutto ad un livello di qualità molto alto. Però a me ricordano i "comfort" di cui sono dotati tutti i vari prodotti tecnologici, dalle automobili ai telefonini. E non mi entusiasmano, non lo hanno mai fatto. Men che meno in un lavoro di cinematografia.
La cosa che mi ha colpito di più è la struttura narrativa. I punti di forza sono gli elementi lasciati in sospeso, le soluzioni non risolte. Queste determinano il passaggio da un episodio all'altro e da una serie all'altra, in una serie di rilanci potenzialmente infiniti. Si capisce che gli autori non hanno come obiettivo quello di raccontare una storia piena, seguendo una traiettoria che non la renda prevedibile ma le dia una fisionomia e una logica comprensibile. Gli autori hanno il compito principale di portarti da un episodio all'altro, da una stagione all'altra, lasciandoti sempre parzialmente insoddisfatto e affamato di un "dopo". E' una sorta di fishing narrativo, lo scopo è quello di farti abboccare al consumo di un ennesimo episodio. Si tratta secondo me di consumismo cinematografico, di induzione al consumo di ore di televisione.
Possono prodotti del genere essere di grande qualità, se per qualità si intende qualcosa di diverso da una semplice confezione paracula di idee più o meno riciclate? Certamente si, ma l'iperproduzione non aiuta nè a fare nè a riconoscere cose belle per le quali val la pena perder tempo. E' una cosa faticosa e non mi diverte. Un po' come quando ti passi un intero centro commerciale per rivedere cento volte più o meno gli stessi quattro capi di abbigliamento. Estenuante.
Tenterò altre esperienze.
martedì 20 dicembre 2016
I prof da prendere in giro
In un prato davanti ad un laghetto, nella pausa del dopopranzo di una domenica con amici e parenti, mia nipote appena maggiorenne mi racconta episodi di scuola. Il più divertente è quello del voto basso ad un compito di matematica portato con destrezza e fortuna alla sufficienza. Il voto iniziale era scoraggiante: quattro e mezzo. Addirittura il compito era stato giudicato facile dall'insegnante che nel valutarlo anzichè partire da un massimo di 10 era partita da un massimo di 9. Un primo successo era stato quello di convincere la prof ad alzare il voto a 5, con una serie di argomenti improbabili, del tipo "volevo scrivere questo ma mi sono sbagliata", per stessa ammissione della diretta interessata che me lo raccontava divertita. Un secondo successo era invece arrivato in modo fortuito: siccome gli studenti che avevano ottenuto il massimo si erano lamentati perchè non era giusto partire da un massimo di 9 la prof si era lasciata convincere e aveva portato il loro voto a 10, dunque aveva alzato tutte le valutazioni di un punto per giustizia verso il resto della classe.
Ma le vedo solo io le assurdità di questo episodio?
Come si fa a correggere la valutazione data ad un compito scritto dopo una chiacchierata fatta più o meno di scuse con l'interessata? Come si fa a correggere tutte le valutazioni alzandole di un voto "per essere giusti" nei confronti di tutta la classe? E non capire che in questo modo chi aveva preso 9 ha un voto aumentato del 10% e con ciò non modifica la sostanza dell'esito del compito, e chi invece aveva preso 5 se lo trova aumentato del 20%, e soprattutto passa da un'insufficienza ad una sufficienza? (e sei l'insegnante di matematica).
Si, in questo episodio ci sono delle assurdità nella gestione di un compito in classe e della didattica in generale, ma certamente ad accorgermene non sono solo io (quello non sarebbe niente), sono tutti i ragazzi della classe, mia nipote compresa, che non a caso giustificava tutto l'episodio dicendo che "tanto la materia era secondaria" (secondaria? matematica?) e che queste cose con quell'insegnante "si potevano fare" (sorrisetto).
Ma le vedo solo io le assurdità di questo episodio?
Come si fa a correggere la valutazione data ad un compito scritto dopo una chiacchierata fatta più o meno di scuse con l'interessata? Come si fa a correggere tutte le valutazioni alzandole di un voto "per essere giusti" nei confronti di tutta la classe? E non capire che in questo modo chi aveva preso 9 ha un voto aumentato del 10% e con ciò non modifica la sostanza dell'esito del compito, e chi invece aveva preso 5 se lo trova aumentato del 20%, e soprattutto passa da un'insufficienza ad una sufficienza? (e sei l'insegnante di matematica).
Si, in questo episodio ci sono delle assurdità nella gestione di un compito in classe e della didattica in generale, ma certamente ad accorgermene non sono solo io (quello non sarebbe niente), sono tutti i ragazzi della classe, mia nipote compresa, che non a caso giustificava tutto l'episodio dicendo che "tanto la materia era secondaria" (secondaria? matematica?) e che queste cose con quell'insegnante "si potevano fare" (sorrisetto).
domenica 4 dicembre 2016
Stallo su un referendum
Sono davanti alla TV, sto aspettando con curiosità i primi risultati del referendum costituzionale. Non ce l'ho fatta ad andare a votare, sono rimasto a guardare, come sto facendo ora.
La campagna referendaria è stata insopportabile. La strumentalizzazione spesso ignobile, la polarizzazione estrema delle opinioni e la faziosità delle tesi è stato quanto di peggio si possa avere per un referendum del genere. Non ne usciremo fuori bene, qualunque sia il risultato.
Arrivano adesso i primi exit-poll, tutti orientati per il NO, con un buono scarto che sembrerebbe essere sufficiente anche per le prossime eventuali correzioni statistiche.
Credo che il governo attuale abbia fatto una delle sue più grandi stronzate, e questo non perchè probabilmente perderà il referendum (come sembrerebbe dai primi dati) ma comunque. Non si può fare in questo modo una riforma costituzionale e non ha senso scommetterci sopra il futuro di un governo, è del tutto improprio. Questo non ha fatto altro che scatenare le opposizioni in modo altrettanto improprio e rendere impossibile un dibattito decente che fosse esclusivamente nel merito della riforma.
Io non posso non vedere in tutto questo un segnale di degrado. Delle istituzioni, della classe politica (che è il vero problema grave e urgente dei nostri giorni, altro che regole costituzionali), dei mezzi di informazione e forse di buona parte della nostra società.
In bocca al lupo a tutti noi.
(vado a letto su una dichiarazione di Brunetta gongolante .... mio Dio!)
La campagna referendaria è stata insopportabile. La strumentalizzazione spesso ignobile, la polarizzazione estrema delle opinioni e la faziosità delle tesi è stato quanto di peggio si possa avere per un referendum del genere. Non ne usciremo fuori bene, qualunque sia il risultato.
Arrivano adesso i primi exit-poll, tutti orientati per il NO, con un buono scarto che sembrerebbe essere sufficiente anche per le prossime eventuali correzioni statistiche.
Credo che il governo attuale abbia fatto una delle sue più grandi stronzate, e questo non perchè probabilmente perderà il referendum (come sembrerebbe dai primi dati) ma comunque. Non si può fare in questo modo una riforma costituzionale e non ha senso scommetterci sopra il futuro di un governo, è del tutto improprio. Questo non ha fatto altro che scatenare le opposizioni in modo altrettanto improprio e rendere impossibile un dibattito decente che fosse esclusivamente nel merito della riforma.
Io non posso non vedere in tutto questo un segnale di degrado. Delle istituzioni, della classe politica (che è il vero problema grave e urgente dei nostri giorni, altro che regole costituzionali), dei mezzi di informazione e forse di buona parte della nostra società.
In bocca al lupo a tutti noi.
(vado a letto su una dichiarazione di Brunetta gongolante .... mio Dio!)
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