giovedì 13 giugno 2024

Credenza e Scienza

Una cosa è dire che nella Scienza ci sono delle credenze e che gli scienziati procedono per credenze. Cosa ben diversa è dire che la scienza è una credenza, o un'insieme di credenze. Quest'ultima cosa metterebbe automaticamente la scienza sullo stesso piano di qualunque altra credenza.

La Scienza è invece un processo di costruzione di conoscenze collettive condivise sulla natura che scaturisce dalla volontà di trovare i modi più disparati per verificare la coincidenza delle credenze con la realtà sensibile e dalla disponibilità a cancellare tutte quelle credenze che non funzionano a questo scopo. In quest'ottica tali credenze, trattate in questo modo, si chiamano ipotesi.

Alla base di questa costruzione della conoscenza c'è la credenza che esista una realtà oggettiva esterna e indipendente dal soggetto che la osserva. Ma anche questa potrebbe essere trattata come ipotesi. Il dubbio rimane il motore più efficace della conoscenza umana del mondo.

P.S.: la scelta di cosa vogliamo conoscere del mondo potrebbe dipendere dalle nostre credenze, e questo probabilmente ha influenzato e influenza la storia della Scienza.

domenica 9 giugno 2024

Individualismo e progresso

Ogni tanto mi pare di ravvisare un conflitto all'interno di certe discipline (ovviamente un conflitto tutto mio). Provo a descriverlo.

Economia: noto spesso con un certo fastidio che chi parla di economia quasi sempre finisce per parlare di pensioni, riscatti della pensione, fisco, tasse giuste o ingiuste, evasione, elusione, investimenti convenienti o sconvenienti, meccanismi finanziari più o meno complicati in cui districarsi, mutui a tasso fisso o a tasso variabile, cosa conviene fare e cosa non conviene fare. Tutto ciò allo scopo di curare i propri guadagni, accrescerli quanto più possibile. Argomenti certamente legittimi e tutto sommato pertinenti. Ma raccontata in questo modo è un'economia pensata solo per risolvere i propri problemi individuali, per perseguire la propria ricchezza personale. L'economia interessante secondo me è anche quella che si occupa della ricchezza della collettività, che riflette su come la società produce e consuma ricchezza. In questo senso è anche una disciplina determinante per capire la storia dell'umanità.

Tecnologia: anche in questo caso chi ti parla di tecnologia ti parla di quale smartphone acquistare e perché, quali sono i modelli migliori, quali le funzionalità, come si fa questo, come si fa quello, quali app scaricare, quali televisori comprare, quali tecnologie video o audio funzionano meglio, ecc. In pratica tutte cose che attengono ad una tecnologia pensata per le comodità dell'individuo. Anche questo è tutto legittimo. Ma è anche interessante secondo me parlare di tecnologia che cambia la società nel suo complesso, intrecciarla con le trasformazioni sociali profonde che induce. Magari gli oggetti di cui parlare finiscono spesso per essere gli stessi, ma il punto è in che modo se ne parla.

Scienza: in questo caso addirittura parlare di una scienza utile per l'individuo praticamente non ha senso. La conoscenza scientifica è per definizione un fatto collettivo, ed è difficile in questo caso distinguere l'utile collettivo dall'utile individuale, estrapolare dalla scienza un elemento di confort personale. I farmaci possono giocare forse questo ruolo, ma prima di tutto in questo caso si ricade nella tecnologia e poi si è visto con i vaccini cosa è successo, dal momento che in quel caso si trattava di una profilassi che aveva senso solo applicata collettivamente. Sarà forse per questo che si parla del pericolo di scivolare in un grave analfabetismo scientifico. La maggior parte di noi non trova evidentemente conforto personale nel ragionare sull'immagine del mondo naturale (tra l'altro sempre impegnativa e incerta per definizione) costruita dalla scienza.

E qui arrivo al punto che mi interessa. Economia per la società, tecnologia per la società, scienza così intesa, sono il principale motore del progresso. In una società fortemente individualista, che vede solo quanto di personalmente utile offrono certe discipline, che non le concepisce per uno scopo collettivo o addirittura (come nel caso della scienza) non le concepisce proprio, come è possibile parlare di progresso? Il progresso attiene alla collettività, non direttamente all'individuo, che se ne avvantaggia solo di riflesso.

Ad esempio in una situazione per certi aspetti difficile come la nostra è ragionevole e legittimo pensare di perseguire le proprie soddisfazioni personali emigrando all'estero, contando sulle proprie capacità, ma questo ci dispensa dalla responsabilità, come persone capaci, di costruire o ricostruire o semplicemente migliorare la società in cui siamo nati e che a molti di noi ha dato i mezzi per poter studiare e condurre una vita di cui forse non è giusto lamentarsi troppo. Soprattutto credo che il venir meno delle potenzialità di progresso di una società dipendano in maniera essenziale da questo modo di ragionare. Per quanto la libertà dell'individuo all'interno della società in cui vive è sacrosanta, un eccesso di individualismo, determinato da una sfiducia cronica nella società e nelle sue istituzioni, costituisce una minaccia a qualunque progresso.

Oggi è giorno di elezioni, vedo parecchie persone che non prendono neanche in considerazione l'idea di andare a votare, non fanno più neanche un minimo sforzo per provarci, non ne sentono l'utilità né il bisogno, sono del tutto disorientate di fronte ad una qualsiasi scelta politica. Parlano di protesta nel non andare a votare ma è una scusa per non pensare alla società di cui in qualche modo dovrebbero occuparsi, è già tanto se riescono a pensare ai cazzi propri. E purtroppo tanti sono giovani. E il progresso?


giovedì 30 maggio 2024

Escher, Bach, simmetria e metamorfosi

Tempo fa sono andato a visitare l'ennesima mostra su Escher con un po' di scetticismo. Questo autore è ormai molto di moda e le mostre su di lui si moltiplicano. Ha fatto la fine di altri grandi autori, sempre sulla bocca di tutti quelli che amano fare citazioni. E' in buona compagnia con Van Gogh e Caravaggio. In questo caso però valeva la pena di andarci, la mostra era certamente la più completa e interessante tra quelle che mi era capitato di visitare negli anni passati, e ho ricavato diverse osservazioni. Una la voglio riportare in questo post.

Mi fermo per un po' in una sala dove vengono proiettate in sequenza varie tassellazioni del piano. Sono animazioni in cui il piano viene progressivamente ricoperto da una tassellazione, mostrando alla fine il gruppo di simmetria a cui appartiene. Il filmato presenta tutti i 17 gruppi di simmetria possibili per una tassellazione completa che rispetti sempre la simmetria traslazionale, a cui si aggiungono via via le altre simmetrie possibili: rotazione, riflessione, glisso-riflessione. Mi viene da pensare che nonostante il loro fascino queste rappresentazioni mi risultano un po' monotone, non hanno l'attrazione delle opere di Escher, ne sono solo un materiale d'uso.

Cambio sala e mi trovo di fronte a una delle tre Metamorfosi. Qui ritrovo esempi di tassellature che avevo visto poco prima ma in questo caso si trasformano sotto lo sguardo, andando da sinistra a destra della "striscia" o viceversa. Il titolo sottolinea proprio questo cambiamento continuo, elementi simmetrici che si trasformano con grande fantasia in elementi non simmetrici, e viceversa. Penso che questo sia effettivamente un aspetto dell'opera che fa la differenza, che non stanca e non annoia, perché le forme generano altre forme, e la simmetria si scioglie e si ricompone, si rompe e si ricostruisce. Mi pare di scorgere questo stesso aspetto in diverse altre opere di Escher.

Qualche stanza più in là mi incuriosisce un monitor dove viene mandato in loop un filmato apparentemente poco attraente. Mi fermo a guardarlo con attenzione perché lo riconosco subito. Si tratta del canone cancrizzante dell'Offerta Musicale di J.S.Bach. Un brano brevissimo che viene citato dal famoso libro di Douglas Hofstadter Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante. Anni fa lo sapevo suonare al pianoforte. Il brano ha una simmetria per riflessione perfetta, si tratta di due linee melodiche che sono l'una lo specchio dell'altra, cioè si tratta della stessa linea suonata contemporaneamente da due voci, una da sinistra verso destra e l'altra da destra verso sinistra, la loro sovrapposizione si fonde in un unico brano. E' molto divertente seguire le note sul monitor mentre viene eseguita. Penso però che il pezzo sia piuttosto monotono, non certo tra i lavori di Bach che mi piacciono di più.

Anche nella musica di Bach la simmetria perfetta è solo un materiale d'uso. Penso alle caratteristiche di certi suoi grandi lavori. L'utilizzo delle simmetrie è spesso presente, le forme del canone e della fuga, ad esempio, sono basate su evidenti principi di simmetria. Ma a pensarci bene queste simmetrie non sono mai perfette, sono sempre "rotte" in molti punti delle composizioni, compiono una metamorfosi, si trasformano in altro, ed è proprio questo che le rende belle. La simmetria orienta nella visione o nell'ascolto, la sua rottura è creatrice di nuove idee.

Mi pare di intuire delle analogie compositive nel modo di lavorare di Escher e di Bach, e allo stesso tempo di cogliere un elemento essenziale di queste opere. L'uso della simmetria è un gioco attraente ma manca di contenuto informativo e quindi di incertezza, di sorpresa, di deviazione, di singolarità, di variazione, di imprevisto, tutti ingredienti essenziali nell'espressione artistica, soprattutto quella che praticavano Escher e Bach, quella cioè "priva di significato", "inutile esercizio di forma".

La simmetria è affascinante e colpisce l'attenzione, ma è "troppo ordinata" e dunque prevedibile, povera di informazione. La sua continua metamorfosi la arricchisce di disordine, di imprevedibilità, di contenuto informativo. E' questa dialettica che fa diventare certe opere così irresistibili.


mercoledì 1 maggio 2024

Una interessante introduzione ad un libro

Qualche settimana fa ho scritto un post che raccontava il rapporto che la mia generazione ha avuto con la musica. Scrivevo, tra le altre cose, che un elemento essenziale del periodo in cui siamo cresciuti è stata la raggiunta maturazione di una tecnologia di archiviazione e riproduzione della musica, il disco in vinile, e l'inizio di un nuovo settore produttivo e di un nuovo mercato attorno a questa tecnologia, il mercato discografico. Dicevo che questo, da un lato ha stimolato un nuovo modo di fare musica e di fruirla, dall'altro ha sfruttato inconsapevolmente la carenza di strutture musicali educative per il grande pubblico e la sua conseguente mancanza di senso critico per dettare legge nei gusti musicali popolari e piegarli ad interessi strettamente commerciali. Terminavo con una nota un po' pessimista riguardo al fatto che la mancanza di educazione significa mancanza di senso critico e automaticamente mancanza di libertà di fronte all'aggressività di un mercato sempre più orientato al consumo veloce.

In questi giorni mi è capitato di leggere l'introduzione ad un libro di qualche anno fa di Ernesto Assante e Gino Castaldo (l'estratto che si può scaricare liberamente dal sito di Amazon ormai per quasi tutti i libri disponibili in formato elettronico per l'acquisto) in cui, tra altre cose, ho trovato un interessante completamento al pensiero del mio post, sebbene inserito in un contesto del tutto diverso. I due autori, in un modo un po' nostalgico, raccontano il periodo (quello in cui entrambi sono vissuti) dei dischi in vinile, dei famosi LP (Long Playing) e lo confrontano con le nuove tecnologie, i nuovi supporti di archiviazione, riproduzione e diffusione della musica e correlano questo cambiamento ad un altrettanto significativo cambiamento nella fruizione della musica e anche nel modo in cui questa viene pensata. Riporto qui alcuni stralci significativi (per me) di questa introduzione.

Il primo paragrafo che riporto fa una curiosa considerazione sul termine "musica elettronica", una cosa che io più o meno negli stessi termini ho pensato spesso: "Il termine «musica elettronica», che fino alla fine degli anni Settanta identificava un settore della musica contemporanea con precisi ambiti linguistici ed estetici, a partire dagli anni Ottanta perde progressivamente questa identità per assumere un significato di pura connotazione tecnica, data la diffusione del mezzo informatico in tutti i generi musicali. Ovvero: non ci sono più registrazioni che non siano elettroniche, non c’è più musica che non sia digitale". Cioè, il termine musica elettronica, che era nato per definire soprattutto una grande rivoluzione artistica e una trasformazione radicale del linguaggio musicale si trasforma nel tempo in qualcosa di più povero, nel semplice uso di strumentazione elettronica come mezzo tecnico che facilita semplicemente la produzione e la diffusione di musica, senza un vero collegamento tra innovazione tecnologica e corrispondente innovazione artistica.

Metto insieme tre diversi stralci di questa introduzione che mi pare abbiano come sfondo lo stesso argomento, il cambiamento del rapporto con la musica indotto dalle nuove tecnologie e dai nuovi mercati di consumo: "L’avvento delle tecnologie digitali ha portato a una straordinaria esaltazione della logica del «qui e ora», si produce musica deliberatamente senza passato, senza futuro. Si consuma musica subito, si ascolta una canzone e la si scarica nel proprio lettore, acquistandola al volo con un cellulare anche se si è in strada. Instant gratification la chiamano, ed è il segno dei tempi. [...] La musica, che all’inizio del secolo si era «materializzata» diventando disco, sta cominciando a smaterializzarsi di nuovo, sta perdendo ogni fisicità, diventa trasparente, inafferrabile, fisicamente inesistente. Se fino a una quindicina di anni fa potevamo identificare la musica e il supporto, pensare che in qualche modo i dischi fossero non solo dei contenitori, ma l’oggetto stesso attraverso il quale la musica prendeva posto nella nostra esistenza occupando uno spazio fisico, oggi la musica trasformata in bit non occupa alcuno spazio fisico: semplicemente non c’è. [...] E alla musica, ovviamente, chiediamo molto meno che in passato. Mentre i dischi in vinile, grandi e deperibili, meritavano la nostra attenzione e la nostra cura, i Cd hanno avuto, con la loro spavalda lucentezza, la resistenza fisica al calore e agli urti, ai graffi e agli strapazzi, sempre meno bisogno di noi e del nostro amore. E noi, a poco a poco, abbiamo smesso di amarli, di desiderarli, di volerli possedere".

La cosa che mi colpisce e per il quale mi sto appuntando le osservazioni di questa introduzione è il legame così stretto che sussiste tra tecnologia e arte, tra economia e arte, in entrami i casi un legame sia tra chi la produce che tra chi ne fruisce. Tutto sommato un fatto abbastanza ovvio. Spesso non ci si pensa, forse perché non siamo stati troppo abituati a farlo, ma in questo caso e in queste poche osservazioni questi legami mi sembrano sorprendentemente evidenti.


giovedì 25 aprile 2024

La "Patria" della destra italiana.

La destra italiana secondo me esprime una curiosa contraddizione. Uno degli argomenti con cui spesso si caratterizza maggiormente è il concetto di Patria, o quello quasi equivalente di Nazione. Non ci sarebbe niente di strano per una forza politica conservatrice se non fosse per il fatto che non è del tutto chiaro su quali valori poggiano queste identità.

Per parlare di Patria o di Nazione servono dei valori forti condivisi da tutti i cittadini, degli elementi culturali unificanti. La destra dovrebbe fare degli sforzi più efficaci per individuarli e costruirci sopra i propri messaggi politici. Ma è proprio qui che secondo me risulta particolarmente debole.

Non si può mica costruire un pensiero conservatore e patriottico sul "Made in Italy" (espressione non italiana), sui tipici prodotti della gastronomia (vini e parmigiano) o sulle tante bellezze naturali e artistiche che abbiamo. A me pare un po' poco, attorno a questa retorica la Patria si sgonfia, inevitabilmente.

Ci sarebbe un valore fondante della nostra Patria. Forte, significativo, all'origine della nostra storia repubblicana e democratica. Sarebbe l'antifascismo, un valore sul quale è stata scritta la nostra Costituzione all'indomani della rovinosa caduta della dittatura fascista, che insieme a quella nazista ha portato l'Europa e il mondo nel baratro della seconda guerra mondiale. La Costituzione, la legge che regola tutta la nostra vita democratica, è stata scritta da un gruppo di intellettuali e politici provenienti da diverse aree politiche, anche molto distanti tra loro, ma che certamente avevano tutte in comune il valore dell'antifascismo. Questo mi sembrerebbe un ottimo punto in comune su cui alimentare una identità di Nazione.

Purtroppo proprio su questo punto si incastra ancora oggi gran parte della classe politica di destra italiana, esprimendo una contraddizione insanabile e imbarazzante per il Paese. Perché purtroppo buona parte della destra italiana è erede del vecchio Movimento Sociale, un partito a sua volta erede della Repubblica Sociale. Molti politici portano ancora la memoria di questo intreccio con il fascismo, e con loro forse anche una parte degli italiani, purtroppo. E questa contraddizione si ripropone a tutt'oggi, 25 Aprile 2024.

Ho saputo da poco che il governo lo scorso anno ha lanciato la candidatura UNESCO della cucina italiana alla Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Niente di male, ma immaginarsi noi italiani tutti uniti davanti ad una carbonara è un po' ridicolo.


domenica 14 aprile 2024

La matematica tra Galileo e von Neumann

Secondo alcuni scritti di Giorgio Israel sembrerebbe che la matematica nel corso della storia moderna abbia cambiato il suo rapporto con le altre discipline e il modo in cui viene pensata. Come scrive Israel "Per Galileo, la matematica è l'essenza della natura, che permette di attingere la 'verità'. Per von Neumann la scienza fa dei modelli di cui la matematica è il linguaggio privilegiato, il più adatto ed efficace". E aggiunge che "Un tratto fondamentale del pensiero di von Neumann è la convinzione che la matematica possa uscire dal dominio del rapporto con la fisica per misurarsi con ogni sorta di problema, e in particolare con quello di una trattazione razionale dei problemi sociali e, in particolare, economici. Emerge in modo chiaro la fortissima fiducia nel valore universale della matematica, una vera e propria visione panmatematica della realtà". Non è un caso che von Neumann abbia introdotto la teoria dei giochi come una matematica adatta a descrivere i processi economici e sociali. E non è un caso che von Neumann abbia contribuito in maniera determinante allo sviluppo dell'informatica.

Nelle due frasi seguenti una sintesi di come è cambiato il modo di pensare la matematica e il suo rapporto con la realtà:

«La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.» [Galileo Galilei]

«Le scienze non cercano di spiegare, a malapena tentano di interpretare, ma fanno soprattutto dei modelli. Per modello s'intende un costrutto matematico che, con l'aggiunta di certe interpretazioni verbali, descrive dei fenomeni osservati. La giustificazione di un siffatto costrutto matematico è soltanto e precisamente che ci si aspetta che funzioni - cioè descriva correttamente i fenomeni in un'area ragionevolmente ampia. Inoltre esso deve soddisfare certi criteri estetici - cioè, in relazione con la quantità di descrizione che fornisce, deve essere piuttosto semplice.» [John von Neumann]


martedì 2 aprile 2024

La musica vissuta dalla mia generazione

La mia generazione è mediamente ignorante in ambito musicale. Più esattamente le fasce sociali meno abbienti della mia generazione non hanno ricevuto un'istruzione musicale adeguata. Per dirla in modo un po' brutale a scuola ci hanno fatto fare i compiti di storia della letteratura, di storia del teatro, di storia delle arti figurative, anche di storia dell'architettura, ma non ci hanno mai fatto fare i compiti di storia della musica. Uso il termine "fatto fare i compiti" per sottolineare che l'istruzione è un obbligo, anche se quella superiore sarebbe in realtà una scelta. Il risultato però in generale è che questa istruzione obbligatoria ha dato modo a molti di noi (la maggior parte di noi, direi) di costruire una conoscenza, una consapevolezza, un qualche interesse per queste discipline. Quantomeno ce ne ha comunicato il valore. La musica invece è rimasta ai margini, lontana dal mondo dell'istruzione pubblica e da quella quotidianità di studio che rende un campo di conoscenze più o meno familiare. Quel poco che si faceva (e credo ancora mediamente si faccia) nella scuola media inferiore era del tutto insufficiente e non lasciava una traccia significativa.

La musica rimaneva perlopiù confinata in studi specialistici, svolti all'interno dei conservatori o fatti privatamente. E questi studi erano tipicamente accessibili a classi sociali già tradizionalmente familiari con la letteratura musicale occidentale. In altre parole la grande storia della musica europea era parte di una cultura elitaria, praticata dall'alta borghesia. Per le classi medie e medio basse rimaneva una cosa estranea e inaccessibile. Oggi i risultati di questa vicenda storica sono ben evidenti. Le persone della classe media sono spesso piene di bias cognitivi sulla musica, hanno una sostanziale estraneità alla musica della storia, in un modo buffo che quasi mai ha un analogo con le altre arti.

Ma la mia generazione in parte è stata anche fortunata, perché ha visto il boom del mercato discografico. Questo aveva due caratteristiche, un forte orientamento alle forme di musica popolare dove si poteva trovare il bacino di consumo più ampio e facile, e il fatto che si trattava di un mercato ancora emergente, incerto, tutto da scoprire e da costruire. Sono due caratteristiche che hanno permesso un forte sperimentalismo, sia imprenditoriale che artistico. Si è venuto a creare un ambiente ricco di talenti che in un paio di decenni (in particolare gli anni 60 e 70) hanno letteralmente trasformato la musica popolare europea e nordamericana. La ricchezza di proposte artistiche che ne è risultata è stata una manna per la mia generazione, venuta per la verità un pochino dopo.

La situazione che si è venuta a creare è stata un po' particolare. Le istituzioni culturali tradizionali, regolarmente presenti in altri ambiti, nella musica sono stati del tutto sostituiti dall'industria discografica. La mancanza di istruzione, peggiorata da una condizione elitaria nel praticare la musica di tradizione, ha creato una grossa frattura nella fruizione. Questa frattura ha caratterizzato soprattutto le giovani generazioni (ovviamente le più sensibili ai cambiamenti), che si sono trovate senza istruzione ma con una "nuova" musica da consumare.

La cosa aveva anche degli aspetti positivi interessanti. Avere un'istruzione impartita dalla società in cui si vive porta purtroppo sempre con sé il rischio di costruire una cultura vuota, falsa e ipocrita (come diceva Pasolini). Oppure può portare a sentirne il peso, l'oppressione. Ma se invece ho modo di accedere ad un ambito culturale, anche interessante, come lo era la musica popolare di quegli anni, totalmente scollegato da istituzioni ufficiali, totalmente personale, dove può regnare la ricerca libera, fatta sia da solo che con i coetanei, allora ho una sorta di paradiso terrestre, di isola felice. E l'identificazione con questa cultura diventa totale (la "musica dei giovani").

Forse però non era un territorio così libero. Alle istituzioni culturali tradizionali si sostituiva un mercato economico sostenuto dalle nuove tecnologie, che all'inizio ha fatto da volano per una musica popolare piena di idee e originalità, ma che forse adesso, con un mercato consumistico sempre più ingordo e orientato al profitto, mostra segni di decadenza culturale.