domenica 15 agosto 2021

Gino Strada

Appena si è saputa la notizia della morte di Gino Strada (il fondatore di Emergency) i social si sono riempiti di commemorazioni. I toni erano tutti di celebrazione di un uomo straordinario, cioè fuori dall'ordinario. Tutti positivi. Ero curioso di trovare qualche commento più critico, sempre salutare al dibattito, ma non ne ho trovati. Magari tra un po'.

Quello che mi è venuto spontaneo pensare è che forse molti di noi hanno un certo bisogno di celebrare persone del genere, per motivi forse diversi. Evidentemente ci stanno troppe cose che non vanno nel nostro vivere sociale, cose che subiamo perchè non sappiamo cambiarle o che sfruttiamo perchè non ci conviene cambiarle, e quando qualcuno ce le mette davanti e ci fa vedere che qualcosa di concreto si può fare non ci resta che celebrarlo come eroe. Per molti e' un misto di esaltazione, per quello che si potrebbe fare, e di frustrazione, per quello che non sappiamo e non possiamo fare. Per molti altri è retorica che ci giustifica. Si celebra uno fuori dall'ordinario anche per giustificare il nostro rimanere nell'ordinario. Per tutti gli altri è indifferenza.

Ma non vorrei essere troppo cinico. La cosa più importante e certamente positiva è che una persona del genere dà da pensare un po' a tutti. A parte gli indifferenti, che sono sempre i peggiori, ognuno deve risolvere in qualche modo il problema dell'esistenza di un Gino Strada nella nostra società.

Un altro aspetto che mi ha colpito è venuto fuori da una delle tante sue frasi riportate in giro in questi giorni. Oltre a quella famosa sui diritti ("I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi"), o a quella altrettanto famosa sulla guerra ("Non sono un pacifista, sono contro la guerra"), ne gira un'altra, riportata dall'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) che dice: "Dio? Non ne sento alcun bisogno. Penso che il significato delle cose stia nelle cose stesse, non al di fuori o al di sopra". Non è che io sia particolarmente interessato al fatto che Gino Strada fosse credente o meno, quello che però trovo molto significativo è che il suo forte messaggio etico (in quanto riguarda il comportamento dell'uomo sull'uomo) sia fuori dalla fede in una qualsivoglia entità sovrannaturale. La possibilità di un'etica senza fede è essa stessa una grande testimonianza.


martedì 27 luglio 2021

Distribuzione di ricchezze e di uomini

Il problema della distribuzione delle ricchezze è in qualche misura collegato alla distribuzione delle persone sul suolo terrestre. L'attuale concentrazione delle ricchezze ha chiaramente una caratterizzazione geografica. La mappa mondiale dei servizi di accesso alla rete Internet ne è un esempio. La Terra è divisa in territori e società ricche contro territori e società povere. Per di più storicamente, e anche attualmente, lo sfruttamento dei primi sui secondi ha costituito e costituisce il motore principale che alimenta questo squilibrio.

La situazione in cui ci troviamo sta generando due conseguenze macroscopiche diverse: la prima è un progressivo calo demografico mondiale concentrato nelle società ricche. In genere questo calo si tende a correlarlo con il grado di istruzione diffuso, l'emancipazione femminile, la diffusione dei contraccettivi, le capacità di scelta raggiunte dai singoli individui (in particolare dalle donne). Questo fenomeno è ulteriormente aggravato in tutti quei paesi che non hanno sviluppato adeguate infrastrutture di sostegno alla famiglia, come succede per l'Italia. Le conseguenze sono un progressivo invecchiamento della popolazione, una diminuzione di leve produttive, difficoltà nel sostenere i sistemi pensionistici, ecc.

La seconda conseguenza è un complesso fenomeno di flussi migratori dai territori poveri a quelli ricchi. L'irreversibilità di questo fenomeno è ben evidente, così come l'impossibilità di ridurlo drasticamente in tempi brevi. Molti territori poveri sono ormai teatri di guerre, guerriglie, scorribande di terroristi, governati da oligarchie che tolgono alla popolazione quelle poche ricchezze disponibili. La gravità di queste situazioni, sebbene se ne ignorino forse molti dettagli, si intuiscono nell'osservare le condizioni particolarmente rischiose (per noi inconcepibili) a cui si espongono moltissimi migranti per poter uscire dal loro inferno. Assistiamo a scene drammatiche che parlano da sole, e ci raccontano la gravità della situazione.

Ma tralasciando tutta l'ipocrisia dello slogan "aiutiamoli a casa loro" (senza mai aprire un vero dibattito su come farlo, senza mai ammettere che fino a che non si interrompe la logica di sfruttamento che questo problema lo ha generato non si può certo pensare di risolvere alcunchè, senza poi valutare l'impatto sulle nostre società ricche che l'interruzione di questa logica di sfruttamento determinerebbe) è possibile pensare ad una qualche "compensazione" di questi due fenomeni inarrestabili? E' un pensiero così scemo? Certamente sarebbe molto difficile gestire questa compensazione, soprattutto perchè una condizione necessaria sarebbe quella di vedere il problema a livello internazionale, di tutta la società occidentale ricca (almeno a livello dell'Europa). Ma esiste una soluzione diversa? 

domenica 18 luglio 2021

Somme di numeri e riporti

Uno dei primi algoritmi che si imparano a scuola è quello della somma di due numeri. Poichè ai miei tempi esistevano già le calcolatrici tascabili queste operazioni fatte e ripetute tante volte sul quaderno potevano risultare inutili, sia a noi studenti che ai genitori che ci seguivano. Ricordo benissimo le critiche che i genitori si permettevano di fare agli insegnanti circa la loro insistenza nel farci fare questi esercizi, ritenuti appunto inutili. In particolare la polemica si innescava quando questi algoritmi di calcolo si complicavano, ad esempio quando si arrivava alle divisioni con un dividendo a più cifre. Qui infatti scattava il senso protettivo dei genitori verso i propri figli.

Queste critiche mi sono sempre sembrate (anche allora) del tutto infondate, perché basate sulla solita osservazione insensata che "i ragazzi devono studiare le cose utili", trascurando del tutto di analizzare con un minimo di intelligenza il senso del termine "utilità". D'altra parte però da un certo punto in poi ho cominciato a pensare che quegli esercizi un po' noiosi potevano essere già in quel momento associati in modo istruttivo al concetto di algoritmo e alla sua realizzazione pratica, così importante e così "utile" al giorno d'oggi. Forse a quell'età è un po' presto per analizzare a fondo un concetto del genere, ma è certamente possibile trovare almeno il modo di metterlo in evidenza. E vista la sua natura così importante e sfuggente al tempo stesso, credo sia utile farlo emergere il prima possibile. Gli algoritmi nel nostro mondo sono onnipresenti ma invisibili, si rischia di non afferrarne mai l'importanza, anche nell'età adulta. Una lacuna culturale di una certa gravità.

Ad esempio ci si può aiutare a fare le somme cercando di tradurre l'algoritmo in una qualche procedura meccanica che lo esegua automaticamente, con il nostro intervento ridotto al minimo. In fondo la storia dell'informatica può essere raccontata così (in estrema sintesi). Il primo oggetto che viene in mente è l'abaco. La sua funzione principale è quella di trasformare il calcolo in un semplice spostamento di palline e la sua efficacia si poggia essenzialmente sull'uso del sistema di numerazione posizionale. Con opportuno allenamento e pratica quotidiana l'uso di questo strumento rende le operazioni sui numeri relativamente veloci. E' il motivo per cui nella storia è sopravvissuto tanto (anche perché per molto tempo non c'è stato niente di meglio a disposizione).

Ma l'abaco ha un problema che ne rende complicato l'utilizzo, si deve tener conto dei riporti. E' esattamente lo stesso problema principale che si incontra nell'algoritmo "carta e penna" che viene insegnato a scuola. Ed è il problema che si cerca di risolvere attraverso l'uso concatenato di ingranaggi nelle macchine calcolatrici introdotte dalla prima metà del seicento in poi, di cui la famosa "pascalina" ne è il prototipo. Un collegamento meccanico tra le ruote numerate fa sì che la completa rivoluzione di una ruota provochi l'avanzamento di una unità da parte di quella immediatamente alla sua sinistra, automatizzando quindi il riporto. In tal modo l'unica cosa che deve fare l'utilizzatore è impostare gli addendi della somma e affidare l'esecuzione del conto al meccanismo.

Dalle calcolatrici meccaniche ad oggi di miglioramenti ne sono stati fatti, soprattutto sul lato dell'interfaccia uomo-macchina, cioè della facilità dell'utente di impostare la somma, e ovviamente nella velocità e affidabilità dell'operazione eseguita dal dispositivo di calcolo, ad oggi realizzato con componenti elettronici a stato solido. Tra la pascalina e il computer c'è tutta la conoscenza della struttura della materia sviluppata principalmente nel ventesimo secolo. Ma anche nel caso dei dispositivi moderni rimane ovviamente il problema della gestione del riporto, basta guardare la realizzazione di una somma binaria, composta da una funzione XOR (e dal circuito logico corrispondente) e completata in parallelo da una funzione AND (e anch'essa dal circuito logico corrispondente) che calcola appunto il riporto dell'operazione.

In qualche momento della nostra istruzione secondo me sarebbe utile comunicare con argomentazioni ed esempi che non solo la somma è concettualmente un'operazione importante ma lo è anche la sua realizzazione pratica, l'algoritmo che ne descrive la procedura di calcolo (il software) e il dispositivo fisico che la esegue (l'hardware).

domenica 4 luglio 2021

Preferisco il gatto

Il cosiddetto amore per gli animali non può essere un sentimento universale su cui costruire una mentalità ecologista. Così come non può esserlo l'amore per l'umanità (per tutti gli uomini). In generale è proprio il sentimento di amore a non avere mai un carattere di universalità. L'amore è un sentimento che si rivolge a degli individui specifici, persone o animali che siano, non ha molta importanza . Si amano alcune persone, non l'umanità. Si amano alcuni animali, non tutti gli animali. Chiunque nutre sentimenti di amore per una ristrettissima cerchia di individui con cui condivide una parte della sua esistenza.

Un sentimento che trovo ben più universale e utile alla società è quello del rispetto per qualunque individuo e in generale per qualunque forma di vita (in varia misura e con ovvie priorità). Un sentimento ben più concreto e ben più ecologista, che ha un senso, anche se declinato necessariamente in modi diversi, sia per l'individuo (della tua stessa specie o di specie diversa) che ti vive accanto, sia per l'individuo mai incontrato o che non avrai mai la possibilità di incontrare, con cui non avrai mai la possibilità di convivere, ma semplicemente di coabitare.

Il cane e il gatto sono i due più importanti animali domestici che convivono con l'uomo. Entrambi sono individui che possono essere amati. In fin dei conti non ce ne sono molti di più che possano essere amati in senso proprio dall'uomo. A parte qualche eccezione (effettivamente ce ne sono) è solo con loro che il livello stretto di convivenza consente di poter far parlare di un rapporto affettivo vero e proprio. Tra i due però credo che il rapporto con il gatto educhi di più al senso del rispetto, e per questo lo preferisco. L'indipendenza del felino, il suo mai del tutto sopito istinto di predatore, il suo bisogno di trovare sempre spazi personali, sottraggono al "padrone" (è anche più difficile usare questo termine con i gatti) quel rapporto di potere (appunto di tipo padrone-gregario) che si nota spesso con i cani, basta pensare al guinzaglio. E' forse una conseguenza della storia evolutiva del nostro rapporto con il cane, costruito nei millenni per avere un fedele compagno di lavoro. La mia sensazione è che il rapporto con il gatto sia più caratterizzato dal bisogno di rispettarlo e meno di possederlo e gestirlo in tutti i suoi comportamenti. E' basato un po' di più sull'accettazione dell'imprevedibilità dei suoi comportamenti.

Il discorso ha dei limiti precisi, vista la necessità quasi obbligata di castrarlo al fine di confinarlo nel suo spettro dei comportamenti che farebbero certo parte della sua natura ma che risulterebbero troppo poco controllabili.

Tanti anni fa abbiamo avuto in famiglia un gatto. Ricordo proprio questo senso di coabitazione e di rispetto reciproco. Conviveva con noi facendo più o meno cio' che voleva, si allontanava e tornava più o meno quando voleva, seguendo i suoi istinti. Non era castrato e visse con noi ben poco. Probabilmente pagò questa sua indipendenza. Era libero.

NOTA: Che poi il cane in un certo senso è un animale in pensione. Per migliaia di anni ci ha aiutati nella pastorizia, nella caccia, nella difesa delle nostre proprietà, ma adesso tutto questo non ci serve più e il cane si è trasformato sostanzialmente in un animale da compagnia pur rimanendo con quegli istinti che noi abbiamo per tanto tempo utilizzato e contribuito a sviluppare. Ora ci ritroviamo con animali che hanno bisogno a buon diritto di esercitare questi istinti che non solo ci sono inutili ma che spesso ci risultano pure un po' scomodi, ci provocano una serie di possibili disagi e piccole difficoltà (muoversi e correre su ampi spazi, forte territorialità, aggressività innata verso estranei, ecc.), tanto è vero che è nata l'esigenza, almeno per alcuni di essi, di essere "educati" da specialisti. Poi per il resto (come d'altra parte i gatti) sono diventati anche loro dei forti consumatori della nostra sempre più ampia offerta di merci. Dei target di mercato, come noi.

venerdì 25 giugno 2021

Frullatore per aziende e lavoratori

Un amico al telefono mi parla delle aziende americane (lavora da anni per una di esse) e della loro logica serrata di profitto. In genere, se sono in fase espansiva possono ancora far star bene i loro dipendenti (nel senso di creare attorno a loro un ambiente di lavoro sano, o comunque ben accettato dal lavoratore), o semplicemente dare questa illusione che magari si concretizza veramente per la maggior parte di loro. Ma se hanno superato questa fase, come inevitabilmente prima o poi succede, e devono far fronte all'aggressività dei competitors, cominciano a promuovere politiche industriali di efficienza, che consistono solitamente nell'acquisire nuovi assets strategici da una parte e fare spin-off dall'altra, acconpagnando sia le une che le altre con una ridefinizione e ricalibrazione delle risorse, che si traduce nel tagliare tutti i costi per quanto possibile. E i lavoratori non sono più così contenti, quelli che sopravvivono. Sono sempre e solo gli azionisti quelli che devono essere sempre contenti, sia prima che dopo. Il problema è che quando termina o cala la fase espansiva, in cui si sono fatti forti investimenti in tutte le direzioni, assunzioni e ricerca di nuove risorse in tutti i settori dell'organizzazione, ci si ritrova nel "frullatore" del mercato in cui poi tocca sopravvivere.

Chiusa la conversazione con l'amico mi viene da pensare che questa parabola di un'azienda è simile a quella di un suo lavoratore. Aggressività, desiderio di carriera e voglia di arricchirsi sono i valori vincenti in un ambiene di lavoro competitivo, quello costruito dall'azienda per ottenere il massimo della produttività. E sono anche quelli che permettono una prima fase di "espansione" personale, affermazione, carriera e soldi. Ma così facendo si entra inesorabilmente nel "frullatore", un meccanismo che pretende da te sempre di più e che da un certo punto in poi ti mette in diretta competizione con chi ha vent'anni meno di te e ben altre energie e motivazioni. E da un certo punto in poi devi cercare di sopravvivere, imparando a parare i colpi che arrivano da tutte le parti (questo non è Shakespeare, è sempre il mio amico).

 

martedì 15 giugno 2021

Unici, irripetibili e privilegiati

Già da molto tempo la biologia ci ha insegnato che i processi evolutivi vecchi di miliardi di anni hanno creato una biosfera di immensa complessità, dove la variabilità che si può ottenere è così grande che ogni essere vivente su questa terra può essere considerato unico e irripetibile.

Ma a noi esseri umani questo non basta, non può bastare. Noi vogliamo essere anche privilegiati. E questo privilegio, che in teoria dovrebbe interessare tutta l'umanità, in realtà riusciamo a pensarlo solo per una umanità molto ristretta. E più i media ci fanno vedere la complessità del mondo, più noi ne pensiamo uno piccolo di riferimento. Vogliamo salvare il salvabile, e vogliamo cercare di giustificarlo.

Se per caso sventiamo la morte abbiamo bisogno di pensare che qualcuno ci abbia protetto, abbia guidato il nostro destino e ci abbia salvati. Il pensiero che potrebbe essere stato casuale è insopportabile. Il pensiero che con altrettanta probabilità sarebbe potuto andare diversamente ci restituisce un'idea inaccettabile della nostra esistenza.

La nostra vita deve avere un valore di per sé, un valore oggettivo, indipendente da noi, un valore esterno (ed eterno, possibilmente), che discende non si sa bene da dove ma è importante che ci sia. Questo valore ci protegge, altrimenti l'universo è troppo grande e troppo freddo.

Questa cosa ci fa bene, ci toglie dal nostro cuore un po' di responsabilità, ma ci lascia nelle nostre mani un pugno di ipocrisia, quella che serve per mascherare qualche imbarazzo. Ci giriamo e schiacciamo un insetto che ci infastidisce (e questo valore assoluto della vita? Dov'è il suo confine? Dove si ferma?). I media ci raccontano ogni giorno di persone che per caso sono andate incontro alla morte invece che sventarla. Per tante diverse ragioni, tantissime. Ma il valore della loro vita? Perchè noi siamo stati protetti e loro no? C'è qualche ragione imperscrutabile che ci ha difeso? Siamo privilegiati? Ce lo siamo meritato? (quanto ci piacerebbe pensarlo!).

Ci succederà di nuovo?

In genere da questo punto in poi si parla di mistero.


martedì 27 aprile 2021

La scienza non sai da che parte prenderla

L'opinione comune sembra essere che la scienza sia una disciplina piena di questioni astruse, complicate, inavvicinabili. E poco interessanti. Questo perchè quando te ne vorresti interessare non sai come prenderla. Se la prendi dalla fine del discorso, dalle conclusioni, che sono spesso affascinanti o perlomeno intriganti, non ci capisci niente. Se invece la prendi dall'inizio non ti interessa più, tutta roba troppo semplice, che non si capisce dove vuole arrivare. D'altra parte la scienza fa proprio questo, esamina razionalmente problemi semplici, e questa è la sua forza intellettuale. Se voglio avere la speranza di trovare un buon punto di partenza questo deve essere ragionevolmente semplice, analizzabile in tutte le sua parti.

Osservare fenomeni già semplici e ragionare addirittura su loro semplificazioni è però molto spesso una cosa priva di fascino, che non sembra poter portare a nessun risultato importante. E' certamente più bello e più gratificante affrontare grandi problemi, soddisfa di più l'istinto di conquista del mondo che tutti certamente abbiamo, specialmente in giovane età. Salvo poi il rischio di girare a vuoto su un sacco di argomenti inconsistenti che fanno da contorno alla nostra vita.

Qualche volta mi metto nei panni degli accademici di inizio seicento, colleghi di Galileo. Professori abituati a ragionare sui grandi temi della filosofia aristotelica costretti a confrontarsi con uno di loro che invece guardava i pendoli e faceva rotolare palline su piani inclinati! A molti di loro dovrebbe esser risultato un buffo personaggio. Secondo me non c'era solo la convinzione che sul movimento era già stato detto tutto, ma pure il fatto che analizzare questa roba non sembrava poi così interessante, non avrebbe portato a niente di importante e al contrario avrebbe sviato dai temi veramente fondamentali della filosofia. Vallo a pensare che proprio un'analisi critica del moto sarebbe stata di li a poco l'elemento essenziale per cambiare radicalmente la nostra concezione del mondo....

Il guaio (se così si vuol dire) è che l'analisi critica di problemi semplici, o semplificati fino al punto di poterli trattare, arriva quasi sempre a spiegazioni controintuitive, quindi difficili da digerire. Proprio come è successo con l'analisi del moto. Spesso è più facile impararle e basta, senza troppo ragionarci. Come succede a scuola. Il bello arriva dopo, quando dopo tanto ragionare la scienza costruisce un quadro del mondo naturale vasto e affascinante, in grado di offrire chiavi concettuali potentissime per poterlo prevedere e manipolare. Ma ormai è troppo tardi, non ci si capisce più niente, devi stare appeso al labbro di chi ci capisce e ascoltare i suoi racconti, spesso incomprensibili. La scienza è importante, lo sanno tutti, ma è anche oscura, e alla fine non è interessante.