L'estate scorsa sono stato in vacanza a Londra. La sensazione generale che conservo come la più "esotica" (più della grande eterogeneità della sua popolazione, che pure è anch'esso un aspetto abbastanza impressionante) è sintetizzabile nella seguente semplice osservazione: la città di Londra, organismo immenso e complesso, funziona (almeno agli occhi di un turista) come un orologio. Ovviamente sono i londinesi a farla funzionare così, cioè si tratta di un aspetto squisitamente culturale ed evidentemente mi appare come esotico perché difficilmente riscontrabile in una città italiana (specialmente a Roma, dove vivo). Questo si traduce in una spiccata capacità dei londinesi (più esattamente di quelli con cui ho avuto a che fare, che erano ovviamente quasi tutti impiegati di servizi pubblici e di strutture turistiche della città) di sentirsi parte di un "meccanismo", di un "processo".
Questa settimana sono a Camberley per lavoro. Trattasi di una cittadina a poco più di mezz'ora di macchina da Londra. La sensazione è più o meno la stessa. Per arrivare da Heathrow ho scelto il trasporto pubblico, un po' complicato (quindi lungo) ma perfetto nel suo funzionamento. Liscio come l'olio. Da Heathrow a Hatton-Cross in metro, poi a Feltham in autobus, a Virginia Water in treno, infine a Camberley in pullman. Un percorso assistito da addetti presenti ovunque. La cittadina se possibile per certi versi è pure più impressionante di Londra. Tutti gli aspetti del suolo pubblico sono perfettamente sotto controllo, dalla segnaletica stradale all'arredo urbano, alla pulizia, alla mancanza totale di raccoglitori per immondizia che non siano semplici cestini. Niente di rotto, sporco, sbiadito o trascurato. Giardini compresi. Un'atmosfera irreale.
E' chiaro che dietro a tutto questo c'è un progetto. Che non lascia niente al caso. Il punto è proprio questo. Non è tanto il senso civico e il rispetto dell'ambiente pubblico (che pure ci sono) ma è soprattutto il senso dell'organizzazione. Questo è l'aspetto culturale più significativo e più esotico per noi. Direi che questo si ritrova anche nel lavoro. La pianificazione delle attività, la divisione dei compiti, l'assegnazione precisa delle responsabilità sono tra quelle cose in cui gli anglosassoni eccellono. E quelle che spesso noi italiani, cronici gestori di eccezioni e di imprevisti, tendiamo a chiamare "fuffa".
giovedì 10 luglio 2014
domenica 22 giugno 2014
Golliwogg's Cakewalk
Ieri sono andato a sentire un concerto amatoriale in cui suonava mia nipote di 16 anni. Il caso ha voluto che la sua insegnante di pianoforte sia la moglie della persona che circa 35 anni fa mi ha dato le sue e le mie prime lezioni di musica. Ieri sera erano tutti lì a suonare. Il repertorio era tra il classico e il popolare e c'era una bella atmosfera, quella di chi si diverte a fare musica senza essere un professionista. Mia nipote oltre ad alcuni pezzi suonati insieme ad altri portava anche un pezzo solista, l'ultimo brano del Children's Corner di Debussy, Golliwogg's Cakewalk (1913).
Ricordo che aveva la copertina gialla. Probabilmente lo comprai in seguito ad una serata a casa di un collega universitario che era anche un pianista. Quella sera accennò alcuni di questi pezzi, forse anche l'ultimo. Erano molto belli. Insieme alle Images sono i pezzi di Debussy che mi sono rimasti più nella memoria. Avevo già abbandonato lo studio sistematico del pianoforte ma coltivavo l'idea (invero un po' ridicola) di poter continuare a suonare. Purtroppo la mia insegnante anni prima mi aveva imposto una scaletta di studi rigorosamente orientata ai programmi di conservatorio e questo alla lunga si è rivelata per me una scelta sbagliata: da una parte niente esami e dall'altra nessuna esperienza dilettantistica divertente. Soprattutto nessuna esperienza musicale sociale.
L'ortodossia di quel mio periodo di studi pianistici ha certamente giocato un ruolo negativo anche nell'approccio ai brani. Ricordo che mi sorprese sentire il mio collega universitario sostenere che lui non faceva mai studi di pura tecnica, ma superava le difficoltà tecniche direttamente sui pezzi di musica vera. Suonava direttamente, senza estenuanti studi preparatori. Io portai a casa la mia raccolta dei Children's Corner, constatai che erano piuttosto impegnativi (soprattutto per uno che non aveva più il fiato sul collo di un'insegnante) ma forse feci l'errore (l'errore?) di ascoltare la registrazione di questi pezzi suonati da Arturo Benedetti Michelangeli (una versione è questa). Era impossibile anche solo avvicinarsi a quel tipo di esecuzione. La mia era una vera schifezza. Ma perché me ne doveva fregare? Perché avrebbe dovuto scoraggiarmi? Un atteggiamento ridicolo ed esagerato, col senno di poi.
Sono contento di aver sentito l'insegnante di mia nipote sostenere che l'importante è imparare a suonare insieme agli altri e che i pezzi solistici "bene o male" comunque si fanno, e senza farsi troppi problemi. Un concetto che forse tradisce un approccio in parte dilettantesco, ma le attività amatoriali e dilettantistiche sono un aspetto molto importante della cultura di una persona, non c'è dubbio. Un bel concerto. Bravi tutti.
Ricordo che aveva la copertina gialla. Probabilmente lo comprai in seguito ad una serata a casa di un collega universitario che era anche un pianista. Quella sera accennò alcuni di questi pezzi, forse anche l'ultimo. Erano molto belli. Insieme alle Images sono i pezzi di Debussy che mi sono rimasti più nella memoria. Avevo già abbandonato lo studio sistematico del pianoforte ma coltivavo l'idea (invero un po' ridicola) di poter continuare a suonare. Purtroppo la mia insegnante anni prima mi aveva imposto una scaletta di studi rigorosamente orientata ai programmi di conservatorio e questo alla lunga si è rivelata per me una scelta sbagliata: da una parte niente esami e dall'altra nessuna esperienza dilettantistica divertente. Soprattutto nessuna esperienza musicale sociale.
L'ortodossia di quel mio periodo di studi pianistici ha certamente giocato un ruolo negativo anche nell'approccio ai brani. Ricordo che mi sorprese sentire il mio collega universitario sostenere che lui non faceva mai studi di pura tecnica, ma superava le difficoltà tecniche direttamente sui pezzi di musica vera. Suonava direttamente, senza estenuanti studi preparatori. Io portai a casa la mia raccolta dei Children's Corner, constatai che erano piuttosto impegnativi (soprattutto per uno che non aveva più il fiato sul collo di un'insegnante) ma forse feci l'errore (l'errore?) di ascoltare la registrazione di questi pezzi suonati da Arturo Benedetti Michelangeli (una versione è questa). Era impossibile anche solo avvicinarsi a quel tipo di esecuzione. La mia era una vera schifezza. Ma perché me ne doveva fregare? Perché avrebbe dovuto scoraggiarmi? Un atteggiamento ridicolo ed esagerato, col senno di poi.
Sono contento di aver sentito l'insegnante di mia nipote sostenere che l'importante è imparare a suonare insieme agli altri e che i pezzi solistici "bene o male" comunque si fanno, e senza farsi troppi problemi. Un concetto che forse tradisce un approccio in parte dilettantesco, ma le attività amatoriali e dilettantistiche sono un aspetto molto importante della cultura di una persona, non c'è dubbio. Un bel concerto. Bravi tutti.
lunedì 2 giugno 2014
2001: Odissea nello spazio
Non so come ma pensavo che il famoso film di Kubrick non avesse un parallelo letterario altrettanto affascinante. Ricordavo che l'ispirazione del film era stato un piccolo racconto di Arthur C. Clarke intitolato "The Sentinel" ma credevo che questo fosse tutto. Fino al giorno in cui in una delle mie solite passeggiate alla libreria Feltrinelli mi sono imbattuto nel romanzo di Clarke. Non mi quadrava che si intitolasse come il film, che non fosse una piccola novella di poche pagine. Quindi l'ho comprato. Ovviamente è bastata una veloce consultazione su Internet per mettere bene a nudo la mia crassa ignoranza in merito a questa questione. Sceneggiatura del film e romanzo sono nati praticamente assieme e portati avanti in parallelo da Clarke (la sceneggiatura del film ovviamente insieme a Kubrick). Superficialità imperdonabile la mia.
La lettura del romanzo mi ha impressionato molto, ho ritrovato lo stesso grande fascino del film. Certo è difficile prescindere da quelle immagini e da quelle musiche incredibili ma il racconto di Clarke è efficacissimo e in un certo senso complementare al film. Dove il film è (forse necessariamente) vago e astratto il romanzo è più dettagliato e avvincente. Le descrizioni sulle pagine del romanzo non possono avere lo stesso impatto e la stessa immediatezza di quelle del film ma hanno comunque una loro grande capacità visionaria. Mi è capitato altre volte di leggere un romanzo e di vederne la trasposizione cinematografica (nei casi peggiori un impoverimento in forma di immagini) ma qui mi sembra più che altro di avere a che fare con due versioni alternative della stessa opera. Sarà un mio condizionamento ma mi pare che si veda in modo abbastanza evidente che film e romanzo sono stati elaborati assieme. Un fatto certamente insolito, chissà se ci sono stati altri esempi simili.
Di sicuro quello che mi piace in questa "odissea" letteraria e cinematografica è l'immaginazione potente della scrittura di fantascienza, che probabilmente ha pochi eguali nella storia di questo genere (almeno per quel poco che ne conosco). Questa potenza la si riconosce soprattutto nel grande respiro della trama e al contempo in tanti piccoli particolari di passaggio nello svolgimento della stessa. Particolari come questo:
"Prima di presceglierlo per la missione, avevano posto alla prova le sue reazioni all'ibernazione. Non sapeva bene se avesse perduto una settimana di vita ... o se la sua morte ultima fosse stata rinviata dello stesso periodo di tempo" (Arthur C. Clarke).
La lettura del romanzo mi ha impressionato molto, ho ritrovato lo stesso grande fascino del film. Certo è difficile prescindere da quelle immagini e da quelle musiche incredibili ma il racconto di Clarke è efficacissimo e in un certo senso complementare al film. Dove il film è (forse necessariamente) vago e astratto il romanzo è più dettagliato e avvincente. Le descrizioni sulle pagine del romanzo non possono avere lo stesso impatto e la stessa immediatezza di quelle del film ma hanno comunque una loro grande capacità visionaria. Mi è capitato altre volte di leggere un romanzo e di vederne la trasposizione cinematografica (nei casi peggiori un impoverimento in forma di immagini) ma qui mi sembra più che altro di avere a che fare con due versioni alternative della stessa opera. Sarà un mio condizionamento ma mi pare che si veda in modo abbastanza evidente che film e romanzo sono stati elaborati assieme. Un fatto certamente insolito, chissà se ci sono stati altri esempi simili.
Di sicuro quello che mi piace in questa "odissea" letteraria e cinematografica è l'immaginazione potente della scrittura di fantascienza, che probabilmente ha pochi eguali nella storia di questo genere (almeno per quel poco che ne conosco). Questa potenza la si riconosce soprattutto nel grande respiro della trama e al contempo in tanti piccoli particolari di passaggio nello svolgimento della stessa. Particolari come questo:
"Prima di presceglierlo per la missione, avevano posto alla prova le sue reazioni all'ibernazione. Non sapeva bene se avesse perduto una settimana di vita ... o se la sua morte ultima fosse stata rinviata dello stesso periodo di tempo" (Arthur C. Clarke).
sabato 17 maggio 2014
Uno spot pubblicitario
Questi giorni sta girando in televisione uno spot pubblicitario di un gestore di telefonia il cui protagonista è un noto comico che irrompe in un'aula di università durante una lezione, cancella la parte della lavagna dove sta scrivendo il professore e ci scrive sopra la sua "formula", ovvero il suo messaggio commerciale. Dopo aver sbrodolato i suoi slogan il comico si rende conto di aver forse cancellato qualcosa di importante e suscita l'ilarità dell'aula facendo una battuta che sottolinea la sua goffa ignoranza. Ma si capisce bene che la vera cosa importante l'ha appena scritta lui alla lavagna.
Ho visto passare questo spot diverse volte e ogni volta mi suscita un sentimento a metà tra l'imbarazzo e l'irritazione. Mi sembra che in pochi secondi si consumi la disfatta totale del più alto istituto d'istruzione che abbiamo. L'accostamento tra la semplicità e l'immediatezza del messaggio del comico e la complessità incomprensibile di quello che probabilmente si stava svolgendo in aula poco prima (e per il quale il comico, simpatico e brillante, mostra la più completa estraneità) è devastante. Lo stereotipo del professore impacciato che sta fuori dal mondo, almeno da quel mondo che vale la pena di vivere, è decisamente deprimente. Gli studenti si risvegliano all'ingresso in aula del comico e finalmente si divertono. Tutta la scena sembra voler dire: "d'accordo i professori ci devono essere, e vanno tollerati, ma voi non perdete troppo tempo con questa roba. Che volete capire? E a che vi serve? Tanto gli sms li riuscite a mandare lo stesso".
Il linguaggio della pubblicità nella sua innocenza è incredibilmente potente. Fotografa la realtà e al tempo stesso comunica valori (o non-valori, o nuovi strani valori) con un'efficacia impressionante.
Ho visto passare questo spot diverse volte e ogni volta mi suscita un sentimento a metà tra l'imbarazzo e l'irritazione. Mi sembra che in pochi secondi si consumi la disfatta totale del più alto istituto d'istruzione che abbiamo. L'accostamento tra la semplicità e l'immediatezza del messaggio del comico e la complessità incomprensibile di quello che probabilmente si stava svolgendo in aula poco prima (e per il quale il comico, simpatico e brillante, mostra la più completa estraneità) è devastante. Lo stereotipo del professore impacciato che sta fuori dal mondo, almeno da quel mondo che vale la pena di vivere, è decisamente deprimente. Gli studenti si risvegliano all'ingresso in aula del comico e finalmente si divertono. Tutta la scena sembra voler dire: "d'accordo i professori ci devono essere, e vanno tollerati, ma voi non perdete troppo tempo con questa roba. Che volete capire? E a che vi serve? Tanto gli sms li riuscite a mandare lo stesso".
Il linguaggio della pubblicità nella sua innocenza è incredibilmente potente. Fotografa la realtà e al tempo stesso comunica valori (o non-valori, o nuovi strani valori) con un'efficacia impressionante.
sabato 19 aprile 2014
Fuori target
La fisica come attività professionale richiedeva la volontà di farsi carico di un alto grado di incertezza (da più lati, non solo quello economico). Un carico che poteva essere controbilanciato solo da elementi come: grande determinazione, disponibilità ad un sacrificio che non aveva però la caratteristica di farti vedere una meta anche solo soddisfacente, sufficienti risorse economiche personali (un po' di spalle coperte per intenderci), e non ultimo grande fiducia nelle proprie capacità professionali e nel proprio talento. Decisamente troppo per me. Tutti i fattori considerati insieme non tenevano la bilancia in equilibrio neanche lontanamente. Gran bella disciplina la fisica ma tutto troppo difficile, da qualunque parte si guardasse il problema. Fuori target.
La musica come attività professionale non è mai stata per me un'opzione seria. Ma comunque la scelta dello strumento studiato (il pianoforte) non mi avrebbe certo portato lontano. Le difficoltà ad occhio e croce sarebbero state molto simili a quelle descritte (e pienamente vissute) per la fisica. La bilancia sarebbe stata anche in quel caso inesorabilmente fuori dall'equilibrio. Non sarei stato un soggetto giusto. Fuori target.
La musica come attività da dilettante (cioè per il solo gusto di farla) l'ho praticata per un buon periodo, anche se come batterista e non come pianista. In quel caso ad un certo punto mi sono ritrovato in un limbo, in una situazione in cui non mi riconoscevo, e sono abbastanza sicuro che questo valeva solo per me e non per i miei compagni di divertimento. Il punto era che quello che mi sarebbe piaciuto fare non arrivavo a farlo perchè avrebbe richiesto un livello sostanzialmente da professionista, o quasi, e quello che facevo non mi dava più la giusta soddisfazione. Stallo frustrante. Non ero più nel posto giusto. Fuori target.
Attualmente "strimpello" da solo il mio pianoforte nelle ore serali o notturne (in cuffia) ma la sensazione ritorna spesso a galla: quello che vorrei fare richiede un tempo esagerato, che non mi posso permettere. Il resto mi interessa ben poco. Il karaoke sarebbe stato più consono, più alla mia portata e di maggior soddisfazione, sicuramente di minore frustrazione. Non mi sembra di essere seduto davanti allo strumento giusto. Fuori target.
La fisica è rimasta sempre uno dei miei principali interessi culturali, allargati alla scienza in generale e alla sua storia. Ma la lettura di manuali e articoli non può essere fatta con efficacia da chi non sia direttamente coinvolto a livello professionale (e anche in questo caso l'unica letteratura specialistica veramente accessibile è quella strettamente legata al proprio campo di ricerca). Si apre invece la vasta (non esageriamo) letteratura divulgativa. Purtroppo la stragrande maggioranza di questa produzione è rivolta ad un pubblico sì di buona cultura (qualche volta neanche quello) ma in generale poco preparato. La classica frase "ogni formula riportata nel libro dimezza il potenziale pubblico disposto a leggere quel libro" che si legge frequentemente nelle prefazioni dei saggi di divulgazione dà un'idea chiara di quello che intendo dire. Per me questo si traduce spesso in un vero e proprio problema. Tra il testo che descrive i concetti con metafore troppo semplicistiche e il manuale tecnico inaccessibile faccio spesso fatica a trovare il mio posto. Dondolo tra gli uni e gli altri senza trovare pace. Non sono un soggetto poi tanto giusto neppure per questo. Fuori target.
Il mio lavoro è quello della formazione tecnologica. Sostanzialmente insegno tecnologie informatiche ad un pubblico costituito in massima parte da tecnici d'azienda. E' vero, questo è lavoro e il pane che porto a casa è la sua giustificazione fondamentale. Però anche qui mi ritrovo spesso ad oscillare tra l'esigenza di raccontare l'informatica del "come si fa e dove si fa" e il gusto di raccontare un'informatica un po' più stimolante, fatta di problematiche più generali, di approcci di respiro più ampio e perchè no, anche di approcci più "storici". Un gusto un po' frustrato dall'obbligo di rispettare una scaletta operativa e da un pubblico che molto spesso è mosso da esigenze molto più "terrestri" (e magari hanno anche le loro ragioni). Insomma, sebbene lavori ormai da anni in questo settore, facendolo in modo ben inquadrato e organizzato, non mi sento sempre esattamente nel posto giusto. Fuori target?
Evito di trarre conclusioni (e anche di continuare con questa filastrocca).
La musica come attività professionale non è mai stata per me un'opzione seria. Ma comunque la scelta dello strumento studiato (il pianoforte) non mi avrebbe certo portato lontano. Le difficoltà ad occhio e croce sarebbero state molto simili a quelle descritte (e pienamente vissute) per la fisica. La bilancia sarebbe stata anche in quel caso inesorabilmente fuori dall'equilibrio. Non sarei stato un soggetto giusto. Fuori target.
La musica come attività da dilettante (cioè per il solo gusto di farla) l'ho praticata per un buon periodo, anche se come batterista e non come pianista. In quel caso ad un certo punto mi sono ritrovato in un limbo, in una situazione in cui non mi riconoscevo, e sono abbastanza sicuro che questo valeva solo per me e non per i miei compagni di divertimento. Il punto era che quello che mi sarebbe piaciuto fare non arrivavo a farlo perchè avrebbe richiesto un livello sostanzialmente da professionista, o quasi, e quello che facevo non mi dava più la giusta soddisfazione. Stallo frustrante. Non ero più nel posto giusto. Fuori target.
Attualmente "strimpello" da solo il mio pianoforte nelle ore serali o notturne (in cuffia) ma la sensazione ritorna spesso a galla: quello che vorrei fare richiede un tempo esagerato, che non mi posso permettere. Il resto mi interessa ben poco. Il karaoke sarebbe stato più consono, più alla mia portata e di maggior soddisfazione, sicuramente di minore frustrazione. Non mi sembra di essere seduto davanti allo strumento giusto. Fuori target.
La fisica è rimasta sempre uno dei miei principali interessi culturali, allargati alla scienza in generale e alla sua storia. Ma la lettura di manuali e articoli non può essere fatta con efficacia da chi non sia direttamente coinvolto a livello professionale (e anche in questo caso l'unica letteratura specialistica veramente accessibile è quella strettamente legata al proprio campo di ricerca). Si apre invece la vasta (non esageriamo) letteratura divulgativa. Purtroppo la stragrande maggioranza di questa produzione è rivolta ad un pubblico sì di buona cultura (qualche volta neanche quello) ma in generale poco preparato. La classica frase "ogni formula riportata nel libro dimezza il potenziale pubblico disposto a leggere quel libro" che si legge frequentemente nelle prefazioni dei saggi di divulgazione dà un'idea chiara di quello che intendo dire. Per me questo si traduce spesso in un vero e proprio problema. Tra il testo che descrive i concetti con metafore troppo semplicistiche e il manuale tecnico inaccessibile faccio spesso fatica a trovare il mio posto. Dondolo tra gli uni e gli altri senza trovare pace. Non sono un soggetto poi tanto giusto neppure per questo. Fuori target.
Il mio lavoro è quello della formazione tecnologica. Sostanzialmente insegno tecnologie informatiche ad un pubblico costituito in massima parte da tecnici d'azienda. E' vero, questo è lavoro e il pane che porto a casa è la sua giustificazione fondamentale. Però anche qui mi ritrovo spesso ad oscillare tra l'esigenza di raccontare l'informatica del "come si fa e dove si fa" e il gusto di raccontare un'informatica un po' più stimolante, fatta di problematiche più generali, di approcci di respiro più ampio e perchè no, anche di approcci più "storici". Un gusto un po' frustrato dall'obbligo di rispettare una scaletta operativa e da un pubblico che molto spesso è mosso da esigenze molto più "terrestri" (e magari hanno anche le loro ragioni). Insomma, sebbene lavori ormai da anni in questo settore, facendolo in modo ben inquadrato e organizzato, non mi sento sempre esattamente nel posto giusto. Fuori target?
Evito di trarre conclusioni (e anche di continuare con questa filastrocca).
domenica 6 aprile 2014
Una chiacchierata tra fisici
Oggi ho incontrato un fisico. Uno che come me pur studiando tanto, con convinzione e con serietà, non ha trasformato la fisica in una professione. Uno che come me la professione se l'è dovuta cercare altrove. Capita in questo campo (come in molti altri) e non c'è da meravigliarsi. Inutile alla fine tornare per l'ennesima volta sulle ragioni che ci hanno allontanato dalla fisica professionale o più precisamente che non ci hanno mai permesso veramente di entrarci, ragioni oggettive e forse ancora un po' dolenti, a cui si intrecciano quelle personali dovute alle contingenze delle nostre vite.
Quello che mi ha colpito (ma forse neanche qui c'è molto da meravigliarsi) è la constatazione di quanto la fisica non ci abbia mai veramente abbandonati, nel senso che sembra giocare il ruolo di una vecchia passione che riesce ancora in certe occasioni a "smuovere la pancia". L'occasione è stata semplicemente quella di raccontarci per sommi capi quello di cui all'epoca ci occupavamo, ma è risultata sufficiente per portarci rapidamente a fare considerazioni di una qualche profondità sulla scienza. Una cosa che solo due appassionati possono fare in così breve tempo e in una cornice così occasionale come una festa di compleanno.
Non so come si chiama ma so che si è occupato di teoria delle stringhe, quella che per anni ha rappresentato un po' la via maestra al sacro graal della fisica fondamentale: l'unificazione delle forze. Oggi non sembra essere più così, o almeno non è più così scontato. Per quello che ne so ci sono tuttora molti gruppi di ricerca al mondo che ancora se ne occupano ma certamente non è più così "di moda". La sensazione (corroborata da qualche lettura) è che molti stiano riciclando i potenti strumenti matematici e le tecniche teoriche sviluppate per questa teoria in altri ambiti della fisica (come dice Carlo Rovelli "La fisica teorica è come il maiale: non si butta via niente").
La ragione forse più importante per cui una teoria che ha assorbito così tante menti per così tanto tempo si sta probabilmente arenando è "banalmente" che non ha mai avuto nessun vero riscontro sperimentale, nessun esperimento che ne indicasse chiaramente la validità o che potesse dare una direzione d'indagine. Dalla teoria sembrano uscir fuori un numero sterminato di soluzioni diverse, tutte ugualmente ammissibili in assenza di eventi sperimentali discriminanti. La supersimmetria, altro grande filone teorico della fisica delle particelle, sembra fare la stessa fine. L'esperimento LHC, così osannato per aver trovato il famoso bosone di Higgs, di fatto non ha trovato nient'altro.
Ecco le considerazioni profonde (potrebbero far ridere ma alla fine hanno un grande fascino): a che punto siamo? Che momento storico è questo? Di cosa c'è bisogno? Come funziona la scienza? Come e in che condizioni può fare dei decisivi passi avanti? La costruzione di teorie sempre più complesse, generali e comprensive ma che non riescono ad avere un rapporto con i fatti sperimentali dove portano? E' conoscenza? Ha senso immaginare con teorie sempre più potenti, risultate da elaborazioni sempre più complesse di ipotesi sostanzialmente non verificabili, quello che poi opportuni esperimenti ci dovrebbero meramente confermare? O non è forse alla fine necessario avere risultati sperimentali nuovi, chiari, contraddittori con le teorie ufficiali e che per questo ci possano indicare direzioni nuove? Chi può guidare la nostra immaginazione se non la natura stessa? Non è forse successo proprio questo con le due ultime grandi rivoluzioni concettuali della fisica: la relatività generale e la meccanica quantistica? Non è stato un quadro fenomenologico sostanzialmente nuovo e non-interpretato dalle teorie classiche a scatenare la creatività dei grandi scienziati della generazione del primo novecento? Non è poi questa la sostanza della scienza galileiana?
Immaginare e osservare, osservare e immaginare. Nella dialettica tra immaginazione e osservazione sta il motore più potente per costruire la nostra conoscenza del mondo.
Bene, è stata una bella chiacchierata. Beviamoci sopra.
Quello che mi ha colpito (ma forse neanche qui c'è molto da meravigliarsi) è la constatazione di quanto la fisica non ci abbia mai veramente abbandonati, nel senso che sembra giocare il ruolo di una vecchia passione che riesce ancora in certe occasioni a "smuovere la pancia". L'occasione è stata semplicemente quella di raccontarci per sommi capi quello di cui all'epoca ci occupavamo, ma è risultata sufficiente per portarci rapidamente a fare considerazioni di una qualche profondità sulla scienza. Una cosa che solo due appassionati possono fare in così breve tempo e in una cornice così occasionale come una festa di compleanno.
Non so come si chiama ma so che si è occupato di teoria delle stringhe, quella che per anni ha rappresentato un po' la via maestra al sacro graal della fisica fondamentale: l'unificazione delle forze. Oggi non sembra essere più così, o almeno non è più così scontato. Per quello che ne so ci sono tuttora molti gruppi di ricerca al mondo che ancora se ne occupano ma certamente non è più così "di moda". La sensazione (corroborata da qualche lettura) è che molti stiano riciclando i potenti strumenti matematici e le tecniche teoriche sviluppate per questa teoria in altri ambiti della fisica (come dice Carlo Rovelli "La fisica teorica è come il maiale: non si butta via niente").
La ragione forse più importante per cui una teoria che ha assorbito così tante menti per così tanto tempo si sta probabilmente arenando è "banalmente" che non ha mai avuto nessun vero riscontro sperimentale, nessun esperimento che ne indicasse chiaramente la validità o che potesse dare una direzione d'indagine. Dalla teoria sembrano uscir fuori un numero sterminato di soluzioni diverse, tutte ugualmente ammissibili in assenza di eventi sperimentali discriminanti. La supersimmetria, altro grande filone teorico della fisica delle particelle, sembra fare la stessa fine. L'esperimento LHC, così osannato per aver trovato il famoso bosone di Higgs, di fatto non ha trovato nient'altro.
Ecco le considerazioni profonde (potrebbero far ridere ma alla fine hanno un grande fascino): a che punto siamo? Che momento storico è questo? Di cosa c'è bisogno? Come funziona la scienza? Come e in che condizioni può fare dei decisivi passi avanti? La costruzione di teorie sempre più complesse, generali e comprensive ma che non riescono ad avere un rapporto con i fatti sperimentali dove portano? E' conoscenza? Ha senso immaginare con teorie sempre più potenti, risultate da elaborazioni sempre più complesse di ipotesi sostanzialmente non verificabili, quello che poi opportuni esperimenti ci dovrebbero meramente confermare? O non è forse alla fine necessario avere risultati sperimentali nuovi, chiari, contraddittori con le teorie ufficiali e che per questo ci possano indicare direzioni nuove? Chi può guidare la nostra immaginazione se non la natura stessa? Non è forse successo proprio questo con le due ultime grandi rivoluzioni concettuali della fisica: la relatività generale e la meccanica quantistica? Non è stato un quadro fenomenologico sostanzialmente nuovo e non-interpretato dalle teorie classiche a scatenare la creatività dei grandi scienziati della generazione del primo novecento? Non è poi questa la sostanza della scienza galileiana?
Immaginare e osservare, osservare e immaginare. Nella dialettica tra immaginazione e osservazione sta il motore più potente per costruire la nostra conoscenza del mondo.
Bene, è stata una bella chiacchierata. Beviamoci sopra.
martedì 7 gennaio 2014
Onestà intellettuale
Devo ammettere che la storia del carteggio tra Russel e Frege, risalente ai primissimi anni del 1900 e che ha segnato in modo profondo lo sviluppo della logica formale culminato poco più tardi con i lavori di Kurt Gödel, mi suscita una certa ilarità; ci trovo delle assonanze con la comicità grottesca che si incontra nei libri e nei film di Fantozzi. Il punto però è un altro: l'episodio è un incredibile esempio di onestà intellettuale. Citando Gilberto Corbellini "[...] si tratta di un'impresa che insegna ad apprezzare valori come l'onestà, il dubbio, il rispetto per i fatti provati, l'apertura mentale, l'affidabilità e la tolleranza".
Gottlob Frege (1848-1925) è stato uno dei più importanti logici del suo tempo. Ha preso in consegna l'eredità di grandi scienziati come George Boole e Georg Cantor e ha tentato di estendere alcuni dei loro risultati fino ad affermare la volontà di ridurre tutta l'aritmetica alla sola logica (logicismo), spendendo praticamente tutta la sua vita professionale per questo obiettivo. Si trattava di mostrare che tutte le leggi dell'aritmetica si possono derivare da un sistema di assiomi finito e da un insieme (sempre finito) di regole di inferenza le cui ripetute applicazioni a partire dagli assiomi avrebbero portato a qualunque affermazione vera dell'aritmetica.
Era certamente uno sforzo considerevole, fatto in solitudine, e che stava prendendo corpo in un'opera molto ampia dal titolo "Die Grundlagen der Arithmetik" (I Fondamenti dell'Aritmetica) da pubblicare in più volumi. Me lo immagino nel suo studio, giornate intere passate a scrivere, concentrato con la linguetta di fuori (no, questo è Fantozzi).
Un bel giorno, il 16 giugno 1902, arriva sulla sua scrivania una lettera di un giovane matematico inglese, certo Bertrand Russell, probabilmente tra i pochissimi studiosi che erano venuti a conoscenza della sua opera attraverso la lettura del primo volume pubblicato poco prima a spese dell'autore. La lettera conteneva una serie di sinceri apprezzamenti per il suo lavoro, tipo questo: "La trattazione rigorosa della logica nelle questioni fondamentali [...] è rimasta molto indietro; nella sua opera ho trovato la migliore elaborazione del nostro tempo, e mi sono permesso quindi di esprimerle il mio profondo rispetto". Ma tra un complimento e l'altro veniva anche rilevata una "curiosa anomalia", un "leggerissimo problema" (usando un linguaggio un po' fantozziano) che Russell esprimeva molto rispettosamente come una difficoltà: "Sono d'accordo con lei su tutte le cose essenziali [...] Trovo nei suoi lavori analisi, distinzioni e definizioni che invano si cercherebbero nell'opera di altri logici. [...] C'è solo un punto nel quale ho incontrato una difficoltà".
Questa "difficoltà" aveva per il lavoro di Frege la stessa conseguenza che potrebbe avere quello di togliere il mattoncino che fa crollare completamente la torre del Jenga! L'opera monumentale era stata messa davanti ad un ostacolo che si rileverà ben presto insormontabile (ci lavorò a lungo anche lo stesso Russell). Un'obiezione di fondo non aggirabile. Per la cronaca si trattava di quello che successivamente è passato alla storia come "il paradosso di Russell", del quale una delle tante formulazioni può essere: "la classe di tutte le classi che non contengono sé stesse contiene se stessa?" (che però non credo sia quella originale proposta a Frege). Me lo immagino nel suo studio mentre legge questa lettera e la sua faccia comincia a cambiare colore diventando nell'ordine: rosso, rosso pompeiano, arancio aragosta, viola, viola addobbo funebre, blu tenebra... (no, questo è sempre Fantozzi).
Ma la reazione ufficiale di Frege fu come dicevo di grande onestà intellettuale. Non tentò neppure in una fase iniziale di ignorare o nascondere quanto Russell gli aveva scritto. Stava per dare alle stampe il suo secondo volume quando decise di pubblicarlo con una postilla che faceva riferimento proprio all'obiezione di Russell. La causa che aveva fatto crollare irrimediabilmente la possibilità di raggiungere l'obiettivo più ambizioso della sua intera attività di ricerca veniva pubblicato insieme all'opera che avrebbe dovuto coronare questa stessa attività. La postilla di Frege cominciava così: "Per uno scienziato non c'è niente di peggio che veder crollare i fondamenti del suo lavoro proprio quando questo è stato appena completato. Io sono stato messo in tale situazione da una lettera del signor Bertrand Russell".
Molti anni dopo lo stesso Russell riconobbe il grande valore morale del comportamento di Frege scrivendo: "Quando penso ad atti di integrità e magnanimità, mi rendo conto che fra tutti quelli che conosco non c'è niente che regga il confronto con la dedizione di Frege alla verità. L'opera della sua vita era sul punto di essere completata, gran parte di essa era stata ignorata a tutto vantaggio di uomini infinitamente meno capaci, il secondo volume stava per essere pubblicato, e quando egli scoprì che il suo assunto fondamentale era errato la lieta e serena dirittura intellettuale con cui reagì prevalse chiaramente su ogni sentimento personale di delusione. Fu una cosa quasi sovrumana, una dimostrazione significativa di ciò di cui sono capaci gli esseri umani se è al lavoro creativo e alla conoscenza che si dedicano, e non all'impresa - tanto più grossolana - di emergere e farsi conoscere".
Frege morì nel 1925 risparmiandosi così i fondamentali teoremi di incompletezza di Gödel (1931) con i quali si dimostra formalmente che lo scopo da lui perseguito era semplicemente irraggiungibile. Me lo immagino nei suoi ultimi anni, seduto alla sua scrivania, piangere a lungo in silenzio, con grande dignità (cit. Fantozzi).
Gottlob Frege (1848-1925) è stato uno dei più importanti logici del suo tempo. Ha preso in consegna l'eredità di grandi scienziati come George Boole e Georg Cantor e ha tentato di estendere alcuni dei loro risultati fino ad affermare la volontà di ridurre tutta l'aritmetica alla sola logica (logicismo), spendendo praticamente tutta la sua vita professionale per questo obiettivo. Si trattava di mostrare che tutte le leggi dell'aritmetica si possono derivare da un sistema di assiomi finito e da un insieme (sempre finito) di regole di inferenza le cui ripetute applicazioni a partire dagli assiomi avrebbero portato a qualunque affermazione vera dell'aritmetica.
Era certamente uno sforzo considerevole, fatto in solitudine, e che stava prendendo corpo in un'opera molto ampia dal titolo "Die Grundlagen der Arithmetik" (I Fondamenti dell'Aritmetica) da pubblicare in più volumi. Me lo immagino nel suo studio, giornate intere passate a scrivere, concentrato con la linguetta di fuori (no, questo è Fantozzi).
Un bel giorno, il 16 giugno 1902, arriva sulla sua scrivania una lettera di un giovane matematico inglese, certo Bertrand Russell, probabilmente tra i pochissimi studiosi che erano venuti a conoscenza della sua opera attraverso la lettura del primo volume pubblicato poco prima a spese dell'autore. La lettera conteneva una serie di sinceri apprezzamenti per il suo lavoro, tipo questo: "La trattazione rigorosa della logica nelle questioni fondamentali [...] è rimasta molto indietro; nella sua opera ho trovato la migliore elaborazione del nostro tempo, e mi sono permesso quindi di esprimerle il mio profondo rispetto". Ma tra un complimento e l'altro veniva anche rilevata una "curiosa anomalia", un "leggerissimo problema" (usando un linguaggio un po' fantozziano) che Russell esprimeva molto rispettosamente come una difficoltà: "Sono d'accordo con lei su tutte le cose essenziali [...] Trovo nei suoi lavori analisi, distinzioni e definizioni che invano si cercherebbero nell'opera di altri logici. [...] C'è solo un punto nel quale ho incontrato una difficoltà".
Questa "difficoltà" aveva per il lavoro di Frege la stessa conseguenza che potrebbe avere quello di togliere il mattoncino che fa crollare completamente la torre del Jenga! L'opera monumentale era stata messa davanti ad un ostacolo che si rileverà ben presto insormontabile (ci lavorò a lungo anche lo stesso Russell). Un'obiezione di fondo non aggirabile. Per la cronaca si trattava di quello che successivamente è passato alla storia come "il paradosso di Russell", del quale una delle tante formulazioni può essere: "la classe di tutte le classi che non contengono sé stesse contiene se stessa?" (che però non credo sia quella originale proposta a Frege). Me lo immagino nel suo studio mentre legge questa lettera e la sua faccia comincia a cambiare colore diventando nell'ordine: rosso, rosso pompeiano, arancio aragosta, viola, viola addobbo funebre, blu tenebra... (no, questo è sempre Fantozzi).
Ma la reazione ufficiale di Frege fu come dicevo di grande onestà intellettuale. Non tentò neppure in una fase iniziale di ignorare o nascondere quanto Russell gli aveva scritto. Stava per dare alle stampe il suo secondo volume quando decise di pubblicarlo con una postilla che faceva riferimento proprio all'obiezione di Russell. La causa che aveva fatto crollare irrimediabilmente la possibilità di raggiungere l'obiettivo più ambizioso della sua intera attività di ricerca veniva pubblicato insieme all'opera che avrebbe dovuto coronare questa stessa attività. La postilla di Frege cominciava così: "Per uno scienziato non c'è niente di peggio che veder crollare i fondamenti del suo lavoro proprio quando questo è stato appena completato. Io sono stato messo in tale situazione da una lettera del signor Bertrand Russell".
Molti anni dopo lo stesso Russell riconobbe il grande valore morale del comportamento di Frege scrivendo: "Quando penso ad atti di integrità e magnanimità, mi rendo conto che fra tutti quelli che conosco non c'è niente che regga il confronto con la dedizione di Frege alla verità. L'opera della sua vita era sul punto di essere completata, gran parte di essa era stata ignorata a tutto vantaggio di uomini infinitamente meno capaci, il secondo volume stava per essere pubblicato, e quando egli scoprì che il suo assunto fondamentale era errato la lieta e serena dirittura intellettuale con cui reagì prevalse chiaramente su ogni sentimento personale di delusione. Fu una cosa quasi sovrumana, una dimostrazione significativa di ciò di cui sono capaci gli esseri umani se è al lavoro creativo e alla conoscenza che si dedicano, e non all'impresa - tanto più grossolana - di emergere e farsi conoscere".
Frege morì nel 1925 risparmiandosi così i fondamentali teoremi di incompletezza di Gödel (1931) con i quali si dimostra formalmente che lo scopo da lui perseguito era semplicemente irraggiungibile. Me lo immagino nei suoi ultimi anni, seduto alla sua scrivania, piangere a lungo in silenzio, con grande dignità (cit. Fantozzi).
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