domenica 10 aprile 2011

O' Prufessore

Ricordo che eravamo appoggiati ad una specie di ringhiera di un marciapiedi che andava un po' in salita, e da lì guardavamo la piazza del paese gremita di gente. Tenevamo d'occhio l'ingresso della chiesa da cui sarebbe uscita la statua di San Rocco, portata a spalla. Il Professore mi parlava in modo pacato di questa tradizionale festa di paese, che lui conosceva da sempre. Io non ero molto familiare con manifestazioni religiose di questo tipo; il paese di mia madre è del centro Italia dove la religiosità ha caratteri piuttosto diversi dai paesi del sud. La festa principale del paese di mia madre è la festa dell'uva, certamente non legata ad un santo patrono (non sono neppure sicuro se ce l'abbia ...).

Quindi ero un po' spaesato e incuriosito e seguivo con interesse il parlato lento e pieno di pause del Professore mentre guardavamo la piazza: la storia del Santo, i particolari della statua, le modalità della festa, le edizioni degli anni passati, prima e dopo il terremoto dell'ottanta che aveva costretto ad usare una chiesa diversa, quella che a circa quindici anni di distanza dal terremoto si stava ancora utilizzando (e che osservavamo in quel momento). La sua grande speranza era di ritornare prima o poi nella chiesa originale.

Quello che mi colpiva molto era l'intensità del discorso, il desiderio di comunicarmi una cosa importante, per lui e per tutti i suoi compaesani. Una tradizione rinnovata ogni anno con grande partecipazione di tutti, anche se si capiva dalle sue parole che l'atmosfera della festa vissuta in gioventù si era un po' persa. I tempi erano cambiati. Però il suo attaccamento a questa tradizione era evidentemente rimasto intatto. Era per lui un tratto distintivo del suo paese, un'espressione genuina della sua cultura. Un vero motivo d'orgoglio.

Una cosa mi infastidiva un po'. Continuava ad intercalare nel suo discorso una frase del tipo: "ma io mi rendo conto che tu queste cose non le puoi capire, tu sei forestiero, solo se sei nato qui puoi sentire veramente questa festa". Io rispondevo puntualmente: "no ma io capisco, capisco ... mi rendo conto". Mi dispiaceva che lui potesse pensare che quel suo discorso fosse un mezzo monologo. Intanto il Santo era uscito dalla chiesa e la processione cominciava a prendere corpo.

Sono passati molti anni, il Professore non c'è più, e io ho continuato in varie altre occasioni ad osservare questa festa, in particolare il suo momento più importante, la processione per il paese. Non c'è niente di intimo in una festa del genere, non ci sono atmosfere raccolte, almeno non mi sembra. La religiosità è esplicitata in forme molto concrete, comunicata con tutti i mezzi, ha toni forti, spesso eccessivi; ha una dimensione sociale. Se non sbaglio c'è anche il solito miracolo del Santo, che non ho mai visto perchè avviene ad un'ora impossibile del mattino, ma l'evento non passa inosservato perchè viene salutato dall'esplosione di petardi! Anche l'uscita del Santo dalla chiesa, per la processione serale, è accompagnata dall'esplosione di vari fuochi d'artificio e da gente che beve innumerevoli bicchieri di acqua miracolata.

La disposizione della processione è particolarmente interessante: autorità religiose (tra cui il vescovo), autorità civili (sindaco e parte della giunta comunale), associazioni religiose di vario genere, uomini, donne e bambini. Da qualche parte è sistemata anche la banda. E' evidente che la disposizione esprime molto chiaramente una gerarchia di valori. Ma è indubbio che esprima anche una grande unità sociale. Si tratta di una festa religiosa ma è scontato che la partecipazione è corale, riguarda la società intera e tutte le sue rappresentanze principali. Il culto del Santo accomuna tutti.

Sono passati molti anni e alla fine devo ammettere che il Professore aveva ragione: non credo di avere la possibilità di capire fino in fondo una cosa del genere.

mercoledì 30 marzo 2011

Un post su Postel

Era la fine del 1998 e io entravo come consulente in una società di formazione tecnologica, la stessa in cui lavoro tuttora (dopo svariati cambiamenti di proprietà e di ragioni sociali). Provenivo da studi scientifici e da ben poca esperienza lavorativa nel settore informatico. Come sempre succede ti guardi intorno e osservi i tuoi colleghi, quello che fanno, come lavorano, che carattere hanno, notando anche cose forse secondarie ma curiose. Una di queste cose curiose era il desktop di un collega un po' più anziano. Una persona un po' sulle sue, che si "barricava" spesso dietro alla sua scrivania con un monitor gigantesco di una workstation Unix. Non era facile osservare il suo desktop.
Quell'immagine però era particolarmente strana per me, e non sapevo come classificarla. Si trattava di un signore barbuto, che non avevo mai visto prima e che al momento mi faceva pensare a qualche specie di santone. Ci ho messo un po' per chiedere al collega di chi si trattava e la risposta mi ha messo un po' in soggezione: "Come chi è? E' Jon Postel! Non sai chi è Postel? ....".
Jon Postel (1943 - 1998) è uno dei più importanti pionieri della rete Internet. E' stato per circa trent'anni l'editor delle RFC (Request For Comments), i documenti che discutono tutte le tecnologie utilizzate in Internet e ne definiscono gli standard. Ha fondato e gestito per lungo tempo la Internet Assigned Numbers Authority (IANA), l'organismo che coordina l'assegnazione degli indirizzi IP e degli AS numbers, che gestisce la Root dello spazio dei nomi DNS, l'assegnazione dei Top Level Domains e il database dei protocol names and numbers. Da questa posizione Postel ha sollecitato e coordinato lo sviluppo delle tecnologie alla base di Internet e la sua stessa crescita. Sue sono le RFC che definiscono le caratteristiche standard del TCP/IP (RFC791, "Internet Protocol", 1981; RFC793, "Transmission Control Protocol", 1981). Sue sono le prime idee sulla struttura gerarchica dei nomi a dominio.
Evidentemente i contributi di Postel si misurano anche dai tributi postumi della comunità Internet (proprio a partire da quel 1998): numerose pagine web commemorative, un premio a suo nome e, cosa molto curiosa, una RFC in sua memoria (RFC2468, "I remember IANA", 1998), scritta all'indomani della sua morte da un altro importante pioniere come lui, Vint Cerf. Un estratto famoso di questa RFC è il seguente: "Someone had to keep track of all the protocols, the identifiers, networks and addresses and ultimately the names of all the things in the networked universe. And someone had to keep track of all the information that erupted with volcanic force from the intensity of the debates and discussions and endless invention that had continued unabated for 30 years. That someone was Jonathan B. Postel, our Internet Assigned Numbers Authority, friend, engineer, confidant, leader, icon, and now, first of the giants to depart from our midst".
Credo che (mi piace pensare che) Postel abbia sempre pensato alla rete come ad un grande progetto di ampliamento delle capacità di comunicare dell'uomo, e che questa filosofia, questa "visione" lo abbia guidato per così tanti anni consentendogli di contribuire in modo fondamentale allo sviluppo di un patrimonio tecnologico così importante. Affascinante una sua frase (rilanciata in tanti punti del web, giustamente) di carattere tecnico: "In general, an implementation must be conservative in its sending behavior, and liberal in its receiving behavior", che successivamente diventa una specie di slogan: "Be liberal in what you accept, and conservative in what you send".
Per la gran parte delle persone le icone dell'informatica moderna sono le miriadi di oggetti di consumo che abbiamo continuamente tra le mani. Non per me.

domenica 27 marzo 2011

Crocifisso: la sentenza di Strasburgo

In questo breve post torno sull'argomento della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane (spero per l'ultima volta). Lo faccio perchè ho letto qualche giorno fa che a Strasburgo la Grande Camera della corte europea per i diritti dell'uomo ha sancito con sentenza definitiva che ciò non costituisce una violazione del diritto alla libertà di coscienza dei ragazzi e alla libertà d'educazione dei genitori (la sentenza è più articolata e sembra animata soprattutto da uno spirito di "non ingerenza" in questioni in cui si ritiene che gli Stati debbano godere di un certo margine di discrezionalità).

In particolare mi interessa sottolineare due cose: la prima è che la corte europea nella sua sentenza fa intendere abbastanza chiaramente di non considerare il crocifisso come un simbolo di indottrinamento ("La Corte deve quindi di regola rispettare le scelte degli Stati contraenti in questo campo, compreso lo spazio che questi intendono consacrare alla religione, sempre che tali scelte non conducano a una qualche forma di indottrinamento"). La seconda è la soddisfazione della Santa Sede per questa sentenza ("La Corte dice quindi che l'esposizione del crocifisso non è indottrinamento, ma espressione dell'identità culturale e religiosa dei Paesi di tradizione cristiana").

Direi che la Santa Sede si preoccupa molto di più delle questioni politiche che non di quelle di fede. E' soddisfatta del fatto che l'esposizione del crocifisso non è considerata indottrinamento, quindi non è visto come un simbolo sacro del cristianesimo bensì come semplice simbolo culturale. Ribadisco (l'ho già detto in un post precedente) che un cristiano dovrebbe ribellarsi a questo modo di considerare i simboli più importanti della sua religione in quanto dà loro una dimensione puramente storica, quasi contingente, certamente non sacra.

Non è necessario essere cristiani per rimanere perplessi di fronte a questi atteggiamenti della chiesa ufficiale, basta essere religiosi, come dimostra una frase del rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni: "Dire che il crocifisso è simbolo culturale è, a mio parere, mancargli di rispetto. E non mi ci riconosco come simbolo culturale".

Questa critica all'atteggiamento della Chiesa la ritrovo espressa bene da Sergio Luzzatto nella chiusura di un suo articolo: "Riesce difficile non giudicare inquietante la soddisfazione espressa dalla Santa Sede a proposito di una sentenza come quella di Strasburgo, che negando al crocifisso un potere di indottrinamento gli nega anche - se le parole hanno un senso - un valore di dottrina. A questi punti è arrivata, evidentemente, la Chiesa cattolica di oggi: a una tale ossessione di presenza nella sfera temporale da trascurare ogni scrupolo di presenza nella sfera spirituale. Fino a disconoscere nel simbolo cristiano per eccellenza il suo messaggio sacro e (per chi crede davvero) il suo valore salvifico, pur di passare all'incasso (tutto politico) di un messaggio pelosamente profano".

venerdì 18 marzo 2011

Il Vespro della Beata Vergine

Il Vespro della Beata Vergine è un lavoro di Claudio Monteverdi del 1610. Credo sia una delle opere musicali più ricche e affascinanti di tutta la storia della musica occidentale. Paragonabile a quello che può essere la Cappella Sistina per la storia delle arti figurative. Se non ho esagerato più di tanto nel fare questo paragone va aggiunta una curiosa osservazione, che distingue in maniera sostanziale queste due grandi opere dell'ingegno: la seconda la conoscono tutti, la prima quasi nessuno (almeno per la mia esperienza).

I motivi possono essere diversi. Sicuramente il più importante è il peso incredibile che ha Michelangelo nella storia della nostra cultura e che certamente Monteverdi non ha. Però l'argomento può risultare un po' circolare, nel senso che forse questo "peso culturale" viene determinato in parte proprio sulla base dell'importanza che una società dà a certe forme d'arte. Michelangelo era un grande pittore, scultore, architetto che con la sua opera ha influenzato enormemente la sua epoca e quelle successive. Monteverdi era solo un musicista.

Un'altra ragione è quella del tempo storico che nel caso della musica sembra sempre enormemente più dilatato (benchè oggettivamente molto più corto, vista la mancanza di fonti). Quando si parla di musica antica, quella precedente il periodo cosiddetto classico (Haydn, Mozart), in genere si giustifica la mancanza di frequentazione con il fatto che si tratta di musica troppo lontana dalla nostra sensibilità moderna. Ma è fin troppo chiaro che questo vale anche per le altre arti. Gli affreschi della Cappella Sistina sono vicini alla nostra sensibilità figurativa? Non credo proprio.

Sicuramente la maggior parte delle persone di media cultura sanno che le arti figurative hanno una storia e una evoluzione del linguaggio, che in buona parte conoscono pure, ma non lo sanno altrettanto bene della musica. Possono riuscire a collocare storicamente un certo dipinto anche se non lo conoscono, ma non riescono a farlo altrettanto bene con un brano musicale. Hanno in media strumenti culturali più incerti nei confronti della musica, minori conoscenze storiche e chiavi di lettura spesso banali. Hanno imparato fin dalla scuola ad apprezzare Michelangelo ma non Monteverdi, di cui al massimo ne hanno nozione.

Infine il brano musicale implica un livello di attenzione continuato nel tempo di esecuzione. Questa è una caratteristica che condivide con il teatro e il cinema, ma a differenza di questi non ha parametri visivi e letterari significativi e non racconta una storia (escludendo il melodramma e poco altro). L'ascolto della musica comporta solitamente un impegno notevole, certamente in media superiore a quello di vedere un film, un lavoro teatrale, di passeggiare in una galleria d'arte o in una chiesa. E questo ha l'effetto di far mantenere le distanze con i grandi capolavori, vecchi e nuovi, facendosene al massimo un'idea retorica (il "motivetto"). Non è un caso che tutte le forme musicali popolari e di largo consumo sono sempre "ibridate" da aspetti letterari e visivi, e hanno tempi di esecuzione non superiori a qualche minuto. Il Vespro di Monteverdi dura più di due d'ore. Pensa che palle!

Nota: due brani di esempio, il Dixit Dominus e il Nigra Sum.

venerdì 4 marzo 2011

Ruby, My Dear (*)

Il cosiddetto "caso Ruby" è l'ultimo procedimento giudiziario dell'attuale Presidente del Consiglio. L'ultimo di una lunga serie, e probabilmente non il più grave. Mi interessa dare un'occhiata agli argomenti e alle tecniche con cui viene tenacemente difeso Berlusconi e ragionarci sopra, come credo farebbe chiunque, indipendentemente dal suo orientamento politico.

1. L'aspetto più tecnico riguarda l'attribuzione delle competenze; in relazione ai tipi di reato contestati e al territorio in cui sarebbero avvenuti non dovrebbe essere la Procura di Milano a procedere ma il Tribunale dei Ministri e la Procura di Monza.
Cercando di approfondire la questione si viene facilmente a capire che passare la competenza al Tribunale dei Ministri non cambierebbe granchè la cosa, se non in un piccolo particolare: il giudizio del Tribunale dei Ministri è vincolato da una votazione della camera di appartenenza dell'imputato. Ovviamente non esiste nessuna dichiarazione ufficiale della maggioranza in merito a questa votazione.

2. Il leitmotiv della difesa berlusconiana è il complotto delle toghe rosse, ovvero l'accanimento su di lui di alcuni magistrati, in particolare di quelli della Procura di Milano, usato come strumento politico.
Il complotto si rivelerebbe in una serie di accuse inconsistenti portate avanti ad ogni buona occasione a partire dal 1994, usate per condurre imponenti processi mediatici più che giudiziari e screditare la figura di Berlusconi. E' interessante notare che l'accusa del complotto è anch'essa condotta interamente sul piano mediatico, senza prove, senza inchieste, senza approfondimenti, ma semplicemente rilanciata così com'è su tutti i media possibili. Il piano mediatico è in assoluto quello preferito. Il piano giudiziario, l'unico veramente efficace per ricostruirsi una reputazione attraverso sentenze di assoluzione, è invece costantemente evitato.

3. Un elemento molto spesso sottolineato è l'inconsistenza dei reati, il fatto che ci sia un'evidente montatura di vicende in tutto o in parte inesistenti. In sostanza non è successo nulla di rilevante, e quindi nulla che possa essere portato ad un processo.
L'osservazione più allucinante in questo senso è che il reato non c'è in quanto le vittime non lo denunciano. Ad esempio Ruby ha sempre negato di aver fatto sesso con Berlusconi. Incredibile che questa argomentazione venga riproposta più volte sui giornali e in televisione. Sarebbe come dire che una violenza sessuale in famiglia non è avvenuta perchè la moglie (vittima) non l'ha mai denunciata e se viene interrogata la nega. Oppure che in Campania non esiste il pagamento del pizzo alla camorra perchè se interrogati gli esercenti negano. Inutile dire che Ruby può avere tutto l'interesse a negare il fatto, magari perchè pensa di ricavarne qualcosa, se non lo ha già fatto (e questo peggiorerebbe di gran lunga la situazione di Berlusconi). E' da notare che questo argomento ribadisce l'inconsistenza giudiziaria dell'episodio e contestualmente ne fa emergere quella puramente mediatica.

4. Rispetto a questo caso si è molto insistito anche sulla violazione della privacy, sul comportamento della procura giudicato scorretto e violento nei confronti di tutti gli indagati, in quanto troppo invasivo rispetto alla sfera del privato.
Questo elemento dipende dal precedente, nel senso che si tiene in piedi solo se non ci sono vere ipotesi di reato. Perchè se invece ci sono il discorso della violazione della privacy non ha più alcun senso. E' chiaro che un reato avviene praticamente sempre all'interno di una sfera privata, ed è altrettanto chiaro che in questo caso le indagini devono entrare in questa sfera per essere svolte correttamente. Se però questo elemento viene presentato isolatamente, evitando l'obiezione appena fatta, acquista una sua efficacia retorica e risulta funzionale alla teoria del complotto.

5. Si tenta regolarmente di minimizzare quanto accaduto, riducendolo ad un insieme di episodi "goderecci", del tutto privati e ammissibili, sullo sfondo dei quali c'è semplicemente un Primo Ministro a cui "piacciono le donne".
Qui c'è da sottolineare un fatto importante: a me pare evidente che ci sono comportamenti privati e perfettamente legali che però sono semplicemente inammissibili per una persona che ricopre importanti incarichi pubblici. Questo non per una questione morale (che pure ci potrebbe essere) ma perchè questi comportamenti potrebbero "esporre a rischi" la funzione pubblica rappresentata. Ed è chiaro che non si tratta di un fatto che si può codificare in qualche modo essendo addirittura legato alla funzione pubblica stessa, in particolare alla sua importanza. Se sono un sindaco di un piccolo comune posso tranquillamente scendere dal palazzo comunale da solo ed entrare nel bar di fronte per prendere un caffè, conversando con i miei concittadini. Se sono Barack Obama una cosa così semplice, innocua e privata non la posso fare. Addirittura in tal caso nessun cittadino mi può avvicinare senza che sia stato preventivamente identificato e autorizzato. Frequentare ragazze non ben conosciute ed ottenere da alcune di loro del sesso a pagamento può essere ammissibile per un qualunque cittadino ma non per un presidente del consiglio, non mi pare un argomento difficile da capire. Tuttavia questa linea di difesa alimenta l'idea di una magistratura persecutrice, di accuse inconsistenti e pure di un uomo potente che si sa godere la vita, idea che esercita il suo fascino su parecchia gente.

6. Molti dei detrattori del presidente del consiglio hanno nel loro passato altrettanti episodi personali "poco puliti" da nascondere.
Questa tecnica evangelica del "chi è innocente scagli la prima pietra" è funzionale ad ingessare tutto il sistema, a fare in modo che nessuno possa puntare il dito contro nessun altro. E risulta essere anche molto efficace in quanto sfrutta il fatto che in Italia il grado di corruzione della classe dirigente è al di sopra della soglia accettabile per un paese civile, esattamente come il grado di evasione fiscale. Si tratta di due indicatori importanti per misurare il grado di maturità di uno stato democratico, e noi certamente non stiamo messi molto bene. Ma volendo usare un'altra metafora evangelica l'attacco che i giornali vicini al presidente fanno a molti suoi detrattori e avversari politici attraverso episodi poco chiari delle loro vite mi suona come l'andare a preoccuparsi delle pagliuzze negli occhi degli altri quando si ha una trave nel proprio. Intendo dire che Berlusconi in questo campo è un vero fuoriclasse, letteralmente imbattibile. Ma nonostante l'evidente sproporzione ciò basta a costruire il pregiudizio del "sono tutti uguali, perchè togliere uno e metterne un'altro?"

In definitiva la linea di difesa mediatica di Berlusconi (chissà se quella giudiziaria la riusciremo mai a vedere) difende l'indifendibile, ma è perseguita con metodo, sistematicità e furbizia da una schiera di politici e giornalisti a lui vicini. L'obiettivo è chiaro, molto preciso, ed è sempre il solito: evitare i processi.

(*) E' il titolo di un famosissimo brano di Monk, di cui esistono molte registrazioni, una molto bella è qui.

domenica 27 febbraio 2011

Una bella lezione

Facoltà di Fisica, anni ottanta, prima lezione del corso di Fisica dei Solidi. Il professore prima di entrare nel vivo degli argomenti del corso ci fa un piccolo cappello, molto interessante.

L'idea è quella di scrivere qualcosa di generale sull'oggetto di studi del corso. Un corpo solido è forse un concetto un po' troppo vasto. Quello che ci interessa di più è lo stato solido cristallino, dove gli atomi assumono posizioni geometricamente precise, che si ripetono con un certo periodo sulle tre direzioni spaziali. Questo è un fatto sperimentale, messo in evidenza dagli studi di diffrazione di raggi X. Normalmente ha senso distinguere nel singolo atomo del reticolo gli elettroni più interni, strettamente legati ad esso, da quelli più esterni, più indipendenti, la cui dinamica viene senz'altro influenzata anche dalla presenza degli atomi circostanti.

Quali sono i principi generali che regolano la dinamica di un sistema del genere? Li conosciamo? Per quanto ne sappiamo l'unica forza che interviene in modo sostanziale è quella elettromagnetica. Quella gravitazionale è 43 ordini di grandezza inferiore, dunque trascurabilissima. La forza forte e la forza debole permettono in pratica l'esistenza e la stabilità dei nuclei ed hanno un raggio di azione enormemente piccolo rispetto alle distanze che caratterizzano il nostro sistema. Quindi il nostro modello è un insieme di elettroni immersi in un potenziale elettrico periodico generato dal reticolo cristallino. Sotto quale legge evolve il sistema? In questo caso, poichè il sistema è di natura quantistica (la dinamica di un atomo non può essere descritta efficacemente nell'ambito dei principi della meccanica classica) possiamo utilizzare l'equazione di Schroedinger.

Quindi il professore scrive l'equazione di Schroedinger per un sistema di N particelle sottoposte ad un potenziale periodico.

Ci fa notare che lo sforzo è quello di avere un approccio il più generale possibile. Si cerca di descrivere al meglio il sistema di nostro interesse (purtroppo con alcune necessarie approssimazioni) e si applica ad esso un'equazione del tutto generale derivata dai principi primi della meccanica quantistica. Molti degli sforzi della fisica vanno proprio nel senso di riuscire a formulare questi principi primi, applicabili poi di peso a qualunque sistema fisico. Quello della ricerca dei principi primi è un atteggiamento tipico di tutta la scienza.

E ora? Lo schema di pensiero che dobbiamo seguire è di tipo deduttivo. Quello che abbiamo davanti è un'equazione da cui virtualmente possiamo ricavare tutto quello che ci serve di sapere sul sistema. Lì dentro c'è tutto quello che dovremo studiare durante il corso (o quasi tutto, viste le approssimazioni che siamo stati costretti a fare). Un pensiero molto affascinante quello di avere sintetizzato in un'unica equazione tutta la fisica dei solidi. Peccato che risulti praticamente sterile! Nel senso che l'equazione a cui siamo pervenuti è matematicamente intrattabile, si riesce a ricavare ben poco dal suo studio analitico. Troppo complicato! Quello di imbattersi in sistemi intrattabili ancorchè "risolti" dal punto di vista dei principi primi è tipico della scienza, della fisica in particolare.

E allora questo corso come lo facciamo? O meglio, tutte le conoscenze, anche importanti, che abbiamo sulla fisica dello stato solido come vengono fuori? (Si pensi anche solo alla fisica dei metalli o dei semiconduttori). Qui il professore sottolinea che l'approccio utilizzato fino a questo momento è certamente affascinante ma si rivela infecondo. Partire dai principi primi e, semplicemente applicandoli, ricavare per deduzione tutta la fisica di sistemi così complessi è una strada impraticabile. Occorre cambiare radicalmente strategia.

La strategia che ci propone è quella dell'approssimazione, proprio quell'elemento che probabilmente ci aveva dato più fastidio nel ragionamento precedente. Le approssimazioni sul sistema che ci avevano in qualche modo ristretto la validità della trattazione possono diventare i sostegni che ci consentono di andare avanti nel processo di conoscenza. Approssimare significa trascurare termini, individuare aspetti del problema non essenziali, capire l'entità relativa delle grandezze in gioco, saper individuare nella complessità del sistema che si ha davanti i pochi aspetti veramente determinanti (che inevitabilmente dipendono da ciò che siamo interessati a descrivere). Attenzione, formulare un'approssimazione non è affatto semplice. Questa deve avere la capacità di semplificare il problema (e renderlo dunque trattabile) senza banalizzarlo, senza cioè togliere quegli elementi essenziali che lo caratterizzano e che lo rendono interessante.

Su questa soglia critica tra semplice e banale nel pensare una possibile approssimazione si gioca gran parte del talento, dell'immaginazione, dell'intuito e della creatività di uno scienziato.

Possiamo cominciare il corso.

giovedì 17 febbraio 2011

Una frase antipatica

In un libro di Feynmann lessi molto tempo fa una frase sull'insegnamento (Feynmann era famoso anche come didatta) che mi è rimasta impressa: "L'insegnamento è quasi sempre inutile, tranne in quei rari casi in cui è quasi superfluo". Sembra un gioco di parole ma ha un suo senso. Purtroppo.

Durante gli studi, qualunque tipo di studi, hai a volte la sgradevole sensazione di non riuscire a padroneggiare l'argomento che hai sotto il naso come vorresti, e che forse non ci riuscirai mai. Contestualmente non puoi fare a meno di notare che alcuni hanno talmente poche difficoltà da sembrare praticamente già "imparati". Per questi ti rimane sempre il dubbio: hanno studiato tanto (ma proprio tanto)? O c'è qualche altra spiegazione?

Quando insegno mi domando spesso quanto può essere efficacie il mio lavoro sulle persone che mi stanno ascoltando. Anche perchè l'insegnamento è faticoso, richiede spesso un certo sforzo. Tuttavia il rischio che lo studente porti a casa solo una piccola percentuale di conoscenze rispetto al "volume di fuoco" che produci è concreto. E che quindi il tuo sforzo sia in buona parte fatica sprecata. Probabilmente conviene orientare l'insegnamento puntando il più possibile sulle cose importanti, focalizzandole, enfatizzandole, anche a costo di risultare un po' ripetitivo, sperando che non siano troppe rispetto alla normale capacità di ricezione di chi ti ascolta.

Purtroppo capita anche spesso di percepire l'inutilità del tuo lavoro per il motivo esattamente contrario, perchè capisci cioè che ti stai rivolgendo ad una platea già "imparata" (per tanti motivi, molti dei quali potrebbero anche non essere contemplati dalla frase di Feynmann) a cui non hai in concreto molto da dare, e questo è ovviamente motivo di una certa frustrazione. La cosa peggiore è che spesso queste due platee ce le hai davanti nello stesso momento.

Quindi l'insegnamento risulta quasi sempre inutile (o comunque uno sforzo improbo) a causa del poco talento dello studente, o delle sue condizioni di partenza, o dei suoi pregiudizi, o delle sue indisponibilità e inerzie. Problemi spesso molto difficili da superare. Può diventare utile con maggiore probabilità nei confronti di soggetti talentuosi, particolarmente predisposti e motivati, con una storia personale che li ha portati ad avere il livello culturale adeguato, la sensibilità giusta, gli strumenti concettuali adatti. Ma in tal caso questo insegnamento non deve costruire quasi nulla, perde forza spontaneamente perchè trova terreno già solido, dove si può cominciare a costruire bene anche da autodidatta.

Insomma, il contenuto di verità di questa frase mi ha infastidito prima come studente, poi come insegnante.