Che poi uno dice: "ma tu lo manderesti tuo figlio a scuola con Scattone come professore?". Secondo me la risposta più corretta sarebbe: "io non dovrei neanche saperlo che mio figlio ha (uno come) Scattone come professore". Per essere più chiari Scattone dovrebbe avere la possibilità di esercitare la sua professione senza portarsi appresso tutta la sua "fama", cioè in realtà il fardello del reato per cui è stato condannato e del quale ha regolarmente scontato la pena. Questa "fama" non è altro che un pesante giudizio morale di cui a occhio e croce non si libererà più, almeno non fino a che certi giornali continueranno a prendersi la briga di "seguirlo" nella sua vita normale. Questo è un comportamento da stato etico, è inutile girarci intorno.
Lo Stato dovrebbe sottrarre il colpevole alle sue vittime (e al loro comprensibile istinto vendicativo) per sottoporlo ad un processo in cui possa avere tutte le possibilità di difendersi.
Lo Stato dovrebbe formulare in tempi relativamente brevi una sentenza di giudizio ed una eventuale pena corrispondente (appellabile).
Lo Stato dovrebbe garantire al condannato una detenzione in condizioni di rispetto dei diritti fondamentali della persona.
Lo Stato dovrebbe garantire al colpevole di un reato che ha scontato la sua pena il diritto di poter rientrare a pieno titolo nella società.
L'ultimo "dovrebbe" non è affatto secondario visto che in fondo rappresenta proprio il punto di arrivo dei primi tre. Per Scattone al momento questo punto di arrivo l'abbiamo mancato.
Nota: Scattone è stato condannato nel 2003 per l'omicidio colposo di Marta Russo avvenuto nel 1997 e attualmente ha scontato la sua pena; la Cassazione ha cancellato l'interdizione all'insegnamento e ha accordato la riabilitazione penale, con revoca dell'interdizione dai pubblici uffici e restituzione dei diritti civili e politici (fonte Wikipedia). Quest'anno Scattone ha ottenuto una cattedra in una scuola romana e la notizia riportata dai giornali ha sollevato subito una discussione sulla "opportunità" di questa assegnazione. In seguito al clamore e alle proteste Scattone ha rinunciato all'incarico.
domenica 13 settembre 2015
sabato 5 settembre 2015
Nativi digitali
Credo di aver capito un po' meglio il senso dell'espressione "nativo digitale" o se vogliamo la sua importanza. Fino a questo momento penso di averla un po' fraintesa. Si usa ormai molto frequentemente come appellativo per le nuove generazioni, ovvero per tutti quegli individui che sono nati dopo l'ondata della diffusione dei computer domestici, avvenuta soprattutto nella seconda metà degli anni novanta, parallelamente alla diffusione del web, o addirittura dopo l'ondata degli smartphones. Sono nativi digitali tutti coloro che hanno avuto a che fare con i potenti dispositivi tecnologici di calcolo attuali fin dalla nascita. Che non hanno visto trasformarsi le loro vite dall'avvento dei computers e di internet perchè quando questo succedeva loro ancora non c'erano. Che non hanno dovuto fare i conti con dispositivi mai visti prima, perchè per loro non c'è stato un prima. Non hanno potuto essere nè entusiasti sostenitori della rivoluzione digitale nascente nè infastiditi spettatori succubi. Ci sono semplicemente nati dentro.
Questa espressione però è spesso associata alle abilità istintive che hanno le nuove generazioni nell'utilizzo dei nuovi dispositivi, alla loro capacità di muoversi bene nelle nuove tecnologie, di trovarsi a loro agio con esse, di saperle gestire bene, in modo quasi innato, naturale. Di capirle. Ma tutto questo in parte è ovvio, banale, e in parte è semplicemente falso.
Posso anche capire il padre sorpreso e commosso nel vedere il proprio figlio di due anni che "sfoglia" tranquillamente le foto del touch screen del tablet, ma si tratta di un'azione che fa pure una scimmia, siamo noi che la interpretiamo come un'azione evoluta in quanto la associamo ad uno strumento evoluto (ma uno strumento tecnologicamente avanzato, proprio perché è tale, può essere utilizzato da chiunque). Ovviamente quello stesso innocente bambino fa esattamente la stessa cosa sullo schermo del televisore o su qualunque superficie che mostri un'immagine.
Posso capire quel misto di ammirazione e timore che i genitori provano per i propri figli adolescenti vedendoli whatsappare freneticamente come loro non sapranno mai fare, vuoi perchè non sanno muoversi velocemente su una tastiera di uno smartphone, vuoi perchè non sanno proprio che scrivere. Ma a parte il mero utilizzo del dispositivo l'ignoranza di fronte alla tecnologia è esattamente la stessa. La differenza è che per un genitore questo può essere motivo di timore in quanto rappresenta un'ulteriore perdita di controllo nei confronti dei figli e di quello che fanno, mentre per questi ultimi è semplicemente una figata.
Insomma se il termine nativo digitale si riferisce (come spesso mi sembra che faccia) semplicemente alle migliori attitudini che hanno le nuove generazioni ad essere utilizzatori finali della tecnologia la cosa mi appare del tutto ovvia e poco interessante. Certamente questo termine non si riferisce al grado di consapevolezza della tecnologia in uso, e non vedo come potrebbe. Le nuove generazioni da sempre non capiscono la tecnologia preesistente, la danno per scontata. Mio padre e mio zio hanno costruito un televisore, io ho sempre e solo fatto zapping. Quando un nativo digitale è infastidito perchè scopre che dove si trova "non c'è campo" non ha la più pallida idea di cosa stia dicendo. I nostri ragazzi utilizzano quotidianamente e per i più svariati motivi sistemi di calcolo programmabili eppure la stragrande maggioranza di loro non solo non scriverà mai una sola riga di codice (come invece è capitato di fare a noi, e ben prima che per alcuni di noi certe attività "ludiche" diventassero parte della professione) ma probabilmente non avrà mai molto chiaro neanche il concetto di calcolatore programmabile (quest'ultima però la definirei una lacuna culturale piuttosto grave, soprattutto nel nostro mondo).
Ma allora il termine nativo digitale può avere un significato non solo banale? Può avere senso utilizzarlo in modo interessante? Forse si. La vera grande novità culturale dei nostri tempi, ovviamente legata in modo stretto alla rivoluzione digitale, è l'accesso all'informazione. Questo aspetto da solo determina secondo me una società profondamente diversa che i nativi digitali ereditano dalla generazione precedente. E non tutte le conseguenze di questo sono immediatamente positive e ben gestibili. Le nuove generazioni, probabilmente molto più di noi oggi, avranno a che fare con l'enorme quantità di informazione sempre crescente che nessun cervello umano potrà mai pensare di processare e su cui sarà sempre più difficile potersi orientare. Una nuova forma di inquinamento, nata da una nuova grande rivoluzione tecnologica. I nativi digitali saranno le prime generazioni ad avere seriamente a che fare con le grandi potenzialità e i grandi rischi della nuova società digitale, che li obbligherà senz'altro a definire nuovi strumenti, nuove tecniche di elaborazione e di analisi, nuove linee di ricerca, nuove modalità di approccio praticamente in tutte le discipline. Nuove idee. I nativi digitali di oggi sono forse la prima generazione di una società molto diversa.
La rivoluzione è appena cominciata.
Questa espressione però è spesso associata alle abilità istintive che hanno le nuove generazioni nell'utilizzo dei nuovi dispositivi, alla loro capacità di muoversi bene nelle nuove tecnologie, di trovarsi a loro agio con esse, di saperle gestire bene, in modo quasi innato, naturale. Di capirle. Ma tutto questo in parte è ovvio, banale, e in parte è semplicemente falso.
Posso anche capire il padre sorpreso e commosso nel vedere il proprio figlio di due anni che "sfoglia" tranquillamente le foto del touch screen del tablet, ma si tratta di un'azione che fa pure una scimmia, siamo noi che la interpretiamo come un'azione evoluta in quanto la associamo ad uno strumento evoluto (ma uno strumento tecnologicamente avanzato, proprio perché è tale, può essere utilizzato da chiunque). Ovviamente quello stesso innocente bambino fa esattamente la stessa cosa sullo schermo del televisore o su qualunque superficie che mostri un'immagine.
Posso capire quel misto di ammirazione e timore che i genitori provano per i propri figli adolescenti vedendoli whatsappare freneticamente come loro non sapranno mai fare, vuoi perchè non sanno muoversi velocemente su una tastiera di uno smartphone, vuoi perchè non sanno proprio che scrivere. Ma a parte il mero utilizzo del dispositivo l'ignoranza di fronte alla tecnologia è esattamente la stessa. La differenza è che per un genitore questo può essere motivo di timore in quanto rappresenta un'ulteriore perdita di controllo nei confronti dei figli e di quello che fanno, mentre per questi ultimi è semplicemente una figata.
Insomma se il termine nativo digitale si riferisce (come spesso mi sembra che faccia) semplicemente alle migliori attitudini che hanno le nuove generazioni ad essere utilizzatori finali della tecnologia la cosa mi appare del tutto ovvia e poco interessante. Certamente questo termine non si riferisce al grado di consapevolezza della tecnologia in uso, e non vedo come potrebbe. Le nuove generazioni da sempre non capiscono la tecnologia preesistente, la danno per scontata. Mio padre e mio zio hanno costruito un televisore, io ho sempre e solo fatto zapping. Quando un nativo digitale è infastidito perchè scopre che dove si trova "non c'è campo" non ha la più pallida idea di cosa stia dicendo. I nostri ragazzi utilizzano quotidianamente e per i più svariati motivi sistemi di calcolo programmabili eppure la stragrande maggioranza di loro non solo non scriverà mai una sola riga di codice (come invece è capitato di fare a noi, e ben prima che per alcuni di noi certe attività "ludiche" diventassero parte della professione) ma probabilmente non avrà mai molto chiaro neanche il concetto di calcolatore programmabile (quest'ultima però la definirei una lacuna culturale piuttosto grave, soprattutto nel nostro mondo).
Ma allora il termine nativo digitale può avere un significato non solo banale? Può avere senso utilizzarlo in modo interessante? Forse si. La vera grande novità culturale dei nostri tempi, ovviamente legata in modo stretto alla rivoluzione digitale, è l'accesso all'informazione. Questo aspetto da solo determina secondo me una società profondamente diversa che i nativi digitali ereditano dalla generazione precedente. E non tutte le conseguenze di questo sono immediatamente positive e ben gestibili. Le nuove generazioni, probabilmente molto più di noi oggi, avranno a che fare con l'enorme quantità di informazione sempre crescente che nessun cervello umano potrà mai pensare di processare e su cui sarà sempre più difficile potersi orientare. Una nuova forma di inquinamento, nata da una nuova grande rivoluzione tecnologica. I nativi digitali saranno le prime generazioni ad avere seriamente a che fare con le grandi potenzialità e i grandi rischi della nuova società digitale, che li obbligherà senz'altro a definire nuovi strumenti, nuove tecniche di elaborazione e di analisi, nuove linee di ricerca, nuove modalità di approccio praticamente in tutte le discipline. Nuove idee. I nativi digitali di oggi sono forse la prima generazione di una società molto diversa.
La rivoluzione è appena cominciata.
lunedì 31 agosto 2015
Reducetariano
Ho sempre considerato quello del vegetariano un atteggiamento di tipo fondamentalista. Per questo non mi è mai piaciuto molto. Certamente un comportamento così radicale è più facilmente comunicabile, può diffondersi come una moda, riesce a fare tendenza, ma non mi pare poi che in tutti questi anni si sia effettivamente diffuso così tanto. Anzi, ultimamente leggevo che alcune statistiche fatte in merito a questa abitudine alimentare riportano che una buona percentuale dei vegetariani smette di esserlo, almeno rigorosamente, durante la sua vita. Ed effettivamente anche per esperienza personale mi è capitato di conoscere vegetariani che non lo sono più o che hanno reinterpretato in maniera più morbida questo comportamento.
Inoltre le motivazioni del vegetariano sono spesso quelle etiche riconducibili al principio del diritto degli animali a non essere sfruttati dall'uomo, e quindi prima di tutto a non essere mangiati. Questo concetto lo trovo veramente molto controverso, credo che possa portare ad ulteriori e più gravi forme di fondamentalismo irrazionali e pericolose (vedi le crociate contro qualunque forma di sperimentazione animale), e alla fine lo trovo anche abbastanza ipocrita. Quali forme di vita hanno diritto ad esercitarla indisturbati, e quali no? E come facciamo i conti con il fatto che alla fine la vita si ciba della vita?
Tuttavia esistono delle ragioni serie per ridurre drasticamente il consumo di carne su scala mondiale. Sicuramente delle ragioni di salute, non tanto per gli individui in crescita quanto per le persone adulte. L'eccesso di consumo di carne porta con maggiore probabilità ad una serie di patologie che abbassano il livello di salute media della popolazione in età avanzata.
Un'altra ragione importante (forse la più importante) è l'iperproduzione di carne a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni. Iperproduzione di bovini, iperproduzione di foraggi per la loro nutrizione, coltivazioni e allevamenti sempre più intensivi. Un problema di inquinamento di dimensioni preoccupanti. Inoltre, non ultimo, anche il trattamento degli animali negli allevamenti intensivi è un fatto incivile e intollerabile. Insomma l'eccessivo cosumo di carne nelle società sviluppate si sta traducendo in uno squilibrio ambientale, uno dei tanti purtroppo.
Per un problema su scala mondiale va cercata una soluzione che possa diffondersi altrettanto su scala mondiale. E non credo che questo possa essere lo stile alimentare vegetariano. Per due motivi. Anzitutto è troppo drastico e senza mezze misure per avere un'ampia diffusione nella società. E poi perchè non è proprio necessario. Anzi, a me pare abbia anche aspetti negativi, esistono ottimi prodotti alimentari (molti italiani) basati sulla carne, prodotti di qualità che andrebbero difesi e valorizzati sul resto della produzione di massa. La riduzione del consumo di carne dovrebbe essere una riduzione selettiva, non totale.
Il termine che dà il titolo a questo post l'ho letto da qualche parte su Internet. Il suo senso è più o meno quello che ho appena scritto. La sua probabilità di diffusione su scala globale è forse maggiore della dieta vegetariana o addirittura vegana. Il suo obiettivo è importante. Mi piacerebbe essere reducetariano nel mio stile alimentare.
Inoltre le motivazioni del vegetariano sono spesso quelle etiche riconducibili al principio del diritto degli animali a non essere sfruttati dall'uomo, e quindi prima di tutto a non essere mangiati. Questo concetto lo trovo veramente molto controverso, credo che possa portare ad ulteriori e più gravi forme di fondamentalismo irrazionali e pericolose (vedi le crociate contro qualunque forma di sperimentazione animale), e alla fine lo trovo anche abbastanza ipocrita. Quali forme di vita hanno diritto ad esercitarla indisturbati, e quali no? E come facciamo i conti con il fatto che alla fine la vita si ciba della vita?
Tuttavia esistono delle ragioni serie per ridurre drasticamente il consumo di carne su scala mondiale. Sicuramente delle ragioni di salute, non tanto per gli individui in crescita quanto per le persone adulte. L'eccesso di consumo di carne porta con maggiore probabilità ad una serie di patologie che abbassano il livello di salute media della popolazione in età avanzata.
Un'altra ragione importante (forse la più importante) è l'iperproduzione di carne a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni. Iperproduzione di bovini, iperproduzione di foraggi per la loro nutrizione, coltivazioni e allevamenti sempre più intensivi. Un problema di inquinamento di dimensioni preoccupanti. Inoltre, non ultimo, anche il trattamento degli animali negli allevamenti intensivi è un fatto incivile e intollerabile. Insomma l'eccessivo cosumo di carne nelle società sviluppate si sta traducendo in uno squilibrio ambientale, uno dei tanti purtroppo.
Per un problema su scala mondiale va cercata una soluzione che possa diffondersi altrettanto su scala mondiale. E non credo che questo possa essere lo stile alimentare vegetariano. Per due motivi. Anzitutto è troppo drastico e senza mezze misure per avere un'ampia diffusione nella società. E poi perchè non è proprio necessario. Anzi, a me pare abbia anche aspetti negativi, esistono ottimi prodotti alimentari (molti italiani) basati sulla carne, prodotti di qualità che andrebbero difesi e valorizzati sul resto della produzione di massa. La riduzione del consumo di carne dovrebbe essere una riduzione selettiva, non totale.
Il termine che dà il titolo a questo post l'ho letto da qualche parte su Internet. Il suo senso è più o meno quello che ho appena scritto. La sua probabilità di diffusione su scala globale è forse maggiore della dieta vegetariana o addirittura vegana. Il suo obiettivo è importante. Mi piacerebbe essere reducetariano nel mio stile alimentare.
sabato 22 agosto 2015
Uffa, 'ste famiglie.
Non c'è niente da fare, la famiglia come nucleo sociale rischia sempre di sviluppare delle patologie. Non sto parlando di quelle gravi, che portano al divorzio o a conseguenze ben peggiori, perché direi una cosa purtroppo ovvia. Non so neanche se quello a cui sto pensando sia definibile come una patologia o forse come una fisiologia con potenziali effetti negativi.
Sto pensando a una sorta di cristallizzazione dei rapporti, un po' tra tutti gli elementi della famiglia. Probabilmente è il tempo e il vissuto che porta a questo. E forse anche la vecchiaia dei suoi componenti, sempre meno capaci di rinnovarsi o semplicemente di provare a cambiare qualcosa.
Il risultato è una specie di "rito" nei rapporti interpersonali, probabilmente dovuto ad etichettature che ciascuno costruisce all'interno della famiglia, pregiudizi cronici ma essenziali per il generale "equilibrio" famigliare. Ognuno ha un suo ruolo, ognuno pretende in un certo senso un ruolo dagli altri (positivo o negativo, non ha molta importanza, è questo il bello), quello che consente di renderlo riconoscibile.
Questo determina l'assistere a delle vere e proprie pantomime, il ritorno sempre alle stesse cose fatte allo stesso modo, sempre agli stessi litigi, con le stesse parole, con le stesse modalità, con lo stesso modo di risolverli. Anche agli stessi modi di cercare il divertimento e la tranquillità. Ripeto, probabilmente è più un aspetto fisiologico che patologico, ma è certo che sulle questioni irrisolte può diventare veramente problematico, i rapporti difficili e le incomprensioni possono avvitarsi all'infinito.
Sto pensando a una sorta di cristallizzazione dei rapporti, un po' tra tutti gli elementi della famiglia. Probabilmente è il tempo e il vissuto che porta a questo. E forse anche la vecchiaia dei suoi componenti, sempre meno capaci di rinnovarsi o semplicemente di provare a cambiare qualcosa.
Il risultato è una specie di "rito" nei rapporti interpersonali, probabilmente dovuto ad etichettature che ciascuno costruisce all'interno della famiglia, pregiudizi cronici ma essenziali per il generale "equilibrio" famigliare. Ognuno ha un suo ruolo, ognuno pretende in un certo senso un ruolo dagli altri (positivo o negativo, non ha molta importanza, è questo il bello), quello che consente di renderlo riconoscibile.
Questo determina l'assistere a delle vere e proprie pantomime, il ritorno sempre alle stesse cose fatte allo stesso modo, sempre agli stessi litigi, con le stesse parole, con le stesse modalità, con lo stesso modo di risolverli. Anche agli stessi modi di cercare il divertimento e la tranquillità. Ripeto, probabilmente è più un aspetto fisiologico che patologico, ma è certo che sulle questioni irrisolte può diventare veramente problematico, i rapporti difficili e le incomprensioni possono avvitarsi all'infinito.
venerdì 3 luglio 2015
Il 60% non basta
Tempo fa ho avuto occasione di rivangare i tempi dell'Università con un paio di amici ed ex-compagni di studio. Per l'ennesima volta è tornata a galla dai ricordi uno degli aspetti peggiori e più sofferti di quei tempi, l'atmosfera pesante che si respirava all'epoca nel corso di laurea in fisica, chissà quanto peculiare di quella facoltà e di quegli anni oppure no.
La didattica aveva degli aspetti allucinanti, dai corsi pesantissimi ed enciclopedici, difficilissimi da contenere per uno studente, ai professori che prendevano sotto gamba l'insegnamento o vessavano più o meno consapevolmente la platea degli studenti. Soffrire a lezione, passare ore a cercare di ricostruirla, rovistare su appunti tuoi o di altri alla ricerca di passaggi comprensibili, erano la quotidianità. Su tutto questo la didattica, la struttura dei corsi e gli atteggiamenti refrattari e poco disponibili degli insegnanti avevano un peso determinante. Le cose sarebbero potute andare molto meglio su questi fronti. Rimaneva il grande fascino per questi studi, ma conservato ad un prezzo sempre più alto col passare del tempo.
Era purtroppo molto frequente la sensazione che la difficoltà degli argomenti, oltre ad essere oggettiva, fosse anche in un certo senso ostentata da alcuni insegnanti, e qualche volta anche usata per scoraggiare gli studenti. Questo contribuiva a costruire un mondo chiuso, dove potevi starci a certe condizioni o non starci. Forse l'anticamera del mondo ancora più chiuso della ricerca scientifica professionale (e forse il risultato di questo).
Di seguito alcuni episodi che danno un po' l'idea. Sono in ordine cronologico.
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Il professore entra in aula, non ricordo bene se comincia regolarmente la lezione ma ad un certo punto, richiamando il risultato di una lezione già fatta in precedenza, comincia a chiedere agli studenti se si ricordano l'argomento. Le richieste diventano subito insolitamente insistenti, fatte direttamente alle singole persone. L'atmosfera, anche un po' surreale, comincia a diventare imbarazzante e fastidiosa per noi. Non sembra esserci nessuna necessità di un simile interrogatorio ma il professore non molla. Alla fine (e trascorre un tempo lunghissimo), non ottenendo risposta, anziché riprendere rassegnato la lezione come tutto sommato sarebbe normale fare, decide per un'azione plateale (e sinceramente anche un po' ridicola): abbandona l'aula. Niente lezione per quel giorno.
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Durante la lezione il professore introduce un teorema e ne comincia la dimostrazione con una serie di passaggi alla lavagna. Non si capisce niente, l'uso della lavagna è completamente disordinato, i passaggi sono incerti. Torna indietro più volte, cancella, riscrive. Sembra che quella di essere chiaro non sia una sua preoccupazione. Sembra capitato in aula per caso. Addirittura a un certo punto si ferma pensoso con il gesso a mezz'aria e dice: "ah, ecco cos'è che non va, me so' dimenticato un'ipotesi, sennò non funziona". Trova un angolino sulla lavagna e scrive l'ipotesi tralasciata fino a quel momento. Poi prosegue tranquillamente la sua lezione incomprensibile. Mortacci sua.
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È la parte finale del corso, e come spesso succede nei corsi avanzati il professore tratta delle appendici non contenute nel manuale (se ce ne è uno), indicandoci una bibliografia che può consistere in estratti di manuali (da andarsi a fotocopiare in biblioteca), in articoli pubblicati su riviste specializzate (sempre da andarsi a fotocopiare) o, nei casi migliori, mettendo a disposizione delle dispense scritte ad hoc per il corso. Fortunatamente quest'ultimo è il nostro caso, si tratta di andare semplicemente a ritirare gli appunti all'ufficio dispense. Che non eravamo poi cosi fortunati ce ne siamo accorti quando ce li abbiamo avuti in mano. Una fotocopia di un testo scritto a mano, in inglese (?!), la cui originaria destinazione d'uso sembrava diversa dal nostro corso. Il testo sembrava scritto all'impronta, tanto era poco curato e costellato di cancellature, generalmente i miei appunti si presentavano meglio. Peraltro una correzione sull'anno accademico faceva capire chiaramente che il documento così come era stato scritto la prima volta era stato riciclato per più anni. Si stentava a crederlo. Lo studio su quegli appunti ci ha reso la vita veramente difficile e ci ha inevitabilmente smorzato l'interesse dell'ultima parte del corso. Preparare il materiale con un po' più di cura e di attenzione no, eh? Lavorare un po' sulla didattica che giustifica una parte consistente del tuo stipendio no, eh? Inqualificabile.
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Era un corso difficile, veramente difficile, probabilmente il più duro che mi è capitato di fare. Lo era per tutti quei pochi che lo seguivano. C'erano alcuni testi di riferimento per studiare ma tutti complessi e molto più estesi degli argomenti trattati nel corso. Insomma si doveva studiare sugli appunti e seguire al meglio possibile le lezioni, non era possibile fare altrimenti. La dipendenza dalle lezioni del professore era tale che io per la prima volta cercavo di lavorare sugli appunti "sbobinati" di un amico che aveva seguito il corso l'anno precedente. Tutta la comprensione degli argomenti e l'interesse per essi dipendeva dal professore. Anche la fiducia in noi stessi e in quello che facevamo dipendeva molto da lui, dal momento che si trattava quasi certamente per tutti di uno degli ultimi esami che ci avrebbero orientato per il prossimo futuro (tesi, dottorato, ecc.). Ho avuto l'istinto di alzarmi e andarmene quando, nel bel mezzo di una lezione particolarmente incomprensibile, per "rassicurare" tutte quelle facce attonite e ovviamente preoccupate, se ne uscì con una frase secondo me micidiale: "non vi preoccupate se molte cose non le capite, mi rendo conto che sono difficili, mi accontento che riusciate a capire il 60% di quello che vi sto dicendo". Ma cosa stava dicendo? Ma di che 60% stava parlando? Ma no che non basta, cazzo! C'era di che stare preoccupati per il futuro. La preparazione di quell'esame, pur sapendo della relativa semplicità con cui quel professore lo conduceva (almeno questo), fu il momento psicologicamemte peggiore della mia carriera di studi.
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Per la discussione della tesi di laurea si dovevano portare due tesine di argomenti diversi da quello della propria tesi, una a carattere sperimentale e l'altra a carattere teorico. In sede di discussione veniva chiesto al candidato di esporne una, scelta al momento. Tradizionalmente la commissione sceglieva la tesina di carattere opposto a quello della tesi, cioè se la tesi era di carattere sperimentale la tesina chiesta era quella di carattere teorico, e viceversa. Nel mio caso quindi era molto probabile discutere la tesina teorica (così infatti successe). Per ottenere l'assegnazione della tesina occorreva andarsi a cercare un professore. Ricordo che anche quella semplice cosa mi metteva un po' a disagio per il semplice fatto che solitamente uno studente arrivato alla laurea, quindi dopo molti anni di frequentazione dell'istituto, non aveva ancora molta dimestichezza con il corpo docente. Decisi di provare con un giovane, uno conosciuto durante le ore di esercitazione di fisica 1 e 2 qualche anno prima. Mi sembrava più facile piuttosto che rivolgersi a professori più anziani con chissà quali e quanti incarichi e così poca disponibilità verso gli studenti. Poi era uno bravo, e faceva cose interessanti. Ricordo che non mi fece neppure entrare completamente nella stanza dove si trovava. Rimasi sulla soglia a fare capolino, con un suo collega che mi guardava imbarazzato avendo capito la situazione di difficoltà mia.
"Buongiorno, sto per laurearmi, sono qui per una tesina teorica", "No, non c'ho tempo, non se po fa .... Quand'è che te laurei?", "A settembre", "No, all'inizio de settembre parto, sto fuori", "Io ho la data della discussione a fine settembre", " È uguale, non ce sto, non se po fa", "Va bene grazie lo stesso, arrivederci". Tutto questo alzando giusto un paio di volte la testa dal computer su cui stava lavorando. Nei giorni vicini alla mia sessione di laurea l'ho visto più volte girare in istituto. Niente male, giovane ma già molto disinvolto nel fare lo stronzo con gli studenti.
Era purtroppo molto frequente la sensazione che la difficoltà degli argomenti, oltre ad essere oggettiva, fosse anche in un certo senso ostentata da alcuni insegnanti, e qualche volta anche usata per scoraggiare gli studenti. Questo contribuiva a costruire un mondo chiuso, dove potevi starci a certe condizioni o non starci. Forse l'anticamera del mondo ancora più chiuso della ricerca scientifica professionale (e forse il risultato di questo).
Di seguito alcuni episodi che danno un po' l'idea. Sono in ordine cronologico.
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Il professore entra in aula, non ricordo bene se comincia regolarmente la lezione ma ad un certo punto, richiamando il risultato di una lezione già fatta in precedenza, comincia a chiedere agli studenti se si ricordano l'argomento. Le richieste diventano subito insolitamente insistenti, fatte direttamente alle singole persone. L'atmosfera, anche un po' surreale, comincia a diventare imbarazzante e fastidiosa per noi. Non sembra esserci nessuna necessità di un simile interrogatorio ma il professore non molla. Alla fine (e trascorre un tempo lunghissimo), non ottenendo risposta, anziché riprendere rassegnato la lezione come tutto sommato sarebbe normale fare, decide per un'azione plateale (e sinceramente anche un po' ridicola): abbandona l'aula. Niente lezione per quel giorno.
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Durante la lezione il professore introduce un teorema e ne comincia la dimostrazione con una serie di passaggi alla lavagna. Non si capisce niente, l'uso della lavagna è completamente disordinato, i passaggi sono incerti. Torna indietro più volte, cancella, riscrive. Sembra che quella di essere chiaro non sia una sua preoccupazione. Sembra capitato in aula per caso. Addirittura a un certo punto si ferma pensoso con il gesso a mezz'aria e dice: "ah, ecco cos'è che non va, me so' dimenticato un'ipotesi, sennò non funziona". Trova un angolino sulla lavagna e scrive l'ipotesi tralasciata fino a quel momento. Poi prosegue tranquillamente la sua lezione incomprensibile. Mortacci sua.
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È la parte finale del corso, e come spesso succede nei corsi avanzati il professore tratta delle appendici non contenute nel manuale (se ce ne è uno), indicandoci una bibliografia che può consistere in estratti di manuali (da andarsi a fotocopiare in biblioteca), in articoli pubblicati su riviste specializzate (sempre da andarsi a fotocopiare) o, nei casi migliori, mettendo a disposizione delle dispense scritte ad hoc per il corso. Fortunatamente quest'ultimo è il nostro caso, si tratta di andare semplicemente a ritirare gli appunti all'ufficio dispense. Che non eravamo poi cosi fortunati ce ne siamo accorti quando ce li abbiamo avuti in mano. Una fotocopia di un testo scritto a mano, in inglese (?!), la cui originaria destinazione d'uso sembrava diversa dal nostro corso. Il testo sembrava scritto all'impronta, tanto era poco curato e costellato di cancellature, generalmente i miei appunti si presentavano meglio. Peraltro una correzione sull'anno accademico faceva capire chiaramente che il documento così come era stato scritto la prima volta era stato riciclato per più anni. Si stentava a crederlo. Lo studio su quegli appunti ci ha reso la vita veramente difficile e ci ha inevitabilmente smorzato l'interesse dell'ultima parte del corso. Preparare il materiale con un po' più di cura e di attenzione no, eh? Lavorare un po' sulla didattica che giustifica una parte consistente del tuo stipendio no, eh? Inqualificabile.
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Era un corso difficile, veramente difficile, probabilmente il più duro che mi è capitato di fare. Lo era per tutti quei pochi che lo seguivano. C'erano alcuni testi di riferimento per studiare ma tutti complessi e molto più estesi degli argomenti trattati nel corso. Insomma si doveva studiare sugli appunti e seguire al meglio possibile le lezioni, non era possibile fare altrimenti. La dipendenza dalle lezioni del professore era tale che io per la prima volta cercavo di lavorare sugli appunti "sbobinati" di un amico che aveva seguito il corso l'anno precedente. Tutta la comprensione degli argomenti e l'interesse per essi dipendeva dal professore. Anche la fiducia in noi stessi e in quello che facevamo dipendeva molto da lui, dal momento che si trattava quasi certamente per tutti di uno degli ultimi esami che ci avrebbero orientato per il prossimo futuro (tesi, dottorato, ecc.). Ho avuto l'istinto di alzarmi e andarmene quando, nel bel mezzo di una lezione particolarmente incomprensibile, per "rassicurare" tutte quelle facce attonite e ovviamente preoccupate, se ne uscì con una frase secondo me micidiale: "non vi preoccupate se molte cose non le capite, mi rendo conto che sono difficili, mi accontento che riusciate a capire il 60% di quello che vi sto dicendo". Ma cosa stava dicendo? Ma di che 60% stava parlando? Ma no che non basta, cazzo! C'era di che stare preoccupati per il futuro. La preparazione di quell'esame, pur sapendo della relativa semplicità con cui quel professore lo conduceva (almeno questo), fu il momento psicologicamemte peggiore della mia carriera di studi.
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Per la discussione della tesi di laurea si dovevano portare due tesine di argomenti diversi da quello della propria tesi, una a carattere sperimentale e l'altra a carattere teorico. In sede di discussione veniva chiesto al candidato di esporne una, scelta al momento. Tradizionalmente la commissione sceglieva la tesina di carattere opposto a quello della tesi, cioè se la tesi era di carattere sperimentale la tesina chiesta era quella di carattere teorico, e viceversa. Nel mio caso quindi era molto probabile discutere la tesina teorica (così infatti successe). Per ottenere l'assegnazione della tesina occorreva andarsi a cercare un professore. Ricordo che anche quella semplice cosa mi metteva un po' a disagio per il semplice fatto che solitamente uno studente arrivato alla laurea, quindi dopo molti anni di frequentazione dell'istituto, non aveva ancora molta dimestichezza con il corpo docente. Decisi di provare con un giovane, uno conosciuto durante le ore di esercitazione di fisica 1 e 2 qualche anno prima. Mi sembrava più facile piuttosto che rivolgersi a professori più anziani con chissà quali e quanti incarichi e così poca disponibilità verso gli studenti. Poi era uno bravo, e faceva cose interessanti. Ricordo che non mi fece neppure entrare completamente nella stanza dove si trovava. Rimasi sulla soglia a fare capolino, con un suo collega che mi guardava imbarazzato avendo capito la situazione di difficoltà mia.
"Buongiorno, sto per laurearmi, sono qui per una tesina teorica", "No, non c'ho tempo, non se po fa .... Quand'è che te laurei?", "A settembre", "No, all'inizio de settembre parto, sto fuori", "Io ho la data della discussione a fine settembre", " È uguale, non ce sto, non se po fa", "Va bene grazie lo stesso, arrivederci". Tutto questo alzando giusto un paio di volte la testa dal computer su cui stava lavorando. Nei giorni vicini alla mia sessione di laurea l'ho visto più volte girare in istituto. Niente male, giovane ma già molto disinvolto nel fare lo stronzo con gli studenti.
domenica 7 giugno 2015
#Romasenzatomica
Sono passato quasi per caso all'ex-mattatoio di Testaccio, in realtà non tanto per caso, volevo dare una sbirciatina alla mostra "Romasenzatomica" che si tiene in uno di quei locali. Ho pensato di portarci Flavio, la mostra è piccola, non impegnativa, dedicata anche ad un pubblico giovane. Quindi per lui andrebbe bene.
Vorrei che riflettesse sull'uso delle armi, sulle guerre, sul disarmo (soprattutto ma non solo quello nucleare), sul concetto di sicurezza. Alla sua età (dodici anni) credo che sia già possibile farlo.
Vorrei discutere con lui il fatto che la conoscenza è libertà ma che la libertà è anche responsabilità di scelta, e che questo vale prima di tutto per il singolo ma anche per la società, e che le scelte di una società ne determina i destini.
Vorrei discutere con lui il fatto che la sicurezza di un popolo non può passare per lo sviluppo di capacità offensive e non può basarsi solo sulla logica della deterrenza. La base della sicurezza sociale può essere solo l'integrazione, lo scambio culturale, la tolleranza.
Vorrei che si soffermasse a leggere questa frase: "Il bene che assicuriamo a noi stessi è in realtà precario e incerto fino a quando non sarà garantito a tutti quanti e diventerà parte della nostra vita comune" (Jane Addams, 1860-1935, premio Nobel per la Pace 1931).
Vorrei riflettesse (o cominciasse a riflettere) su tutto questo.
Mi piacerebbe farlo senza rompergli troppo i coglioni.
--------
La manifestazione si è chiusa e io non sono riuscito a portarci Flavio. Troppe cose da fare. Se la vita ci permettesse a tutti di essere un po' più bighelloni impareremmo tutti di più, avremmo tutti le idee più chiare e saremmo tutti dei cittadini migliori.
Vorrei che riflettesse sull'uso delle armi, sulle guerre, sul disarmo (soprattutto ma non solo quello nucleare), sul concetto di sicurezza. Alla sua età (dodici anni) credo che sia già possibile farlo.
Vorrei discutere con lui il fatto che la conoscenza è libertà ma che la libertà è anche responsabilità di scelta, e che questo vale prima di tutto per il singolo ma anche per la società, e che le scelte di una società ne determina i destini.
Vorrei discutere con lui il fatto che la sicurezza di un popolo non può passare per lo sviluppo di capacità offensive e non può basarsi solo sulla logica della deterrenza. La base della sicurezza sociale può essere solo l'integrazione, lo scambio culturale, la tolleranza.
Vorrei che si soffermasse a leggere questa frase: "Il bene che assicuriamo a noi stessi è in realtà precario e incerto fino a quando non sarà garantito a tutti quanti e diventerà parte della nostra vita comune" (Jane Addams, 1860-1935, premio Nobel per la Pace 1931).
Vorrei riflettesse (o cominciasse a riflettere) su tutto questo.
Mi piacerebbe farlo senza rompergli troppo i coglioni.
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La manifestazione si è chiusa e io non sono riuscito a portarci Flavio. Troppe cose da fare. Se la vita ci permettesse a tutti di essere un po' più bighelloni impareremmo tutti di più, avremmo tutti le idee più chiare e saremmo tutti dei cittadini migliori.
sabato 16 maggio 2015
Sicurezza computazionale
Fissati due numeri primi distinti p e q è molto facile e veloce calcolare il loro prodotto N, anche se i numeri in questione sono molto grandi. Per essere più precisi il numero di passaggi che servono per calcolare il prodotto di due numeri primi cresce con la grandezza degli stessi in modo solo lineare (quindi cresce, ma non poi così tanto).
È sempre possibile, in virtù di un teorema che dimostra che un numero intero qualsiasi ammette sempre una scomposizione in fattori primi e che questa è unica, recuperare dalla sola conoscenza di N i due numeri primi p e q che lo compongono. Il fatto sostanziale è che questo tipo di calcolo risulta essere intrinsecamente difficile. Per dirlo meglio il numero di passaggi per calcolare una scomposizione in fattori primi cresce esponenzialmente con il numero N. Questo in pratica vuol dire che se si sceglie N sufficientemente grande (non occorre neanche esagerare troppo) si riesce facilmente a fare in modo che il tempo di calcolo sia insopportabilmente lungo, anche per un computer estremamente potente.
Quindi c'è una sostanziale disparità tra chi conosce p e q (e quindi N) e chi conosce solo N. La disparità è di tipo squisitamente computazionale, cioè in linea di principio (e anche in pratica) tutti possono calcolare tutto ma alcuni calcoli hanno inevitabilmente tempi di esecuzione inaccettabili. Non riuscire a calcolare in tempi ragionevoli una cosa (ad esempio prima che qualcuno possa prendere ulteriori provvedimenti per difenderla o più semplicemente prima che il passare del tempo l'abbia resa inutile) significa non poterla conoscere.
Con idee del genere, opportunamente elaborate in algoritmi crittografici da macinare al computer, si può realizzare un passaggio sicuro delle informazioni da un mittente ad un destinatario con la ragionevole sicurezza che un ipotetico intruso che intercetti il messaggio in transito non sia in grado di capirlo perché semplicemente non è in grado di calcolare in tempi sufficientemente brevi i parametri numerici che servirebbero per leggerlo. Si tratta di una sicurezza tutta poggiata sulle difficoltà di calcolo, una sicurezza computazionale. Tutta la sicurezza informatica attuale è fondata su questa idea semplice ma potente.
C'è da dire però che nessuno può escludere che se un calcolo risulta difficile con tutti gli algoritmi conosciuti fino ad ora non possa esistere un qualche algoritmo non ancora formulato che renda quel calcolo addirittura banale. Non ci sono certezze in merito a questa possibilità. Per questa cosa vale solo l'esperienza. Molti problemi di calcolo sono rimasti difficili, hanno resistito a numerosi tentativi di semplificazione e non sembrano poter cedere così facilmente. La scomposizione in fattori primi è uno di questi.
Curiosamente la complessità computazionale di molti problemi di calcolo non è quasi mai garantita a priori (cioè attraverso teoremi generali) ma la sicurezza computazionale che da essa deriva per quanto "non assicurata" è lo strumento più potente che abbiamo per proteggere le nostre informazioni su internet.
Nota: rileggendo questo post prima della sua pubblicazione mi accorgo che rimane oscuro un passaggio che però (soprattutto a fini pratici) va certamente sottolineato: chi mi fornisce i due numeri primi p e q molto grandi? E quanti ce ne sono di questi numeri? Se fossero dieci in tutto un algoritmo di sicurezza informatica poggiato su di essi non avrebbe senso. La risposta alla seconda domanda è forse scontata ma è troppo importante per non dirla: i numeri primi sono infiniti, anche se la loro densità scende mano mano che si va avanti nella serie dei numeri naturali. La risposta alla prima domanda è meno scontata e anche questa va detta: i cosiddetti test di primalità, cioè i metodi per stabilire se un numero è primo o no, e quindi anche i metodi per ricercare numeri primi, sono basati su algoritmi molto più veloci di quelli che si conoscono per la fattorizzazione. E' essenzialmente su questo che si basa la disparità di natura computazionale di cui parlo nel post.
Nota: rileggendo questo post prima della sua pubblicazione mi accorgo che rimane oscuro un passaggio che però (soprattutto a fini pratici) va certamente sottolineato: chi mi fornisce i due numeri primi p e q molto grandi? E quanti ce ne sono di questi numeri? Se fossero dieci in tutto un algoritmo di sicurezza informatica poggiato su di essi non avrebbe senso. La risposta alla seconda domanda è forse scontata ma è troppo importante per non dirla: i numeri primi sono infiniti, anche se la loro densità scende mano mano che si va avanti nella serie dei numeri naturali. La risposta alla prima domanda è meno scontata e anche questa va detta: i cosiddetti test di primalità, cioè i metodi per stabilire se un numero è primo o no, e quindi anche i metodi per ricercare numeri primi, sono basati su algoritmi molto più veloci di quelli che si conoscono per la fattorizzazione. E' essenzialmente su questo che si basa la disparità di natura computazionale di cui parlo nel post.
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