Oggi mi imbatto in una dichiarazione di Luigi Di Maio, attuale leader del Movimento Cinque Stelle, che accusa sia la destra (Lega) che la sinistra (PD) di non aver colto finora le sue proposte di accordo per formare un nuovo governo, lasciando aperta solo la strada di nuove elezioni. Cioè M5S si è rivolto separatamente prima alla Lega e poi al PD per cercare di definire con loro un accordo di programma con cui governare. Ovviamente questi accordi sarebbero stati piuttosto diversi ma M5S può "vantare" un pragmatismo tale da consentirgli di trovare punti in comune tanto con la destra che con la sinistra.
Questa cosa nel messaggio viene esplicitamente sottolineata con una frase che io considero una delle peggiori sentite pronunciate da un politico negli ultimi anni: "Il nostro è un movimento post-ideologico, per noi le idee non sono nè di destra nè di sinistra, sono idee buone o cattive". Ho già espresso in un altro recente post le mie perplessità in merito a questo modo di pensare, ma qui vorrei definirle meglio, se ci riesco.
Se io non mi rifaccio ad una ideologia il mio approccio sarà necessariamente di tipo pragmatico, cioè analizzerò provvedimento per provvedimento e deciderò in merito ad ogni singola questione presa a sè stante. Ma è pensabile fare questo? Ha senso considerare ogni singolo problema senza inserirlo in un contesto di analisi dell'intera società? Non è una visione eccessivamente riduzionista della politica? Se non parto dal tentativo di avere una visione generale della società probabilmente non sono in grado neanche di definire correttamente i suoi problemi e quindi di trovare la strategia giusta per affrontarli e risolverli. Credo che una buona politica non possa rinunciare a fare questo.
Avere una visione generale della società ha un effetto sia sui problemi che individuiamo e sul loro grado di importanza, sia sulle risposte che formuliamo per risolverli e sul modo in cui risolverli. Viceversa la definizione dei problemi, delle priorità e delle possibili soluzioni definisce abbastanza chiaramente una visione generale della società, ovvero un'ideologia.
D'altra parte è possibile far scadere il dibattito politico proprio sulla base di questo pragmatismo individuando dei problemi talmente generici da accomodarcisi con qualunque ideologia, o con nessuna ideologia. In questo senso la lotta alla povertà dichiarata più volte da M5S è certamente una cosa "buona" e condivisibile, l'onestà è anch'essa cosa "buona" e condivisibile. Ma da qui mi pare si capisca bene che la categoria di buono e cattivo in politica è semplicemente una stronzata. Sono concetti assoluti che non hanno senso. Buono per chi? Cattivo per chi?
Insomma, data una certa società, a me pare veramente sciocco pensare che su di essa si possano distinguere in forma assoluta idee buone e cattive. Se così fosse la politica non avrebbe alcun senso, non esisterebbe. Piuttosto ci saranno necessariamente delle scelte precise di problemi e soluzioni che definiscono inevitabilmente più interpretazioni distinte della società, e in questo ambito si articola il dibattito politico democratico.
A chi mi fa osservare, forse con qualche ragione, che con la questione dello scontro tra destra e sinistra i partiti politici nostrani ci hanno preso per il culo per decenni, mi viene in mente di rispondere che però, pure il concetto di superamento delle ideologie mi suona come una presa per il culo. Anzi, forse peggio. Il superamento delle ideologie può essere a sua volta un'ideologia. Soprattutto perchè in questo modo gli orientamenti politici di fondo seppure di fatto ci sono e si possono riconoscere, non vengono mai esplicitamente dichiarati creando confusione nel dibattito politico e disorientamento nei cittadini che si sforzano di seguirlo. Potrebbe essere un obiettivo cercato. Una pappa indecifrabile in cui quello che alla fine inevitabilmente rimane a galla è la sola gestione del potere.
lunedì 30 aprile 2018
domenica 15 aprile 2018
Scuola di competenze o scuola di formazione?
Torno su un argomento che mi gira in testa da un po' e su cui ho scritto già qualcosa tempo fa. L'occasione è stimolata dal fatto che mio figlio sta frequentando la prima classe del liceo scientifico e io ogni tanto gli dò una mano a studiare alcune materie. Nel frattempo rifletto. Quali materie dovrebbero essere studiate nella secondaria superiore? Che cosa è utile studiare? Con quali obiettivi? Cosa serve di sapere?
Le domande sull'utilità di una materia scolastica si rivelano una trappola. Proprio non si capisce che senso dare al concetto di utilità riferito ad una qualche specifica materia o argomento di studio. Piuttosto si può cambiare leggermente la forma della domanda e chiedersi di cosa ha bisogno un ragazzo di questa età per crescere e formare la sua personalità. Lasciando perdere possibili posizioni estreme sull'argomento (si potrebbe dire che non ha bisogno di niente, cresce e basta) ed evitando la pretesa di esaurire l'elenco di tutti questi possibili bisogni, mi concentrerei su quello che uno si potrebbe aspettare ragionevolmente dall'ambiente scolastico, non certo l'unico ambiente di vita ma a questa età uno di quelli su cui si passa il maggior tempo.
Vedendo le oggettive lacune di mio figlio e ragionandoci sopra a me pare che un ragazzo a questa età abbia bisogno di sviluppare le capacità seguenti:
1. Esporre un contenuto appreso, confrontarsi con la capacità di comunicare e di presentare un concetto, quale che sia, di raccontare un lavoro che si sta facendo in modo che sia chiaro a chi ascolta.
2. Sintetizzare un contenuto concettuale, coglierne gli elementi essenziali, focalizzare gli aspetti chiave di un argomento complesso.
3. Usare efficaciemente il linguaggio, sia quello del parlato normale, sia quello appropriato di una certa disciplina, sia nelle sue forme orali che in quelle scritte e/o grafiche.
4. Analizzare un testo e ricavarne il relativo contenuto, coglierne il significato più profondo e le relative sfumature, saper riflettere su questi contenuti, anche in modo personale e originale.
5. Concentrarsi su quello che si sta facendo, per il tempo sufficiente a farlo bene.
6. Sviluppare metodi efficaci e personali per arrivare agli obiettivi suddetti.
Probabilmente basterebbe dire che l'unico vero obiettivo è quello di trovare il modo (il metodo) di sviluppare la capacità di affrontare in tutti i modi possibili e con la massima efficacia qualunque argomento, o meglio qualunque oggetto della conoscenza sufficientemente complesso, e arrivare a comprenderlo.
Dunque acquisire la capacità di trattare un qualunque argomento concettualmente complesso è la chiave dell'attività formativa della scuola (non l'unica effettivamente, c'è almeno anche la capacità di convivere con gli altri, di saper stare in un ambiente sociale strutturato, cosa di non secondaria importanza, vedi la "nota di sconforto" alla fine). Questo ha per caso a che fare con qualche materia in particolare? Evidentemente no, casomai ha a che fare con la capacità di una materia di presentare al ragazzo problemi complessi da affrontare e sicuramente ha a che fare con le modalità con cui questa materia viene insegnata. In questo senso aumentare lo spettro di materie in grado di proporre un panorama di argomenti complessi il più eterogeneo possibile determina forse un potenziamento della capacità formativa complessiva (ma non è scontato).
Certo si può insegnare ad un ragazzo a cucinare, a fare un lavoro manuale, a saper usare il computer, a cavarsela con l'inglese, a fare fotografie o filmati, a disegnare usando tecniche varie, ecc. Sono dei "saper fare" che possono essere tutti di una qualche utilità. Ma sono competenze, se non addirittura abilità, e questo secondo me non può rientrare tra gli obiettivi principali di una scuola secondaria. La scuola deve puntare sulla formazione, non sulle competenze. Queste ultime tra l'altro si possono costruire in breve tempo, se necessario, e se si ha la formazione giusta per affrontarle.
Nota di sconforto: ogni tanto penso che la scuola soffra di una certa carenza di valori, che la riduce ad un campo di battaglia, dove il sentimento prevalente è l'ansia di successo sugli altri. E che questo prepari alla peggiore vita sociale, fatta di individualismo, mancanza di solidarietà, di rispetto e di collaborazione, e di assenza di amore per la conoscenza.
Le domande sull'utilità di una materia scolastica si rivelano una trappola. Proprio non si capisce che senso dare al concetto di utilità riferito ad una qualche specifica materia o argomento di studio. Piuttosto si può cambiare leggermente la forma della domanda e chiedersi di cosa ha bisogno un ragazzo di questa età per crescere e formare la sua personalità. Lasciando perdere possibili posizioni estreme sull'argomento (si potrebbe dire che non ha bisogno di niente, cresce e basta) ed evitando la pretesa di esaurire l'elenco di tutti questi possibili bisogni, mi concentrerei su quello che uno si potrebbe aspettare ragionevolmente dall'ambiente scolastico, non certo l'unico ambiente di vita ma a questa età uno di quelli su cui si passa il maggior tempo.
Vedendo le oggettive lacune di mio figlio e ragionandoci sopra a me pare che un ragazzo a questa età abbia bisogno di sviluppare le capacità seguenti:
1. Esporre un contenuto appreso, confrontarsi con la capacità di comunicare e di presentare un concetto, quale che sia, di raccontare un lavoro che si sta facendo in modo che sia chiaro a chi ascolta.
2. Sintetizzare un contenuto concettuale, coglierne gli elementi essenziali, focalizzare gli aspetti chiave di un argomento complesso.
3. Usare efficaciemente il linguaggio, sia quello del parlato normale, sia quello appropriato di una certa disciplina, sia nelle sue forme orali che in quelle scritte e/o grafiche.
4. Analizzare un testo e ricavarne il relativo contenuto, coglierne il significato più profondo e le relative sfumature, saper riflettere su questi contenuti, anche in modo personale e originale.
5. Concentrarsi su quello che si sta facendo, per il tempo sufficiente a farlo bene.
6. Sviluppare metodi efficaci e personali per arrivare agli obiettivi suddetti.
Probabilmente basterebbe dire che l'unico vero obiettivo è quello di trovare il modo (il metodo) di sviluppare la capacità di affrontare in tutti i modi possibili e con la massima efficacia qualunque argomento, o meglio qualunque oggetto della conoscenza sufficientemente complesso, e arrivare a comprenderlo.
Dunque acquisire la capacità di trattare un qualunque argomento concettualmente complesso è la chiave dell'attività formativa della scuola (non l'unica effettivamente, c'è almeno anche la capacità di convivere con gli altri, di saper stare in un ambiente sociale strutturato, cosa di non secondaria importanza, vedi la "nota di sconforto" alla fine). Questo ha per caso a che fare con qualche materia in particolare? Evidentemente no, casomai ha a che fare con la capacità di una materia di presentare al ragazzo problemi complessi da affrontare e sicuramente ha a che fare con le modalità con cui questa materia viene insegnata. In questo senso aumentare lo spettro di materie in grado di proporre un panorama di argomenti complessi il più eterogeneo possibile determina forse un potenziamento della capacità formativa complessiva (ma non è scontato).
Certo si può insegnare ad un ragazzo a cucinare, a fare un lavoro manuale, a saper usare il computer, a cavarsela con l'inglese, a fare fotografie o filmati, a disegnare usando tecniche varie, ecc. Sono dei "saper fare" che possono essere tutti di una qualche utilità. Ma sono competenze, se non addirittura abilità, e questo secondo me non può rientrare tra gli obiettivi principali di una scuola secondaria. La scuola deve puntare sulla formazione, non sulle competenze. Queste ultime tra l'altro si possono costruire in breve tempo, se necessario, e se si ha la formazione giusta per affrontarle.
Nota di sconforto: ogni tanto penso che la scuola soffra di una certa carenza di valori, che la riduce ad un campo di battaglia, dove il sentimento prevalente è l'ansia di successo sugli altri. E che questo prepari alla peggiore vita sociale, fatta di individualismo, mancanza di solidarietà, di rispetto e di collaborazione, e di assenza di amore per la conoscenza.
sabato 10 marzo 2018
Scienza e Democrazia
Ci sono espressioni che hanno una fortuna eccessiva sui media. Probabilmente perchè si ricordano bene e quindi sono facili da rilanciare ad ogni buona occasione. Purtroppo però il loro destino è anche quello di diventare degli stereotipi che dopo un po' non servono più a niente e rischiano spesso di far danno, soprattutto perchè sotto la loro semplicità nascondono delle realtà ben più complesse. Basti pensare che da un po' di tempo a questa parte non si uccidono più le donne per mille diversi motivi, si compiono solo dei "femminicidi", tutti uguali in un certo senso. Si sa, i termini con cui ci si esprime sono importanti e un linguaggio povero impoverisce inevitabilmente anche le idee che veicola. Bisognerebbe starci più attenti.
Una sentenza che ultimamente ha avuto un picco di diffusione notevole è quella che dice "la scienza non è democratica", credo introdotta nel dibattito sui vaccini, il cui scopo era in realtà quello di far capire che per poter fare delle affermazioni scientifiche bisogna essere preparati, e che quindi non tutti possono entrare nel merito di un dibattito scientifico. Una cosa ovvia, che non riguarda certamente in modo peculiare la scienza. Si potrebbe fare la stessa affermazione, con lo stesso senso, in qualunque attività specialistica che necessita di studio e preparazione.
Mi dispiacerebbe però che questa frase venisse abusata, perchè secondo me contiene dei potenziali fraintendimenti che proprio non mi piacerebbero. Mi riferisco alla possibilità di creare artificialmente una distanza tra cultura scientifica e cultura democratica, un obiettivo certamente non contenuto negli scopi di chi ha formulato e usato questa espressione la prima volta. Ma le semplificazioni sui media sono una brutta bestia.
D'altra parte ci mancherebbe pure questa, cioè che la scienza passasse per qualcosa di elitario che favorisce naturalmente organizzazioni sociali oligarchiche e tecnocratiche. Anche perchè secondo me ci sono delle buone ragioni invece per pensare proprio il contrario, cioè che scienza e democrazia sono due costrutti culturali in qualche modo complementari e che per questo hanno probabilmente bisogno l'una dell'altra.
A me pare che l'operare di una comunità scientifica sia sempre intrinsecamente democratico, e che questo sia addirittura imprescindibile in quanto direttamente collegato alla sua efficienza e ai risultati che può produrre. Non sto parlando di una democrazia formale, ovviamente non si fanno scelte a maggioranza, non si mettono ai voti le decisioni. Sto parlando di una democrazia sostanziale, cioè di un modo di intendere il lavoro in comunità basato su valori che richiamano quelli del vivere democratico: il rifiuto dell'autoritarismo, la tolleranza verso l'espressione di punti di vista diversi dal proprio e il rispetto per l'oggettività dei dati di fatto.
Chi lavora in ambito scientifico e ne ha assorbito gli atteggiamenti culturali sa che non ha senso dare valore a un'idea solo considerando chi l'ha prodotta ma in quanto si dimostri oggettivamente funzionale ad una spiegazione di fatti sperimentali noti e condivisi da tutti. L'idea deve essere convincente in sé e non perché è stata formulata da questo o quell'altro grande scienziato. Il principio di autorità viene naturalmente rifiutato perchè ci si accorge subito che danneggia il lavoro scientifico ostacolando il passaggio a nuove conoscenze. Richard Feynmann diceva: "Science is the belief in the ignorance of experts". Al contrario è ovvio che una buona idea può venire da chiunque, e la bravura è saperla cogliere. E siccome chiunque può far avanzare con una buona idea il livello di conoscenza generale la condivisione delle informazioni assume un valore primario per la comunità.
Trattare con lo stesso identico rispetto tutti gli individui di una comunità che persegue uno stesso scopo, informare tutti di quello che si sta facendo e dello stato di avanzamento delle conoscenze, predisporsi all'ascolto di qualsiasi idea avendo come unica discriminante il confronto con dati di fatto oggettivi e anch'essi condivisi e accessibili a tutti, esporsi a qualunque critica sensata e ben argomentata da chiunque sia in grado di formularne una. Tutto questo a me sembra individuare un nocciolo di valori che hanno molto a che fare con quella che dovrebbe essere in generale una comunità democratica.
L'accostamento tra scienza e democrazia sembrerebbe avere anche una sua giustificazione storica. Molti sostengono che nel passato si siano formate buone società democratiche là dove parallelamente si sviluppavano all'interno delle società stesse altrettanto buone comunità scientifiche, e che questo sia stato anche il risultato di un feedback positivo. Gilberto Corbellini, ad esempio, nell'introduzione del suo saggio Scienza, quindi democrazia, citando Timothy Ferris (The Science of Liberty) scrive: "Ferris ricorda che la rivoluzione democratica moderna è stata guidata in larga parte da individui con una formazione scientifica che è avvenuta nell'età dell'Illuminismo ed è scaturita dagli stimoli intellettuali e sociali creati dalla rivoluzione scientifica". D'altra parte "l'accrescimento della ricchezza economica e la domanda di competenze tecniche hanno stimolato i sistemi democratici moderni ad investire in modo crescente nell'educazione dei cittadini e nella ricerca scientifica, creando e alimentando in questo modo un circolo virtuoso che, attraverso l'istruzione, promuove la libertà individuale, rendendo le persone più autonome e capaci di autodeterminazione".
C'è un'altra cosa che secondo me accomuna la scienza e la democrazia. Sono entrambi sistemi di convivenza complessi, direi innaturali, e per questo molto delicati. I sistemi di valori su cui si basano possono essere solo tipici di una società avanzata, di una società con livelli di ricchezza e di istruzione sufficientemente alti e omogenei. Questi valori non solo vanno costruiti ma anche conservati, e questo è tutt'altro che scontato. Una società che abbia raggiunto uno stato avanzato di conoscenza scientifica e convivenza democratica non è detto che abbia la capacità di mantenerli, non è detto che non vadano persi. Insieme.
Una sentenza che ultimamente ha avuto un picco di diffusione notevole è quella che dice "la scienza non è democratica", credo introdotta nel dibattito sui vaccini, il cui scopo era in realtà quello di far capire che per poter fare delle affermazioni scientifiche bisogna essere preparati, e che quindi non tutti possono entrare nel merito di un dibattito scientifico. Una cosa ovvia, che non riguarda certamente in modo peculiare la scienza. Si potrebbe fare la stessa affermazione, con lo stesso senso, in qualunque attività specialistica che necessita di studio e preparazione.
Mi dispiacerebbe però che questa frase venisse abusata, perchè secondo me contiene dei potenziali fraintendimenti che proprio non mi piacerebbero. Mi riferisco alla possibilità di creare artificialmente una distanza tra cultura scientifica e cultura democratica, un obiettivo certamente non contenuto negli scopi di chi ha formulato e usato questa espressione la prima volta. Ma le semplificazioni sui media sono una brutta bestia.
D'altra parte ci mancherebbe pure questa, cioè che la scienza passasse per qualcosa di elitario che favorisce naturalmente organizzazioni sociali oligarchiche e tecnocratiche. Anche perchè secondo me ci sono delle buone ragioni invece per pensare proprio il contrario, cioè che scienza e democrazia sono due costrutti culturali in qualche modo complementari e che per questo hanno probabilmente bisogno l'una dell'altra.
A me pare che l'operare di una comunità scientifica sia sempre intrinsecamente democratico, e che questo sia addirittura imprescindibile in quanto direttamente collegato alla sua efficienza e ai risultati che può produrre. Non sto parlando di una democrazia formale, ovviamente non si fanno scelte a maggioranza, non si mettono ai voti le decisioni. Sto parlando di una democrazia sostanziale, cioè di un modo di intendere il lavoro in comunità basato su valori che richiamano quelli del vivere democratico: il rifiuto dell'autoritarismo, la tolleranza verso l'espressione di punti di vista diversi dal proprio e il rispetto per l'oggettività dei dati di fatto.
Chi lavora in ambito scientifico e ne ha assorbito gli atteggiamenti culturali sa che non ha senso dare valore a un'idea solo considerando chi l'ha prodotta ma in quanto si dimostri oggettivamente funzionale ad una spiegazione di fatti sperimentali noti e condivisi da tutti. L'idea deve essere convincente in sé e non perché è stata formulata da questo o quell'altro grande scienziato. Il principio di autorità viene naturalmente rifiutato perchè ci si accorge subito che danneggia il lavoro scientifico ostacolando il passaggio a nuove conoscenze. Richard Feynmann diceva: "Science is the belief in the ignorance of experts". Al contrario è ovvio che una buona idea può venire da chiunque, e la bravura è saperla cogliere. E siccome chiunque può far avanzare con una buona idea il livello di conoscenza generale la condivisione delle informazioni assume un valore primario per la comunità.
Trattare con lo stesso identico rispetto tutti gli individui di una comunità che persegue uno stesso scopo, informare tutti di quello che si sta facendo e dello stato di avanzamento delle conoscenze, predisporsi all'ascolto di qualsiasi idea avendo come unica discriminante il confronto con dati di fatto oggettivi e anch'essi condivisi e accessibili a tutti, esporsi a qualunque critica sensata e ben argomentata da chiunque sia in grado di formularne una. Tutto questo a me sembra individuare un nocciolo di valori che hanno molto a che fare con quella che dovrebbe essere in generale una comunità democratica.
L'accostamento tra scienza e democrazia sembrerebbe avere anche una sua giustificazione storica. Molti sostengono che nel passato si siano formate buone società democratiche là dove parallelamente si sviluppavano all'interno delle società stesse altrettanto buone comunità scientifiche, e che questo sia stato anche il risultato di un feedback positivo. Gilberto Corbellini, ad esempio, nell'introduzione del suo saggio Scienza, quindi democrazia, citando Timothy Ferris (The Science of Liberty) scrive: "Ferris ricorda che la rivoluzione democratica moderna è stata guidata in larga parte da individui con una formazione scientifica che è avvenuta nell'età dell'Illuminismo ed è scaturita dagli stimoli intellettuali e sociali creati dalla rivoluzione scientifica". D'altra parte "l'accrescimento della ricchezza economica e la domanda di competenze tecniche hanno stimolato i sistemi democratici moderni ad investire in modo crescente nell'educazione dei cittadini e nella ricerca scientifica, creando e alimentando in questo modo un circolo virtuoso che, attraverso l'istruzione, promuove la libertà individuale, rendendo le persone più autonome e capaci di autodeterminazione".
C'è un'altra cosa che secondo me accomuna la scienza e la democrazia. Sono entrambi sistemi di convivenza complessi, direi innaturali, e per questo molto delicati. I sistemi di valori su cui si basano possono essere solo tipici di una società avanzata, di una società con livelli di ricchezza e di istruzione sufficientemente alti e omogenei. Questi valori non solo vanno costruiti ma anche conservati, e questo è tutt'altro che scontato. Una società che abbia raggiunto uno stato avanzato di conoscenza scientifica e convivenza democratica non è detto che abbia la capacità di mantenerli, non è detto che non vadano persi. Insieme.
venerdì 2 marzo 2018
Vangeli e Costituzione
Matteo Salvini che brandisce in un suo comizio i Vangeli e la Costituzione Italiana è forse il momento peggiore che mi è capitato di vedere di questa campagna elettorale. Ovviamente sono stati tantissimi i commenti a questa uscita barbara del peggior politico italiano di questi ultimi tempi, tutti convergenti ad una stessa critica, la più ovvia: i messaggi morali contenuti nei Vangeli non sembrano essere molto in sintonia con quelli che ispirano la politica di Salvini e del suo gruppo, tanto che viene il dubbio se li abbia mai letti. Ma faccio notare che Salvini si definisce un appassionato di Fabrizio De André. Gli uomini oltre che paraculi possono essere sinceramente complessi e contraddittori.
Tanti possono essere i motivi opportunistici (soprattutto opportunistici) per tirar fuori quei testi. E' chiaro che sono utilizzati come elementi di identificazione sociale, e quindi di distinzione dagli "altri". In questo senso trovo che sia più forte il segnale dato dai Vangeli che dalla Costituzione. Il primo è un rafforzativo del secondo. La Costituzione è un trattato di convivenza sociale a cui tutto sommato ci si può uniformare piuttosto facilmente ma i Vangeli sono certamente qualcosa di più, capaci di creare un solco ben più profondo tra le persone, e quindi risponde meglio al messaggio del "noi e voi" che è l'obiettivo cercato.
I Vangeli però sono la Buona Novella per tutti, non per un popolo (come succede per altri monoteismi). Ciononstante possono essere utilizzati come elemento che distingue, che separa, che esclude. Ed è stato già fatto in tantissime occasioni nella storia del Cristianesimo. Salvini è solo l'ultimo arrivato, nessuna pretesa di originalità. Questa dunque non è una semplice "contraddizione" di una personalità "complessa" ma più seriamente una caratteristica a cui le religioni si prestano particolarmente bene. Anche i nostri tempi lo testimoniano, purtroppo.
Probabilmente un tratto caratterizzante di qualsiasi credo, di qualsiasi religione della storia, è quello di creare una coesione sociale di una forza particolare, senza confronti con altri fattori culturali, in quanto legata ad elementi sovrumani e sovrannaturali. Il gruppo sociale trae giustificazione direttamente da essi e non da semplici accordi tra uomini. Questo ovviamente da una parte favorisce comportamenti altruistici verso chi condivide lo stesso credo ma dall'altra tende a generare comportamenti aggressivi e minacciosi, di potente alterità, verso i cultori di altre credenze o verso i miscredenti in generale. Dal punto di vista evolutivo (oltre che storico) credo che queste caratteristiche abbiano avuto grande importanza, dunque ce le portiamo senz'altro appresso come un dato che può avere grande influenza sul comportamento istintivo, non elaborato razionalmente. Solleticare queste funzioni primitive in un discorso politico, che dovrebbe invece fare affidamento sulle capacità più razionali e nobili di ogni individuo, è cosa tanto facile quanto ignobile. Una rovinosa caduta di valori umani, sociali e civili. Complimenti.
(per non parlare della solita mancanza di valori laici, altro aspetto oscurantista di cui in Italia non ci si vuol liberare; da questo punto di vista l'accostamento dei Vangeli e della Costituzione in un comizio politico è di per sè un gesto tristemente eloquente).
Tanti possono essere i motivi opportunistici (soprattutto opportunistici) per tirar fuori quei testi. E' chiaro che sono utilizzati come elementi di identificazione sociale, e quindi di distinzione dagli "altri". In questo senso trovo che sia più forte il segnale dato dai Vangeli che dalla Costituzione. Il primo è un rafforzativo del secondo. La Costituzione è un trattato di convivenza sociale a cui tutto sommato ci si può uniformare piuttosto facilmente ma i Vangeli sono certamente qualcosa di più, capaci di creare un solco ben più profondo tra le persone, e quindi risponde meglio al messaggio del "noi e voi" che è l'obiettivo cercato.
I Vangeli però sono la Buona Novella per tutti, non per un popolo (come succede per altri monoteismi). Ciononstante possono essere utilizzati come elemento che distingue, che separa, che esclude. Ed è stato già fatto in tantissime occasioni nella storia del Cristianesimo. Salvini è solo l'ultimo arrivato, nessuna pretesa di originalità. Questa dunque non è una semplice "contraddizione" di una personalità "complessa" ma più seriamente una caratteristica a cui le religioni si prestano particolarmente bene. Anche i nostri tempi lo testimoniano, purtroppo.
Probabilmente un tratto caratterizzante di qualsiasi credo, di qualsiasi religione della storia, è quello di creare una coesione sociale di una forza particolare, senza confronti con altri fattori culturali, in quanto legata ad elementi sovrumani e sovrannaturali. Il gruppo sociale trae giustificazione direttamente da essi e non da semplici accordi tra uomini. Questo ovviamente da una parte favorisce comportamenti altruistici verso chi condivide lo stesso credo ma dall'altra tende a generare comportamenti aggressivi e minacciosi, di potente alterità, verso i cultori di altre credenze o verso i miscredenti in generale. Dal punto di vista evolutivo (oltre che storico) credo che queste caratteristiche abbiano avuto grande importanza, dunque ce le portiamo senz'altro appresso come un dato che può avere grande influenza sul comportamento istintivo, non elaborato razionalmente. Solleticare queste funzioni primitive in un discorso politico, che dovrebbe invece fare affidamento sulle capacità più razionali e nobili di ogni individuo, è cosa tanto facile quanto ignobile. Una rovinosa caduta di valori umani, sociali e civili. Complimenti.
(per non parlare della solita mancanza di valori laici, altro aspetto oscurantista di cui in Italia non ci si vuol liberare; da questo punto di vista l'accostamento dei Vangeli e della Costituzione in un comizio politico è di per sè un gesto tristemente eloquente).
lunedì 5 febbraio 2018
La regola della cosa
La conoscenza è soprattutto un fatto sociale, almeno così secondo me andrebbe visto. Le proprie conoscenze personali sono sempre un riflesso di quelle della società in cui viviamo e della sua storia, a cui evidentemente possiamo dare o no un contributo originale significativo. Tra l'altro in molte circostanze è proprio la storia di questa conoscenza uno degli elementi che più può indurre un sentimento di appartenenza e di comunione con gli altri e che può annullare sentimenti xenofobi tra i popoli.
Sto leggendo un libro sull'algebra e sulle sue origini. Mi scorrono sotto gli occhi nomi complicati, indiani e arabi, lontani dalla cultura classica, greca e latina, con cui ho certamente maggiore familiarità. Sono nomi che oggigiorno hanno un suono sinistro, evocano terre devastate da guerre e da terrorismo, cumuli di macerie materiali e culturali. Territori nemici della nostra civiltà e del nostro progresso. Con queste brutte immagini in testa leggere di Baghdad come della più grande città del mondo, fiorente centro culturale del medioriente, ricco di scienza e di tecnologia, in gran parte ricavate dall'osmosi culturale avuta con la Grecia ellenistica, fa un grande effetto. Certo, sono cose che bene o male si sanno, ma rileggerle ogni tanto fa bene, soprattutto di questi tempi. Il travaso di conoscenze dal mondo greco ellenistico a quello indo-arabo e poi di nuovo verso la nostra civiltà medioevale e rinascimentale alimenta un benefico sentimento di comunione e di profondo rispetto che dovremmo sempre tener presente quando si parla dell'Islam.
Quando al-Khwarizmi scrive i suoi trattati sull'algebra nel nono secolo introduce per la prima volta il concetto di incognita, ovvero di una quantità che rientra nelle relazioni come non specificata, solamente indicata, per poi riuscire a determinarla attraverso passaggi ben definiti e codificati nelle relazioni scritte che formalizzano un problema. L'incognita è designata con il termine al-Shay, che significa la cosa. Un termine alternativo utilizzato è jidhr che significa radice di un albero. Come scrivono gli autori del libro che sto leggendo "il fatto stesso di aver introdotto una parola per indicare ciò che non si conosce permette di utilzzare l'ignoto come se fosse noto, operando con esso come si opera con i numeri conosciuti. [...] Tale termine, nei grammatici contemporanei di al-Khwarizmi, designa 'il più indefinito degli indefiniti', e in teologia al-Shay, attribuito a Dio, rimanda ad una esistenza sicura la cui conoscenza è tuttavia indeterminata".
Quando le opere scientifiche arabe cominceranno ad essere diffuse nel mondo occidentale, in special modo in Italia, attraverso le traduzioni in latino e in volgare, il termine al-Shay verrà tradotto con res e in volgare con cosa, tanto che nel tempo l'algebra sarà anche chiamata in italiano la regola della cosa. L'altro termine invece, jidhr, verrà tradotto con radix e in italiano radice, termine che andrà via via assumendo il significato di soluzione di un'equazione algebrica.
Il trattato di algebra più importante scritto da al-Khwarizmi fra l'813 e l'833 ha il titolo originale Kitab al-jabr wa al-muqabala ed è considerato l'atto di nascita di questa disciplina. Le parole del titolo, al-jabr e al-muqabala, descrivono due procedure di calcolo per semplificare un'equazione algebrica: al-jabr, che significa restaurare, aggiustare, riparare, consiste nell'aggiungere nei due membri dell'equazione uno stesso termine. La parola al-muqabala, che significa confrontare, consiste nel togliere uno stesso termine dai due membri dell'equazione per poterli collocare nella stessa parte. L'algebra non è altro che una serie di al-jabr e al-muqabala su un'espressione che dipende da una cosa allo scopo di determinarne il valore. I due termini il più delle volte non verranno tradotti nelle versioni latine e italiane che si diffonderanno a partire dal medioevo, in particolare il termine al-jabr si trasformerà più volte nelle varie traduzioni fino a stabilizzarsi nel termine algebra.
Tutto questo ce lo hanno insegnato i grandi scienziati dell'Islam. Un po' di rispetto per favore.
Sto leggendo un libro sull'algebra e sulle sue origini. Mi scorrono sotto gli occhi nomi complicati, indiani e arabi, lontani dalla cultura classica, greca e latina, con cui ho certamente maggiore familiarità. Sono nomi che oggigiorno hanno un suono sinistro, evocano terre devastate da guerre e da terrorismo, cumuli di macerie materiali e culturali. Territori nemici della nostra civiltà e del nostro progresso. Con queste brutte immagini in testa leggere di Baghdad come della più grande città del mondo, fiorente centro culturale del medioriente, ricco di scienza e di tecnologia, in gran parte ricavate dall'osmosi culturale avuta con la Grecia ellenistica, fa un grande effetto. Certo, sono cose che bene o male si sanno, ma rileggerle ogni tanto fa bene, soprattutto di questi tempi. Il travaso di conoscenze dal mondo greco ellenistico a quello indo-arabo e poi di nuovo verso la nostra civiltà medioevale e rinascimentale alimenta un benefico sentimento di comunione e di profondo rispetto che dovremmo sempre tener presente quando si parla dell'Islam.
Quando al-Khwarizmi scrive i suoi trattati sull'algebra nel nono secolo introduce per la prima volta il concetto di incognita, ovvero di una quantità che rientra nelle relazioni come non specificata, solamente indicata, per poi riuscire a determinarla attraverso passaggi ben definiti e codificati nelle relazioni scritte che formalizzano un problema. L'incognita è designata con il termine al-Shay, che significa la cosa. Un termine alternativo utilizzato è jidhr che significa radice di un albero. Come scrivono gli autori del libro che sto leggendo "il fatto stesso di aver introdotto una parola per indicare ciò che non si conosce permette di utilzzare l'ignoto come se fosse noto, operando con esso come si opera con i numeri conosciuti. [...] Tale termine, nei grammatici contemporanei di al-Khwarizmi, designa 'il più indefinito degli indefiniti', e in teologia al-Shay, attribuito a Dio, rimanda ad una esistenza sicura la cui conoscenza è tuttavia indeterminata".
Quando le opere scientifiche arabe cominceranno ad essere diffuse nel mondo occidentale, in special modo in Italia, attraverso le traduzioni in latino e in volgare, il termine al-Shay verrà tradotto con res e in volgare con cosa, tanto che nel tempo l'algebra sarà anche chiamata in italiano la regola della cosa. L'altro termine invece, jidhr, verrà tradotto con radix e in italiano radice, termine che andrà via via assumendo il significato di soluzione di un'equazione algebrica.
Il trattato di algebra più importante scritto da al-Khwarizmi fra l'813 e l'833 ha il titolo originale Kitab al-jabr wa al-muqabala ed è considerato l'atto di nascita di questa disciplina. Le parole del titolo, al-jabr e al-muqabala, descrivono due procedure di calcolo per semplificare un'equazione algebrica: al-jabr, che significa restaurare, aggiustare, riparare, consiste nell'aggiungere nei due membri dell'equazione uno stesso termine. La parola al-muqabala, che significa confrontare, consiste nel togliere uno stesso termine dai due membri dell'equazione per poterli collocare nella stessa parte. L'algebra non è altro che una serie di al-jabr e al-muqabala su un'espressione che dipende da una cosa allo scopo di determinarne il valore. I due termini il più delle volte non verranno tradotti nelle versioni latine e italiane che si diffonderanno a partire dal medioevo, in particolare il termine al-jabr si trasformerà più volte nelle varie traduzioni fino a stabilizzarsi nel termine algebra.
Tutto questo ce lo hanno insegnato i grandi scienziati dell'Islam. Un po' di rispetto per favore.
sabato 6 gennaio 2018
Commento ad una statistica
Recentemente l'ISTAT ha pubblicato una statistica che vede un aumento medio del reddito degli italiani. Questo aumento medio è però accompagnato da una maggiore sperequazione, ovvero l'aumento non è uniformemente distribuito, è invece significativo solo sullo strato sociale più benestante ("la crescita del reddito è più intensa per il quinto più ricco della popolazione"), e circa un cittadino su tre è a rischio di povertà o esclusione sociale.
Le statistiche sono uno strumento scientifico molto delicato, occorre molta attenzione sia a scriverle che a leggerle. Purtroppo oggigiorno molte statistiche, spesso di dubbia provenienza, possono essere più strumenti di propaganda che scientifici ma questa che sto citando mi sembra si possa dire attendibile, si può accettare come un risultato che arriva da un istituto molto competente. Comunque in questo momento mi interessa di più l'atteggiamento che si può avere nei suoi confronti, dando quindi per scontato che sia una fotografia attendibile della realtà sociale italiana.
Dunque che si può dire di un risultato del genere? Certamente una cosa banale, ovvero che contiene una informazione positiva e una negativa. Il reddito complessivo (medio) degli italiani aumenta, quindi complessivamente (in media) c'è più benessere e questo è positivo, la disomogeneità di questa ricchezza che lascia all'asciutto una fascia sempre più ampia della popolazione è invece un dato preoccupante. Per tutti.
Ora però potrei aggiungere altre considerazioni condivisibili non proprio da tutti.
La crescita economica è un fenomeno di cui sono solitamente responsabili le classi più agiate. Sono loro che hanno comunque la maggiore probabilità di produrre ricchezza, anche se poi sono loro le prime ad usufruirne. Proprio per questo chi è in grado di trainare la ripresa economica non va ostacolato in nessun modo, anzi, possibilmente favorito. La disomogeneità nell'accesso al benessere (a tutti i livelli, da quello nazionale a quello mondiale) è un fatto fisiologico, non solo non è eliminabile ma in un certo senso è auspicabile, almeno fino a che tale disomogeneità non rischia di diventare un problema di stabilità sociale. Quest'ultima viene generalmente assicurata dalla presenza di una larga fascia di classe media relativamente soddifatta del proprio livello di benessere. La fotografia dell'ISTAT non è da vedere come una contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati, tra chi è ricco e continua ad avere la possibilità di arricchirsi e chi è povero e rimane irrimediabilmente fuori dalla possibilità di cambiare a breve la sua situazione, ma piuttosto come la convivenza a distanza tra chi è meritevole a vario titolo di gestire le principali ricchezze del paese avendone anche la responsabilità morale di moltiplicarle, e chi viene trainato dallo sviluppo economico e in parte contribuisce ad esso per quel poco che può fare. In questo contesto il concetto di sfruttamento ha paradossalmente anche una sua almeno parziale legittimità. Io so come utilizzare le risorse e lo faccio per aumentare il benessere anche a scapito di chi comunque non saprebbe fare quello che faccio io.
Il cuore della società (nazionale o mondiale), il suo motore, è costituito da chi detiene le ricchezze e più facilmente di qualsiasi altro può contribuire alla crescita che, in media, sarà quella di tutta la società. Questo motore va protetto, protetto anche da "invasioni esterne" che iniettano "siringhe" di povera gente a cui rendere conto, che finiscono per erodere non tanto la ricchezza delle classi alte quanto ovviamente quella delle classi medie, generando pericolosa instabilità sociale, dannosa per tutti. Da un certo punto in poi il modello sociale non può che essere "noi da una parte, voi dall'altra", troppo pericoloso (o semplicemente utopico) mettere tutto assieme e tener conto delle necessità e dei diritti di tutti. Chi sta dalla parte sbagliata deve essere "tenuto a bada" o "tenuto lontano", cosa sempre più difficile se i rapporti numerici esplodono (questa è la vera preoccupazione). L'ideale sarebbe tenere questi fenomeni sociali necessari sotto controllo, magari "puntellati" attraverso un massiccio uso dei meccanismi della beneficienza e dell'elemosina, che fa sempre contento chi è dalla parte giusta, e male non fa.
Bene, mi sono sforzato di descrivere quella che secondo me è una visione di destra della società (non la mia).
Avere una visione della società è secondo me in generale una cosa buona. Soprattutto nella politica. Il compito dei politici nei confronti dei cittadini sta proprio nell'interpretare una visione della società e tradurla in provvedimenti, leggi, governo, ecc. Una visione della società io la chiamerei anche ideologia, mi pare un termine abbastanza corretto ("complesso di idee proprie di un gruppo sociale, che costituisce la base di un movimento o partito politico"). Il terreno più appropriato per un dialogo vero tra cittadini e rappresentanti politici a me sembra essere proprio quello ideologico, e questo descrivere la nostra società come post-ideologizzata, dove destra e sinistra non hanno più senso mi suona sempre di più come uno dei fattori principali dello scollamento tra elettori e classe politica. Il superamento delle ideologie, il fare le cose non di destra, non di sinistra, ma fare le cose giuste e fatte bene, i governi tecnici che prendono provvedimenti necessari, tutto questo mi sembra devastante per la politica. La politica ridotta a soluzioni tecniche dei problemi (su cui, proprio per il loro carattere tecnico, dovremmo tutti essere d'accordo), in cui l'unica vera difficoltà è l'efficienza, diventa una politica gestibile da algoritmi. Stiamo andando in questa direzione? Forse in parte è già così, vista l'influenza dei meccanismi finanziari, largamente governati da sistemi automatici, nei giochi politici di tutto l'occidente. E' il caso di sottolineare che gli algoritmi sono oggetti tecnologici per loro natura nascosti all'utente finale, ovvero al cittadino.
Le statistiche sono uno strumento scientifico molto delicato, occorre molta attenzione sia a scriverle che a leggerle. Purtroppo oggigiorno molte statistiche, spesso di dubbia provenienza, possono essere più strumenti di propaganda che scientifici ma questa che sto citando mi sembra si possa dire attendibile, si può accettare come un risultato che arriva da un istituto molto competente. Comunque in questo momento mi interessa di più l'atteggiamento che si può avere nei suoi confronti, dando quindi per scontato che sia una fotografia attendibile della realtà sociale italiana.
Dunque che si può dire di un risultato del genere? Certamente una cosa banale, ovvero che contiene una informazione positiva e una negativa. Il reddito complessivo (medio) degli italiani aumenta, quindi complessivamente (in media) c'è più benessere e questo è positivo, la disomogeneità di questa ricchezza che lascia all'asciutto una fascia sempre più ampia della popolazione è invece un dato preoccupante. Per tutti.
Ora però potrei aggiungere altre considerazioni condivisibili non proprio da tutti.
La crescita economica è un fenomeno di cui sono solitamente responsabili le classi più agiate. Sono loro che hanno comunque la maggiore probabilità di produrre ricchezza, anche se poi sono loro le prime ad usufruirne. Proprio per questo chi è in grado di trainare la ripresa economica non va ostacolato in nessun modo, anzi, possibilmente favorito. La disomogeneità nell'accesso al benessere (a tutti i livelli, da quello nazionale a quello mondiale) è un fatto fisiologico, non solo non è eliminabile ma in un certo senso è auspicabile, almeno fino a che tale disomogeneità non rischia di diventare un problema di stabilità sociale. Quest'ultima viene generalmente assicurata dalla presenza di una larga fascia di classe media relativamente soddifatta del proprio livello di benessere. La fotografia dell'ISTAT non è da vedere come una contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati, tra chi è ricco e continua ad avere la possibilità di arricchirsi e chi è povero e rimane irrimediabilmente fuori dalla possibilità di cambiare a breve la sua situazione, ma piuttosto come la convivenza a distanza tra chi è meritevole a vario titolo di gestire le principali ricchezze del paese avendone anche la responsabilità morale di moltiplicarle, e chi viene trainato dallo sviluppo economico e in parte contribuisce ad esso per quel poco che può fare. In questo contesto il concetto di sfruttamento ha paradossalmente anche una sua almeno parziale legittimità. Io so come utilizzare le risorse e lo faccio per aumentare il benessere anche a scapito di chi comunque non saprebbe fare quello che faccio io.
Il cuore della società (nazionale o mondiale), il suo motore, è costituito da chi detiene le ricchezze e più facilmente di qualsiasi altro può contribuire alla crescita che, in media, sarà quella di tutta la società. Questo motore va protetto, protetto anche da "invasioni esterne" che iniettano "siringhe" di povera gente a cui rendere conto, che finiscono per erodere non tanto la ricchezza delle classi alte quanto ovviamente quella delle classi medie, generando pericolosa instabilità sociale, dannosa per tutti. Da un certo punto in poi il modello sociale non può che essere "noi da una parte, voi dall'altra", troppo pericoloso (o semplicemente utopico) mettere tutto assieme e tener conto delle necessità e dei diritti di tutti. Chi sta dalla parte sbagliata deve essere "tenuto a bada" o "tenuto lontano", cosa sempre più difficile se i rapporti numerici esplodono (questa è la vera preoccupazione). L'ideale sarebbe tenere questi fenomeni sociali necessari sotto controllo, magari "puntellati" attraverso un massiccio uso dei meccanismi della beneficienza e dell'elemosina, che fa sempre contento chi è dalla parte giusta, e male non fa.
Bene, mi sono sforzato di descrivere quella che secondo me è una visione di destra della società (non la mia).
Avere una visione della società è secondo me in generale una cosa buona. Soprattutto nella politica. Il compito dei politici nei confronti dei cittadini sta proprio nell'interpretare una visione della società e tradurla in provvedimenti, leggi, governo, ecc. Una visione della società io la chiamerei anche ideologia, mi pare un termine abbastanza corretto ("complesso di idee proprie di un gruppo sociale, che costituisce la base di un movimento o partito politico"). Il terreno più appropriato per un dialogo vero tra cittadini e rappresentanti politici a me sembra essere proprio quello ideologico, e questo descrivere la nostra società come post-ideologizzata, dove destra e sinistra non hanno più senso mi suona sempre di più come uno dei fattori principali dello scollamento tra elettori e classe politica. Il superamento delle ideologie, il fare le cose non di destra, non di sinistra, ma fare le cose giuste e fatte bene, i governi tecnici che prendono provvedimenti necessari, tutto questo mi sembra devastante per la politica. La politica ridotta a soluzioni tecniche dei problemi (su cui, proprio per il loro carattere tecnico, dovremmo tutti essere d'accordo), in cui l'unica vera difficoltà è l'efficienza, diventa una politica gestibile da algoritmi. Stiamo andando in questa direzione? Forse in parte è già così, vista l'influenza dei meccanismi finanziari, largamente governati da sistemi automatici, nei giochi politici di tutto l'occidente. E' il caso di sottolineare che gli algoritmi sono oggetti tecnologici per loro natura nascosti all'utente finale, ovvero al cittadino.
domenica 31 dicembre 2017
Il senso della bellezza
Sono andato a vedere la proiezione di un film un po' particolare, a metà strada tra un vero film e un documentario. Il tema generale era l'attività scientifica attuale, in particolare quella grandiosa (e forse percepibile dal pubblico generico anche come un po' pretenziosa) della fisica delle particelle svolta al centro di ricerche europeo di fisica nucleare (il famoso CERN), e la sua relazione con il concetto di bellezza, messo a confronto con quello usato nell'arte. In realtà i temi parziali elaborati nell'ora e un quarto di proiezione erano più numerosi. La narrazione si articolava in dieci sezioni, ognuna con un suo titolo e dunque con un suo tema specifico.
Le cose migliori che sono venute fuori, quelle che mi hanno colpito di più, sono le seguenti.
All'inizio viene descritto l'ambiente del CERN, le sue spettacolari realizzazioni tecniche che lo rendono unico al mondo, e i suoi obiettivi scientifici altrettanto spettacolari. Mi ha colpito il momento in cui viene sottolineato che tutta la complessa tecnologia e tutti gli artefatti giganteschi e costosissimi, concepiti e perfezionati nell'arco di decenni di lavoro, non servono per nessun obiettivo di produzione, come succede spesso per l'innovazione tecnologica, e dunque in un certo senso sono perfettamente inutili. Questo fa riflettere un po' sul concetto generale di utilità delle idee, su come questo concetto non sia sempre riducibile all'utilità pratica immediata, su che cosa è veramente utile all'umanità.
Sempre nelle fasi inziali del film vengono anche ben descritti gli scopi e gli obiettivi che hanno portato negli anni sessanta a dar vita al CERN. Un bel momento è quello in cui Fabiola Gianotti (attuale direttrice generale del CERN e responsabile del progetto ATLAS che ha portato alla prima storica osservazione del bosone di Higgs) cita il documento che dà il via al CERN. Semplice e significativo il documento definisce tre obiettivi del centro: ospitare i laboratori di ricerche nucleari, rendere noti all'umanità tutti i risultati ottenuti da queste ricerche e da tutte quelle ad esse collegate (si pensi all'invenzione del World Wide Web di Tim Berners-Lee), riunire tutti i ricercatori del mondo interessati alle ricerche svolte nel centro e creare così un ambiente internazionale. Attualmente il CERN ospita scienziati da tutto il mondo, anche da paesi ufficialmente in guerra tra loro, anche da paesi che non si riconoscono reciprocamente, in un ambiente pacifico di cooperazione internazionale per il perseguimento di conoscenze condivise da tutta l'umanità.
In una fase centrale del film si cerca di descrivere invece lo sfondo scientifico dei progetti di ricerca che si svolgono al centro. Si parla quindi con un certo tono suggestivo di fisica quantistica. La cosa più interessante che emerge è secondo me il concetto di immaginazione. Il mondo atomico e subatomico protagonista di tutte le ricerche del CERN che abbiamo imparato a descrivere molto bene (almeno fino a questo momento) con la fisica quantistica è "del tutto inimmaginabile", ovvero non può essere immaginato, almeno non nel senso di potersene fare una qualche immagine visiva. La vista, così importante nei meccanismi di immaginazione dell'uomo, risulta praticamente inutile in un mondo di cui non abbiamo mai avuto e probabilmente non avremo mai una percezione visiva. Per di più i meccanismi e gli oggetti del mondo atomico e subatomico, che abbiamo capito essere cruciali per tutto quello che sappiamo spiegare sulla natura, non sono mai rientrati in nessuna esperienza dell'uomo, in tutta la sua storia evolutiva. Quindi quali meccanismi di pensiero si possono usare per avanzare nella comprensione di questo mondo mai visto e mai percepito? E come possiamo far lavorare l'immaginazione in un ambito simile? Più esattamente in che modo usare l'immaginazione?
Tra le idee immaginate per esplorare questo mondo, certamente tra quelle più usate e feconde di risultati, c'è l'idea di simmetria che in effetti, contrariamente a quanto si può pensare, non è un concetto solo strettamente visivo. Ma la simmetria in sé e per sé non è sufficiente, o meglio, ha una sua certa aridità. Il mondo si nutre di simmetria tanto quanto della sua "rottura". La rottura di simmetria è infatti un'altra importante idea immaginata dagli scienziati che si affianca a quella della simmetria e in un certo senso è complementare ad essa. Qui però il film non riesce ad essere più preciso di tanto e il discorso infatti si indebolisce progressivamente.
Il tema della simmetria e della sua rottura è uno dei "ponti" che portano il film progressivamente ad allacciarsi al concetto di bellezza (la simmetria è una bellezza del mondo e la sua rottura rende il mondo meno sterile e più vario) e dunque all'arte, essendo l'arte concepita come la rappresentazione della bellezza. E' da questi allacci che si sviluppa una buona seconda metà del film che però secondo me comincia ben presto a diventare vago e un po' noioso.
Qua e là viene spesso ripreso il tema più specifico del CERN e in particolare il racconto del suo ultimo esperimento, che se non sbaglio risale alla primavera di quest'anno. La particolarità interessante che emerge in questo contesto è lo scopo generale di questo esperimento. Fino ad ora praticamente tutti gli esperimenti condotti al CERN avevano come obiettivo principale quello di osservare qualcosa che in larga parte era previsto dalla teoria, cioè era già stato immaginato e rappresentato. Quest'ultimo esperimento invece si muove nel buio quasi totale dell'ignoranza, non è chiaro cosa si sta cercando, non è chiaro cosa verrà fuori di interessante. Nessuno lo ha ancora immaginato con sufficiente precisione. Sembra che sia la prima volta.
La digressione artistica indebolisce tutta la seconda parte del film ma al termine viene ripreso il concetto di immaginazione. Vengono mostrate le famose pitture rupestri dell'alba dell'uomo, sono scene di caccia. L'uomo per poter catturare la sua preda la doveva prima immaginare, sognare, rappresentare nella parete di una grotta. L'ultimo esperimento del CERN alla fine non ha rivelato nessuna nuova particella, quello che è stato visto (ben poco) ha prodotto, per poter essere interpretato, ben 400 teorie differenti, tutte inutili. Per arrivare a nuovi risultati forse l'uomo dovrà prima immaginarli, sognarli o rappresentarli in qualche modo. Questo conclude il film.
Le cose migliori che sono venute fuori, quelle che mi hanno colpito di più, sono le seguenti.
All'inizio viene descritto l'ambiente del CERN, le sue spettacolari realizzazioni tecniche che lo rendono unico al mondo, e i suoi obiettivi scientifici altrettanto spettacolari. Mi ha colpito il momento in cui viene sottolineato che tutta la complessa tecnologia e tutti gli artefatti giganteschi e costosissimi, concepiti e perfezionati nell'arco di decenni di lavoro, non servono per nessun obiettivo di produzione, come succede spesso per l'innovazione tecnologica, e dunque in un certo senso sono perfettamente inutili. Questo fa riflettere un po' sul concetto generale di utilità delle idee, su come questo concetto non sia sempre riducibile all'utilità pratica immediata, su che cosa è veramente utile all'umanità.
Sempre nelle fasi inziali del film vengono anche ben descritti gli scopi e gli obiettivi che hanno portato negli anni sessanta a dar vita al CERN. Un bel momento è quello in cui Fabiola Gianotti (attuale direttrice generale del CERN e responsabile del progetto ATLAS che ha portato alla prima storica osservazione del bosone di Higgs) cita il documento che dà il via al CERN. Semplice e significativo il documento definisce tre obiettivi del centro: ospitare i laboratori di ricerche nucleari, rendere noti all'umanità tutti i risultati ottenuti da queste ricerche e da tutte quelle ad esse collegate (si pensi all'invenzione del World Wide Web di Tim Berners-Lee), riunire tutti i ricercatori del mondo interessati alle ricerche svolte nel centro e creare così un ambiente internazionale. Attualmente il CERN ospita scienziati da tutto il mondo, anche da paesi ufficialmente in guerra tra loro, anche da paesi che non si riconoscono reciprocamente, in un ambiente pacifico di cooperazione internazionale per il perseguimento di conoscenze condivise da tutta l'umanità.
In una fase centrale del film si cerca di descrivere invece lo sfondo scientifico dei progetti di ricerca che si svolgono al centro. Si parla quindi con un certo tono suggestivo di fisica quantistica. La cosa più interessante che emerge è secondo me il concetto di immaginazione. Il mondo atomico e subatomico protagonista di tutte le ricerche del CERN che abbiamo imparato a descrivere molto bene (almeno fino a questo momento) con la fisica quantistica è "del tutto inimmaginabile", ovvero non può essere immaginato, almeno non nel senso di potersene fare una qualche immagine visiva. La vista, così importante nei meccanismi di immaginazione dell'uomo, risulta praticamente inutile in un mondo di cui non abbiamo mai avuto e probabilmente non avremo mai una percezione visiva. Per di più i meccanismi e gli oggetti del mondo atomico e subatomico, che abbiamo capito essere cruciali per tutto quello che sappiamo spiegare sulla natura, non sono mai rientrati in nessuna esperienza dell'uomo, in tutta la sua storia evolutiva. Quindi quali meccanismi di pensiero si possono usare per avanzare nella comprensione di questo mondo mai visto e mai percepito? E come possiamo far lavorare l'immaginazione in un ambito simile? Più esattamente in che modo usare l'immaginazione?
Tra le idee immaginate per esplorare questo mondo, certamente tra quelle più usate e feconde di risultati, c'è l'idea di simmetria che in effetti, contrariamente a quanto si può pensare, non è un concetto solo strettamente visivo. Ma la simmetria in sé e per sé non è sufficiente, o meglio, ha una sua certa aridità. Il mondo si nutre di simmetria tanto quanto della sua "rottura". La rottura di simmetria è infatti un'altra importante idea immaginata dagli scienziati che si affianca a quella della simmetria e in un certo senso è complementare ad essa. Qui però il film non riesce ad essere più preciso di tanto e il discorso infatti si indebolisce progressivamente.
Il tema della simmetria e della sua rottura è uno dei "ponti" che portano il film progressivamente ad allacciarsi al concetto di bellezza (la simmetria è una bellezza del mondo e la sua rottura rende il mondo meno sterile e più vario) e dunque all'arte, essendo l'arte concepita come la rappresentazione della bellezza. E' da questi allacci che si sviluppa una buona seconda metà del film che però secondo me comincia ben presto a diventare vago e un po' noioso.
Qua e là viene spesso ripreso il tema più specifico del CERN e in particolare il racconto del suo ultimo esperimento, che se non sbaglio risale alla primavera di quest'anno. La particolarità interessante che emerge in questo contesto è lo scopo generale di questo esperimento. Fino ad ora praticamente tutti gli esperimenti condotti al CERN avevano come obiettivo principale quello di osservare qualcosa che in larga parte era previsto dalla teoria, cioè era già stato immaginato e rappresentato. Quest'ultimo esperimento invece si muove nel buio quasi totale dell'ignoranza, non è chiaro cosa si sta cercando, non è chiaro cosa verrà fuori di interessante. Nessuno lo ha ancora immaginato con sufficiente precisione. Sembra che sia la prima volta.
La digressione artistica indebolisce tutta la seconda parte del film ma al termine viene ripreso il concetto di immaginazione. Vengono mostrate le famose pitture rupestri dell'alba dell'uomo, sono scene di caccia. L'uomo per poter catturare la sua preda la doveva prima immaginare, sognare, rappresentare nella parete di una grotta. L'ultimo esperimento del CERN alla fine non ha rivelato nessuna nuova particella, quello che è stato visto (ben poco) ha prodotto, per poter essere interpretato, ben 400 teorie differenti, tutte inutili. Per arrivare a nuovi risultati forse l'uomo dovrà prima immaginarli, sognarli o rappresentarli in qualche modo. Questo conclude il film.
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