mercoledì 6 gennaio 2016

Probabilità e intuito

La probabilità è un concetto che sembra scaturire dal buonsenso. In molti casi sembra un fatto quasi istintivo, che renderebbe superflua sia una sua precisa definizione sia una sua valutazione quantitativa. Spesso può sembrare sufficiente affermare con ragionevolezza che una certa cosa è più probabile di un'altra. Laplace, che contribuì molto alla formalizzazione del concetto di probabilità, diceva che "La teoria della probabilità non è in fondo che il buon senso ridotto a calcolo: essa fa apprezzare con precisione ciò che gli spiriti giusti sentono per una sorta di istinto, senza che essi possano, sovente, rendersene conto".

Poi però la probabilità ha degli aspetti che possono essere piuttosto controintuitivi. Un esempio classico che mostra quanto il concetto di probabilità possa essere scivoloso quando lo si maneggia è il cosiddetto Problema di Monty Hall. Si può formulare alla maniera seguente. E' un gioco a premi che consiste in tre scatole identiche. Il premio è contenuto in una sola scatola. Il concorrente è invitato a sceglierne una. Ad esempio sceglie la numero 1. Il conduttore del gioco (che sa qual è la scatola con il premio) apre una delle due scatole rimanenti (la numero 2 o la numero 3) e mostra che è vuota. A questo punto il conduttore dà al concorrente la possibilità di cambiare la scatola scelta (la 2 se il conduttore ha aperto la 3). La domanda è: cambiare la scatola scelta a questo punto del gioco conviene oppure è indifferente?

La risposta, non ovvia, è che conviene farlo in quanto raddoppia le probabilità di vincita (che passano da 1/3 a 2/3). La soluzione si ottiene costruendo l'albero di gioco che è strettamente legato alla sua dinamica, cioè al susseguirsi degli eventi. Infatti, se si fa intervenire un secondo giocatore mostrando la situazione al punto in cui il conduttore del gioco ha aperto una delle tre scatole questo giocatore avrà la possibilità di scegliere tra le due sole scatole rimanenti e la sua probabilità di vincita sarà comunque pari a 1/2. Questo succede perchè, come dice Marilyn vos Savant (la prima a risolvere il problema di Monty Hall) il secondo concorrente non gode del vantaggio che ha invece il primo concorrente: l'aiuto del conduttore. Se il premio è dentro la seconda scatola, il conduttore ti fa vedere la terza, se è dentro la terza, ti fa vedere la seconda. Quindi se cambi scatola vinci se il premio è dentro la seconda o la terza. Vinci in un caso o nell'altro! Se invece non cambi scatola, vinci soltanto se il premio è dentro la prima scatola. Un modo escogitato dalla Savant per recuperare un po' di intuito nel problema è quello di proporne una variante con un numero spropositato di scatole. Immaginate un milione di scatole. Voi scegliete la scatola numero 1 e a questo punto il conduttore, che sa cosa c'è dentro ogni scatola e non vuole farvi vincere, apre tutte le altre tranne la numero 777.777. Non esitereste un attimo a cambiare la scatola, vero?

Il nocciolo della questione messa in luce da questo problema è che la probabilità non va mai considerata come una proprietà connessa alle cose bensì alla quantità di informazioni che abbiamo su quelle cose. Se durante l'evolversi di un sistema vengono aggiunte informazioni su di esso le probabilità possono cambiare e con loro le decisioni da prendere. Da qualche parte ho letto che "La probabilità non si riferisce al sistema in sé, bensì alla conoscenza che si ha di questo sistema. La probabilità è la gestione oculata e razionale di questa ignoranza. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio".

Un altro esempio interessante è il Paradosso di Ellsberg. Si tratta di un test fatto ad un campione di persone. Queste vengono messe di fronte a due urne identiche. La prima contiene 100 palline di cui 50 rosse e 50 bianche. La seconda contiene sempre 100 palline ma la loro distribuzione in bianche e rosse non è nota e quindi potrebbe essere qualunque. Se si estrae una pallina rossa da una delle due urne a scelta si ottiene un premio. Si deve decidere tra 3 alternative:
1. scegliere di estrarre una pallina dalla prima urna;
2. scegliere di estrarre una pallina dalla seconda urna;
3. essere indifferenti alla scelta tra le due urne.
La maggior parte delle persone sottoposte al gioco sceglie l'alternativa 1. Il bello è che le stesse persone, sottoposte subito dopo allo stesso gioco in cui si ha esattamente la stessa cosa ma il premio viene dato se si estrae una pallina bianca, scelgono anche questa volta l'alternativa 1. La risposta corretta in termini di probabilità sarebbe in entrambi i casi la 3.

In questo test il punto messo in luce è che a livello psicologico si ha la sensazione di avere una maggiore informazione sulla prima urna. Di fatto è così, ma questa informazione non è rilevante ai fini della probabilità di estrarre una pallina rossa o bianca, o meglio non sbilancia la probabilità a favore dell'una o dell'altra, rendendo da questo punto di vista le due urne esattamente identiche. La sensazione psicologica è talmente forte che il partecipante fa un doppio errore, cioè sceglie di nuovo la prima urna quando si scambia la pallina rossa con la bianca. Questa cosa dovrebbe proprio suggerire che in realtà il problema è simmetrico e che quindi la scelta delle urne è indifferente, ma il partecipante non se ne accorge.

In entrambi questi esempi il concetto di probabilità non appare così intuitivo come sembrerebbe e va analizzato con attenzione se si vuole giungere alla corretta soluzione.

giovedì 31 dicembre 2015

Fantozzi

I quarant'anni di Fantozzi (1975-2015) non mi hanno lasciato indifferente in quanto quarant'anni fa il suo romanzo fu per me un'esperienza particolare. All'epoca giravano i classici della letteratura per ragazzi: Salgari, Verne, London, Stevenson, ecc. Ottima letteratura per ragazzi (che oggi non si pratica quasi più), certamente migliore di quella di Fantozzi. Però la lettura di quel libro (forse proprio per contrasto con quello che avevo letto fino ad allora) fu particolarmente divertente e in definitiva indimenticabile.

Le disavventure surreali del rag. Ugo Fantozzi erano in sé molto semplici, anche tutte molto brevi e ben poco articolate (quindi adatte alla lettura di un bambino), ma era il modo in cui venivano raccontate a colpirmi. Era proprio il linguaggio usato ad avere su di me gli effetti più spiazzanti e quindi comici. Lo dimostra il fatto che in poco tempo avevo assorbito certe espressioni e le usavo continuamente. Il merito dei film (che uscirono in quel periodo e che furono la vera fortuna del personaggio, ma che io vidi in tv solo qualche anno più tardi) fu anche il fatto di cercare di conservare questa peculiarità dei romanzi, utilizzando a volte una voce narrante fuori campo.

L'anniversario lo festeggio in extremis con questo post raccontando una curiosità che a me colpì abbastanza quando la scoprii non molto tempo fa rileggendo qua e là qualche episodio dei romanzi (è una trilogia) in una edizione acquistata di recente per nostalgia.

L'episodio "fantozziano" per eccellenza, quello che credo si citi più spesso quando si parla di Fantozzi (il film), è quello de "La Corazzata Potemkin". Si tratta di un racconto contenuto nel secondo libro ("Il secondo tragico libro di Fantozzi") che non ha certo l'ampiezza e l'importanza che poi ha assunto nel film. La cosa più singolare è che il senso dell'episodio raccontato nel libro è completamente scomparso nel film. Nel film gli impiegati vengono come al solito vessati dal megapresidente che impone ferocemente le sue fissazioni, in questo caso il "cinema d'autore". Ma nel libro questo contesto non c'è, anzi non esiste proprio l'idea del tragico ambiente "impiegatizio".

Nell'episodio del libro Fantozzi è semplicemente uno che lavora in una cittadina di media grandezza, ma con dimensioni provinciali, con questa sinistra caratteristica: non si scopa mai! Poiché le serate passavano sempre in bianco e scopavano sempre "gli altri" Fantozzi alla fine crolla sulla grande valvola di sicurezza di tutti i paraintellettuali: le serate d'impegno. Si è così trasformato in un intellettuale di sinistra e ha cominciato a frequentare una cineteca.

Un intellettuale di sinistra (siamo negli anni settanta) ha ovviamente la barba, quindi anche Fantozzi. E tutti i sabati sera entra puntuale alle 21 in cineteca insieme a tutte le altre "barbe". Una "barba" domandava alla maschera con una punta di speranza (le barbe sperano sempre in "Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno" o "Mazzabubù ... quante corna stanno quaggiù" con Ciccio e Franco): "Scusi, che danno stasera?". E la maschera implacabile e con voce sarcastica: "La corazzata Potemkin, del grande maestro Sergej M. Ejzenstejn". Qui le barbe hanno un piccolo sbandamento, ma entrano con sguardo duro e risoluto.

Ovviamente la serata non si esaurisce con la visione del film ma con la tragedia del dibattito. Comincia la parte più stimolante ed esaltante della serata: il dibattito! Si alza un tipo di santone con barba e baffi da superintellettuale, sguardo illuminato da una luce interiore, ma in realtà illuminato dalla follia e dalla voglia frustrante di una serata normale a vedere Buzzanca con una bella ragazza appoggiata alla spalla. Qui compaiono quelle frasi storiche sulla Corazzata Potemkin: "... l'occhio della madre ... la carrozzella che scende la scalinata ...". E poi altre espressioni altrettanto famose (usate più o meno anche nel film): "[...] rassegna di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco!", "Era stato programmato L'infanzia di Ivan: nove tempi!".

Il finale è tutto costruito attorno alla famosissima battuta di Fantozzi utilizzata con grande efficacia anche nel film. Si fa nella sala un grande silenzio, assoluto, magico. Da fondosala Fantozzi alzò il pollice della mano destra e disse timidamente: "Scusi, posso dire una cosa io?", "Prego caro ... finalmente uno nuovo ... venghi" (i santoni cadono sui verbi!). Fantozzi attraversò in un clima di grande suspense la sala, arrivò al microfono, si schiarì la voce e disse: "Per me La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!". Novantadue minuti di applausi! Era un applauso liberatorio con urla di gioia. Uscirono allora tutti come liberati da un incubo e raggiunsero la "maggioranza silenziosa" e alcuni del "blocco d'ordine" che, mangiando cioccolato e gelati, si gustavano l'ultimo film della Antonelli! Fantozzi poi era felice perchè il sabato dopo avrebbe visto il festival di San Remo.

Il Fantozzi che ci è rimasto dopo quarant'anni (anche in seguito all'abuso che ne è stato fatto nei film successivi) mi appare un po' spogliato di alcuni elementi che contribuivano a farne un personaggio di critica della società piccolo borghese dell'epoca. Questo lo ha trasfigurato in un personaggio comico più semplice e per questo più universale.

domenica 27 dicembre 2015

Guerre Stellari

Ancora me lo ricordo il primo film della saga di Guerre Stellari, visto all'epoca in una sala di seconda visione (quando ancora esistevano). Arrivammo anche in ritardo, purtroppo era già iniziato e c'era un pienone decisamente inusuale per quel cinema di periferia. Il resto della saga per me è passato molto più in sordina, gli ultimi tre film in particolare, usciti molti anni dopo, non hanno lasciato traccia e a tutt'oggi non sono sicuro di averli visti tutti interamente. D'altra parte tra la prima e la seconda serie di film è uscita la parodia di Mel Brooks ("Balle Spaziali"), veramente notevole, che ha in buona parte contribuito a cancellare il loro fascino.

Però per l'uscita dell'episodio VII, a distanza di più di trent'anni dalla saga originale, ho voluto fare un ripasso, stimolato anche dall'idea di rivedere i film in compagnia di mio figlio, che ha oggi la mia età di allora. Abbiamo rivisto i primi tre film, quelli che in seguito sono stati rinominati episodi IV, V e VI, di cui quest'ultimo episodio ne è la logica continuazione.

Del film che ho appena visto (l'episodio VII) forse non c'è molto da dire, se non cose piuttosto ovvie. Effetti speciali del livello a cui siamo ormai molto ben abituati da una produzione massiccia di film di genere che ne fanno grande uso. Continuità con i temi dei film precedenti. In particolare un uso piuttosto intelligente di questa continuità: i personaggi, gli oggetti e le situazioni di tanti anni prima sono presentati con un'aura di mito che aggiunge un certo fascino alle situazioni del film (soprattutto per gli spettatori "vecchietti" di allora).

Il ripasso invece forse mi ha colpito un po' di più. I film mi sono sembrati piuttosto "bruttini", e mi hanno annoiato abbastanza, seppure li ho riguardati con una certa curiosità dal momento che a parte il primo e alcune scene qua e là, non me li ricordavo granchè. In alcuni momenti sono proprio inguardabili: dialoghi, situazioni, personaggi, trama. Tutto mi sembra irrimediabilmente banale (solo due esempi: le macchiette odiose tra i due droidi, i dialoghi scemi tra Han Solo e la Principessa Leila). Aggiungerei che mi infastidisce (questo anche all'epoca) l'equivoco del film di fantascienza. Guerre Stellari è un film di "cappa e spada", con principesse e imperatori, guerrieri e spadaccini, dove la presenza di qualche drago non avrebbe sfigurato affatto. L'ambientazione nello spazio (peraltro totalmente finto) e l'uso di astronavi non è certo sufficiente a classificarlo come film di fantascienza. Insomma senza farla troppo lunga mi risulta proprio difficile trovare in questi film le qualità che ne hanno fatto un mito per tanti della mia generazione. Molto più facile trovarci gli innumerevoli spunti per farli diventare una parodia, come effettivamente è stato fatto.

Non avendo molto altro da osservare devo dedurre che certe caratteristiche del film sono proprio quelle che ne hanno determinato l'enorme successo. E questa è forse la cosa più interessante. Probabilmente questa saga è un esempio di arte popolare di grande efficacia, diventato per questo un fenomeno di massa. I suoi ingredienti, elaborati poco, con poca profondità e spessore, sono ben individuabili. Temi semplici e diretti come la lotta tra il bene e il male, il carattere di saga "familiare", all'interno della quale il bene e il male si confrontano. L'ambientazione "spaziale" estremamente affascinante per l'epoca anche se realizzata con mezzi tecnici in parte inadeguati (per stessa ammissione di George Lucas). Lo sfondo mistico-religioso di una non ben definita "forza" che pervade tutta la galassia.

Ma soprattutto la presenza nei film di alcune invenzioni che hanno avuto la capacità di colpire in modo duraturo l'immaginario del pubblico. Semplici ma evidentemente di grande forza. Queste invenzioni sono diventate i simboli della saga, gli elementi da commercializzare e ciò che è rimasto nella fantasia di tutti fino ad oggi. Sono la vera cifra della saga, le sue impronte digitali, e non a caso mi sembra siano state più o meno tutte riprese nel nuovo episodio. Ci si può divertire ad individuarle. L'esempio per eccellenza è la famosissima spada laser, che in un certo senso sintetizza tutta l'assurdità e il fascino di Guerre Stellari.

Nota: rimane il fatto che per me il vero capolavoro di Guerre Stellari sono le "trombe" di John Williams.

Nota 2 (questa seconda nota è stata aggiunta successivamente alla pubblicazione del post): sempre con mio figlio abbiamo completato la visione dell'intera saga; probabilmente non avevo mai visto per intero tutti i film, o lo avevo fatto a pezzi e bocconi attraverso i vari passaggi televisivi, sta di fatto che solo ora realizzo che la saga originale è la storia di Anakin Skywalker, dai primi momenti della sua infanzia, alla sua tragica morte. Non solo mi appare chiaro che si tratta del personaggio principale attorno a cui ruota tutta l'intricata vicenda ma è anche la figura in cui il bene e il male convivono drammaticamente fino alla fine. Probabilmente il motivo per cui questa cosa (non da poco!) mi era sfuggita è che per me Guerre Stellari è rimasto da sempre quel primo film che ho visto (unico) al cinema. Un film autosufficiente (a parte qualche dettaglio che lo innesta in una saga più ampia ma che si può anche trascurare) in cui invece il bene e il male stanno più o meno ognuno per affari suoi.

lunedì 30 novembre 2015

Cura dell'ambiente digitale

"Plinn ...". Un messaggio su un gruppo di whatsapp. Uno di quei gruppi creati per veicolare informazioni di servizio tra persone accomunate da una stessa circostanza ma che in buona parte non si conoscono o si conoscono poco. Apro e leggo una delle solite frasi che ti avvisano che certi cattivi (ormai solitamente degli extracomunitari) usano una tecnologia subdola per fregare la gente. Questa volta però si tratta di una cazzata talmente palese che mi chiedo come facciano le persone a rilanciare certe zozzerie. Mitiga un po' questa mia stizza il ricevere dopo un po' (dopo vari ringraziamenti, sorrisini e pollici alzati di altri "astuti" contatti del gruppo) una ragionevole risposta che recita più o meno così: "tranquilli, ho fatto un po' di ricerche in rete e sembra essere una bufala".

Ho già scritto in un altro post che internet e' una tecnologia che si accompagna ad una nuova forma di inquinamento e questo episodio, sebbene di piccolissime conseguenze, mi sembra che lo confermi molto chiaramente. La rete è prevalentemente uno spazio pubblico e in questo senso andrebbe trattato nel rispetto di tutte le persone che lo frequentano. Non si gettano cartacce in mezzo alla strada o in una piazza, così come  non si dovrebbero mandare cazzate in giro per la rete senza averci pensato bene prima. Se non si ha tempo per pensarci meglio lasciar perdere. È proprio una questione di cura dell'ambiente, un fatto ecologico.

venerdì 13 novembre 2015

Confondono le idee?

Non è la prima volta che mi capita di sentire che la frequentazione di persone omosessuali o semplicemente l'osservazione dei loro comportamenti "confonderebbe le idee" ai bambini. Questo implica che i bambini dovrebbero farsi le stesse idee sul mondo che presumibilmente si sono fatte i loro genitori.

Capisco. Un genitore non vuole solo trasferire i suoi geni ai figli ma anche le sue conoscenze, le sue convinzioni, la sua morale, in poche parole la sua visione del mondo. Mi sembra giusto.

Però sappiamo bene che è importante poter cambiare questa visione, è di fatto il nostro più grande punto di forza. Quindi quando un genitore trasferisce una propria conoscenza o convinzione dovrebbe sempre contemporaneamente poter dare ai propri figli la possibilità di metterla in discussione, confrontandola con la realtà.

Dire che il bambino non è preparato ed è troppo piccolo per elaborare l'informazione che gli si vuole nascondere è troppo spesso un'ipocrisia, come credo si possa dire in questo caso. Un genitore che nasconde una parte della realtà al figlio con la scusa che è troppo piccolo per poter capire poi finirà per evitare sempre l'argomento, finché sarà possibile.

E poi nascondere esplicitamente una realtà al figlio non significa quasi mai omettergli una cosa (che in molti casi potrebbe anche essere una buona strada, o almeno la più facile in quel momento) bensì comunicargli una cosa. La censura esplicita è a tutti gli effetti un insegnamento di per sè. E non credo sia mai un buon insegnamento.

sabato 7 novembre 2015

Due volte stupido

"Quanto viene il lavoro?"
"Sono 1200 euro ... ma facciamo la fattura? No, perchè così arriviamo quasi a 1500. Che facciamo?"
"No, guardi, mi faccia la fattura, altrimenti la dovrei pagare in contanti ... giusto?"
"Eh beh ..."
"Allora preferisco farle un bonifico, per me è più facile, mi faccia la fattura"
"Certo che è un peccato, magari le fatturo solo 200 euro ..."
"No, guardi, vale lo stesso discorso, preferisco il bonifico che faccio prima"
"Vabbè, io lo dicevo per lei ....".

Lo dicevi per me? LO DICEVI PER ME?!?!

Ieri mattina alla radio un giornalista faceva un discorso molto semplice. Immaginiamo un lavoratore dipendente, che paga obbligatoriamente tutte le sue tasse allo Stato. Supponiamo che si senta uno stupido nel farlo, e per questo motivo preferisca far fare i lavori in nero, almeno si risparmia l'iva e per quel che può lo Stato per quelle volte riesce a fregarlo.

Consideriamo adesso il professionista che esegue il lavoro in nero, e che fa questo regolarmente. Costui riesce ad evadere interamente le sue tasse, intasca tutti i suoi soldi e non contribuisce a finanziare nessun servizio pubblico. Ma molto probabilmente quei servizi pubblici che non finanzia saranno disponibili (per quel poco che valgono) molto più per lui che per il lavoratore che invece le tasse le paga.

Riuscirà a piazzarsi prima nelle graduatorie per l'assegnazione dei posti all'asilo nido. Riuscirà a non pagare o pagare di meno le mense scolastiche. Riuscirà a sfruttare di più il servizio sanitario nazionale, riceverà cure, analisi, farmaci. Riuscirà più facilmente a farsi assegnare una casa popolare se ne avesse bisogno. Quel poco che un servizio pubblico, scarso anche per colpa sua, può offrire al cittadino, lo offrirà di più a lui. Quando un giorno andrà in pensione, risultando nullatenente, e senza aver mai sostenuto il sistema pensionistico, riceverà una pensione sociale finanziata da chi paga le tasse, dunque dal lavoratore dipendente e con buona probabilità anche da suo figlio.

In conclusione quel lavoratore che paga le tasse e che preferisce pagare i lavori in nero è due volte stupido, perchè paga le tasse e perchè permette a chi gli fa dei lavori di non pagarle, dicendo pure che gli sta facendo un piacere. Il primo "stupido" fa rabbia, perchè è un'inciviltà definire stupido un cittadino che paga le tasse. Il secondo "stupido" è giusto, ma suggella definitivamente questa inciviltà.

domenica 1 novembre 2015

Un punto di vista, non tutta la realtà

Mi ha sempre colpito leggere in contesti scientifici frasi del tipo: "in natura non è possibile che possa succedere questo, o quest'altro". Frasi del genere sono ragionevolissime e in genere anche del tutto giustificate. Il senso è sempre che un certo fatto in natura è impossibile che si verifichi in relazione a quanto ne sappiamo del suo funzionamento fino a questo momento. La precisazione può sembrare del tutto inutile, si tratta però di ribadire che una cosa è la natura e una cosa è l'immagine che ce ne siamo fatti.

E' vero che molte volte il grado di conoscenza raggiunto è talmente consolidato che sembra superfluo distinguere ciò che conosciamo da ciò che è. Qualche anno fa venne fuori la notizia che ci fosse un'evidenza sperimentale di neutrini superluminali. La gran parte della comunità scientifica reagì con un certo scetticismo e, sebbene la prova sperimentale è sempre l'ultima parola, era anche vero che una cosa del genere metteva praticamente in crisi tutto l'edificio della Relatività. Piuttosto improbabile, visto il secolo di successi sperimentali di questa teoria. Non che la meccanica di Newton non abbia subito lo stesso destino ma in quel caso il quadro sperimentale che la metteva in crisi era certamente più complesso, non una semplice misura in aperta contraddizione con la teoria.

Sta di fatto che nell'episodio specifico il gruppo di ricerca ha in seguito evidenziato degli errori nelle misure e la bolla si è sgonfiata. Certo, episodi del genere fanno sempre pensare un po' a questioni di epistemologia. Chi indaga la natura (sia in modo sperimentale che teorico) cosa si aspetta di trovare? Cosa non si aspetta? Cosa è pronto ad accettare immediatamente e cosa no? Quanto influisce questo atteggiamento "parziale" sull'avanzamento delle conoscenze? In relazione a questo ho sempre pensato un paio di cose abbastanza ovvie: prima di tutto che il procedere delle conscenze non è così lineare come magari tende ad essere raccontato a posteriori, e poi che spesso questo procedere è determinato da mille fatti contingenti di natura completamente diversa. Materiale interessante per gli storici.

L'ultima volta che ho letto una frase che tende a confondere la realtà con come la conosciamo è stato qualche giorno fa e riguardava il principio di conservazione dell'energia. Stranamente la frase nel momento in cui l'ho letta mi è suonata tanto più dissonante in quanto si riferiva ad una asserzione ad oggi veramente indiscutibile (o a cui sarebbe veramente difficile rinunciare), che è appunto la conservazione dell'energia: "L'ambizione di questo enunciato è enorme: esso si propone come una legge universale ed eterna, valida in ogni luogo, in ogni tempo, sempre e dovunque. Come una vera legge, questo principio ci dice cosa non deve e non potrà mai succedere". In relazione a quello che stava raccontando la frase era particolarmente efficacie ma a me è subito tornata in mente una bella frase di Stephen J. Gould, che tempo fa mi ero appuntato e che casca proprio a proposito: "L'impossibile generalmente è un frutto delle nostre teorie e non una realtà della natura". Credo che l'atteggiamento che sta dietro a quest'affermazione possa sempre risultare fecondo per uno scienziato.