sabato 22 luglio 2023

Tecnologia e religione

In questo periodo nelle librerie c'è un libro di Chiara Valerio intitolato «La tecnologia è religione». La tesi sarebbe che la tecnologia nel nostro mondo è percepita un po' come una religione, nel senso che viene assunta come un dato di fatto in cui credere piuttosto che qualcosa da capire. Non ho letto il libro e credo che non lo farò, ho letto un suo libro precedente incuriosito dal titolo («La matematica è politica») e non mi ha soddisfatto molto (scrive come parla, un fiume di roba non molto coerente). Anche quest'ultimo titolo è una di quelli che stuzzicano la curiosità ma questa volta non mi sono lasciato convincere. A parte il fatto che non mi sembra neanche così originale, considerando la famosa "legge" di Arthur C. Clarke («Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia») e il conseguente "corollario" di Michael Shermer («Qualunque intelligenza extraterrestre sufficientemente avanzata è indistinguibile da Dio»). Però come dicevo è un titolo stuzzicante, perché mi ha fatto venire in mente che si potrebbe dire invece l'esatto contrario, cioè che in realtà è la religione ad essere una tecnologia.

La tecnologia è fatta di idee, innovazioni e dispositivi che aiutano l'uomo a vivere, nonostante si accompagnino sempre ad aspetti problematici che vanno tenuti sotto controllo. L'invenzione del linguaggio, dell'agricoltura, della scrittura, dei sistemi di numerazione posizionali, della stampa, del denaro, tanto per citare le invenzioni più antiche che ci dicono che la tecnologia esiste da quando esiste l'uomo, ed è probabilmente la cosa che lo caratterizza di più come specie.

Le religioni possono essere pensate proprio come sistemi di credenze che mostrano le due principali caratteristiche tipiche di qualunque innovazione tecnologica, da una parte aiutano a vivere (forniscono una concezione teleologica dell'esistenza), dall'altra si accompagnano ad aspetti problematici (subiscono forti strumentalizzazioni da parte del potere, generano conflitti tra credenze diverse, causano guerre).

Si dice spesso che la tecnologia è qualunque cosa sia stata inventata dopo la tua nascita. Perché solo se una cosa è stata introdotta durante la tua esistenza viene percepita come un'innovazione che in misura più o meno grande ti cambia la vita. Tutto quello che hai trovato perchè già presente prima della tua nascita viene percepita come una cosa "naturale", scontata, da sempre esistita, non hai conosciuto il mondo senza di essa. E' roba che esiste, punto e basta. Le tecnologie che ho nominato prima, tutte molto vecchie, spesso non vengono percepite neanche come vere e proprie innovazioni tecnologiche, occorre fare uno sforzo per immaginare il mondo senza di loro.

Le religioni assomigliano a innovazioni tecnologiche comparse in tempi talmente remoti che hanno perso la loro fisionomia di idee introdotte in qualche momento nella vita dell'uomo (forse in concomitanza con la comparsa del culto dei morti), ci accompagnano da talmente tanto tempo che spesso non si sente neanche il bisogno di rifletterci troppo, sono lì da sempre. Pensarci senza di esse ci sembra innaturale. Eppure non è illogico trattarle come invenzioni, peraltro anche di grande impatto nella nostra vita. Il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza ricorda che il suo professore di genetica, Adriano Buzzatti Traverso, diceva che Dio è stata la più grande invenzione dell'uomo.

 

domenica 16 luglio 2023

Abusi di potere

Qualche giorno fa Vittorio Sgarbi è stato protagonista di uno dei suoi interventi "coloriti" nell'ambito di un incontro pubblico al Maxxi di Roma, alla presenza dell'attuale direttore del museo Alessandro Giuli e di un secondo ospite (Morgan). Il termine colorito sta ad indicare l'uso del turpiloquio in un contesto in cui è del tutto fuori luogo, inutile e inopportuno, funzionale solo al solito scopo di alzare polvere intorno ad un evento altrimenti anonimo. Sono convinto che, sebbene si sia scusato in seguito, questo fosse un obiettivo non esplicitamente ammesso dello stesso direttore del museo. C'è da sempre l'abitudine a fare un uso scandalistico delle presenze di Sgarbi in eventi pubblici per "amplificarli", e questo sin dal suo primo apparire in televisione, ormai molti anni fa, se non ricordo male nelle trasmissioni di Maurizio Costanzo.

La cosa intollerabile di questi episodi non è tanto la loro volgarità, che qualifica l'autore, quanto il fatto che rappresentano in modo sfacciato un abuso di potere, un comportamento giustificato solamente dalla presunzione di essere intoccabile, e dalla voglia di esprimerlo chiaramente. Supponiamo che l'evento pubblico prevedesse anche un dibattito con gli spettatori presenti, e che uno di loro si fosse permesso di utilizzare un linguaggio simile. Non gli sarebbe stato consentito di finire il suo intervento, sarebbe stato messo alla porta immediatamente e giustamente. Ecco, allora con questi suoi siparietti volgari Sgarbi ci dice sempre chiaramente una cosa del tipo "io so io, e voi non siete un cazzo", come Alberto Sordi nel film Il marchese del Grillo.


domenica 2 luglio 2023

Anche Lamarck aveva le sue ragioni

Ricordo bene che da giovane, in quel periodo in cui studi per il solo gusto di capire le cose senza ancora troppe ansie e precisi obiettivi, e che proprio per questo sei portato qualche volta a riflettere su tante cose non tutte esattamente pertinenti a quello che dovresti studiare, mi ero fatto un modello dell'evoluzione umana basato sulla combinazione tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale. Avevo proprio fatto un grafico qualitativo in cui pensavo alla possibilità di definire una soglia del grado di intelligenza umana oltrepassata la quale i processi di evoluzione culturale sovrastavano del tutto quelli dell'evoluzione biologica. Sotto questa soglia lavorava l'evoluzione biologica con i meccanismi classici del darwinismo come per tutte le altre specie, sopra questa soglia l'evoluzione biologica poteva anche essere trascurata perché un'altra evoluzione, con tempi decisamente più rapidi, si sovrapponeva e diventava presto determinante. Quale poteva essere questa soglia? La pensavo come più o meno coincidente con l'evoluzione del linguaggio, cioè con la possibilità sofisticata e ben al di sopra di quella mostrata da tutte le altre specie di poter comunicare idee e forse anche di costruirle nella propria mente. Pensavo ad una velocità di evoluzione lineare per quella biologica e ad una velocità esponenziale per quella culturale, ma ovviamente l'ipotesi non era minimamente suffragata da nessun dato sperimentale e da nessun ragionamento teorico di tipo quantitativo.

Molti anni più tardi mi è capitato di leggere uno scritto di Luigi Luca Cavalli Sforza che tratta proprio questo argomento. L'ho letto proprio perché il titolo ("L'evoluzione della cultura") mi ricordava quegli anni in cui avevo fatto le mie semplici considerazioni. L'autore parte cercando di dare una definizione di cultura (mi sembra l'approccio giusto) nel modo seguente: "accumulo globale di conoscenze e innovazioni, derivante dalla somma di contributi individuali trasmessi attraverso le generazioni e diffusi al nostro gruppo sociale, che influenza e cambia continuamente la nostra vita". Nella definizione si parla di "conoscenze e innovazioni" che vengono "trasmesse" sia nello spazio (diffuse all'attuale gruppo sociale) che nel tempo (tramandate attraverso le generazioni). Per semplicità potremmo chiamarle rispettivamente trasmissioni orizzontali e verticali. Subito dopo l'autore individua anche l'agente trasmissivo: "Questo sviluppo è stato reso possibile dalla capacità di comunicazione fra individui dovuta alla maturazione del linguaggio". L'uso della comunicazione orale tramite l'invenzione di un linguaggio sofisticato è particolarmente efficacie nella trasmissione orizzontale, un po' meno in quella verticale. L'autore quindi, poco più in là, sottolinea anche l'importanza dell'invenzione della scrittura che tra i suoi tanti vantaggi ha anche quello di favorire la trasmissione verticale della cultura, quindi la nascita della Storia, e di rafforzare il senso di identità della specie umana.

Cavalli Sforza sottolinea la cornice concettuale unitaria sotto la quale possiamo descrivere sia l'evoluzione biologica che l'evoluzione culturale, pur considerando le ovvie differenze: "Naturalmente nell'estensione dalla biologia alla cultura molte cose cambiano, a cominciare dagli oggetti che evolvono: il DNA nella biologia, le idee nella cultura. Cambiano i nomi che diamo ai meccanismi evolutivi particolari (per i geni e per la cultura) ma non cambiano i concetti teorici". Piuttosto c'è senz'altro un livello diverso di progresso nelle due discipline dovuto essenzialmente ad una migliore comprensione dei meccanismi di trasmissione dell'informazione biologica rispetto a quelli che dovrebbero sostenere l'evoluzione culturale.

Ci sarebbe anche (e nel passato effettivamente c'è stato) il pericolo che il termine evoluzione culturale sottintenda il concetto di progresso e che questo porti a fare classificazioni tra popolazioni umane che sono evolute culturalmente in modi diversi e ad avallare atteggiamenti di razzismo. Questo pericolo tra l'altro è contenuto anche nel concetto di evoluzione biologica. Ma il problema viene generalmente superato dall'idea che in entrambi i tipi di evoluzione quello che si raggiunge è semplicemente un adattamento al particolare ambiente, rendendo insensata una scala di progresso assoluta.

Un aspetto interessante del testo di Luigi Luca Cavalli Sforza è quello che riguarda la comparazione tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale. L'evoluzione biologica è ben descritta dalla teoria dell'evoluzione per selezione naturale proposta da Darwin nel 1859. Sforza scrive che l'evoluzione darwiniana è un meccanismo di "trial and error": il tentativo (trial) è ogni mutazione del patrimonio ereditario (il DNA). Essa avviene spontaneamente e in direzioni casuali. La maggior parte delle mutazioni non ha effetti importanti (mutazioni selettivamente neutrali). Molte mutazioni sono invece dannose (error) e vengono automaticamente eliminate con l'individuo che non sopravvive. Infine alcune mutazioni possono essere vantaggiose in relazione all'ambiente e per questo vengono selezionate (aumentano la probabilità di sopravvivenza e di riproduzione dell'individuo) e trasmesse alle generazioni successive, innescando un meccanismo evolutivo.

L'evoluzione culturale non segue lo stesso schema dell'evoluzione biologica. L'elemento che viene sottoposto a selezione non è una mutazione genetica casuale ma un'idea/innovazione di tipo cosciente. Sforza scrive che "la mutazione culturale, cioè l'invenzione, a differenza di quella biologica, non è un fenomeno indipendente dalla nostra volontà, non è un fenomeno che si possa considerare casuale, ma ha quasi sempre lo scopo di risolvere un problema pratico particolare". Nello schema di evoluzione culturale c'è in un certo senso la "volontà di evolvere". Inoltre le mutazioni culturali non si trasmettono solo di padre in figlio, la loro capacità di diffusione è ben più ampia e veloce, agendo sia in orizzontale che in verticale, sia tra generazioni che tra individui dello stesso gruppo.

La conclusione è che le caratteristiche dell'evoluzione culturale (e le sue differenze con l'evoluzione biologica) ce la fanno classificare come un'evoluzione di tipo Lamarckiano, ne ha tutte le caratteristiche principali. Curiosamente Lamarck, secondo quanto dice Sforza, "non distingueva affatto fra eredità biologica e culturale quando parlava di 'eredità'". Nell'evoluzione biologica il suo modello è risultato sostanzialmente sbagliato, mentre nell'evoluzione culturale sembra funzionare bene.

In realtà la visione di Lamarck (che risale al 1809, ben prima della teoria di Darwin) ha le sue ragioni anche all'interno dell'evoluzione biologica, proprio per le possibili interazioni tra evoluzione biologica e culturale. Se da una parte i due meccanismi vanno tenuti ben distinti dall'altra possono influenzarsi a vicenda, consentendoci di parlare di "coevoluzione biologico-culturale". Un esempio di questa interazione viene fornito da Cavalli Sforza nell'episodio dell'enzima lattasi.

Un po' più di diecimila anni fa il cibo normalmente consumato dalle comunità umane cominciò a scarseggiare probabilmente in seguito a cambiamenti climatici legati alla fine dell'ultima glaciazione. In questo contesto difficile subentra la capacità dell'uomo di innovare e di trasmettere rapidamente le innovazioni attraverso il linguaggio. Nasce e si diffonde la capacità di addomesticare e allevare bestiame (caprini, ovini, bovini). Oltre alle loro carni questi animali domestici sono produttori di latte, e l'idea di consumare latte diventa una soluzione facile al problema del sostentamento. Fino a qui in questo episodio di storia dell'uomo è intervenuta l'azione dell'evoluzione culturale. Il problema che però si manifesta subito è l'incapacità di produrre l'enzima lattasi di buona parte degli individui in età adulta che impedisce loro di avvalersi di una fonte così importante di nutrizione (tali individui non riescono a digerire il latte). Questa capacità è genetica e quindi ereditabile. I possessori della mutazione che garantisce la capacità di produrre lattasi anche in età adulta diventano immediatamente portatori di un vantaggio evolutivo. Su di loro, più esattamente sulla loro mutazione, può agire la pressione selettiva dell'evoluzione biologica darwiniana.

Dunque una situazione ambientale ha determinato una pressione selettiva causata da una "mutazione culturale" secondo un meccanismo Lamarckiano (chi praticava la domesticazione e l'allevamento aumentava considerevolmente le sue probabilità di sopravvivenza), e questa circostanza ha modificato l'ambiente che ha determinato a sua volta l'esposizione di una mutazione biologica (che diversamente sarebbe stata del tutto inutile) ad una pressione selettiva di tipo biologico secondo un meccanismo Darwiniano.

In questo episodio di coevoluzione biologica-culturale un'evoluzione di tipo lamarckiano è stata determinante nel provocare una conseguente evoluzione di tipo darwiniano.


domenica 25 giugno 2023

Gli storni di Parisi nel contesto delle conoscenze

Credo che la prima impressione che possa fare il racconto dello studio di Giorgio Parisi sul volo degli storni sia quello di una stupidaggine. Penso che prevalga la solita sensazione che la scienza vada accettata perché importante ma rimane perlopiù incomprensibile. Difficile capire il valore di certi studi anche perché non se ne conoscono i contesti e non si riesce a collegarli a niente. Rimangono racconti isolati fatti per via del prestigio che ha l'assegnazione di un premio Nobel. Oltre l'ambito di un premio internazionale che fa notizia è difficile andare.

Eppure è bello trovare analogie che tolgano certi argomenti da un isolamento sterile e li mettano in comunicazione con altre conoscenze, in contesti e forme inaspettate. E' l'aspetto più affascinante e fecondo della conoscenza, e forse il più divertente.

L'obiettivo del lavoro di Parisi sugli storni era essenzialmente sperimentale e si proponeva di fare misure (migliaia di fotografie fatte contemporaneamente da punti diversi) per ricavare le informazioni necessarie alla formulazione di un modello computazionale in grado di simulare al computer il comportamento collettivo di questi animali in volo. L'idea era quella di individuare un qualche tipo di interazione elementare tra gli storni che consentisse di far emergere quel bellissimo comportamento collettivo auto-organizzato che vediamo nei cieli autunnali di Roma. Scrive Parisi: "[...] ci siamo concentrati su come ogni componente dello stormo riesca a comunicare per muoversi in modo coerente, producendo un'unica entità collettiva. [...] attualmente si riesce a determinare con una precisione di qualche centesimo di secondo il momento in cui ogni uccello incomincia a girare quando lo stormo compie una virata, [...] gli uccelli seguono regole semplici, che sono state ricostruite dalle misurazioni effettuate, e si muovono regolandosi sulla posizione dei vicini. L'informazione sulla virata corre veloce tra un uccello e l'altro, come un passaparola velocissimo".

Un lavoro del genere si collega in modo significativo ad un importante filone di ricerca in fisica, condotto su sistemi apparentemente molto differenti, in cui si cerca di "capire in maniera quantitativa come il comportamento collettivo emerga partendo da semplici regole di interazione tra i singoli attori", dove i singoli attori interagenti possono essere elettroni, atomi, spin, molecole e, perché no, uccelli. I comportamenti collettivi osservati sono magari del tutto scontati, fenomeni a cui siamo da sempre abituati, ma sono anche in un certo senso del tutto inaspettati e inspiegabili se ci si concentra solo sugli aspetti microscopici. Nel fenomeno di congelamento di un liquido non è il singolo atomo, non è la singola molecola che ghiaccia, anzi, per il singolo atomo o per la singola molecola il concetto di ghiacciare proprio non ha senso, e non cambia le sue proprietà individuali. Si tratta di una mutazione collettiva, in cui la conoscenza dettagliata del singolo attore non riesce a portarci a una descrizione del fenomeno.

Addirittura molto spesso si riesce a stabilire che certe classi di fenomeni macroscopici, cioè composti da molte parti, non dipendono dai dettagli delle singole parti e questo dà un carattere di universalità abbastanza sorprendente. Mentre i dettagli microscopici sono completamente diversi, il comportamento collettivo è invece lo stesso. Ad esempio questo succede nei cosiddetti fenomeni critici, cioè nelle transizioni di fase (uno di questi è proprio la transizione solido-liquido a cui accennavo prima), per le quali è stata introdotta l'idea di classi di universalità nelle quali questi fenomeni possono essere suddivisi. Parisi ne dà un'immagine letteraria: "Questo fatto richiama la visione platonica della natura: si potrebbe dire che esiste un numero relativamente piccolo di classi di universalità dei comportamenti critici e ciascun sistema reale si riconduce a una di quelle classi di universalità (cioè a una idea, se vogliamo utilizzare la terminologia di Platone)".

Più in generale questi studi e la loro generalità porta alla necessità di capire meglio il legame che esiste tra i comportamenti dei singoli individui e i comportamenti collettivi. Ancora Parisi ricorda che un suo collega (Philip Warren Anderson, premio Nobel 1977) sosteneva in un suo articolo che "l'aumento del numero di componenti di un sistema determina un cambiamento non solo quantitativo ma anche qualitativo: il problema concettuale principale che la fisica avrebbe dovuto affrontare era capire le relazioni tra le regole microscopiche e il comportamento macroscopico".

Andando ancora oltre si può pensare che queste aree di ricerca possano essere ulteriormente estese ad ambiti apparentemente lontani, ad esempio quelli sociali ed economici. O ad ambiti interdisciplinari a metà tra scienza e tecnologia, come ad esempio l'intelligenza artificiale.

domenica 18 giugno 2023

Scrivo qualcosa anch'io

Vabbè, scrivo qualcosa anch'io su Berlusconi (all'indomani della sua morte).

Berlusconi secondo me ha rappresentato una grande concentrazione di potere in Italia, ma questo potere non è stato mai utilizzato in politica se non per congelare una situazione. Non ha favorito nessuna vera riforma, nessun cambiamento significativo. La famosa "rivoluzione liberale", sempre citata sin dalla sua prima discesa in campo, è una cosa di cui Berlusconi non si è mai veramente occupato. Non era interessato. E questo perché a Berlusconi l'Italia è andata sempre bene così com'era, come l'aveva trovata nella prima repubblica in cui lui è cresciuto (dopo ha dovuto usare il potere per dargli giusto una "ritoccatina" secondo le sue necessità).

E' stato detto che ha portato il bipolarismo nella politica italiana ma io non credo che questo sia vero. Negi anni della sua presenza più influente non si è creata una dialettica tra due visioni della società, quella di destra e quella di sinistra, e questo certamente non è mai stato il suo obiettivo, a parte la retorica anticomunista ampiamente strumentalizzata. Il vero bipolarismo che si è venuto a creare è stato quello sulla sua persona, la parte dell'Italia che stava con lui e quella che stava contro di lui. Questo è stato uno degli elementi che ha fatto progressivamente scomparire la sinistra (una parte politica non può sopravvivere per negazione di qualcosa) e ha impoverito tragicamente tutto il dibattito politico. Anche la destra secondo me ha sofferto la presenza di Berlusconi, perché è rimasta stretta nella morsa di un comportamento che da una parte la portava facilmente al governo e dall'altra la usava per un potere personale disinteressato alla politica.

Per quanto riguarda la sua politica editoriale e quindi in un certo senso la sua influenza culturale cito una frase attribuita a Berlusconi riportata in un articolo di Vito Mancuso che ho trovato rilanciato su facebook: "Secondo lei, quanti sono gli intelligenti là dentro?" - indicando un gruppo di persone - "Il 10 percento? Ecco, io mi occupo del restante 90 percento". Non posso dire con sicurezza se sia vera, ma la trovo molto rappresentativa.

Ovviamente una persona che ha puntato tutto sul culto del sé, sul valore del successo individuale e sull'autocelebrazione di sé stesso non può avere eredi. Lascia una società ancora più individualista di prima, grazie al suo personale contributo. E non ce ne era bisogno.


lunedì 12 giugno 2023

Un sogno

Al netto della loro confusione logica i sogni lasciano spesso immagini abbastanza nitide che, se al momento in cui ti svegli non te le lasci scappare subito con qualche infinitesima distrazione, le puoi ripensare e raccontare.

Stiamo nel salotto di casa di mio fratello minore. Lui tiene in mano un cellulare ed è molto più piccolo (ha un'età in cui i cellulari ancora non c'erano). Forse lo confondo con uno dei suoi due figli. Ci siamo anche io e mio fratello maggiore. Guardiamo tutti lo schermo del cellulare dove scorre un filmato. Le immagini sono poco chiare ma sono sicuro che fanno vedere mia madre e mio padre che stanno insieme e in qualche modo si divertono (la mia sensazione è questa). Io penso che va bene così, anche se noi siamo rimasti soli. Mio fratello maggiore mi dice ridendo per l'incredulità: "mamma ha detto che non dobbiamo preoccuparci, se abbiamo bisogno di qualcosa prende l'autobus e viene".

Cambia scena. E' sempre uno schermo di un cellulare, questa volta lo tengo in mano io e ci sono quasi immerso nell'osservare la scena. E' mio padre che gioca con mio fratello più piccolo. Non si capisce bene cosa stiano facendo, sono vicini ad un nasone (fontanella romana) e sembra che stiano giocando con l'acqua. Io penso di nuovo che va bene così, anche se io non posso partecipare dallo schermo del cellulare. E' giusto che ci giochi mio fratello più piccolo, che non ha mai avuto la possibilità di farlo. Confondo mio fratello con mio figlio, una cosa che quando era più piccolo mi succedeva.

Altre scene confuse in cui riconosco i miei nonni materni che camminano verso di me ma non mi guardano e ho la sensazione che puntino verso mio padre. Mio nonno scivola e rimane indietro, io penso che bisognerebbe dargli una mano.....

Mi sveglio, un po' commosso. Resto fermo, con l'intenzione di fare in modo che le scene non facciano in tempo a svanire del tutto.


domenica 7 maggio 2023

JJ4 e l'ambientalismo da giardino dell'Eden

L'episodio dell'orsa che uccide il podista nel bosco ha qualcosa da dire sull'ambientalismo. Per ambientalismo intendo quell'atteggiamento di tutela e protezione dell'ambiente naturale che costituisce una parte significativa del nostro rapporto con la Natura. La cosa che trovo certe volte discutibile sono le motivazioni e le ragioni di questo ambientalismo e che non sempre mi trovano d'accordo. Ne trovo un esempio proprio nell'episodio dell'orsa JJ4.

Il fatto è il seguente: un'orsa uccide un ragazzo che si allenava correndo nel bosco. Nessuno ha assistito alla scena ma credo di poter dire che molto probabilmente l'orsa si è trovata davanti improvvisamente un essere umano che correva, ansimante per la fatica, a distanza ravvicinata. Si è spaventata e ha immediatamente reagito aggredendolo. Lo ha "neutralizzato" (dal suo punto di vista) e a quel punto si è allontanata avendo risolto (sempre dal suo punto di vista) l'insolito problema.

A questo punto sono possibili due atteggiamenti (posso rischiare di semplificare ma mi pare di averli riscontrati).

Il primo è il seguente: il ragazzo ha commesso un'imprudenza, purtroppo è morto vittima di un suo atteggiamento maldestro (sono tantissimi e dei più svariati gli atteggiamenti maldestri per cui si può morire), e l'orso da parte sua ha fatto l'orso, non ha nessuna colpa, ha seguito la sua natura, libero è e libero è bene che rimanga, perché rinchiuderlo o ucciderlo? Cosa sarebbe, una vendetta? Rispettiamo la natura dell'orso.

Il secondo è il seguente: non è che per caso un orso che ha avuto un'esperienza del genere può essere molto più pericoloso per l'uomo di quello che già è per sua natura? E' il caso di prendere provvedimenti, ad esempio isolarlo o in casi estremi eventualmente pensare di abbatterlo? Si tratta pur sempre di zone frequentate da persone, e per quanto queste debbano certamente essere educate alla gestione di un eventuale incontro con l'orso forse non è il caso di correre pericoli eccessivi.

Questo secondo atteggiamento mi trova d'accordo. Perché vogliamo proteggere l'ambiente? Che significa farlo? Io penso che l'unico ambientalismo sensato sia quello che pensa di proteggere l'ambiente perché ci siamo noi dentro, perché alla fine proteggiamo noi stessi. E lo dovremmo fare appunto in funzione di questo obiettivo, in maniera razionale e pragmatica. In quest'ottica ha molto senso domandarsi se è il caso di lasciare libero l'orso oppure no.

Il primo atteggiamento descritto è invece, secondo me, il risultato di un ambientalismo paternalistico. Noi siamo una specie eletta, che ha ricevuto un ambiente su cui vivere e prosperare, ma proprio per questo abbiamo una grande responsabilità su di esso, dobbiamo curarlo in tutti i suoi aspetti come il nostro giardino. Il nostro giardino dell'Eden. Siamo talmente responsabili (e talmente eletti) che ci piace difendere a tutti i costi gli animaletti del bosco (in particolare quelli che ci somigliano, che in qualche misura ci stanno vicini), ci piace pensarli creature innocenti in tutti i loro atteggiamenti, creature che non hanno colpe, ci piace pensare che i cattivi siamo noi, che la specie pericolosa siamo noi, perché siamo noi a cui è stata data la cura dell'Eden, e a nessun altro. Noi non siamo dentro la natura, ma sopra. E non a costo zero. Dobbiamo portare i risultati a qualcuno che ce l'ha data. Abbiamo ereditato volenti o nolenti una cultura fortemente antropocentrica che ci porta a costruzioni false e innaturali.

P.s.: nella vicenda ovviamente ci sono state anche strumentalizzazioni politiche che l'hanno fortemente condizionata, rifacendosi spesso proprio a questi diversi modi di intendere l'ambientalismo, ma questo aspetto non mi interessa e non l'ho considerato in questo post.