Tempo fa ho scritto un post in cui sostanzialmente osservavo che il compito della scuola sarebbe quello di mettere in condizioni di affrontare, analizzare e comprendere situazioni complesse, di qualunque natura, da un testo letterario ad un'espressione matematica, da un quadro o un brano musicale ad un argomento scientifico, da una versione di latino ad un problema di fisica, da un periodo storico ad un argomento filosofico, e così via. L'ho scritto perché certe volte non mi sembra così scontato come dovrebbe essere.
Forse la nostra società si sta sviluppando in forme sempre più complesse e difficili da analizzare e comprendere, le generazioni future sono sempre più messe di fronte a questioni di difficile decifrazione. Forse il tasso di sviluppo di certe tecnologie determina dei cambiamenti così veloci da rendere difficile la possibilità di costruire in tempi adeguati gli strumenti concettuali adatti per saperli gestire.
Fatto sta che qualche volta ho l'impressione che abbiamo perso o stiamo progressivamente perdendo le capacità di comprendere il mondo che ci circonda. E la cosa ancora peggiore è che oltretutto mi sembra che sia sempre più importante non tanto capire il mondo ma consumarlo. La società dei consumi non è così interessata ad avere cittadini che si impegnino e perdano troppo tempo a capire le cose. E' invece molto più interessata ad avere cittadini che "ciuccino" il maggior numero di cose possibili, in maniera veloce, semplice e diretta, senza pensarci su troppo. E allo stesso tempo è anche interessata ad avere cittadini che producano (di tutto) in modi sempre più veloci. In questo i computer ci danno un grande aiuto, sia per la velocità con cui operano che per la loro capacità di riutilizzare materiali e standardizzare procedure.
Il consumismo ha la necessità di darci le cose in forma predigerita, non può attendere le nostre riflessioni. E' necessario che l'oggettiva complessità del mondo sia mascherata o sostituita da qualcosa di più semplice. Le forme trite e ritrite dell'industria culturale dominante sono un esempio illuminante.
Il messaggio credo che sia chiaro: oltre un certo livello non è più conveniente capire. Almeno per la maggior parte di noi.
domenica 14 ottobre 2018
domenica 9 settembre 2018
La religione tra Pascal e Russel
Io credo che la maggior parte delle persone che si dicono più o meno credenti abbiano una religiosità conveniente e acritica. Conveniente come nella scommessa su Dio di Pascal. Acritica come nella Teiera di Russel.
La scommessa su Dio di Pascal
Pascal negò che possiamo sapere con certezza che Dio esiste o no (posizione agnostica). Tale constatazione però non ci conduce su una posizione di agnosticismo permanente perché noi dovremmo scommettere su Dio. In questa situazione (di inconoscibilità) la scelta a favore di Dio è la più ragionevole. Se vinciamo la scommessa vinciamo tutto, se perdiamo, non perdiamo niente.
In questo ragionamento a dir la verità ci sono almeno due punti deboli. Se il Dio è quello cristiano (Pascal si riferiva a quello) c'è un prezzo da pagare su questa scommessa, che è quello di tener fede ad un preciso comportamento morale. Ma questo, nella nostra ormai libera e un po' sportiva interpretazione del cristianesimo, si traduce in una serie di principi piuttosto facili da rispettare e perfino condivisibili anche da molti non credenti. Un po' più problematica è la questione del pluralismo religioso, Su chi scommettiamo? La scommessa non è più così conveniente. Anche in questo caso però si può cercare di uscirne fuori il più decentemente possibile assumendo più o meno implicitamente la nostra religione come quella vera (?) o, ancora peggio, facendo un mezzo pastrocchio con le altre religioni (in fondo sono tutte uguali, Dio è uno, le religioni sono interpretazioni di una stessa verità. Si, ma quale?)
La teiera di Russel
Se io sostenessi che tra la terra e marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al sole su un'orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un'intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l'esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l'esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all'attenzione dello psichiatra in età illuminata o dell'inquisizione in un tempo antecedente.
Non sembrerebbe ma è piuttosto facile portarsi appresso per un'intera vita un pensiero acritico, appreso in tenera età, ereditato dalle generazioni precedenti quasi come un fattore biologico, sclerotizzato in secoli di storia culturale tanto da sembrare naturale e scontato come mangiare una mela.
La scommessa su Dio di Pascal
Pascal negò che possiamo sapere con certezza che Dio esiste o no (posizione agnostica). Tale constatazione però non ci conduce su una posizione di agnosticismo permanente perché noi dovremmo scommettere su Dio. In questa situazione (di inconoscibilità) la scelta a favore di Dio è la più ragionevole. Se vinciamo la scommessa vinciamo tutto, se perdiamo, non perdiamo niente.
In questo ragionamento a dir la verità ci sono almeno due punti deboli. Se il Dio è quello cristiano (Pascal si riferiva a quello) c'è un prezzo da pagare su questa scommessa, che è quello di tener fede ad un preciso comportamento morale. Ma questo, nella nostra ormai libera e un po' sportiva interpretazione del cristianesimo, si traduce in una serie di principi piuttosto facili da rispettare e perfino condivisibili anche da molti non credenti. Un po' più problematica è la questione del pluralismo religioso, Su chi scommettiamo? La scommessa non è più così conveniente. Anche in questo caso però si può cercare di uscirne fuori il più decentemente possibile assumendo più o meno implicitamente la nostra religione come quella vera (?) o, ancora peggio, facendo un mezzo pastrocchio con le altre religioni (in fondo sono tutte uguali, Dio è uno, le religioni sono interpretazioni di una stessa verità. Si, ma quale?)
La teiera di Russel
Se io sostenessi che tra la terra e marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al sole su un'orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un'intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l'esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l'esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all'attenzione dello psichiatra in età illuminata o dell'inquisizione in un tempo antecedente.
Non sembrerebbe ma è piuttosto facile portarsi appresso per un'intera vita un pensiero acritico, appreso in tenera età, ereditato dalle generazioni precedenti quasi come un fattore biologico, sclerotizzato in secoli di storia culturale tanto da sembrare naturale e scontato come mangiare una mela.
sabato 1 settembre 2018
Il catechismo nei miei ricordi
Io me lo ricordo bene il catechismo, in chiesa per la preparazione alla prima comunione e alla cresima, a scuola durante l'ora di religione (era un catechismo anche quello, almeno fino a che abbiamo deciso di seguirlo). E ricordo bene il suo doppio aspetto, confortante e insoddisfacente al tempo stesso. E' stato un denominatore comune di tutta l'educazione cattolica ricevuta in quegli anni.
Il conforto dell'esistenza di un dio giusto e di un'esistenza infinita non gratuita ma legata al rigore morale del proprio vivere quotidiano era il messaggio centrale, che però eludeva sistematicamente la problematicità dell'idea di Dio, del perché per esempio quel dio e non un altro, visto che ce ne sono e ce ne sono stati tanti altri (una cosa forse banale? Non credo proprio). Come se quel problema dovesse essere di fatto solo un problema tuo. O non dovesse essere affatto un problema.
Forse la cosa per me più sconcertante, soprattutto da un certo punto in poi, era che in tutte le discussioni religiose l'esistenza del dio cristiano, con quasi tutte le caratteristiche che le scritture bibliche gli conferivano (almeno quelle evangeliche), era semplicemente data per scontata, quasi un punto di partenza. Il problema di cui parlavo prima era in pratica già risolto (sono arrivato tardi nella discussione?).
Il catechismo era in pratica un racconto già fatto da qualcun altro, non riusciva quasi mai a discostarsi da questo atteggiamento. Gli insegnamenti morali che ne derivavano poggiavano su una verità non discussa e probabilmente non discutibile (una verità rivelata, come dicono i cattolici). Era un catechismo di risposte, un po' come la FAQ del compendio formulato qualche anno fa dalla CEI al tempo di Ratzinger.
Non che un cattolico non debba avere dubbi o non debba avere una sua dimensione di ricerca (immagino) ma a me proprio questa dimensione è sempre apparsa essenzialmente ipocrita in quanto convogliata quasi inavvertitamente su binari noti. Faccio fatica a comprendere una sincera ricerca personale di Dio (qualunque cosa voglia dire questo) quando hai un contorno predefinito così ricco, ben delineato e in gran parte ingiustificato (testi sacri, santi, dogmi, misteri codificati, ecc.). Secondo me un qualsiasi percorso spirituale personale dovrebbe anzitutto liberarsi da tutto questo pesante contorno di storia e di tradizione e procedere il più liberamente possibile, forse senza neanche più tornare indietro.
Le sovrastrutture del cattolicesimo sono così pesanti che l'ipocrisia nei loro confronti diventa la normalità. In questo senso l'episodio peggiore vissuto è stato quel blando catechismo imposto per il matrimonio. Sapere di dover parlare di certe cose in un certo modo, vedere le persone che fanno solo si con la testa, intuire che i problemi veri del matrimonio erano tutti ben lontani da quelle assemblee parrocchiali pomeridiane, è stata un'esperienza di frustrazione che non mi consentiva di concedere oltre a questa pseudo-religiosità.
Alla fine, per questi motivi, con il passare del tempo, l'unico pensiero sincero sopravvissuto è quello di una religione istituzionale che svolge diligentemente il suo millenario compito di strumento di potere, di controllo sociale, peraltro con un'efficacia probabilmente mai eguagliata nella storia. Il conforto dell'idea di una vita ultraterrena riscattata con un comportamento "appropriato" durante quella terrena, e una sostanziale rassegnazione alle ingiustizie del mondo ("i poveri ci stanno, dobbiamo pensare anche a loro ogni tanto", "io sono povero, il Signore per me questo ha voluto, imperscrutabili sono le sue ragioni, sia fatta la sua volontà") sono i suoi ingredienti principali.
Una volta lessi la seguente frase: "quando affermate di possedere la verità (la giusta interpretazione di qualcosa) state cercando di ottenere potere e controllo sugli altri".
Il conforto dell'esistenza di un dio giusto e di un'esistenza infinita non gratuita ma legata al rigore morale del proprio vivere quotidiano era il messaggio centrale, che però eludeva sistematicamente la problematicità dell'idea di Dio, del perché per esempio quel dio e non un altro, visto che ce ne sono e ce ne sono stati tanti altri (una cosa forse banale? Non credo proprio). Come se quel problema dovesse essere di fatto solo un problema tuo. O non dovesse essere affatto un problema.
Forse la cosa per me più sconcertante, soprattutto da un certo punto in poi, era che in tutte le discussioni religiose l'esistenza del dio cristiano, con quasi tutte le caratteristiche che le scritture bibliche gli conferivano (almeno quelle evangeliche), era semplicemente data per scontata, quasi un punto di partenza. Il problema di cui parlavo prima era in pratica già risolto (sono arrivato tardi nella discussione?).
Il catechismo era in pratica un racconto già fatto da qualcun altro, non riusciva quasi mai a discostarsi da questo atteggiamento. Gli insegnamenti morali che ne derivavano poggiavano su una verità non discussa e probabilmente non discutibile (una verità rivelata, come dicono i cattolici). Era un catechismo di risposte, un po' come la FAQ del compendio formulato qualche anno fa dalla CEI al tempo di Ratzinger.
Non che un cattolico non debba avere dubbi o non debba avere una sua dimensione di ricerca (immagino) ma a me proprio questa dimensione è sempre apparsa essenzialmente ipocrita in quanto convogliata quasi inavvertitamente su binari noti. Faccio fatica a comprendere una sincera ricerca personale di Dio (qualunque cosa voglia dire questo) quando hai un contorno predefinito così ricco, ben delineato e in gran parte ingiustificato (testi sacri, santi, dogmi, misteri codificati, ecc.). Secondo me un qualsiasi percorso spirituale personale dovrebbe anzitutto liberarsi da tutto questo pesante contorno di storia e di tradizione e procedere il più liberamente possibile, forse senza neanche più tornare indietro.
Le sovrastrutture del cattolicesimo sono così pesanti che l'ipocrisia nei loro confronti diventa la normalità. In questo senso l'episodio peggiore vissuto è stato quel blando catechismo imposto per il matrimonio. Sapere di dover parlare di certe cose in un certo modo, vedere le persone che fanno solo si con la testa, intuire che i problemi veri del matrimonio erano tutti ben lontani da quelle assemblee parrocchiali pomeridiane, è stata un'esperienza di frustrazione che non mi consentiva di concedere oltre a questa pseudo-religiosità.
Alla fine, per questi motivi, con il passare del tempo, l'unico pensiero sincero sopravvissuto è quello di una religione istituzionale che svolge diligentemente il suo millenario compito di strumento di potere, di controllo sociale, peraltro con un'efficacia probabilmente mai eguagliata nella storia. Il conforto dell'idea di una vita ultraterrena riscattata con un comportamento "appropriato" durante quella terrena, e una sostanziale rassegnazione alle ingiustizie del mondo ("i poveri ci stanno, dobbiamo pensare anche a loro ogni tanto", "io sono povero, il Signore per me questo ha voluto, imperscrutabili sono le sue ragioni, sia fatta la sua volontà") sono i suoi ingredienti principali.
Una volta lessi la seguente frase: "quando affermate di possedere la verità (la giusta interpretazione di qualcosa) state cercando di ottenere potere e controllo sugli altri".
domenica 26 agosto 2018
Preoccupazioni sulla Scienza come cultura condivisa
In un precedente post che parlava di scienza e democrazia avevo concluso con una frase un po' preoccupata: "Una società che abbia raggiunto uno stato avanzato di conoscenza scientifica e convivenza democratica non è detto che abbia la capacità di mantenerli, non è detto che non vadano persi". Poco tempo fa ho avuto l'occasione di ripensarci su e di definire meglio questa mia preoccupazione, almeno per quanto riguarda la scienza.
Come dicono alcuni storici il metodo scientifico è nato una sola volta nella storia della civiltà, e lo ha fatto nella Grecia classica ed ellenistica. La scienza moderna del seicento è sostanzialmente una operazione di recupero e rielaborazione conseguente al Rinascimento. Quello che voglio dire è che la scienza è il frutto di una cultura nata e cresciuta in particolari momenti storici e non riproducibile in qualsiasi contesto, come se fosse un dato esterno. Il metodo scientifico si è rivelato un prodotto culturale efficacissimo nel consentire la costruzione di conoscenze del mondo naturale ma presuppone una larga condivisione di queste conoscenze, e non solo tra gli addetti ai lavori. Se la scienza non rimane un dato culturale fortemente condiviso dalla civiltà che la produce è probabilmente destinata ad una involuzione i cui effetti nel tempo sono difficilmente prevedibili e non certo incoraggianti.
La scienza nei suoi ultimi tre secoli di storia ha avuto una accelerazione spettacolare che l'ha portata ad un grado di complessità elevatissimo e le ha consentito di produrre un numero incredibile di risultati tanto da essersi guadagnata un posto particolare nella cultura umana. Ma proprio questo posto particolare rischia di essere un problema. Io credo che la maggior parte dei cittadini di cultura media percepiscano la scienza come un corpo estraneo, piena di tanti bei risultati ormai perlopiù totalmente incomprensibili, fonte di una tecnologia sempre più ricca con la quale però non se ne colgono più i collegamenti logici. Le cose funzionano in un certo modo, perché? Boh, lo dicono gli scienziati. Ma chi sono questi scienziati? Questa alienazione secondo me è preoccupante. Se il cittadino non capisce da dove arrivano le conoscenze o come si costruiscono gli rimane in mano solo un pericoloso principio di autorità su cui prima o poi si sentirà in diritto di esercitare legittimamente la sua libertà di pensiero.
Per molte persone quello che dice la scienza è da considerare alla stregua di una qualunque opinione, il peculiare processo di conoscenza scientifica, che la pone ben al di sopra della formulazione di una semplice opinione, è totalmente ignorato. Al risultato consolidato e largamente condiviso dalla comunità scientifica si può tranquillamente contrapporre il "parere" isolato di un qualche "illustre scienziato" perché sostanzialmente non si comprende la differenza nei metodi.
La situazione a me sembra preoccupante anche dal lato dei comportamenti della comunità scientifica, che in generale non si preoccupa molto di spiegare la scienza perché la scienza si giustifica da sola, il suo valore è scontato, dato per acquisito. Si moltiplicano così le reazioni infastidite degli scienziati attaccati su più fronti in modo irrazionale da un "popolo bue" a cui non possono far altro che contrapporre nozioni imposte da un principio di autorità che, ahimè, è esattamente l'opposto della cultura scientifica, contribuendo quindi in buona misura ad affossarla ulteriormente.
Solo delle buone strutture educative (che evidentemente al momento non stanno funzionando poi così bene) possono farci uscire da questo preoccupante circolo vizioso.
Come dicono alcuni storici il metodo scientifico è nato una sola volta nella storia della civiltà, e lo ha fatto nella Grecia classica ed ellenistica. La scienza moderna del seicento è sostanzialmente una operazione di recupero e rielaborazione conseguente al Rinascimento. Quello che voglio dire è che la scienza è il frutto di una cultura nata e cresciuta in particolari momenti storici e non riproducibile in qualsiasi contesto, come se fosse un dato esterno. Il metodo scientifico si è rivelato un prodotto culturale efficacissimo nel consentire la costruzione di conoscenze del mondo naturale ma presuppone una larga condivisione di queste conoscenze, e non solo tra gli addetti ai lavori. Se la scienza non rimane un dato culturale fortemente condiviso dalla civiltà che la produce è probabilmente destinata ad una involuzione i cui effetti nel tempo sono difficilmente prevedibili e non certo incoraggianti.
La scienza nei suoi ultimi tre secoli di storia ha avuto una accelerazione spettacolare che l'ha portata ad un grado di complessità elevatissimo e le ha consentito di produrre un numero incredibile di risultati tanto da essersi guadagnata un posto particolare nella cultura umana. Ma proprio questo posto particolare rischia di essere un problema. Io credo che la maggior parte dei cittadini di cultura media percepiscano la scienza come un corpo estraneo, piena di tanti bei risultati ormai perlopiù totalmente incomprensibili, fonte di una tecnologia sempre più ricca con la quale però non se ne colgono più i collegamenti logici. Le cose funzionano in un certo modo, perché? Boh, lo dicono gli scienziati. Ma chi sono questi scienziati? Questa alienazione secondo me è preoccupante. Se il cittadino non capisce da dove arrivano le conoscenze o come si costruiscono gli rimane in mano solo un pericoloso principio di autorità su cui prima o poi si sentirà in diritto di esercitare legittimamente la sua libertà di pensiero.
Per molte persone quello che dice la scienza è da considerare alla stregua di una qualunque opinione, il peculiare processo di conoscenza scientifica, che la pone ben al di sopra della formulazione di una semplice opinione, è totalmente ignorato. Al risultato consolidato e largamente condiviso dalla comunità scientifica si può tranquillamente contrapporre il "parere" isolato di un qualche "illustre scienziato" perché sostanzialmente non si comprende la differenza nei metodi.
La situazione a me sembra preoccupante anche dal lato dei comportamenti della comunità scientifica, che in generale non si preoccupa molto di spiegare la scienza perché la scienza si giustifica da sola, il suo valore è scontato, dato per acquisito. Si moltiplicano così le reazioni infastidite degli scienziati attaccati su più fronti in modo irrazionale da un "popolo bue" a cui non possono far altro che contrapporre nozioni imposte da un principio di autorità che, ahimè, è esattamente l'opposto della cultura scientifica, contribuendo quindi in buona misura ad affossarla ulteriormente.
Solo delle buone strutture educative (che evidentemente al momento non stanno funzionando poi così bene) possono farci uscire da questo preoccupante circolo vizioso.
domenica 29 luglio 2018
Compito sui vaccini
Domande:
1. I vaccini sono efficaci contro le malattie e le epidemie? Sono vantaggiosi per l'individuo e per la società?
2. Le vaccinazioni hanno un'incidenza negativa sulla salute dell'individuo? E in che misura?
3. Chi può rispondere in maniera affidabile alle prime due domande?
4. In che misura lo Stato può imporre un trattamento sanitario obbligatorio ai suoi cittadini, limitandone la libertà di scelta di cura e imponendo loro un rischio, sia pur piccolo, per la loro salute?
5. Cosa possiamo concludere?
Risposte:
1. I vaccini hanno ampiamente dimostrato di fornire al singolo un'efficace protezione da alcune importanti malattie infettive e, applicati su larga scala nella società, si sono rivelati efficaci nell'arginare l'azione delle epidemie fino addirittura in alcuni casi a debellare completamente l'agente infettivo.
2. Come tutti i farmaci e tutti i trattamenti sanitari anche i vaccini possono avere delle controindicazioni. In campo sanitario a qualunque azione con conseguenze benefiche sulla salute dell'individuo è associato un fattore di rischio di una qualche entità. I rischi a cui si può andare incontro sono sempre definiti in senso statistico (sono associati a delle probabilità) e non possono essere calcolati esattamente per ciascun individuo. Si può fare in modo di minimizzarli ma le procedure per farlo hanno dei limiti, tra questi anche i costi e le risorse impiegate. Per cui l'approccio più razionale è quello di confrontare i benefici con i rischi e prendere una decisione di conseguenza. Un rischio è la combinazione di due elementi, la probabilità che accada e il suo impatto sulla salute. L'indice che deve rimanere basso è qualcosa di quantitativo che dipende dal prodotto di questi due elementi. Posso trascurare un rischio sia se la sua probabilità è significativa ma l'impatto trascurabile sia viceversa. In questo senso il rischio dei vaccini sembra essere sempre estremamente basso, stando sia alle statistiche che alla valutazione della stragrande maggioranza dei medici.
3. Le questioni poste nelle prime due domande andrebbero il più possibile trattate quantitativamente, facendo riferimento sia a conoscenze mediche sia a una grande quantità di dati sanitari trattati con strumenti statistici. Entrambe queste risorse possono essere correttamente valutate in primo luogo da professionisti ed esperti. Questo in una qualsiasi disciplina scientifica (e anche in molte altre) è sempre vero. Occorrono conoscenze specialistiche per valutare correttamente una qualsiasi terapia. E occorre una popolazione mediamente colta per comprendere anche solo a grandi linee le scelte degli specialisti. La comunicazione scientifica si basa su due elementi essenziali: la capacità e la volontà di trasmettere informazioni corrette da parte dei media e la giusta preparazione culturale da parte di chi viene informato. A questo aggiungerei anche la necessità di un rapporto di fiducia tra scienziati e cittadini, che viene meno se questi ultimi non hanno un adeguato livello culturale. Pensare ad esempio che la comunità scientifica internazionale sia eterodiretta da ipotetici poteri forti è un segnale della mancanza di questo indispensabile livello culturale minimo.
4. Relativamente all'assunzione di un farmaco la cosa migliore sarebbe informare il paziente sia dei benefici che se ne trarranno sia di tutti i possibili rischi, ciascuno possibilmente con le indicazioni precise di impatto e probabilità. Quindi lasciare libero il paziente, o chi ne è responsabile, di decidere liberamente se assumere il farmaco o meno. Nel caso però delle vaccinazioni la situazione è più complessa in quanto l'efficacia del farmaco non può essere valutata solo sul singolo individuo quanto sull'intero gruppo che condivide gli stessi ambienti di vita. Il motivo è abbastanza evidente, se su cento persone ne vaccino solo dieci l'agente infettivo si propagherà indisturbato sui restanti novanta. Tra questi si genererà spontaneamente una certa quantità di immunizzati ma normalmente questo numero non è sufficiente a combattere la diffusione della malattia, e il suo carattere epidemico non verrà mai messo sotto controllo. Si può immaginare che stando a questa idea generale e studiando statisticamente il problema si possa arrivare a definire delle percentuali minime di vaccinati in una popolazione e questo è esattamente quello che ci dicono gli esperti, fornendoci una percentuale di riferimento pari al 95%. Si tratta di una percentuale molto alta che probabilmente non si riesce ad ottenere lasciando i cittadini pienamente liberi di decidere. In tal caso l'intervento dello stato con leggi che obbligano al trattamento vaccinale può essere risolutivo.
5. La questione delicata è che si deve sovrapporre al bilancio tra benefici e rischi del singolo individuo un'analoga valutazione sull'intera società. Ed entrambe le cose hanno l'una un feedback sull'altra. In qualche modo le due valutazioni, sull'individuo e sulla società, sono indivisibili. Vaccinare l'individuo accettando i minimi rischi associati migliora il livello di salute del gruppo e di consenguenza anche dell'individuo stesso. Non vaccinare l'individuo rispettando la sua libertà di scelta e quindi la sua libertà di non voler correre rischi porta un danno al gruppo e di conseguenza all'individuo stesso, a meno che la percentuale dei non vaccinati sia estremamente bassa. In quest'ultimo caso esercitare la propria libertà di non vaccinarsi porta il doppio beneficio di non correre rischi associati al vaccino e di vivere allo stesso tempo in un gruppo sano (perchè vaccinato in larga maggioranza). In tale contesto la cosiddetta "libertà di scelta" diventa una paraculata.
1. I vaccini sono efficaci contro le malattie e le epidemie? Sono vantaggiosi per l'individuo e per la società?
2. Le vaccinazioni hanno un'incidenza negativa sulla salute dell'individuo? E in che misura?
3. Chi può rispondere in maniera affidabile alle prime due domande?
4. In che misura lo Stato può imporre un trattamento sanitario obbligatorio ai suoi cittadini, limitandone la libertà di scelta di cura e imponendo loro un rischio, sia pur piccolo, per la loro salute?
5. Cosa possiamo concludere?
Risposte:
1. I vaccini hanno ampiamente dimostrato di fornire al singolo un'efficace protezione da alcune importanti malattie infettive e, applicati su larga scala nella società, si sono rivelati efficaci nell'arginare l'azione delle epidemie fino addirittura in alcuni casi a debellare completamente l'agente infettivo.
2. Come tutti i farmaci e tutti i trattamenti sanitari anche i vaccini possono avere delle controindicazioni. In campo sanitario a qualunque azione con conseguenze benefiche sulla salute dell'individuo è associato un fattore di rischio di una qualche entità. I rischi a cui si può andare incontro sono sempre definiti in senso statistico (sono associati a delle probabilità) e non possono essere calcolati esattamente per ciascun individuo. Si può fare in modo di minimizzarli ma le procedure per farlo hanno dei limiti, tra questi anche i costi e le risorse impiegate. Per cui l'approccio più razionale è quello di confrontare i benefici con i rischi e prendere una decisione di conseguenza. Un rischio è la combinazione di due elementi, la probabilità che accada e il suo impatto sulla salute. L'indice che deve rimanere basso è qualcosa di quantitativo che dipende dal prodotto di questi due elementi. Posso trascurare un rischio sia se la sua probabilità è significativa ma l'impatto trascurabile sia viceversa. In questo senso il rischio dei vaccini sembra essere sempre estremamente basso, stando sia alle statistiche che alla valutazione della stragrande maggioranza dei medici.
3. Le questioni poste nelle prime due domande andrebbero il più possibile trattate quantitativamente, facendo riferimento sia a conoscenze mediche sia a una grande quantità di dati sanitari trattati con strumenti statistici. Entrambe queste risorse possono essere correttamente valutate in primo luogo da professionisti ed esperti. Questo in una qualsiasi disciplina scientifica (e anche in molte altre) è sempre vero. Occorrono conoscenze specialistiche per valutare correttamente una qualsiasi terapia. E occorre una popolazione mediamente colta per comprendere anche solo a grandi linee le scelte degli specialisti. La comunicazione scientifica si basa su due elementi essenziali: la capacità e la volontà di trasmettere informazioni corrette da parte dei media e la giusta preparazione culturale da parte di chi viene informato. A questo aggiungerei anche la necessità di un rapporto di fiducia tra scienziati e cittadini, che viene meno se questi ultimi non hanno un adeguato livello culturale. Pensare ad esempio che la comunità scientifica internazionale sia eterodiretta da ipotetici poteri forti è un segnale della mancanza di questo indispensabile livello culturale minimo.
4. Relativamente all'assunzione di un farmaco la cosa migliore sarebbe informare il paziente sia dei benefici che se ne trarranno sia di tutti i possibili rischi, ciascuno possibilmente con le indicazioni precise di impatto e probabilità. Quindi lasciare libero il paziente, o chi ne è responsabile, di decidere liberamente se assumere il farmaco o meno. Nel caso però delle vaccinazioni la situazione è più complessa in quanto l'efficacia del farmaco non può essere valutata solo sul singolo individuo quanto sull'intero gruppo che condivide gli stessi ambienti di vita. Il motivo è abbastanza evidente, se su cento persone ne vaccino solo dieci l'agente infettivo si propagherà indisturbato sui restanti novanta. Tra questi si genererà spontaneamente una certa quantità di immunizzati ma normalmente questo numero non è sufficiente a combattere la diffusione della malattia, e il suo carattere epidemico non verrà mai messo sotto controllo. Si può immaginare che stando a questa idea generale e studiando statisticamente il problema si possa arrivare a definire delle percentuali minime di vaccinati in una popolazione e questo è esattamente quello che ci dicono gli esperti, fornendoci una percentuale di riferimento pari al 95%. Si tratta di una percentuale molto alta che probabilmente non si riesce ad ottenere lasciando i cittadini pienamente liberi di decidere. In tal caso l'intervento dello stato con leggi che obbligano al trattamento vaccinale può essere risolutivo.
5. La questione delicata è che si deve sovrapporre al bilancio tra benefici e rischi del singolo individuo un'analoga valutazione sull'intera società. Ed entrambe le cose hanno l'una un feedback sull'altra. In qualche modo le due valutazioni, sull'individuo e sulla società, sono indivisibili. Vaccinare l'individuo accettando i minimi rischi associati migliora il livello di salute del gruppo e di consenguenza anche dell'individuo stesso. Non vaccinare l'individuo rispettando la sua libertà di scelta e quindi la sua libertà di non voler correre rischi porta un danno al gruppo e di conseguenza all'individuo stesso, a meno che la percentuale dei non vaccinati sia estremamente bassa. In quest'ultimo caso esercitare la propria libertà di non vaccinarsi porta il doppio beneficio di non correre rischi associati al vaccino e di vivere allo stesso tempo in un gruppo sano (perchè vaccinato in larga maggioranza). In tale contesto la cosiddetta "libertà di scelta" diventa una paraculata.
venerdì 13 luglio 2018
Il programma di ricerca della meridiana di San Petronio
Se si entra nella basilica di S. Petronio a Bologna si può notare una striscia metallica molto lunga incastrata nel pavimento con un'orientazione singolare, sghemba rispetto alla direzione longitudinale della basilica. Si tratta di una meridiana, ovvero di uno strumento di misura della posizione del sole rispetto alla terra. La luce del sole entra da un piccolo foro (detto foro gnomonico) posto a circa 27 metri di altezza sul tetto della navata sinistra. Si tratta della meridiana più lunga del mondo, misura circa 67 metri, pari alla seicentomillesima parte della circonferenza terrestre. Ma non è questo primato la cosa più interessante di questo strumento.
La realizzazione di questa meridiana, così come la vediamo ancora oggi, è dovuta a Gian Domenico Cassini, importante scienziato italiano del seicento, di poco posteriore a Galileo. Risale al 1657 e sostituisce una precedente meridiana, più piccola, realizzata nel 1575 dal domenicano Ignazio Danti.
Non è facile rendersi conto a distanza di così tanto tempo dell'importanza di un'opera del genere. In una visita a San Petronio risulta poco più che una curiosità dentro un'architettura affascinante. In realtà si tratta di uno degli strumenti scientifici più importanti e costosi dell'epoca, dietro il quale c'era un programma di ricerca ambizioso, che diede notorietà internazionale (e soldi) al suo ideatore. Facendo le dovute proporzioni è un po' come parlare oggi degli esperimenti LHC o LIGO. In seguito a questo lavoro Cassini fu chiamato negli anni successivi a dirigere il nuovo Osservatorio di Parigi, presso l'Académie des Sciences, dove fece importanti scoperte osservative in campo astronomico, la più famosa delle quali è la Divisione di Cassini negli anelli di Saturno. Forse la sua si può considerare una delle prime "fughe di cervelli" dall'Italia. La causa era la diffusione di istituzioni scientifiche prestigiose finanziate dai grandi stati nazionali quali Francia e Inghilterra, a fronte di una situazione italiana frammentata in tante realtà politiche di piccole dimensioni per le quali era quasi sempre impossibile avere le risorse per creare istituzioni in grado di attirare gli scienziati dell'epoca.
Per la verità c'era anche un altro motivo che allontanava certi scienziati dall'Italia, in particolare quelli che si interessavano di astronomia, che aveva già fatto le sue illustri vittime e che continuava ad essere un problema non facilmente eludibile: la presenza ingombrante della Chiesa Cattolica. Anche per questo motivo risulta interessante il programma di ricerca portato avanti da Cassini, che non aveva nessuna intenzione di fare la fine di Galileo.
L'obiettivo principale e dichiarato del programma di ricerca che Cassini intendeva portare avanti con il suo nuovo strumento (che lui chiamava "eliometro") era quello di determinare con la massima accuratezza la lunghezza dell'anno solare. Per farlo occorreva misurare il tempo trascorso tra due passaggi successivi del sole all'equinozio di primavera. Le dimensioni dello strumento avrebbero assicurato una precisione nelle misure mai raggiunta prima. Il motivo principale che spingeva a realizzare questa misura era la verifica della correttezza della riforma gregoriana del calendario.
In pratica la situazione era la seguente: il calendario Giuliano era basato sull'ipotesi che la durata dell'anno solare fosse esattamente pari a 365,25 giorni. Questo significava che per riallineare l'anno civile (365 giorni esatti) con quello solare occorreva introdurre un giorno in più ogni 4 anni. Questa correzione però con il passare dei secoli introdusse comunque uno sfasamento tra anno civile e anno solare riscontrabile nelle misure di posizione del sole e nell'anticipo delle stagioni. Il motivo era evidentemente riconducibile al fatto che la durata dell'anno solare non era esattamente pari a 365,25 giorni bensì qualcosa di meno (circa 365,2422). La riforma Gregoriana del 1582 recuperava lo sfasamento accumulato durante i secoli (si decretò che il giorno successivo al giovedì 4 ottobre 1582 fosse il venerdì 15 ottobre) e per il futuro fu stabilito di sopprimere tre anni bisestili ogni quattro secoli, mantenendo bisestile solo gli anni secolari che risultano divisibili per 400. Ma la efficacia di quest'ultimo provvedimento era chiaramente legata alla conoscenza precisa dell'anno solare, quindi una misura accurata di questo intervallo di tempo avrebbe confermato o meno quanto stabilito dalla riforma. In particolare si voleva capire se conveniva sopprimere l'anno bisestile del 1700 come previsto oppure no.
Le misure effettuate da Cassini con il suo eliometro confermarono la bontà della riforma Gregoriana, quindi furono non bisestili il 1700, il 1800 e il 1900. Altre importanti misure seguirono, come ad esempio misure sulla rifrazione (differenza tra altezza reale e altezza apparente di un astro sopra l'orizzonte), misure sull'obliquità dell'eclittica, misure del diametro del sole. Da notare però che tutte queste misure si riferiscono (anche nei termini e nel linguaggio) a movimenti del sole, nel pieno rispetto della visione tolemaica dell'universo.
Ma c'era un secondo importante obiettivo nel programma di ricerca di Cassini. La seconda legge di Keplero, formulata per la prima volta nel 1609, sostiene che il raggio vettore che unisce la terra al sole descrive aree uguali in tempi uguali e che questo vale per tutti i pianeti. In altre parole significa anche dire che "la Terra ha una velocità maggiore quando è più vicina al Sole e si muove più lentamente quando è più lontana". L'obiettivo di Cassini era proprio quello di trovare dati osservativi che corroborassero questa affermazione. E' da notare però che a differenza di quanto detto prima in questo caso non si parla più di moto del sole attorno alla terra bensì il contrario, in quanto le leggi di Keplero sono state dedotte studiando il moto dei pianeti come un moto di rivoluzione attorno al sole, e la terra in questo caso viene semplicemente annoverata nella famiglia dei pianeti che ruotano attorno al sole.
Quindi questo elemento del vasto programma di ricerca di Cassini si inseriva direttamente nella delicata controversia tra coloro che, seguendo Aristotele e Claudio Tolomeo, ritenevano il moto del Sole circolare e uniforme, intorno alla Terra immobile, e coloro che ritenevano, invece, seguendo Niccolò Copernico e Galilei, che la Terra fosse in moto intorno al Sole e che il moto del Sole fosse, quindi, solo apparente. La visione copernicana dell'universo era all'epoca ancora ampiamente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche, l'abiura di Galileo risale a poco più di vent'anni prima dell'episodio che stiamo raccontando.
Ma in che modo Cassini voleva verificare la seconda legge di Keplero?
Il dato osservativo ben noto di partenza era il seguente: il moto del sole nel cielo è più lento d'estate che d'inverno, inoltre da misure del disco solare è possibile dedurre che proprio d'estate il sole è più lontano dalla terra. La spiegazione nell'ambito della teoria Tolemaica è semplice, l'allontanamento del sole dalla terra nella stagione estiva fa apparire il suo moto più lento. In tal caso però dovrebbe esserci una correlazione precisa tra la lontananza del sole dalla terra (quindi le dimensioni del suo disco nel cielo) e la variazione della sua velocità. Attraverso l'uso di uno strumento di grande precisione sarebbe stato possibile verificare o meno questa correlazione. L'eliometro di Cassini si rivelava particolarmente adatto sia per le sue dimensioni, e quindi la sua precisione nelle misure di posizione del sole, sia per la sua capacità di fare misure anch'esse molto precise delle dimensioni del disco solare.
Cassini riuscì a determinare le variazioni del diametro solare, con la precisione di circa un minuto d'arco, misurando le dimensioni dell'immagine proiettata sul pavimento della chiesa. In tal modo verificò che, nel corso dell'anno, il diametro del Sole (quindi la sua distanza) non diminuiva nello stesso modo in cui diminuiva la sua velocità, il che voleva dire che la diminuzione di velocità non era apparente, ma reale: era la prima conferma osservativa eseguita al mondo della seconda legge di Keplero. Con la meridiana di San Petronio Cassini ha dato un contributo importante a favore della teoria eliocentrica mostrando che la Terra può essere trattata come un pianeta, come affermato da Copernico.
La realizzazione di questa meridiana, così come la vediamo ancora oggi, è dovuta a Gian Domenico Cassini, importante scienziato italiano del seicento, di poco posteriore a Galileo. Risale al 1657 e sostituisce una precedente meridiana, più piccola, realizzata nel 1575 dal domenicano Ignazio Danti.
Non è facile rendersi conto a distanza di così tanto tempo dell'importanza di un'opera del genere. In una visita a San Petronio risulta poco più che una curiosità dentro un'architettura affascinante. In realtà si tratta di uno degli strumenti scientifici più importanti e costosi dell'epoca, dietro il quale c'era un programma di ricerca ambizioso, che diede notorietà internazionale (e soldi) al suo ideatore. Facendo le dovute proporzioni è un po' come parlare oggi degli esperimenti LHC o LIGO. In seguito a questo lavoro Cassini fu chiamato negli anni successivi a dirigere il nuovo Osservatorio di Parigi, presso l'Académie des Sciences, dove fece importanti scoperte osservative in campo astronomico, la più famosa delle quali è la Divisione di Cassini negli anelli di Saturno. Forse la sua si può considerare una delle prime "fughe di cervelli" dall'Italia. La causa era la diffusione di istituzioni scientifiche prestigiose finanziate dai grandi stati nazionali quali Francia e Inghilterra, a fronte di una situazione italiana frammentata in tante realtà politiche di piccole dimensioni per le quali era quasi sempre impossibile avere le risorse per creare istituzioni in grado di attirare gli scienziati dell'epoca.
Per la verità c'era anche un altro motivo che allontanava certi scienziati dall'Italia, in particolare quelli che si interessavano di astronomia, che aveva già fatto le sue illustri vittime e che continuava ad essere un problema non facilmente eludibile: la presenza ingombrante della Chiesa Cattolica. Anche per questo motivo risulta interessante il programma di ricerca portato avanti da Cassini, che non aveva nessuna intenzione di fare la fine di Galileo.
L'obiettivo principale e dichiarato del programma di ricerca che Cassini intendeva portare avanti con il suo nuovo strumento (che lui chiamava "eliometro") era quello di determinare con la massima accuratezza la lunghezza dell'anno solare. Per farlo occorreva misurare il tempo trascorso tra due passaggi successivi del sole all'equinozio di primavera. Le dimensioni dello strumento avrebbero assicurato una precisione nelle misure mai raggiunta prima. Il motivo principale che spingeva a realizzare questa misura era la verifica della correttezza della riforma gregoriana del calendario.
In pratica la situazione era la seguente: il calendario Giuliano era basato sull'ipotesi che la durata dell'anno solare fosse esattamente pari a 365,25 giorni. Questo significava che per riallineare l'anno civile (365 giorni esatti) con quello solare occorreva introdurre un giorno in più ogni 4 anni. Questa correzione però con il passare dei secoli introdusse comunque uno sfasamento tra anno civile e anno solare riscontrabile nelle misure di posizione del sole e nell'anticipo delle stagioni. Il motivo era evidentemente riconducibile al fatto che la durata dell'anno solare non era esattamente pari a 365,25 giorni bensì qualcosa di meno (circa 365,2422). La riforma Gregoriana del 1582 recuperava lo sfasamento accumulato durante i secoli (si decretò che il giorno successivo al giovedì 4 ottobre 1582 fosse il venerdì 15 ottobre) e per il futuro fu stabilito di sopprimere tre anni bisestili ogni quattro secoli, mantenendo bisestile solo gli anni secolari che risultano divisibili per 400. Ma la efficacia di quest'ultimo provvedimento era chiaramente legata alla conoscenza precisa dell'anno solare, quindi una misura accurata di questo intervallo di tempo avrebbe confermato o meno quanto stabilito dalla riforma. In particolare si voleva capire se conveniva sopprimere l'anno bisestile del 1700 come previsto oppure no.
Le misure effettuate da Cassini con il suo eliometro confermarono la bontà della riforma Gregoriana, quindi furono non bisestili il 1700, il 1800 e il 1900. Altre importanti misure seguirono, come ad esempio misure sulla rifrazione (differenza tra altezza reale e altezza apparente di un astro sopra l'orizzonte), misure sull'obliquità dell'eclittica, misure del diametro del sole. Da notare però che tutte queste misure si riferiscono (anche nei termini e nel linguaggio) a movimenti del sole, nel pieno rispetto della visione tolemaica dell'universo.
Ma c'era un secondo importante obiettivo nel programma di ricerca di Cassini. La seconda legge di Keplero, formulata per la prima volta nel 1609, sostiene che il raggio vettore che unisce la terra al sole descrive aree uguali in tempi uguali e che questo vale per tutti i pianeti. In altre parole significa anche dire che "la Terra ha una velocità maggiore quando è più vicina al Sole e si muove più lentamente quando è più lontana". L'obiettivo di Cassini era proprio quello di trovare dati osservativi che corroborassero questa affermazione. E' da notare però che a differenza di quanto detto prima in questo caso non si parla più di moto del sole attorno alla terra bensì il contrario, in quanto le leggi di Keplero sono state dedotte studiando il moto dei pianeti come un moto di rivoluzione attorno al sole, e la terra in questo caso viene semplicemente annoverata nella famiglia dei pianeti che ruotano attorno al sole.
Quindi questo elemento del vasto programma di ricerca di Cassini si inseriva direttamente nella delicata controversia tra coloro che, seguendo Aristotele e Claudio Tolomeo, ritenevano il moto del Sole circolare e uniforme, intorno alla Terra immobile, e coloro che ritenevano, invece, seguendo Niccolò Copernico e Galilei, che la Terra fosse in moto intorno al Sole e che il moto del Sole fosse, quindi, solo apparente. La visione copernicana dell'universo era all'epoca ancora ampiamente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche, l'abiura di Galileo risale a poco più di vent'anni prima dell'episodio che stiamo raccontando.
Ma in che modo Cassini voleva verificare la seconda legge di Keplero?
Il dato osservativo ben noto di partenza era il seguente: il moto del sole nel cielo è più lento d'estate che d'inverno, inoltre da misure del disco solare è possibile dedurre che proprio d'estate il sole è più lontano dalla terra. La spiegazione nell'ambito della teoria Tolemaica è semplice, l'allontanamento del sole dalla terra nella stagione estiva fa apparire il suo moto più lento. In tal caso però dovrebbe esserci una correlazione precisa tra la lontananza del sole dalla terra (quindi le dimensioni del suo disco nel cielo) e la variazione della sua velocità. Attraverso l'uso di uno strumento di grande precisione sarebbe stato possibile verificare o meno questa correlazione. L'eliometro di Cassini si rivelava particolarmente adatto sia per le sue dimensioni, e quindi la sua precisione nelle misure di posizione del sole, sia per la sua capacità di fare misure anch'esse molto precise delle dimensioni del disco solare.
Cassini riuscì a determinare le variazioni del diametro solare, con la precisione di circa un minuto d'arco, misurando le dimensioni dell'immagine proiettata sul pavimento della chiesa. In tal modo verificò che, nel corso dell'anno, il diametro del Sole (quindi la sua distanza) non diminuiva nello stesso modo in cui diminuiva la sua velocità, il che voleva dire che la diminuzione di velocità non era apparente, ma reale: era la prima conferma osservativa eseguita al mondo della seconda legge di Keplero. Con la meridiana di San Petronio Cassini ha dato un contributo importante a favore della teoria eliocentrica mostrando che la Terra può essere trattata come un pianeta, come affermato da Copernico.
venerdì 6 luglio 2018
Dentro e fuori il giardino di casa
Tempo fa ho assistito con degli amici ad uno spettacolo di cabaret in un locale romano. Un duetto di comici in cui lei faceva da spalla a lui. Una comicità che funzionava abbastanza bene (loro erano bravi) ma rientrando a casa e anche successivamente ripensavo a quale fosse il limite che al momento della performance avevo intuito ma non del tutto focalizzato. Mi ha aiutato provare a confrontarli con Lillo e Greg, due comici che a me piacciono molto.
La comicità che ho visto quella sera era su temi stereotipati, ecco quello che la indeboliva. Lo erano i temi e anche il modo di trattarli. Il rapporto tra marito e moglie sui vari aspetti della vita quotidiana, sempre gli stessi, lo shopping, il sesso. Il rapporto tra nord e sud, in particolare tra Milano e Roma (nella coppia lei era milanese lui romano). Battute efficaci, ma su temi e con modalità sempre ampiamente prevedibili. Ecco che dice questo, adesso dice quest'altro, tette piccole della moglie, ora parla del sadomaso, di quanto è ridicolo, dei travestimenti da batman, i romani so' sornioni e sfaticati, i milanesi so' tutti isterici, e via di questo passo. Soprattutto sono le modalità del linguaggio comico ad essere ben note.
Effettivamente invece quello che più mi colpisce della comicità di Lillo e Greg è l'originalità, sia dei temi che delle tecniche e modalità usate. Le loro situazioni comiche (quando non le conosco già) sono spiazzanti, assurde perchè inaspettate, magari anche sceme o estremamente semplici ma non sempre te le aspetti, e questo dà decisamente una marcia in più alle loro scene teatrali. Poi ovviamente quando li si segue come me da molto tempo questa originalità si scarica un po' ma al contempo è diventata anche uno stile, un modo di lavorare riconoscibile come una cosa loro.
Eppure i due comici visti l'altra sera, anche se in modo diverso, facevano ridere abbastanza pure loro. La differenza è probabilmente nella qualità del ridere. Quella di certi comici è una comicità più "confortevole", proprio perchè nota, proprio perchè si muove in un terreno conosciuto. Questo divertirsi (con situazioni comiche o con altro) ritrovandosi sempre nelle stesse cose, muovendosi con sicurezza sempre dentro il "proprio giardino di casa" è da molti particolarmente apprezzato. Nel campo della comicità sfocia addirittura nel parossismo dei famosi "tormentoni", molto cari a trasmissioni come Zelig, e che ne hanno in buona parte decretato il successo.
In tutto ciò, e oltre questo semplice esempio, la cosa per me più interessante è il constatare, almeno nella mia esperienza, che proprio tutta l'arte funziona così, dalle forme più semplici e popolari a quelle più complesse (per quello che arrivo a capire), un continuo equilibrio tra battere gli stessi sentieri del proprio giardino e uscir fuori ad esplorare. Se questo equilibrio si sbilancia in un senso o nell'altro il rischio è più o meno sempre quello di annoiarti, anche se per motivi differenti.
La comicità che ho visto quella sera era su temi stereotipati, ecco quello che la indeboliva. Lo erano i temi e anche il modo di trattarli. Il rapporto tra marito e moglie sui vari aspetti della vita quotidiana, sempre gli stessi, lo shopping, il sesso. Il rapporto tra nord e sud, in particolare tra Milano e Roma (nella coppia lei era milanese lui romano). Battute efficaci, ma su temi e con modalità sempre ampiamente prevedibili. Ecco che dice questo, adesso dice quest'altro, tette piccole della moglie, ora parla del sadomaso, di quanto è ridicolo, dei travestimenti da batman, i romani so' sornioni e sfaticati, i milanesi so' tutti isterici, e via di questo passo. Soprattutto sono le modalità del linguaggio comico ad essere ben note.
Effettivamente invece quello che più mi colpisce della comicità di Lillo e Greg è l'originalità, sia dei temi che delle tecniche e modalità usate. Le loro situazioni comiche (quando non le conosco già) sono spiazzanti, assurde perchè inaspettate, magari anche sceme o estremamente semplici ma non sempre te le aspetti, e questo dà decisamente una marcia in più alle loro scene teatrali. Poi ovviamente quando li si segue come me da molto tempo questa originalità si scarica un po' ma al contempo è diventata anche uno stile, un modo di lavorare riconoscibile come una cosa loro.
Eppure i due comici visti l'altra sera, anche se in modo diverso, facevano ridere abbastanza pure loro. La differenza è probabilmente nella qualità del ridere. Quella di certi comici è una comicità più "confortevole", proprio perchè nota, proprio perchè si muove in un terreno conosciuto. Questo divertirsi (con situazioni comiche o con altro) ritrovandosi sempre nelle stesse cose, muovendosi con sicurezza sempre dentro il "proprio giardino di casa" è da molti particolarmente apprezzato. Nel campo della comicità sfocia addirittura nel parossismo dei famosi "tormentoni", molto cari a trasmissioni come Zelig, e che ne hanno in buona parte decretato il successo.
In tutto ciò, e oltre questo semplice esempio, la cosa per me più interessante è il constatare, almeno nella mia esperienza, che proprio tutta l'arte funziona così, dalle forme più semplici e popolari a quelle più complesse (per quello che arrivo a capire), un continuo equilibrio tra battere gli stessi sentieri del proprio giardino e uscir fuori ad esplorare. Se questo equilibrio si sbilancia in un senso o nell'altro il rischio è più o meno sempre quello di annoiarti, anche se per motivi differenti.
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