Recentemente ho visto un film davvero particolare, da vari punti di vista. Cito solo due caratteristiche, che non sono però quelle che mi hanno colpito di più. Anzitutto è un film italiano, ma con dietro una produzione di una consistenza tale da non farlo sembrare un prodotto cinematografico nostrano. Poi l'intero film è parlato in proto-latino (ovviamente con sottotitoli, ma devo dire che qua e là molte battute o mezze battute si capivano). Il motivo è che il film racconta, in modo piuttosto inusuale, la leggenda della fondazione di Roma ad opera di Romolo e Remo, o meglio le vicende precedenti delle popolazioni in lotta per la conquista di territori in cui insediarsi, lungo gli argini del fiume Tevere. Vicende cruente di gente che sopravvive con mezzi primitivi.
La bellezza del film sta proprio nella rappresentazione di una società primitiva. E di questa rappresentazione quello che colpisce di più è il rapporto con la religione, che è anch'essa primitiva ma proprio per questo estremamente potente. Fa riflettere sull'uomo e sui suoi istinti più profondi. La religiosità in quei contesti è perfettamente integrata, armonica a quei gruppi umani e alla loro vita precaria e pericolosa, in balia degli accidenti più banali. Il sovrannaturale è sempre presente, anche se non esplicitato in divinità ben precise. E quest'ultima cosa è interessante. C'è poco o niente di elaborato da una cultura o da una lunga tradizione, poco di rituale. Al contrario colpisce la naturalezza della componente religiosa con cui si misurano tutti, come elemento di conforto, di speranza o di contrasto e ribellione. Le divinità sono più reali dell'habitat naturale in cui si muove la comunità umana, o meglio, sono un elemento concreto di questo habitat.
Anche la vicenda di Romolo e Remo è guidata e determinata dalle loro diverse scelte nei confronti del sovrannaturale. Il tragico epilogo non è altro che la conseguenza del volere degli dei sul destino degli uomini, che nulla possono sulla natura immensa e sugli agenti intenzionali che la governano. E' vero che questo sfondo è comune a molta letteratura del mondo antico ma vederla in una comunità dai caratteri così primitivi dà l'occasione di poter constatare come il rapporto con il sovrannaturale sia pensabile, in modo del tutto plausibile, come un dato pre-culturale, un elemento della natura più primitiva e ancestrale dell'uomo. Il film è una rappresentazione dell'essenza più profonda di qualunque religione.
sabato 9 marzo 2019
sabato 9 febbraio 2019
La putrefazione dei bit
Recentemente mi ha colpito la lettura di una serie di articoli che riportavano il "grido di allarme" di Vint Cerf sul problema della conservazione delle informazioni digitali. Vint Cerf fa parte di quel gruppo di pionieri di Internet che negli anni settanta hanno gettato le basi delle principali tecnologie infrastrutturali della rete informatica mondiale, tecnologie a tutt'oggi funzionanti e che ne costituiscono l'ossatura. In particolare Vint Cerf insieme all'allora suo collega Bob Kahn ha scritto il core dello stack TCP/IP, il protocollo principale di Internet, quello responsabile del trasporto di tutte le informazioni sulla rete. Attualmente gli articoli che parlano di lui lo presentano come Chief Internet Evangelist di Google. Per quanto mi riguarda, a parte la sua fama di "padre di Internet", nel passato mi era capitato di associarlo a un progetto ambizioso e un po' bizzarro, quello della definizione di una Internet Planetaria (InterPlaNet, http://ipnsig.org/).
Comunque un personaggio degno di attenzione. Quello che ha detto recentemente ad un incontro della American association for the advancement of science, e meno recentemente in altre occasioni, riguarda la nostra capacità presente e futura di conservare le informazioni digitali in cui da un po' di tempo stiamo codificando tutto quello che produciamo. Secondo lui questa informazione è destinata in un tempo relativamente breve (e sempre più breve) a scomparire, o meglio, a ridursi ad un cumulo di macerie di bit incomprensibili. Il suo allarme è su due aspetti di questo problema, non indipendenti tra loro. Prima di tutto quello personale. Rischiamo nel corso della nostra vita di perdere quantità considerevoli di dati che ci riguardano, con o senza significato per noi (i bit sono bit, e vengono archiviati tutti allo stesso modo, il senso glielo diamo noi). Questo fatto Cerf lo esprime e lo sintetizza con una frase: “Nel nostro zelo, presi dall’entusiasmo per la digitalizzazione, convertiamo in digitale le nostre fotografie pensando che così le faremo durare più a lungo, ma in realtà potrebbe venir fuori che ci sbagliavamo. Il mio consiglio è: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele”.
Il secondo aspetto è quello più propriamente storiografico. Cosa riuscirà a ricavare uno storico del futuro, mettiamo tra mille anni, dai nostri dati digitali, ovvero da tutto quello che sarà rimasto di noi e della nostra epoca? Secondo Cerf praticamente niente. Sarà impossibile ricostruire la nostra storia, la nostra cultura, perchè sarà impossibile leggerla nei documenti che lasceremo. Da notare che questo problema è in parte legato al primo. Nel senso che si potrebbe dire a prima vista che la perdita di dati del cittadino medio è ininfluente per la storiografia e che per quest'ultima sono molto più importanti i documenti ufficiali di una società, certamente molto più facili da conservare in qualunque forma. Ma probabilmente questa non è esattamente l'opinione degli storici. Come dice ancora Cerf "a distanza di secoli, anche documenti apparentemente irrilevanti possono rivelarsi importantissimi per la comprensione di un'epoca, con la sua sensibilità e il suo punto di vista". E secondo me non ha tutti i torti.
Fin qui però non ho discusso il punto centrale del problema. Di cosa stiamo parlando esattamente? Di perdere dati e documenti? Ma questo non è sempre successo nel corso dei millenni? E i vari metodi della ricerca storica non ci hanno consentito lo stesso di ricostruire le epoche passate e di conoscerle? In qualche modo lo faranno anche i nostri posteri, no? Ecco, su questo secondo me si possono fare alcune domande e osservazioni di qualche interesse.
Siamo sicuri che noi siamo riusciti a ricostruire bene la storia di tutte le epoche passate? Non ci siamo mai imbattuti nelle situazioni in cui abbiamo dovuto semplicemente ammettere che le informazioni in nostro possesso sono talmente poche da non consentirci una ricostruzione un minimo soddisfacente? E che per questo motivo alcuni periodi storici sono rimasti per noi sostanzialmente un mistero? E non ci viene in mente che di altri periodi storici potremmo avere un'immagine parzialmente sbagliata dovuta alla documentazione largamente incompleta che ci è pervenuta? E soprattutto, possiamo dire di avere un'idea abbastanza precisa di quanto abbiamo perso in termini di fonti storiche importanti per ricostruire la nostra storia?
Che cosa vogliamo tramandare ai nostri posteri? Con che livello di dettaglio ci piacerebbe che i nostri posteri ci conocessero? Sto dando per scontato che ce ne importi qualcosa, in caso contrario, inutile continuare a ragionare su quello che ci dice Vint Cerf. Si sa bene che ci sono dei periodi storici che hanno dei buchi impressionanti nelle loro fonti. Spesso conosciamo periodi importanti delle civiltà che ci hanno preceduto solo attraverso testimonianze indirette, di terza mano (traduzioni di traduzioni), scarse e frammentarie. Abbiamo comunque ricostruito una narrazione abbastanza coerente di quei periodi e di quelle civiltà, ma quante "puntate" abbiamo perso? Ci accontentiamo di dare ai posteri lo stesso livello di qualità delle fonti che ci hanno a loro volta lasciato i nostri antenati o confidiamo in qualcosa di meglio?
In che consisterebbe questo pericolo paventato da Vint Cerf? In fin dei conti la nostra era digitale ci ha consegnato la capacità di produrre e archiviare una quantità di informazioni su di noi mai raggiunta da nessun altra civiltà del passato, neanche lontanamente. E nonostante questo Vint Cerf ci dice che stiamo messi forse peggio dei periodi più oscuri (lui ha fatto riferimento al medio evo). Che intende con l'espressione "putrefazione dei bit"?
L'idea di Cerf per quanto ho capito è grosso modo la seguente. L'accesso ad una qualunque informazione digitale dipende in maniera cruciale da due elementi: l'hardware che la archivia e il software che la legge. Ma noi siamo già molto ben abituati ad assistere alla grande velocità con cui questi due elementi evolvono e si modificano, anche radicalmente. E siamo quindi anche ben abituati ad assistere alla veloce obsolescenza di macchine e programmi. E sappiamo bene che un dato costruito con un certo software e archiviato in un certo hardware diventa presto irrecuperabile se non ci preoccupiamo di aggiornarlo. Ma aggiornarlo ha un costo, di tempo, di risorse e di denaro. E molti di questi aggiornamenti, benchè necessari per conservare l'accessibilità ad un certo dato, potrebbero non essere convenienti. Il problema è questo.
La gravità di questo problema è tanto più grande quanto più archivieremo nel futuro tutte le nostre informazioni in formato digitale. Ma questo è molto probabilmente quello che faremo in misura sempre maggiore. Inutile documentare gli schemi tecnici dei vecchi dispositivi hardware di archiviazione o le logiche dei vecchi codici per la rappresentazione dei dati se tutto questo verrà a sua volta archiviato in digitale. Potremmo essere ottimisti e sostenere che in fin dei conti sarà facile lasciare anche solo involontariamente tracce sufficienti per il lavoro di interpretazione degli storici del futuro, come è sempre successo. Ma è sempre successo? Chi ce lo assicura? E poi forse noi siamo ingenuamente convinti (forse come ogni uomo di ogni epoca) che non perderemo mai le nostre conoscenze, e anzi non faremo altro che arricchirle progressivamente, e saremo sempre più bravi.
In che senso questo potrebbe essere considerato un problema nuovo, specifico della nostra epoca? Che particolarità ha l'era digitale relativamente a questo aspetto della conservazione dell'informazione? Perchè a Vint Cerf è venuta in mente un'idea del genere?
Direi che un aspetto abbastanza peculiare del nostro mondo è la presenza di una enorme complessità tecnologica e della sua grande velocità di cambiamento. Questo potrebbe rendere effettivamente molto più difficile avere gli strumenti adeguati per guardarsi indietro. Il motivo per cui Vint Cerf si è posto questo problema è perchè nell'arco della sua vita (cioè un tempo relativamente breve per la storia) può certamente dire di aver visto passare un'infinità di tecnologie ormai scomparse, e sicuramente avrà avuto modo di constatare l'entità della perdita di dati che questi passaggi tecnologici avranno inevitabilmente determinato. Forse potrebbe essere il caso di domandarsi quale sarà nel futuro il tasso di queste perdite, provare a misurarlo, e pensare a definire una qualche strategia di conservazione dei dati più affidabile di quella che abbiamo. In fondo si tratterebbe di inventare un'altra tecnologia.
NOTA1: Mi ha colpito l'aver constatato che in realtà questo problema è stato preso in seria considerazione anche da SNIA (Storage Networking Industry Association, https://www.snia.org/). E' stata addirittura creata una task force ("100 Year Archive Task Force"). In un suo documento di qualche anno fa ("100 Year Archive Requirements Survey", January 2007) si legge: "Le due grandi sfide tecniche della conservazione delle informazioni digitali a lungo termine sono la migrazione logica e fisica. La migrazione logica è la pratica di aggiornare il formato delle informazioni in un formato più nuovo che può essere letto e interpretato correttamente da applicazioni o lettori futuri senza perdere l'autenticità dell'originale. Migrazione fisica significa copiare le informazioni su nuovi supporti di memorizzazione per preservare la possibilità di accedervi e proteggerli dalla corruzione dei media".
NOTA2: Nel mio piccolo ho anche io un'esperienza abbastanza significativa di "putrefazione dei bit" (è certamente uno dei motivi per cui il pensiero di Vint Cerf mi ha colpito). Ho perduto (direi definitivamente) il mio lavoro di tesi, più esattamente il suo formato digitale. Era certamente in un floppy da 3.5 pollici, scritto con una versione di un word processor direi oggi assolutamente incompatibile con qualunque software analogo reperibile sul mercato. Comunque il floppy è scomparso, insieme a tutti i floppy che piano piano si sono persi senza un backup, senza un aggiornamento, sotterrati dalle faccende della vita. Ma se qualcuno (ma chi poi?) mi chiedesse un bel giorno di vedere per curiosità la mia tesi di laurea, andrei in uno scaffale basso della mia libreria, prenderei il suo tradizionale formato cartaceo, e in pochi secondi quel qualcuno l'avrebbe tra le mani pronta per essere sfogliata.
Comunque un personaggio degno di attenzione. Quello che ha detto recentemente ad un incontro della American association for the advancement of science, e meno recentemente in altre occasioni, riguarda la nostra capacità presente e futura di conservare le informazioni digitali in cui da un po' di tempo stiamo codificando tutto quello che produciamo. Secondo lui questa informazione è destinata in un tempo relativamente breve (e sempre più breve) a scomparire, o meglio, a ridursi ad un cumulo di macerie di bit incomprensibili. Il suo allarme è su due aspetti di questo problema, non indipendenti tra loro. Prima di tutto quello personale. Rischiamo nel corso della nostra vita di perdere quantità considerevoli di dati che ci riguardano, con o senza significato per noi (i bit sono bit, e vengono archiviati tutti allo stesso modo, il senso glielo diamo noi). Questo fatto Cerf lo esprime e lo sintetizza con una frase: “Nel nostro zelo, presi dall’entusiasmo per la digitalizzazione, convertiamo in digitale le nostre fotografie pensando che così le faremo durare più a lungo, ma in realtà potrebbe venir fuori che ci sbagliavamo. Il mio consiglio è: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele”.
Il secondo aspetto è quello più propriamente storiografico. Cosa riuscirà a ricavare uno storico del futuro, mettiamo tra mille anni, dai nostri dati digitali, ovvero da tutto quello che sarà rimasto di noi e della nostra epoca? Secondo Cerf praticamente niente. Sarà impossibile ricostruire la nostra storia, la nostra cultura, perchè sarà impossibile leggerla nei documenti che lasceremo. Da notare che questo problema è in parte legato al primo. Nel senso che si potrebbe dire a prima vista che la perdita di dati del cittadino medio è ininfluente per la storiografia e che per quest'ultima sono molto più importanti i documenti ufficiali di una società, certamente molto più facili da conservare in qualunque forma. Ma probabilmente questa non è esattamente l'opinione degli storici. Come dice ancora Cerf "a distanza di secoli, anche documenti apparentemente irrilevanti possono rivelarsi importantissimi per la comprensione di un'epoca, con la sua sensibilità e il suo punto di vista". E secondo me non ha tutti i torti.
Fin qui però non ho discusso il punto centrale del problema. Di cosa stiamo parlando esattamente? Di perdere dati e documenti? Ma questo non è sempre successo nel corso dei millenni? E i vari metodi della ricerca storica non ci hanno consentito lo stesso di ricostruire le epoche passate e di conoscerle? In qualche modo lo faranno anche i nostri posteri, no? Ecco, su questo secondo me si possono fare alcune domande e osservazioni di qualche interesse.
Siamo sicuri che noi siamo riusciti a ricostruire bene la storia di tutte le epoche passate? Non ci siamo mai imbattuti nelle situazioni in cui abbiamo dovuto semplicemente ammettere che le informazioni in nostro possesso sono talmente poche da non consentirci una ricostruzione un minimo soddisfacente? E che per questo motivo alcuni periodi storici sono rimasti per noi sostanzialmente un mistero? E non ci viene in mente che di altri periodi storici potremmo avere un'immagine parzialmente sbagliata dovuta alla documentazione largamente incompleta che ci è pervenuta? E soprattutto, possiamo dire di avere un'idea abbastanza precisa di quanto abbiamo perso in termini di fonti storiche importanti per ricostruire la nostra storia?
Che cosa vogliamo tramandare ai nostri posteri? Con che livello di dettaglio ci piacerebbe che i nostri posteri ci conocessero? Sto dando per scontato che ce ne importi qualcosa, in caso contrario, inutile continuare a ragionare su quello che ci dice Vint Cerf. Si sa bene che ci sono dei periodi storici che hanno dei buchi impressionanti nelle loro fonti. Spesso conosciamo periodi importanti delle civiltà che ci hanno preceduto solo attraverso testimonianze indirette, di terza mano (traduzioni di traduzioni), scarse e frammentarie. Abbiamo comunque ricostruito una narrazione abbastanza coerente di quei periodi e di quelle civiltà, ma quante "puntate" abbiamo perso? Ci accontentiamo di dare ai posteri lo stesso livello di qualità delle fonti che ci hanno a loro volta lasciato i nostri antenati o confidiamo in qualcosa di meglio?
In che consisterebbe questo pericolo paventato da Vint Cerf? In fin dei conti la nostra era digitale ci ha consegnato la capacità di produrre e archiviare una quantità di informazioni su di noi mai raggiunta da nessun altra civiltà del passato, neanche lontanamente. E nonostante questo Vint Cerf ci dice che stiamo messi forse peggio dei periodi più oscuri (lui ha fatto riferimento al medio evo). Che intende con l'espressione "putrefazione dei bit"?
L'idea di Cerf per quanto ho capito è grosso modo la seguente. L'accesso ad una qualunque informazione digitale dipende in maniera cruciale da due elementi: l'hardware che la archivia e il software che la legge. Ma noi siamo già molto ben abituati ad assistere alla grande velocità con cui questi due elementi evolvono e si modificano, anche radicalmente. E siamo quindi anche ben abituati ad assistere alla veloce obsolescenza di macchine e programmi. E sappiamo bene che un dato costruito con un certo software e archiviato in un certo hardware diventa presto irrecuperabile se non ci preoccupiamo di aggiornarlo. Ma aggiornarlo ha un costo, di tempo, di risorse e di denaro. E molti di questi aggiornamenti, benchè necessari per conservare l'accessibilità ad un certo dato, potrebbero non essere convenienti. Il problema è questo.
La gravità di questo problema è tanto più grande quanto più archivieremo nel futuro tutte le nostre informazioni in formato digitale. Ma questo è molto probabilmente quello che faremo in misura sempre maggiore. Inutile documentare gli schemi tecnici dei vecchi dispositivi hardware di archiviazione o le logiche dei vecchi codici per la rappresentazione dei dati se tutto questo verrà a sua volta archiviato in digitale. Potremmo essere ottimisti e sostenere che in fin dei conti sarà facile lasciare anche solo involontariamente tracce sufficienti per il lavoro di interpretazione degli storici del futuro, come è sempre successo. Ma è sempre successo? Chi ce lo assicura? E poi forse noi siamo ingenuamente convinti (forse come ogni uomo di ogni epoca) che non perderemo mai le nostre conoscenze, e anzi non faremo altro che arricchirle progressivamente, e saremo sempre più bravi.
In che senso questo potrebbe essere considerato un problema nuovo, specifico della nostra epoca? Che particolarità ha l'era digitale relativamente a questo aspetto della conservazione dell'informazione? Perchè a Vint Cerf è venuta in mente un'idea del genere?
Direi che un aspetto abbastanza peculiare del nostro mondo è la presenza di una enorme complessità tecnologica e della sua grande velocità di cambiamento. Questo potrebbe rendere effettivamente molto più difficile avere gli strumenti adeguati per guardarsi indietro. Il motivo per cui Vint Cerf si è posto questo problema è perchè nell'arco della sua vita (cioè un tempo relativamente breve per la storia) può certamente dire di aver visto passare un'infinità di tecnologie ormai scomparse, e sicuramente avrà avuto modo di constatare l'entità della perdita di dati che questi passaggi tecnologici avranno inevitabilmente determinato. Forse potrebbe essere il caso di domandarsi quale sarà nel futuro il tasso di queste perdite, provare a misurarlo, e pensare a definire una qualche strategia di conservazione dei dati più affidabile di quella che abbiamo. In fondo si tratterebbe di inventare un'altra tecnologia.
NOTA1: Mi ha colpito l'aver constatato che in realtà questo problema è stato preso in seria considerazione anche da SNIA (Storage Networking Industry Association, https://www.snia.org/). E' stata addirittura creata una task force ("100 Year Archive Task Force"). In un suo documento di qualche anno fa ("100 Year Archive Requirements Survey", January 2007) si legge: "Le due grandi sfide tecniche della conservazione delle informazioni digitali a lungo termine sono la migrazione logica e fisica. La migrazione logica è la pratica di aggiornare il formato delle informazioni in un formato più nuovo che può essere letto e interpretato correttamente da applicazioni o lettori futuri senza perdere l'autenticità dell'originale. Migrazione fisica significa copiare le informazioni su nuovi supporti di memorizzazione per preservare la possibilità di accedervi e proteggerli dalla corruzione dei media".
NOTA2: Nel mio piccolo ho anche io un'esperienza abbastanza significativa di "putrefazione dei bit" (è certamente uno dei motivi per cui il pensiero di Vint Cerf mi ha colpito). Ho perduto (direi definitivamente) il mio lavoro di tesi, più esattamente il suo formato digitale. Era certamente in un floppy da 3.5 pollici, scritto con una versione di un word processor direi oggi assolutamente incompatibile con qualunque software analogo reperibile sul mercato. Comunque il floppy è scomparso, insieme a tutti i floppy che piano piano si sono persi senza un backup, senza un aggiornamento, sotterrati dalle faccende della vita. Ma se qualcuno (ma chi poi?) mi chiedesse un bel giorno di vedere per curiosità la mia tesi di laurea, andrei in uno scaffale basso della mia libreria, prenderei il suo tradizionale formato cartaceo, e in pochi secondi quel qualcuno l'avrebbe tra le mani pronta per essere sfogliata.
giovedì 10 gennaio 2019
Violenza negli stadi
Perchè ogni volta che si verifica un episodio di violenza in relazione ad una qualche partita, ci si affretta sempre a dire che la violenza negli stadi non c'entra niente con il calcio? Non mi pare proprio. Non ho capito se questa affermazione contiene un'ipocrisia o un desiderio, probabilmente entrambi. Io credo invece che c'entri eccome, almeno con il calcio così come lo conosciamo da decenni. E forse invece di continuare a dire che calcio e violenza negli stadi sono due cose distinte e non dipendenti l'una dall'altra, che tifosi e violenti non c'entrano nulla gli uni con gli altri, converrebbe ammettere il contrario e riflettere un po' meglio sul perchè.
Ma forse c'è anche poco da riflettere. Il calcio spesso purtroppo riempie i vuoti delle persone offrendo uno spettacolo semplice dove si possono facilmente trasferire gli istinti aggressivi e bellicosi che abbiamo. Se si ha l'occasione di conoscere altre cose sostanziose nella vita il calcio finirà per occupare il giusto posto altrimenti è un guaio.
Poi il calcio come si sa è un grande business, e questo secondo me fa rientrare le questioni della violenza nei costi generali e "fisiologici" di questo business. E' per questo che l'affermazione che la violenza negli stadi non c'entra nulla con il calcio mi sembra un'ipocrisia. E' sensato pensare di eliminare i fenomeni violenti da questo calcio? Sarebbe bello, ma è realisticamente possibile? Ovviamente il tutto senza toccare il calcio così com'è.
Il calcio è uno spettacolo di grandi numeri. Tantissimi soldi, tantissima popolarità, tantissimo tempo speso a guardarlo. Troppo. Non ha eguali con nessun altro sport, almeno in Italia. Secondo me gli altri sport, anche quelli di squadra che somigliano molto al calcio, hanno una sola differenza importante rispetto a quest'ultimo: sono decisamente meno popolari, meno diffusi, e fruiti in media in modo molto meno assiduo (questo è importante). Ed è ovvio che questa differenza è una diretta conseguenza del grado di sfruttamento commerciale che solo il calcio subisce in così grande misura.
Se si considera il calcio come fenomeno sociale in tutte le sue caratteristiche e tutte le sue conseguenze senza separare artificialmente il fenomeno puramente sportivo, ché so' boni tutti ma non serve a niente se non a tranquillizzare le coscienze degli appassionati, si possono distinguere (come credo per tutti i fenomeni sociali) due atteggiamenti diversi, uno di sinistra e uno di destra.
Quello di sinistra non digerisce bene il fatto che la società in cui vive sia costituita da tanta povera gente che vive di calcio perché sostanzialmente per varie ragioni non può vivere di molto altro, e che proprio per questo una parte di loro (prevalentemente giovani) trovino negli stadi l'alfa e l'omega della loro vita e quindi anche in alcuni casi la loro morte. Cioè tende a riconoscere nel calcio i riflessi di problemi sociali. Lo inquadra come metafora dello sfruttamento dei ricchi sui poveri. E quindi ne dovrebbe voler cambiare le logiche di fondo. Lo sa che è un'utopia.
Quello di destra vive forse un po' più tranquillo. La profonda disparità di ricchezze e di mezzi che esprime lo spettacolo calcistico tra chi sta in campo e chi sta negli spalti (a parte le tribunette dei vip) è una fisiologia della società, su cui non c'è una vera necessità di intervento. Certamente la violenza è sempre inaccettabile e in tutti i casi và condannata e contrastata, ma sotto sotto lo sa che è pure un po' inevitabile, l'unica cosa che si può fare è cercare di contenerla per quanto possibile senza stravolgere nulla, senza modificare strutturalmente nulla. Sarebbe appunto un'utopia insensata e non necessaria.
Ma alla fine è pur vero che entrambi sono tifosi di calcio. Di questo calcio, fatto di fuoriclasse comprati in tutto il mondo, di partite ormai quasi quotidiane, di dibattiti infiniti su tutti i media. Troppo faticoso cambiarlo, forse impossibile. Ed è troppo divertente. Dunque ci si accontenta di qualche palliativo ogni tanto, qualche critica ipocrita, qualche dibattito scandalizzato, qualche richiamo alla pacifica convivenza civile in nome di questo bellissimo sport. Una pantomima che avviene regolarmente da decenni a 'sta parte.
Oh, l'importante è che il calendario delle partite venga comunque rispettato.
NOTA: un furbo come Matteo Salvini, nostro attuale Ministro degli Interni e vice-Primo Ministro, tutto questo lo sa molto bene (è un tifoso pure lui, questo gli torna utile) e si regola di conseguenza, fa proseguire regolarmente il campionato perché non si possono mica penalizzare i tanti bravi cittadini tifosi togliendo loro lo spettacolo più bello. E così aumenta ancora il suo già largo consenso.
Ma forse c'è anche poco da riflettere. Il calcio spesso purtroppo riempie i vuoti delle persone offrendo uno spettacolo semplice dove si possono facilmente trasferire gli istinti aggressivi e bellicosi che abbiamo. Se si ha l'occasione di conoscere altre cose sostanziose nella vita il calcio finirà per occupare il giusto posto altrimenti è un guaio.
Poi il calcio come si sa è un grande business, e questo secondo me fa rientrare le questioni della violenza nei costi generali e "fisiologici" di questo business. E' per questo che l'affermazione che la violenza negli stadi non c'entra nulla con il calcio mi sembra un'ipocrisia. E' sensato pensare di eliminare i fenomeni violenti da questo calcio? Sarebbe bello, ma è realisticamente possibile? Ovviamente il tutto senza toccare il calcio così com'è.
Il calcio è uno spettacolo di grandi numeri. Tantissimi soldi, tantissima popolarità, tantissimo tempo speso a guardarlo. Troppo. Non ha eguali con nessun altro sport, almeno in Italia. Secondo me gli altri sport, anche quelli di squadra che somigliano molto al calcio, hanno una sola differenza importante rispetto a quest'ultimo: sono decisamente meno popolari, meno diffusi, e fruiti in media in modo molto meno assiduo (questo è importante). Ed è ovvio che questa differenza è una diretta conseguenza del grado di sfruttamento commerciale che solo il calcio subisce in così grande misura.
Se si considera il calcio come fenomeno sociale in tutte le sue caratteristiche e tutte le sue conseguenze senza separare artificialmente il fenomeno puramente sportivo, ché so' boni tutti ma non serve a niente se non a tranquillizzare le coscienze degli appassionati, si possono distinguere (come credo per tutti i fenomeni sociali) due atteggiamenti diversi, uno di sinistra e uno di destra.
Quello di sinistra non digerisce bene il fatto che la società in cui vive sia costituita da tanta povera gente che vive di calcio perché sostanzialmente per varie ragioni non può vivere di molto altro, e che proprio per questo una parte di loro (prevalentemente giovani) trovino negli stadi l'alfa e l'omega della loro vita e quindi anche in alcuni casi la loro morte. Cioè tende a riconoscere nel calcio i riflessi di problemi sociali. Lo inquadra come metafora dello sfruttamento dei ricchi sui poveri. E quindi ne dovrebbe voler cambiare le logiche di fondo. Lo sa che è un'utopia.
Quello di destra vive forse un po' più tranquillo. La profonda disparità di ricchezze e di mezzi che esprime lo spettacolo calcistico tra chi sta in campo e chi sta negli spalti (a parte le tribunette dei vip) è una fisiologia della società, su cui non c'è una vera necessità di intervento. Certamente la violenza è sempre inaccettabile e in tutti i casi và condannata e contrastata, ma sotto sotto lo sa che è pure un po' inevitabile, l'unica cosa che si può fare è cercare di contenerla per quanto possibile senza stravolgere nulla, senza modificare strutturalmente nulla. Sarebbe appunto un'utopia insensata e non necessaria.
Ma alla fine è pur vero che entrambi sono tifosi di calcio. Di questo calcio, fatto di fuoriclasse comprati in tutto il mondo, di partite ormai quasi quotidiane, di dibattiti infiniti su tutti i media. Troppo faticoso cambiarlo, forse impossibile. Ed è troppo divertente. Dunque ci si accontenta di qualche palliativo ogni tanto, qualche critica ipocrita, qualche dibattito scandalizzato, qualche richiamo alla pacifica convivenza civile in nome di questo bellissimo sport. Una pantomima che avviene regolarmente da decenni a 'sta parte.
Oh, l'importante è che il calendario delle partite venga comunque rispettato.
NOTA: un furbo come Matteo Salvini, nostro attuale Ministro degli Interni e vice-Primo Ministro, tutto questo lo sa molto bene (è un tifoso pure lui, questo gli torna utile) e si regola di conseguenza, fa proseguire regolarmente il campionato perché non si possono mica penalizzare i tanti bravi cittadini tifosi togliendo loro lo spettacolo più bello. E così aumenta ancora il suo già largo consenso.
venerdì 28 dicembre 2018
Alexa
E' già la terza volta che qualcuno mi racconta di avere in casa Alexa (non è una avvenente signora di qualche paese che ci manda immigrati bensì una tecnologia di domotica a cui si può "parlare" per ottenere vari servizi casalinghi), l'ultima da un amico a cui ho anche risposto un po' troppo duramente (ho fatto male).
Giuro che io non ho niente contro la tecnologia in sé, la trovo sempre un elemento essenziale del progresso di una società. Il fatto è che in un numero sempre maggiore di casi a me sembra che certe tecnologie ci aiutino a costruire una società sempre più chiusa, sempre più individualista. Perdiamo sempre più tempo a comprare e configurare dispositivi per il nostro comfort casalingo, o quello dei nostri spazi di vita sempre più angusti, come ad esempio le nostre automobili, o come i nostri televisori, sempre meno finestre sul mondo e sempre più veicoli di consumo. E' anche chiaro che tutto ciò non è certo colpa della tecnologia. E' la società che non funziona, e la tecnologia ne segue i binari.
Siamo sofisticatissimi nelle tecnologie quando queste si esprimono nei prodotti di più puro consumo, in oggetti che si comprano e si configurano per il proprio utilizzo personale ma poi non siamo in grado come società di liberarci di problemi gravissimi. Il nostro ambiente urbano è caratterizzato da automobili in movimento e in parcheggio, sono di gran lunga la cosa più presente in qualunque direzione si guardi. Il secondo elemento paesaggistico dominante sono i rifiuti. In generale il nostro ambiente è sottoposto ad un degrado costante sotto vari aspetti. Tutti aspetti su cui la tecnologia potrebbe fare tanto di buono. E' la direzione che è sbagliata. E intendiamoci, non c'è una direzione "naturale" che prima o poi risolverà tutto.
Dovremmo impiegare il nostro tempo libero molto più a riflettere sulla tecnologia che a praticarla (anche se praticarla certamente aiuta a rifletterci sopra), ad analizzarne i fini più che a comprarla compulsivamente, a capirne le potenzialità e il grande valore sociale più che a trastullarci individualmente con essa. Dovremmo costruirci una visione più ampia e lungimirante del mondo in cui viviamo. Un po' meno attenti ai nostri comfort, magari. Quello che mi preoccupa davvero della tecnologia è il suo potenziale alienante per l'uomo, sempre più presente nelle nostre società.
Trovo queste mie preoccupazioni riflesse in alcune considerazioni estratte dall'introduzione che Marcello Cini fa ad un bel libro sui rapporti tra scienza e società. Le sparo in calce a questo post un po' troppo triste: "E' evidente che il progresso tecnico, in quanto mezzo per intensificare la produzione di beni, non si può identificare a priori con il benessere della società. Non solo, ma diventa sempre più chiaro che non si può considerare in astratto tale progresso come uno strumento neutro rispetto alla struttura sociale, trascurando il momento essenziale dell'influenza di quest'ultima sul primo, influenza che appare sempre più determinante". "Dobbiamo guardarci dalla tentazione di considerare il progresso scientifico e tecnico di per sé come un fattore di felicità e di benessere per l'uomo. [... il progresso tecnico rinchiude] gli uomini ognuno nell'angusta sfera dei propri immediati interessi, raggela i loro slanci e sentimenti umani, trasformandoli in aridi utilizzatori di macchine, spegnendo la loro capacità di lottare insieme agli altri uomini per comuni ideali che li facciano sentire fratelli".
Giuro che io non ho niente contro la tecnologia in sé, la trovo sempre un elemento essenziale del progresso di una società. Il fatto è che in un numero sempre maggiore di casi a me sembra che certe tecnologie ci aiutino a costruire una società sempre più chiusa, sempre più individualista. Perdiamo sempre più tempo a comprare e configurare dispositivi per il nostro comfort casalingo, o quello dei nostri spazi di vita sempre più angusti, come ad esempio le nostre automobili, o come i nostri televisori, sempre meno finestre sul mondo e sempre più veicoli di consumo. E' anche chiaro che tutto ciò non è certo colpa della tecnologia. E' la società che non funziona, e la tecnologia ne segue i binari.
Siamo sofisticatissimi nelle tecnologie quando queste si esprimono nei prodotti di più puro consumo, in oggetti che si comprano e si configurano per il proprio utilizzo personale ma poi non siamo in grado come società di liberarci di problemi gravissimi. Il nostro ambiente urbano è caratterizzato da automobili in movimento e in parcheggio, sono di gran lunga la cosa più presente in qualunque direzione si guardi. Il secondo elemento paesaggistico dominante sono i rifiuti. In generale il nostro ambiente è sottoposto ad un degrado costante sotto vari aspetti. Tutti aspetti su cui la tecnologia potrebbe fare tanto di buono. E' la direzione che è sbagliata. E intendiamoci, non c'è una direzione "naturale" che prima o poi risolverà tutto.
Dovremmo impiegare il nostro tempo libero molto più a riflettere sulla tecnologia che a praticarla (anche se praticarla certamente aiuta a rifletterci sopra), ad analizzarne i fini più che a comprarla compulsivamente, a capirne le potenzialità e il grande valore sociale più che a trastullarci individualmente con essa. Dovremmo costruirci una visione più ampia e lungimirante del mondo in cui viviamo. Un po' meno attenti ai nostri comfort, magari. Quello che mi preoccupa davvero della tecnologia è il suo potenziale alienante per l'uomo, sempre più presente nelle nostre società.
Trovo queste mie preoccupazioni riflesse in alcune considerazioni estratte dall'introduzione che Marcello Cini fa ad un bel libro sui rapporti tra scienza e società. Le sparo in calce a questo post un po' troppo triste: "E' evidente che il progresso tecnico, in quanto mezzo per intensificare la produzione di beni, non si può identificare a priori con il benessere della società. Non solo, ma diventa sempre più chiaro che non si può considerare in astratto tale progresso come uno strumento neutro rispetto alla struttura sociale, trascurando il momento essenziale dell'influenza di quest'ultima sul primo, influenza che appare sempre più determinante". "Dobbiamo guardarci dalla tentazione di considerare il progresso scientifico e tecnico di per sé come un fattore di felicità e di benessere per l'uomo. [... il progresso tecnico rinchiude] gli uomini ognuno nell'angusta sfera dei propri immediati interessi, raggela i loro slanci e sentimenti umani, trasformandoli in aridi utilizzatori di macchine, spegnendo la loro capacità di lottare insieme agli altri uomini per comuni ideali che li facciano sentire fratelli".
mercoledì 26 dicembre 2018
Individualismo mascherato
Se c'è una cosa che negli ultimi anni mi disturba sempre di più è quell'atteggiamento diffuso con cui molti cittadini italiani schifano sistematicamente l'Italia e gli italiani. Al di là del contenuto di verità di queste critiche (che sono sempre meno critiche e sempre più accuse scontate, sono cioè sempre più retorica) quello che mal sopporto sono due aspetti specifici. Il primo è questo confronto con un "estero" vagheggiato come se fosse l'Eden, un'entità astratta che ci risolverà tutti i problemi, se non i nostri quelli dei nostri figli meritevoli per definizione, la terra promessa delle persone intelligenti e capaci, oppressi dal "popolo italiano bue, fancazzista e paraculo". Il secondo, più grave, è questa pretesa ostentata (e troppo scontata) di "distacco" intellettuale e morale dalla massa, questo non includersi nell'Italia pur vivendoci, avendoci costruito la propria vita personale e familiare, e continuare a farlo tutti i giorni.
Trovo questo un atteggiamento di un individualismo spaventoso, una voglia atavica di non sentirsi parte di niente, di non voler spartire il proprio destino con quello di nessun altro, di non volersi includere in nessuna comunità. E' probabilmente uno degli atteggiamenti più incivili che si possano immaginare. Tipico di noi italiani ;-)
Trovo questo un atteggiamento di un individualismo spaventoso, una voglia atavica di non sentirsi parte di niente, di non voler spartire il proprio destino con quello di nessun altro, di non volersi includere in nessuna comunità. E' probabilmente uno degli atteggiamenti più incivili che si possano immaginare. Tipico di noi italiani ;-)
venerdì 21 dicembre 2018
Un cartello rivelatore. E un dubbio.
L'episodio del tizio che si presenta alla manifestazione leghista con il cartello Ama il prossimo tuo e per questo viene prontamente allontanato dalla piazza per "evitare le provocazioni" è una contraddizione macroscopica.
Il cartello riporta la frase che rappresenta l'insegnamento fondamentale del cristianesimo, e non credo che questo possa essere messo in dubbio da nessuno. Il cartello viene esposto ad una manifestazione di un partito il cui leader ad ogni buona occasione brandisce i simboli della tradizione cristiana rivendicata come un forte elemento culturale identitario del popolo italiano. Le due cose messe insieme possono consentire una sola deduzione, la seguente: il cristianesimo viene usato da quel partito e da quel leader in modo falso e ipocrita, con l'unico scopo di trovare un'etichetta, non importa se vera o finta, che distingua gli italiani dagli "altri".
Ora il dubbio. Ma gli italiani che votano e appoggiano questo partito e questo leader, che sono tanti e in crescita, procedono per analfabetismo funzionale o per ipocrisia cristiana incancrenita negli anni? In sintesi, ci sono o ci fanno?
Il cartello riporta la frase che rappresenta l'insegnamento fondamentale del cristianesimo, e non credo che questo possa essere messo in dubbio da nessuno. Il cartello viene esposto ad una manifestazione di un partito il cui leader ad ogni buona occasione brandisce i simboli della tradizione cristiana rivendicata come un forte elemento culturale identitario del popolo italiano. Le due cose messe insieme possono consentire una sola deduzione, la seguente: il cristianesimo viene usato da quel partito e da quel leader in modo falso e ipocrita, con l'unico scopo di trovare un'etichetta, non importa se vera o finta, che distingua gli italiani dagli "altri".
Ora il dubbio. Ma gli italiani che votano e appoggiano questo partito e questo leader, che sono tanti e in crescita, procedono per analfabetismo funzionale o per ipocrisia cristiana incancrenita negli anni? In sintesi, ci sono o ci fanno?
venerdì 7 dicembre 2018
Un errore da umanisti
Giorgio Parisi, attuale presidente dell'Accademia dei Lincei scrive: "La scienza deve essere difesa non solo per i suoi aspetti pratici, ma anche per il suo valore culturale". Ecco, la cultura è sempre un problema di valori, e la scienza ad oggi ne è un po' carente, nel senso che la sua affermazione indiscutibile nella società è principalmente il risultato dei suoi aspetti pratici, quindi tecnologici, più che del suo intrinseco valore culturale, come invece succede per molte altre discipline.
La storia, la letteratura, e qualunque arte sono forme di conoscenza del mondo che hanno un valore in sé, generalmente riconosciuto. La nostra società li codifica come saperi nobili, magari più o meno ipocritamente e acriticamente (ci sono pseudoculture, sottoculture, ecc.) ma questo atteggiamento permette di inserire anche solo formalmente questi saperi nel patrimonio culturale della società, in modo stabile e ufficiale. Insomma hanno un posto nel patrimonio dei valori condivisi.
La scienza continua ad essere un corpo estraneo in questo sistema di valori. Quello che conta veramente è cosa ci permette di fare, che potere ci conferisce sulla natura, quanto a lungo e bene ci fa campare. Intendiamoci, questo aspetto è fondamentale, la scienza come attività intellettuale si è sviluppata anche per questo e come si sà la sua efficacia è enorme. Ma forse proprio l'evidenza macroscopica di questa efficacia ha prodotto il risultato finale, che mi sembra (per provare a sintetizzare) quello di una disciplina praticamente utile ma intellettualmente scomoda.
Siccome è utile ovviamente si studia, e i programmi scolastici mediamente sono abbastanza ricchi di argomenti scientifici. Ma poiché la cultura è appunto una questione di valori, questa presenza nei programmi scolastici può non bastare. Il rapporto tra scienza e tutto il resto rischia sempre di essere portato sul piano del confronto tra ciò che serve e ciò che ci piace o ci diverte, tra ciò che serve e ciò che ci forma come persone, tra ciò che serve e ciò che ci innalza lo spirito, tra ciò che serve e ciò che ci fa riflettere su di noi e sul mondo. Tra ciò che serve e ciò che non serve a un cazzo.
La cosa purtroppo è del tutto generale, arriva da tutte le parti, proprio perché è un dato culturale diffuso nella società. Sia chi ha una frequentazione con la scienza sia chi non ce l'ha la pensa sostanzialmente allo stesso modo, anche se da fronti opposti. La scienza fornisce le tecniche per risolvere i problemi pratici e per questo è importante. La scienza è solo una tecnica per risolvere problemi pratici e per questo non ha senso farla entrare (è pure faticoso) nel gruppo di quei valori culturali che fondano la società, è sufficiente consegnarla agli specialisti (in Italia se possibile, ma non necessariamente), e tenere il tutto in un posticino a parte (di cui alla fine gli specialisti sono anche fieri). Il titolo del post fa riferimento ad un retaggio forse importante per quello che sto dicendo, forse la sua causa storica. Un certo atteggiamento pseudo-umanista a tutt'oggi relega la scienza ad un fatto meramente tecnico-pratico, spogliandola del suo valore culturale intrinseco, quello che le discipline umanistiche invece indubitabilmente hanno.
E' questo che dà la dimensione del problema, ed è in questo ambito che va interpretata la frase di Parisi. Il quale aggiunge, molto significativamente: "Dovremmo avere il coraggio di prendere esempio da Robert Wilson, fisico statunitense che nel 1969, di fronte ad un senatore che insistentemente chiedeva quali fossero le applicazioni della costruzione dell'acceleratore al Fermilab, e in particolare se fosse utile militarmente per difendere il paese, risponde 'Il suo valore sta nell'amore per la cultura: è come la pittura, la scultura, la poesia, come tutte quelle attività di cui gli americani sono patriotticamente fieri; non serve per difendere il nostro paese, ma fa che valga la pena difendere il nostro paese'".
La storia, la letteratura, e qualunque arte sono forme di conoscenza del mondo che hanno un valore in sé, generalmente riconosciuto. La nostra società li codifica come saperi nobili, magari più o meno ipocritamente e acriticamente (ci sono pseudoculture, sottoculture, ecc.) ma questo atteggiamento permette di inserire anche solo formalmente questi saperi nel patrimonio culturale della società, in modo stabile e ufficiale. Insomma hanno un posto nel patrimonio dei valori condivisi.
La scienza continua ad essere un corpo estraneo in questo sistema di valori. Quello che conta veramente è cosa ci permette di fare, che potere ci conferisce sulla natura, quanto a lungo e bene ci fa campare. Intendiamoci, questo aspetto è fondamentale, la scienza come attività intellettuale si è sviluppata anche per questo e come si sà la sua efficacia è enorme. Ma forse proprio l'evidenza macroscopica di questa efficacia ha prodotto il risultato finale, che mi sembra (per provare a sintetizzare) quello di una disciplina praticamente utile ma intellettualmente scomoda.
Siccome è utile ovviamente si studia, e i programmi scolastici mediamente sono abbastanza ricchi di argomenti scientifici. Ma poiché la cultura è appunto una questione di valori, questa presenza nei programmi scolastici può non bastare. Il rapporto tra scienza e tutto il resto rischia sempre di essere portato sul piano del confronto tra ciò che serve e ciò che ci piace o ci diverte, tra ciò che serve e ciò che ci forma come persone, tra ciò che serve e ciò che ci innalza lo spirito, tra ciò che serve e ciò che ci fa riflettere su di noi e sul mondo. Tra ciò che serve e ciò che non serve a un cazzo.
La cosa purtroppo è del tutto generale, arriva da tutte le parti, proprio perché è un dato culturale diffuso nella società. Sia chi ha una frequentazione con la scienza sia chi non ce l'ha la pensa sostanzialmente allo stesso modo, anche se da fronti opposti. La scienza fornisce le tecniche per risolvere i problemi pratici e per questo è importante. La scienza è solo una tecnica per risolvere problemi pratici e per questo non ha senso farla entrare (è pure faticoso) nel gruppo di quei valori culturali che fondano la società, è sufficiente consegnarla agli specialisti (in Italia se possibile, ma non necessariamente), e tenere il tutto in un posticino a parte (di cui alla fine gli specialisti sono anche fieri). Il titolo del post fa riferimento ad un retaggio forse importante per quello che sto dicendo, forse la sua causa storica. Un certo atteggiamento pseudo-umanista a tutt'oggi relega la scienza ad un fatto meramente tecnico-pratico, spogliandola del suo valore culturale intrinseco, quello che le discipline umanistiche invece indubitabilmente hanno.
E' questo che dà la dimensione del problema, ed è in questo ambito che va interpretata la frase di Parisi. Il quale aggiunge, molto significativamente: "Dovremmo avere il coraggio di prendere esempio da Robert Wilson, fisico statunitense che nel 1969, di fronte ad un senatore che insistentemente chiedeva quali fossero le applicazioni della costruzione dell'acceleratore al Fermilab, e in particolare se fosse utile militarmente per difendere il paese, risponde 'Il suo valore sta nell'amore per la cultura: è come la pittura, la scultura, la poesia, come tutte quelle attività di cui gli americani sono patriotticamente fieri; non serve per difendere il nostro paese, ma fa che valga la pena difendere il nostro paese'".
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