domenica 15 febbraio 2026

Il controllo elettronico

Tempo fa un podcast di lettura dei giornali parlava, manco a dirlo, di femminicidi. La cosa interessante era il fatto che tra le ragioni che venivano individuate in queste "anomalie" di comportamento interpersonale e affettivo (chiamiamole così) c'era il controllo dell'altro e, in particolare, le nuove forme di controllo elettronico che possono essere utilizzate.

E' una cosa a cui non avevo pensato, o non l'avevo focalizzata bene, però effettivamente i nuovi strumenti tecnologici permettono delle pratiche di controllo sulle persone che possono rendere tossici i rapporti sociali, un po' a tutti i livelli. L'utilizzo di social può trasformarsi in un controllo capillare dei comportamenti dell'altro, la geolocalizzazione (che pare essere molto utilizzata) è un'altra forma ossessiva che rassicura sia il controllante che il controllato ma finisce per essere una forma degenerata delle relazioni interpersonali.

Forse una parte della colpa è anche dei genitori e del loro comprensibile bisogno di mettere sotto protezione i figli e di ricevere rassicurazioni dai nuovi strumenti a disposizione.

Ma i rapporti sociali SANI, di qualsiasi tipo e a qualsiasi livello, devono basarsi necessariamente sulla libertà e sulla fiducia, non può essere altrimenti. Le forme di controllo minano questa libertà, e sebbene inizialmente possano essere percepite positivamente, alla lunga diventano delle perversioni. Anche da queste cose, che forse vengono sottovalutate, può esercitarsi un residuo di cultura patriarcale inquinante e pericolosa.


domenica 11 gennaio 2026

La ricompensa

Succede che mio figlio si laurea e io non gli faccio nessun regalo. Già qualche anno fa scrissi un post su questo argomento. Nel post citavo l'episodio di Perelman che per me rimane un esempio, certamente ben poco imitabile da chiunque (me compreso). La sua frase ("Se la dimostrazione è corretta, allora non c’è bisogno di altri riconoscimenti") è al tempo stesso una critica coraggiosa ai meccanismi di ricompensa economica come fine ultimo di tutte le attività umane, e l'indicazione di come le proprie azioni possano essere invece mosse da obiettivi interni al proprio operare. Un gesto di ribellione verso un mondo che misura tutto con il denaro, che non riconosce altre motivazioni, che scredita il valore delle cose che si fanno subordinandole ad una ricompensa fuori contesto e alla fine sempre di natura economica. Un gesto a suo modo rivoluzionario.

Osservo un aspetto curioso del nostro tipico modo di pensare: se la rinuncia alle ricchezze viene da un personaggio all'interno di un ambito religioso, questa è accettata e riconosciuto come un valore, a chi la compie gli si riconosce spesso anche uno stato di Santità. Se la stessa rinuncia viene fatta al di fuori dell'ambito religioso, tipicamente viene considerata una sciocchezza, e chi la compie rischia di essere deriso. Perché? Evidentemente gioca sempre un ruolo importante il meccanismo di ricompensa. Il comportamento di Santità ha una ricompensa su un piano che trascende il mondo, ma sempre di ricompensa si tratta. Se lo stesso comportamento avviene in ambito laico la ricompensa inevitabilmente scompare (o comunque non viene considerata), e lo scopo dell'azione è tutto interno all'azione stessa ("Se la dimostrazione è corretta ...").

In generale mi pare che non si esca dalla logica della ricompensa, materiale o spirituale. Ma in fondo che differenza c'è? Cosa c'è di più "materiale" della vita eterna?

NOTA: magari se si indaga un po' non è esattamente vero che molte religioni suggeriscono questo meccanismo, ma secondo me questo è senz'altro il meccanismo della maggior parte delle persone che più o meno consapevolmente usano la loro fede in maniera strumentale. Che poi, rovesciando il discorso, è proprio questo meccanismo che ha consentito e consente l'uso strumentale della fede da parte di istituzioni di potere.


sabato 3 gennaio 2026

Una necessità biologica

Ultimamente ho avuto modo di constatare (o solo di avere una mia impressione) che ci sono persone che applicano un buon livello di razionalità in molti argomenti della vita quotidiana (attenzione alla logica, ragionamenti sui dati, riscontri su osservazioni di situazioni reali, verifiche, ecc.). Queste stesse persone però in alcuni ambiti sembrano abbandonare questa razionalità, più o meno consapevolmente, per favorire un atteggiamento "accogliente" verso qualsiasi affermazione, giustificato dalla volontà di coltivare il dubbio, motore della conoscenza. Peccato che nel coltivare questo dubbio perdono la capacità di analizzare le affermazioni e di categorizzarle in buone, meno buone e irricevibili, sulla base di considerazioni logiche, razionali e di aderenza alla realtà (mi viene sempre in mente la famosa "teiera di Russel"). Il risultato è che molte affermazioni vengono poste sostanzialmente sullo stesso piano e ricevono la stessa dignità, quindi la stessa necessità di metterle alla prova. Ricevono lo stesso beneficio del dubbio. Queste stesse persone secondo me non cadrebbero mai in questo errore all'interno delle loro professioni, dove sono sicuramente in grado di distinguere un'affermazione degna di attenzione da una semplice sciocchezza immediatamente ignorabile.

E' chiaro che a segnare questo limite è la nostra conoscenza. Dove questa è carente è più difficile per noi distinguere tra un'affermazione interessante e una evidente falsità. Però ci dovrebbe essere anche una questione di metodo, unita ad un certo pudore nell'esprimere pareri netti dove non abbiamo mezzi sufficienti. La conoscenza è un patrimonio collettivo ma è anche vero che a portarla avanti in qualsiasi campo sono una minoranza di specialisti a cui inevitabilmente va riposta una certa fiducia. Attenzione, non fiducia nel singolo, fiducia in una comunità, per quanto ristretta rispetto alla società intera.

L'atteggiamento di cui parlo non riguarda tutti gli ambiti del sapere, almeno non mi sembra, investe invece soprattutto il pensiero scientifico inteso come riflessione razionale sulla natura. Ho il sospetto che sia sempre più evidente un rifiuto inconscio di questa razionalità sul mondo naturale che lascia il posto ad un desiderio ancestrale di irrazionalità, quella che per tutta la nostra storia ha alimentato il mondo del trascendente, espresso nelle forme più disparate ma sempre presenti nella nostra evoluzione di esseri pensanti, e che gioca evidentemente una parte tanto importante nella nostra vita. Lo schiacciamento inevitabile che il pensiero razionale sulla natura applica a questo aspetto del nostro inconscio genera atteggiamenti schizofrenici, un misto di scienza e misticismo, dove tutto deve essere messo in discussione perché anche il soprannaturale abbia il suo posto e giochi il suo ruolo nella natura.

Secondo Eugene Wigner anche Jancsi (John Von Neumann) alla fine della sua vita faceva considerazioni simili (dal libro Maniac). Jancsi aveva vissuto una vita all'insegna di un approccio più che razionale, qualcuno lo definisce un approcio "pan-matematico". Ma durante la sua malattia che lo porterà in breve alla morte fa delle considerazioni sulla natura umana e sul mondo che per lui sono del tutto insolite e che io ritrovo in parte nelle osservazioni che ho appena fatto.

Wigner scrive: "«Gli dèi sono una necessità biologica, intrinseca alla nostra specie come il linguaggio o i pollici opponibili». Secondo lui, la fede aveva garantito ai popoli primordiali una fonte di forza, potere e significato che all’uomo moderno mancava completamente; ed era a questa mancanza, a questa perdita profonda, che ora la scienza doveva dedicarsi". Aggiungo che non si capisce bene in che senso la scienza si dovrebbe dedicare a questa perdita profonda, sebbene forse questa perdita effettivamente c'è.

Wigner prosegue: "Jancsi pensava che, se intendeva sopravvivere al Novecento, la nostra specie avrebbe dovuto colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa degli dèi, e la sola e unica candidata a riuscire in questa strana trasformazione esoterica era la tecnologia: la nostra conoscenza tecnica in continua espansione era l’unica cosa che ci distinguesse dai nostri progenitori, dato che in fatto di etica, filosofia e pensiero generale non eravamo meglio (anzi, eravamo molto, molto peggio) dei greci, ...". E ancora: "La civiltà era progredita a un punto tale che le vicissitudini della nostra specie non potevano più restare affidate alle nostre stesse mani; avevamo bisogno di qualcosa d’altro, di qualcosa di più". Chissà se la nostra rivoluzione digitale attuale, ora in impennata con le nuove tecnologie AI, avrebbe risposto positivamente alle preoccupazioni di Jancsi.

Forse John Von Neumann, in quel momento drammatico della sua vita, aveva intuito un problema serio, suo e dell'umanità.